La “pace fiscale” e la fine della cittadinanza: è tornata la finanza creativa

di Alessandro Volpi Negli ultimi tempi sembra essere tornata di moda la finanza creativa. A differenza di quanto avveniva in passato però, le attuali proposte di più o meno credibili interventi sui conti dello Stato hanno a che fare quasi esclusivamente con tasse e imposte. La recente ipotesi di finanziare la riduzione del carico fiscale, […]

Produzione e la miopia dei facili profeti

di Mauro Gallegati Quando il gruppo di Ancona ricostruisce verso la metà degli anni ’60 le prime stime del PIL italiano dall’Unità d’Italia, Fuà raccomanda ai suoi giovani collaboratori di esprimere le grandezze in miliardi piuttosto che in milioni per non dare al lettore l’errata impressione di precisione dei dati economici. Che la misurazione del […]

Che cos’è la flat tax: maxi taglio fiscale per i ricchi, rischio beffa per i poveri

di Roberto Petrini

Nel gergo anglofilo della politica economica e delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più. Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia.
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Arriva la flat tax: carezze ai Paperoni e schiaffi ai lavoratori

di Alessandro Somma

Attraverso il fisco lo Stato redistribuisce la ricchezza secondo un principio di giustizia e di solidarietà: chi ha più forza economica versa più soldi di chi ne ha meno. È quanto prevede la Costituzione italiana, stabilendo che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, e soprattutto che “il sistema tributario è improntato a criteri di progressività” (art. 53).

In tal modo più si è facoltosi, e più è elevata la percentuale di reddito che deve essere versata allo Stato, che la utilizzerà per fornire i beni necessari a soddisfare i diritti fondamentali di chi non può ottenerli a prezzi di mercato: dalla sanità all’istruzione, passando per le pensioni, la casa e la mobilità. Si attua così il principio di parità sostanziale richiamato anch’esso dalla Costituzione italiana, per cui lo Stato deve assicurare l’uguaglianza dei cittadini rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona (art. 3).

Opposto è lo schema voluto dalle destre, che rifiutano la progressività del sistema tributario e reclamano la flat tax: la tassa piatta, con aliquota fissa, che non cresce con l’aumentare del reddito. È lo schema utilizzato nella Russia di Putin, in alcuni Stati un tempo appartenuti al blocco sovietico e poi divenuti campioni di liberismo, e ovviamente nei paradisi fiscali. Lo schema che in Italia è stato sponsorizzato da Berlusconi negli anni Novanta, e più recentemente dalla Lega.
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La flat tax è vergognosa

di Alfiero Grandi

La legge di bilancio 2017, approvata nella fase finale del referendum con fin troppa disattenzione, contiene la norma, ora è entrata in vigore, che offre ai super ricchi residenti all’estero la possibilità di trovare rifugio fiscale in Italia con la promessa di pagare 100.000 euro all’anno, tutto compreso e naturalmente senza pagare Imu e Tasi visto che saranno residenti. Più 25.000 euro per ogni familiare aggiuntivo.

Anzitutto è una norma in contrasto con l’articolo 53 della Costituzione che recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Quindi una tassa piatta è incostituzionale. Qualcuno nel governo si ricorda del referendum del 4 dicembre?

È una norma vergognosa. Il tentativo di farla passare come norma per fare entrare soldi nelle casse dello stato, addirittura dichiarando che verranno destinate a scopi sociali, è una bufala. Questa norma non porterà entrate significative ma apre sicuramente una ferita verso i contribuenti italiani e apre alla flat tax di stampo leghista.

Non molto tempo fa la direttrice della politica fiscale del mondo di centro sinistra era dare battaglia per portare i paesi europei che praticano concorrenza fiscale a danno degli altri ad accettare regole comuni per tutta l’Europa, superando la concorrenza sleale tra paesi. Ora non è più così. Rottama, rottama, la linea è capovolta. Ora l’obiettivo italiano è diventato per responsabilità prima del governo Renzi e ora di quello Gentiloni (Padoan c’era e c’è tuttora) entrare in concorrenza con i paradisi fiscali buttando alle ortiche la linea precedente.
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