Meglio sardine che mai, però attenti

di Paul Ginsborg Il 2019 è stato un anno straordinario in termini di mobilitazione di massa, sia nazionale che transnazionale. Numericamente parlando – e i numeri hanno la loro importanza, eccome – nessun anno può eguagliare il 2019: né il 1968, né il 1848, né alcun altro anno della storia mondiale recente. Molte di queste […]

Buon anno! Anarchia nella scuola

di Silvia R. Lolli

Messaggio sobrio quello del presidente Mattarella, quest’anno. Unico desiderio trovare il prossimo 4 marzo una maggioranza di votanti. Chissà però quanta sovranità popolare per la nostra democrazia sarà rappresentata nel futuro Parlamento con la legge elettorale. Almeno ha richiamato i principi della Costituzione ricordando i suoi Settant’anni.

Che cosa vorremmo per il nuovo anno? Non abbiamo molte aspettative, da tempo ormai non osiamo più averne: troppe delusioni. Prendiamo ciò che arriva, anche se facciamo tutto per mantenere idee e conservare diritti, ai quali sappiamo che devono precedere doveri vedi gli artt. 2 e 4 della Costituzione. Per esempio il dovere di continuare a fare una professione come se nulla fosse cambiato dal momento in cui si è cominciata, proprio per attuare la Carta. Prendiamo la scuola italiana; non c’è dubbio che la “buona scuola”, ma non solo, stia cambiando nei fatti i suoi principi.

Che dire dell’ultima trovata di un ministero che ha perso da tempo il termine “pubblica” e che in questi giorni di fine mandato dà attuazione all’ennesima azione che allontanerà ancora di più i cittadini dal diritto allo studio e continuerà a confondere la scuola statale con quelle private?
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Università, pronta la superformula magica per valutare i dipartimenti migliori

Cultura

di Marco Bella

Alla fine dello scorso anno, il Parlamento ha approvato un finanziamento addizionale per i cosiddetti “dipartimenti universitari d’eccellenza”, i presunti “180 migliori dipartimenti universitari italiani”, scelti da una lista di 350 determinata in modo automatico. Il mondo universitario si è chiesto come sarebbe avvenuta questa prima selezione. Ecco la risposta: secondo questa “semplice formuletta”, pubblicata venerdì sul sito del Ministero dell’Istruzione.

Il provvedimento porta la firma della ministra Valeria Fedeli. Risponderà personalmente durante una conferenza stampa a delle semplici domandine tecniche riguardo alla “madre di tutti gli algoritmi”? Qualcuno potrà osservare che “il parlamento ha votato e serviva una formula”. In realtà, il dubbio che questa assemblea parlamentare abbia gli strumenti culturali per approvare esclusivamente provvedimenti legislativi applicabili è più che legittimo.

Quattro anni fa, tra le critiche di tutta la comunità scientifica, le due Camere hanno destinato 3 milioni di euro per la sperimentazione del cosiddetto “metodo Stamina”, l’ideona di professore di lettere ora ospite delle patrie galere con l’accusa di aver continuato a proporre questa roba a pazienti disperati. Quello che gli scienziati allora tentarono invano di spiegare è che non si può “sperimentare” iniettando intrugli non definiti ai bambini malati e sbattere i genitori in televisione per dimostrare chissà quale ipotetico miglioramento.
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Scuola: ed ora quale applicazione della legge?

La buona scuola che non vogliamo
La buona scuola che non vogliamo
di Silvia R. Lolli

Il mese di ottobre 2015 sarà veramente impegnativo per i docenti interessati e chiamati a contribuire alla stesura dei piani di offerta formativa (POF) per l’anno scolastico in corso mentre per il piano triennale (PTOF) il quale il Miur ha appena disposto una proroga al 15 gennaio 2016. Non dimenticando che l’anno scolastico è iniziato e i ritmi delle lezioni e dell’apprendimento degli allievi non potranno essere troppo sconvolti – gli obiettivi curricolari si dovranno pur mantenere – la legge prevede che le IS scrivano i piani per accedere, nell’anno in corso all’organico di potenziamento e nei prossimi tre anni all’organico dell’autonomia, definiti a livello territoriale.

Così le varie componenti scolastiche sono chiamate a svolgere un surplus di lavoro, senza avere troppi emolumenti in cambio, per definire in questi primi giorni di scuola la programmazione. Può capitare però che in alcune situazione, probabilmente anche per abbreviare i tempi di stesura dei documenti, saranno pochi i docenti coinvolti nella scelta delle aree da indicare come prioritarie. Ci sarà la consultazione da parte del collegio dei docenti, ma il coinvolgimento democratico su queste decisioni potrebbe non esserci sempre.

Le scuole si cimentano dunque sull'”AGODGPER” emanato dalla Direzione generale per il personale scolastico il 21 settembre che ha per oggetto:
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Da Bologna riparte la lotta contro la “buona scuola”

La buona scuola che non vogliamo
La buona scuola che non vogliamo
di Lip Scuola

Nove ore di lavori, la presenza di 350 persone rappresentanti 130 soggetti del mondo della scuola, 90 interventi serrati e articolati nel merito e nel metodo hanno fatto sì che da Bologna il 6 settembre si sia levata – ferma ed inequivocabile – la voce della scuola, chiamata a pronunciarsi su due temi precisi dalla precedente assemblea del 12 luglio a Roma: la continuazione della mobilitazione e il referendum.

Sul primo tema la risposta è stata: adesione alla riunione nazionale delle RSU l’11 settembre a Roma; Notte Bianca della scuola il 23 settembre in tutti i territori; spinta e appoggio ai sindacati per una manifestazione nazionale e sciopero generale unitari della scuola in tempi brevi; definizione di una serie di azioni di contrasto rispetto ai singoli provvedimenti: assemblee sindacali in tutti gli istituti scolastici il primo giorno di scuola; determinazione di mozioni per ostacolare il voto sul comitato di valutazione, che andrà combattuto anche con la fondamentale collaborazione degli studenti; flash mob davanti alle sedi delle Regioni; fiaccolata il 19 dicembre; adesione al 9 ottobre, giornata di mobilitazione degli studenti. Fortemente sentito il tema del precariato: presente una consistente rappresentanza delle principali vittime della demagogia e del dilettantismo della buona scuola.

Sul referendum l’assemblea ha concordato l’inizio di un percorso che vagli la fattibilità – sia nel metodo che nel merito – di un referendum da celebrare nella primavera del 2017 e che tenga dentro da una parte il monito dei costituzionalisti, che hanno sottolineato la delicatezza del tema sia per motivi tecnici che politici; dall’altra la necessità di intervenire su un piano sociale più ampio, associando il tema della scuola con altri elementi dell’attuale emergenza democratica: ambiente, lavoro, riforme istituzionali ed elettorali.
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Massimo Baldacci: “La buona scuola nasce dal pensiero critico”

di Carlo Crosato

Che cosa deve essere una buona scuola? In questa conversazione con il pedagogista Massimo Baldacci, professore di pedagogia generale presso l’Università Carlo Bo di Urbino, si affronta la questione di come formare abiti mentali di natura critica che facciano tutt’uno con l’atteggiamento scientifico e con l’adozione di uno spirito democratico.

Si parla molto spesso dell’importanza, per i nostri tempi, della formazione allo spirito critico. E c’è chi inizia a progettare dei corsi dedicati alla materia. Ma il pensiero critico è una materia? È qualche cosa che può essere insegnato con l’illustrazione di modelli di pensiero?

Se prendiamo in considerazione alcuni modelli di pensiero, possiamo renderci conto, come prima cosa, di quanto racchiudere il pensiero critico entro i confini di un modello applicativo sia limitante. Prima di tutto perché ogni modello ha dei propri limiti; ma poi, come dirò, anche perché il pensiero critico è pensiero in un certo senso libero: vincolarlo a un preciso algoritmo sarebbe decisamente contraddittorio.

Prendiamo come esempio il giustificazionismo. All’interno del paradigma giustificazionista, il pensiero critico è esercitato come critica dell’argomentazione: data un’asserzione, la verifica di tale asserzione è effettuata attraverso il vaglio degli argomenti di sostegno a tale asserzione e delle modalità in cui tali argomenti si relazionano alla tesi da sostenere. L’esame degli argomenti di sostegno mira, prima di tutto, a mettere in crisi la loro validità; si tratta di studiare rigorosamente la fondatezza delle premesse di una data asserzione: in questo sta il compito precipuo del pensiero critico, che dovrà mettere in crisi la legittimazione ottenuta ricorrendo all’argomento dell’autorità o al senso comune.
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Una scuola dove collocare il futuro: sintesi di un convegno

Nadia Urbinati - Foto di Donzelli.it
Nadia Urbinati - Foto di Donzelli.it
di Maurizio Matteuzzi, università di Bologna

Sabato 29 novembre si è svolto, all’aula 1 della scuola di psicologia e scienze della formazione, in via Zamboni 32, il convegno Cultura d’Europa bene comune: scuola, università, ricerca – Il futuro abita qui. Oltre 150 i partecipanti, e 360 fruitori in remoto via streaming. Vale la pena di parlarne, perché molti sono stati gli spunti, gli argomenti, gli elementi di interesse. Segnaliamo, prima di tutto, l’accorato messaggio di Salvatore Settis, purtroppo assente per motivi di salute, che si può ascoltare qui, letto da Marina Boscaino. Sulla destra, nello stesso sito, si possono fruire i video di alcuni altri interventi. Su Radio Città del Capo si può invece ascoltare l’intervento di Nadia Urbinati.

Troppi i luoghi di interesse per tentare un ancorché minimo riassunto. Mi limito a un accenno che mi ha colpito proprio del discorso di Nadia Urbinati: il preteso liberalismo moderno non si contrappone soltanto alle idee di solidarietà e di democrazia di parte opposta, ma alle sue stesse radici proprie, nella negazione dei valori del lavoro. La Urbinati cita Ricardo, e a me non può non venire in mente il padre nobile del liberalismo: John Locke giustifica la proprietà privata precisamente fondandola sul diritto di godere dei frutti del proprio lavoro.

Ma la parte più cogente, sul versante dell’attualità, è il tema del parallelo tra la Legge di iniziativa popolare (lLip), a suo tempo confortata da ben 100.000 firme, il doppio della bisogna, ora finalmente riassunta da alcuni parlamentari, e la così detta “buona scuola” che va proponendo il governo. La Lip si può leggere qui.
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Calcio al balilla - Foto di Sapo

Sport ed educazione fisica: sarà scuola buona? / 1

di Silvia R. Lolli

Scrivere di scuola e di educazione fisica dopo le presentazioni di “Lo sport di classe” e di “La buona scuola” è veramente difficile sapendo che da anni la scuola statale italiana soffre di un costante depauperamento di risorse e l’educazione fisica deve continuamente fare i conti con l’organizzazione sportiva. La scuola ha avuto troppe riforme dalla metà degli anni Novanta: sono state continue, ideologiche e solo frammentate.

Oggi abbiamo una proposta da discutere (anzi da approvare o disapprovare attraverso un sondaggio online e incontri offline) con tempi brevi (due mesi) prima di arrivare in parlamento per la scrittura di una legge quadro e dei successivi decreti delegati. Un governo che nelle iniziali intenzioni avrebbe dovuto preoccuparsi soltanto di una riforma elettorale e di poco altro ci sta proponendo continui cambiamenti sostanziali della nostra vita democratica (Costituzione, processo civile, province…); ricordo che molti di questi vengono fatti mettendo poi in discussione le leggi con il voto di fiducia, in un Parlamento già deficitario di molte rappresentanze politiche.

Anche per questo motivo prima di discutere della “Buona Scuola” occorre contestualizzare meglio la situazione poi, per quanto riguarda l’educazione fisica, specificare questa proposta di riforma con l’ennesimo progetto CONI MIUR dello “Sport di classe”. La discussione richiesta sembra più una domanda/risposta subliminale per avvalorare un consenso che per il nostro Presidente del Consiglio non viene certo da elezioni politiche nazionali.
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Gli dèi della città: l’università e le ragioni per cui il “Bologna process” ha fallito

di Eleonora Renda

Nel 1975, di fronte ad esiti di un lungo malgoverno che ha portato le città ad una crescita senza alcun progetto sensato, davanti a città caotiche che pongono agli occhi di un qualunque osservatore una molteplicità confusa di problemi e problematiche, Calvino si rende conto che non è la critica della negatività, a poter vincere. La vitalità e disgregazione che la metà degli anni settanta propone, nel bene o nel male, non potrà che essere il punto di partenza dal quale ricominciare, ed è inutile, aggiungo io, se non controproducente, fermarsi a demolire sterilmente, a fare scetticismo o, addirittura, ad alzare le spalle schifati, davanti a un presente che, volenti o nolenti, dovrà condurci verso un futuro al quale siamo obbligati, dunque, a pensare.

Come una specie può salvarsi, scrive, traendo da suoi caratteri quasi dimenticati e in apparenza reietti la spinta vitale per un riassestamento ed un salto in avanti che la salvi dall’estinzione, anche la città può recuperare quello che Calvino definisce “l’elemento di continuità che la città ha perpetuato lungo tutta la sua storia”. È recuperando tale elemento che l’ha portata avanti e distinta dalle altre realtà cittadine, che essa potrà dunque salvarsi dal rischio di estinzione, fissando lo sguardo su quello che è sempre stato il suo programma, forse perso di vista. Secondo un’antica abitudine, si rappresentava lo spirito di una città evocando quegli dèi che avevano assistito alla sua nascita: tali dèi sarebbero rimasti la profonda vocazione, la forza vitale stessa di quella città.
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