Legge di bilancio, la manovra del “vorrei ma non posso”

di Andrea Baranes

La manovra del “vorrei ma non posso”. È questa l’impressione che si ha leggendo la Legge di Bilancio 2018 trasmessa lo scorso 31 ottobre al Parlamento, in notevole ritardo rispetto alla scadenza del 20 ottobre prevista dalla normativa. Un ritardo che evidenzia la difficoltà nel chiudere i conti, ma anche l’ulteriore riduzione di spazio di dibattito per un Parlamento che ha sempre meno voce in capitolo sui conti dello Stato.

La sostanza della Legge di Bilancio viene discussa e decisa altrove e in primo luogo viene pesantemente ingabbiata nei limiti e vincoli degli accordi europei siglati dal nostro Paese. In questo senso, se l’approvazione finale della manovra in Parlamento è ormai un atto poco più che formale, entro fine anno lo stesso Parlamento dovrà decidere se ratificare il Fiscal Compact, trattato che ci obbligherebbe a riportare entro venti anni il rapporto debito/Pil al 60%.

Come dire che, indipendentemente dai governi in carica, ci vincoliamo a venti anni di alta imposizione fiscale, tagli alla spesa e rinuncia a qualsiasi seria politica pubblica di investimento nel nome di un parametro economico deciso oltre due decenni fa. Quella del 2018 è l’ennesima manovra figlia di questa visione e dell’austerità, di politiche economiche sbagliate che non hanno fatto altro che aggravare e allungare la crisi e aumentare ulteriormente le diseguaglianze.
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Il governo Renzi sbaglia obiettivo e percorso, per questo lo sviluppo non decolla

Matteo Renzi
Matteo Renzi
di Alfiero Grandi

L’aspetto curioso e inquietante della situazione è che sia mettere in discussione seriamente la politica di austerità dell’Europa, che tuttora è dominante, sia limitare l’iniziativa per tentare di ottenere qualche miliardo di margine, sempre premettendo dichiarazioni impegnative sul rispetto del 3 % da parte dell’Italia, cambia poco agli occhi dei mercati e delle “signorie” che decidono quando è il momento del pollice verso e quindi puntano su un aumento dello spread.

La convinzione che bastasse attaccare l’articolo 18, aumentare la precarietà attraverso il tempo determinato, mettere nell’angolo i sindacati per tenere a bada i mercati finanziari e ammorbidire le risposte dei conservatori europei è semplicemente destituita di fondamento. Del resto la Grecia ha provato a convincere i mercati che la cura da cavallo subita l’ha già messa nelle condizioni migliori per togliersi di dosso l’ipoteca della troika, ma si è trovata immediatamente sotto attacco, al punto da fare fibrillare anche altri paesi europei.

I mercati sanno benissimo che ciò che fa la differenza è la ripresa economica perché solo così il debito pubblico può essere garantito, e ripagato, mentre purtroppo l’Italia è in recessione da anni e non si vede la famosa luce in fondo al tunnel di montiana memoria. Anzi il nuovo Def e la legge di stabilità sanciscono con i numeri che il 2015 sarà un anno di non crescita, se va bene un modesto più 0,5%. Le misure per rendere ancora più precario e flessibile il mercato del lavoro non solo non bastano mai – c’è sempre una precarietà in più da introdurre – ma semplicemente non creano un solo nuovo occupato perché, come ricordano tutti quelli che se ne intendono, le imprese assumono se hanno qualcosa da produrre in più, se hanno la percezione di una crescita e oggi purtroppo non l’hanno.
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Stop all’austerità: aspetti positivi e negativi di 4 referendum da appoggiare comunque

Referendum stop all'austerità
Referendum stop all'austerità
di Alfiero Grandi

È in corso la raccolta delle firme a sostegno di 4 referendum che tentano di mettere in discussione la politica di austerità che ha costretto l’Europa e l’Italia ad una lunga recessione con una grave caduta occupazionale. Fase non terminata perché l’economia è ferma e la trappola della deflazione non è scongiurata.

Sui 4 referendum ci sono osservazioni, dubbi. Discutiamone apertamente. È positivo che contro la politica di austerità – che sta tuttora provocando tanti danni sociali ed economici – sia stata presa un’iniziativa concreta. Da anni la critica alla politica di austerità, pur vasta e diffusa, non ha trovato modo di esprimersi e questo ha generato il dubbio che, malgrado la sua evidente incapacità di risolvere la crisi e le conseguenze di crescente ingiustizia sociale e di allargamento della povertà, non vi fossero in campo reali alternative. Quando non vi sono alternative credibili anche le politiche più avversate finiscono con l’essere subite creando passività e rassegnazione. È andata così.
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Quattro referendum per battere l’austerità

Elezioni - Foto di Luca Zappa
Elezioni - Foto di Luca Zappa
di Alfiero Grandi

Qualcuno ha detto che l’approvazione da parte del parlamento della modifica dell’articolo 81 della Costituzione è stata possibile nel 2012 solo per una sorta di autoembargo delle intelligenze. È una spiegazione verosimile. L’introduzione del pareggio di bilancio nella Carta costituzionale è un’esagerazione non richiesta, neppure dagli impegni assunti dall’Italia con l’accettazione del Fiscal compact e si spiega solo con il clima di terrorismo psicologico instaurato dopo l’esplosione degli interessi sul debito pubblico e il fallimento del governo Berlusconi.

Del resto altri paesi, come la Francia, si sono ben guardati dall’approvare norme costituzionali di questo tipo. Per dare attuazione al nuovo articolo 81 della Costituzione è stata approvata la legge n. 243/2012 che è oggetto dei 4 referendum abrogativi che il comitato promotore ha presentato in Cassazione e sui quali è in fase di avvio la raccolta delle firme, a cui occorre dare pieno sostegno.

Purtroppo la modifica all’articolo 81 della Costituzione è stata fatta con più dei 2/3 dei parlamentari e questo ha impedito l’effettuazione del referendum confermativo. Solo un’iniziativa parlamentare potrà modificare questo errore politico ed economico, che ha legato mani e piedi il nostro paese alle politiche di austerità e per di più la sua legge attuativa ha ulteriormente aggravato i vincoli, più di quanto lo stesso Fiscal compact imponesse.
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Sinistra - Foto di Andrea Pomini

Dalla “casta” alla “svolta”: per ricostruire la più grave frattura tra cittadini e partiti

di Sergio Caserta

“La Casta”, di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e “Il costo della democrazia” di Cesare Salvi e Massimo Villone, sono libri pubblicati tra il 2006 e il 2007, il primo ben presto diventato un “cult”, il secondo in realtà più efficace nella diagnosi degli sprechi della politica e dei possibili rimedi. Salvi e Villone, da parlamentari dell’allora DS, avevano accompagnato la pubblicazione con la presentazione di tre proposte di legge con l’obiettivo di risparmiare ogni anno più di 6 miliardi di euro. Il primo, un disegno di legge costituzionale prevedeva la riduzione a 600 del numero dei parlamentari (400 deputati e 200 senatori), l’abolizione delle province e l’introduzione di un tetto al numero dei componenti del governo con un risparmio atteso di circa tre miliardi.

La seconda proposta stabiliva la soppressione molti enti inutili, tra cui l’Autorità dell’Energia e dei Lavori pubblici, la dismissione di Sviluppo Italia e la drastica riduzione dei consigli di amministrazione delle società pubbliche a non più di tre persone. Infine, il taglio dei rimborsi elettorali dei partiti, concessi in base agli effettivi votanti, con un risparmio di sessantacinque milioni l’anno. Il terzo disegno di legge, il più importante, con riferimento all’art.quarantanove della Costituzione, proponeva drastici cambiamenti ai partiti con l’obbligo d’introdurre nella loro vita interna regole democratiche, com’è nella prassi delle più solide e avanzate democrazie.

Sappiamo com’è andata, quei disegni di legge non furono presi in considerazione e il sistema politico nel suo insieme, senza distinzioni, proseguì ad alimentarsi di privilegi e sprechi, fino ai festini di Roma, alle spese folli dei consiglieri di tutte le regioni, ai casi giudiziari eclatanti d’importanti dirigenti di entrambi gli schieramenti, alle compravendite di parlamentari e voti, fino a queste ultime elezioni con la vittoria politica indiscutibile del movimento che ha fatto dell’abbattimento di tutti i partiti e degli attuali gruppi dirigenti il suo cavallo di battaglia.
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Immagine di Edoardo Baraldi

L’anno perduto tra Berlusconi e Monti

di Rossana Rossanda

È bastato che Silvio Berlusconi si riaffacciasse sugli schermi, col volto mal tirato in su – ci sono limiti, non fosse che d’età, al rifacimento dei tratti – perché l’Italia corresse a rifugiarsi sotto l’ala di Mario Monti. O l’uno o l’altro, tertium non datur. Non sono la stessa cosa, come suggerisce Alberto Burgio, anche se la rotta che indicano è sempre “a destra tutta”, ma da tempo gli italiani sembrano disabituati a pensare che la distinzione fra destra e sinistra abbia ancora senso.

Oggi non ci sarebbe che “quella” rotta, indicata dalla prevalenza del finanzcapitalismo, come lo chiama Luciano Gallino, assai pudicamente corretta dal recente vertice europeo – ma la strizzatina d’occhio agli evasori fiscali, il primato agli interessi privati come metodo di governo e di vita, qualche battuta antieuropea e finto popolare – “lo spread? chi era costui? – un certo plebeismo considerato spiritoso si riconosce in Berlusconi come in Grillo e simili. Non hanno del tutto torto all’estero a vederci come una perpetua commedia dell’arte, Pulcinella o Arlecchino vincenti sulla stoltezza altrui. E quella metà della gente che non predilige la furbizia si rivolge a una figura che appare più frequentabile per costumi e decenza.

Stiamo perdendo troppo tempo. Tertium non datur perché non esiste una sinistra sufficientemente forte per darsi una politica convincente e diversa dal rigore. Eppure non è cadere dalla padella del cavaliere di industria nella brace del liberista tutto d’un pezzo. Sono ormai tante le voci degli esperti che avvertono: su questa strada l’Europa del sud sta cadendo in un buco sempre più profondo, in una crisi di società sempre meno agibile. Si ha un bel rosicchiare sulle spese pubbliche, anche con più energia ed equità di Monti, finché non ci sarà una svolta nell’economia l’impoverimento del novanta per cento della gente continuerà fino a limiti insostenibili.
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