Ue: la “stupida” procedura d’infrazione

di Alfonso Gianni Come avevamo detto anche in un recente passato, avviene che due torti tornano a scontrarsi tra loro. Da un lato quello interpretato dalle decisioni della Commissione europea di aprire una procedura per debito eccessivo in base all’articolo 126.3 del Trattato sul funzionamento della Ue. Dall’altro quello rappresentato dalla politica economica del governo […]

Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco

di Alfonso Gianni

Come era prevedibile, alla Commissione Europea la risposta del governo italiano che intende mantenere inalterati i dati riguardanti i saldi e la crescita non è piaciuta affatto. Finisce così miseramente l’improbabile tentativo di mediazione del ministro Tria, con l’incerto e inefficace sostegno del presidente del Consiglio. Vasi di coccio finiti tra vasi di ferro, quali, per ora, sono Salvini e Di Maio.

I primi a chiedere che all’Italia non si conceda nulla e che anzi bisogna aprire una procedura d’infrazione nei nostri confronti sono stati paesi come l’Austria e l’Olanda. L’internazionale nazional-sovranista è una contraddizione in termini, peggio che un ossimoro. E infatti alla prima prova più che liquefarsi non si è neppure appalesata. Durissimo il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger – membro di un governo nel quale i popolari governano con il partito dell’ultradestra guidato da Strache – con una dichiarazione che come si sa ha l’effetto di mandare in bestia i nostri governanti: “L’Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco”. Con la rilevante differenza che il peso dello Stivale è assai maggiore di quello del paese ellenico e i pericoli di contagio ancora maggiori. Infatti lo stesso ministro austriaco ha aggiunto che “non si tratta di una questione italiana, ma europea”. Avendo in questo caso del tutto ragione, ma in un senso ben diverso da quello che intende.
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Che cos’è la flat tax: maxi taglio fiscale per i ricchi, rischio beffa per i poveri

di Roberto Petrini

Nel gergo anglofilo della politica economica e delle tasse viene chiamata flat tax, significa tassa piatta, ma anche con la traduzione in mano non si capisce. “Piatta”, ma perché? L’aggettivo viene dal linguaggio degli economisti che parlano riferendosi ad un grafico con una curva dove sono rappresentati il reddito (ascisse) e il peso delle tasse (ordinate). Se la curva cresce al crescere del reddito, si parla di tasse progressive, se invece resta ferma al crescese del reddito appare piatta e dunque le tasse sono meramente proporzionali.

Detto questo dobbiamo spiegare che cosa sono le tasse progressive e quelle proporzionali. Il principio di progressività non è così intuitivo, perché prevede che chi guadagna di più paghi più che proporzionalmente, mentre nel sentire comune il termine “proporzionale” già sembra sinonimo di equità. Invece quando si parla di soldi non è così perché, come diceva Einaudi (un grande economista che è stato anche presidente della Repubblica) le stesse dieci lire non hanno lo stesso valore per il povero che ci compra la minestra e per il ricco che ci compra la poltrona al teatro, dunque il ricco può pagare di più. Quello che diceva Einaudi è talmente vero che la nostra Costituzione all’articolo 53 impone che che le tasse siano ispirate al principio di progressività.

La flat tax è stata mai applicata?

Il 19 novembre del 2004 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi di ritorno da una visita ufficiale nella giovane democrazia della Repubblica slovacca, dove aveva esaltato le ricette dell’economista, consigliere di Reagan, Arthur Laffer, rilanciò l’idea della flat tax che del rasto, fin dal programma del 2001 era stato uno dei suoi cavalli di battaglia.
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La forma-partito non è un participio passato

di Pierfranco Pellizzetti

«L’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare» [1].
Pierre Bourdieu

«Un partito non è, come vorrebbe la dottrina classica (o Edmund Burke), un gruppo di uomini ansiosi di promuovere il bene pubblico […]. Un partito è un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico» [2].
Joseph A. Schumpeter

«Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria» [3], sbraitava Beppe Grillo il 25 gennaio 2012.

Ora, cosa dovremmo pensare della clickdemocracy pentastellare, tanto idealizzata dal suo Guru, alla luce della vicenda grottesca, emersa in questo aprile 2018? Il programma elettorale del Movimento, varato nel 2017 con grandi strombazzamenti sulla sua compilazione collettiva on line, grazie al contributo progettuale di militanti a migliaia, e che ora risulta largamente rimaneggiato (o meglio, edulcorato) da manine invisibili; via, via che ci si stava avvicinando alla possibile conquista della Presidenza del Consiglio per il proprio capobranco in piena svolta democristiana. Insomma – scrive Matteo Pucciarelli – «ci sono due programmi elettorali nei Cinque Stelle; uno discusso e votato dagli iscritti, il secondo deciso dai vertici del Movimento. Il primo non conta nulla, sul secondo garantisce direttamente Luigi Di Maio» [4].
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Costituzione, uguaglianza e prelievo fiscale

di Roberta Mistroni

Principio di eguaglianza: la Costituzione italiana all’art. 3 afferma il principio fondamentale dell’uguaglianza dei cittadini senza alcuna distinzione. Ciò che però rende moderna la nostra Costituzione, motivo per cui la si definisce sociale, è che nel secondo comma dell’articolo si afferma che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

Dall’articolo si evince che quando si parla di uguaglianza non si fa riferimento alla semplice uguaglianza formale (ad esempio “tutti sono uguali di fronte alla legge” oppure “tutti anno diritto al lavoro”), bensì si fa riferimento all’uguaglianza sostanziale, cioè all’uguaglianza che si crea eliminando gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione.

Affermare questo principio significa riconoscere una funzione socio economica allo Stato che si fa garante dello sviluppo. Ma come può farsi garante? Attraverso una serie di interventi che la costituzione mette bene in risalto. Vediamo di elencarne almeno una parte:
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Dell’austerity e di altri falsi miti

di Guglielmo Forges Davanzati

Il combinato di politiche di austerità (ridenominate misure di “consolidamento fiscale”) e precarizzazione del lavoro, secondo la Commissione europea e i Governi italiani che si sono succeduti negli ultimi anni, dovrebbe garantire la ripresa della crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni. Il consolidamento fiscale viene perseguito con l’obiettivo dichiarato di ridurre il rapporto debito pubblico/Pil, mentre la precarizzazione del lavoro viene attuata con l’obiettivo dichiarato di accrescere l’occupazione. Le due misure – ci si aspetta – dovrebbero inoltre migliorare il saldo delle partite correnti, mediante maggiore competitività delle esportazioni italiane.

Si ipotizza, cioè, che la moderazione salariale, derivante da minore spesa pubblica e maggiore precarietà del lavoro, riducendo i costi di produzione, ponga le imprese italiane nella condizione di essere più competitive (ovvero di poter vendere a prezzi più bassi) nei mercati internazionali. Anche le misure di defiscalizzazione rientrano in questa logica, dal momento che ci si attende che minori tasse sui profitti implichino minori costi per le imprese e, dunque, maggiore competitività nei mercati internazionali.

Si tratta di un’impostazione che si è rivelata del tutto fallimentare e che, a meno di non pensare che dia i suoi risultati nel lunghissimo periodo, andrebbe completamente ribaltata. Le basi teoriche sulle quali poggiano queste politiche sono estremamente fragili, per i seguenti motivi.
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Arriva la flat tax: carezze ai Paperoni e schiaffi ai lavoratori

di Alessandro Somma

Attraverso il fisco lo Stato redistribuisce la ricchezza secondo un principio di giustizia e di solidarietà: chi ha più forza economica versa più soldi di chi ne ha meno. È quanto prevede la Costituzione italiana, stabilendo che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, e soprattutto che “il sistema tributario è improntato a criteri di progressività” (art. 53).

In tal modo più si è facoltosi, e più è elevata la percentuale di reddito che deve essere versata allo Stato, che la utilizzerà per fornire i beni necessari a soddisfare i diritti fondamentali di chi non può ottenerli a prezzi di mercato: dalla sanità all’istruzione, passando per le pensioni, la casa e la mobilità. Si attua così il principio di parità sostanziale richiamato anch’esso dalla Costituzione italiana, per cui lo Stato deve assicurare l’uguaglianza dei cittadini rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona (art. 3).

Opposto è lo schema voluto dalle destre, che rifiutano la progressività del sistema tributario e reclamano la flat tax: la tassa piatta, con aliquota fissa, che non cresce con l’aumentare del reddito. È lo schema utilizzato nella Russia di Putin, in alcuni Stati un tempo appartenuti al blocco sovietico e poi divenuti campioni di liberismo, e ovviamente nei paradisi fiscali. Lo schema che in Italia è stato sponsorizzato da Berlusconi negli anni Novanta, e più recentemente dalla Lega.
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Lavoratori Electrolux - Foto di Milano Today

Il nuovo regalo del governo alle imprese

di Maria Luisa Pesante

Il governo si appresta nuovamente ad aggredire le pensioni pubbliche. Per bocca del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Nannicini e del viceministro all’economia Morando ha confermato lunedì scorso l’impegno a tagliare di 6 punti i contributi previdenziali, 3 per i datori di lavoro e 3 per i lavoratori neoassunti.

Si tratterebbe di una misura strutturale in sostituzione della decontribuzione sui nuovi assunti deliberata lo scorso anno. La metà della somma resa così disponibile spetterebbe al lavoratore, che potrebbe o incassarla in busta paga o destinarla alla previdenza integrativa. Poiché il governo non compenserebbe il mancato versamento di contributi all’Inps, ne derivano due ordini di conseguenze, per l’Inps e per i lavoratori. All’istituto viene a mancare immediatamente una parte dell’incasso con cui, nel nostro sistema a ripartizione, eroga le pensioni attuali, dunque avrebbe un peggioramento nel bilancio.

Nannicini ha scritto (l’Unità, 18/8/2015), che questo «avrebbe sì costi (di cassa) nel breve periodo, ma ridurrebbe il debito previdenziale implicito nel lungo periodo». La frase è ingannevole, a dir poco. Con l’attuale sistema contributivo l’Inps paga a ogni lavoratore tanto quanto ha ricevuto in contributi, quindi le minori entrate inciderebbero sull’equilibrio di bilancio per tutto il periodo di transizione dal vecchio al nuovo livello di contributi: davvero breve? Nel lungo periodo, cioè a regime, il debito previdenziale diminuisce solo se per esso si intende non il passivo di bilancio, lo squilibrio tra entrate e uscite del sistema, ma l’ammontare delle pensioni che lo stato è impegnato a pagare.
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Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro

"Per una moneta fiscale gratuita" - L'ebook di Micromega online
"Per una moneta fiscale gratuita" - L'ebook di Micromega online
Questo articolo è la prefazione dell’ebook gratuito di Micromega Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini

di Luciano Gallino

Questo libro a più voci osa proporre, nientemeno, che allo scopo di combattere la disoccupazione e la stagnazione produttiva in corso lo stato, massima istituzione politica, si decida a fare in piccolo qualcosa che le banche private fanno da generazioni in misura immensamente più grande: creare denaro dal nulla – adottando però modi, le banche, che non aiutano a combattere né l’una né l’altra. Scegliendo di entrare nella zona euro, lo stato italiano sì è privato di uno dei fondamentali poteri dello stato, quello di creare denaro (che nella nostra lingua chiamiamo moneta quando ci riferiamo a denaro che ha una sua specifica connotazione nazionale, tipo la sterlina, la corona o il franco svizzero).

Per gli stati dell’eurozona, in forza del Trattato di Maastricht soltanto la BCE può creare denaro in veste di euro, sia esso formato da banconote, depositi, regolamenti interbancari o altro; a fronte, però, del divieto assoluto, contenuto nell’art. 123 (mi riferisco alla versione consolidata del Trattato) di prestare un solo euro a qualsiasi amministrazione pubblica – a cominciare dagli stati membri. Per quanto attiene alle banche centrali nazionali della zona euro, esse non possono più emettere denaro; nondimeno sono libere di ricevere miliardi in prestito dalla BCE a interessi risibili. Al tempo stesso accade che le banche private abbiano conservato intatto il potere di creare denaro dal nulla erogando crediti o emettendo titoli finanziari negoziabili.
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Governo, bilanci di fine anno

Sbilanciamoci.info
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di Paolo Pini e Roberto Romano

Il bilancio della politica economica del governo Renzi è molto magro. Dopo quasi 10 mesi di governo, tanti annunci, pochi risultati e non pochi errori, l’azione economica del governo non solo non ha fatto cambiare idea a coloro che lo avevano sin dall’inizio contrastato, e questo può essere ovvio benché qualche ripensamento sia sempre da annoverare, ma sta profondamente deludendo anche chi aveva dato ampio credito a Renzi che ha sostituito a febbraio 2014 l’inefficace Letta.

Ma oggi vi è chi rimpiange pure quel precedente governo. Nell’autunno del 2013, la Legge di Stabilità 2014 elaborata dal Governo Letta era volta unicamente al rispetto dei vincoli previsti dai Trattati europei, e non alla crescita del reddito e dell’occupazione. Ciò nonostante, la Commissione Europea non aveva dato “semaforo verde”, in quanto il rientro dal debito non era garantito nel breve e medio periodo. La proposta governativa non veniva giudicata soddisfacente dai tecnocrati europei perché non coerente con le politiche di rigore e di austerità.

Essa però neppure soddisfaceva le parti sociali che chiedevano interventi non simbolici per la riduzione strutturale e selettiva del cuneo fiscale, e quindi per la crescita e l’occupazione. Il governo prevedeva allora una crescita del reddito dell’1,1% per il 2014, ma per conseguire questo risultato non vi era traccia di alcuna politica economica supportata da risorse economiche reali. A dicembre 2013 il Parlamento approvava la Legge di Stabilità, ma il paese nei sondaggi sfiduciava Letta.
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