Il decreto “salva-banche” danneggia la finanza etica e lo sviluppo sostenibile

Decreto salva banche
Decreto salva banche
di Banca Popolare Etica

Lo scorso 22 novembre, 4 medie banche italiane (CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti) sono state oggetto del cosiddetto decreto salvabanche varato dal Consiglio dei Ministri in una straordinaria riunione domenicale. Lo stesso Governo che solo qualche giorno prima aveva emanato la normativa di attuazione – con decorrenza dal 1 gennaio prossimo – della direttiva europea nota per il bail in e che prevede che il denaro per i salvataggi sia messo a disposizione dai soci e dai creditori della banca in crisi.

Fino a poco tempo fa il salvataggio di queste banche avrebbe comportato un intervento con fondi pubblici (c.d. bail out), come è avvenuto in moti paesi europei a ridosso della crisi del 2007, oppure operazioni di fusione con soggetti in buona salute sulla scia della politica per lungo tempo adottata da Banca d’Italia. Oggi – in linea con i nuovi principi europei – non si utilizzano più risorse pubbliche per il mantenimento “forzoso” sul mercato di soggetti in crisi.

Il Governo Italiano ha deciso di fare una corsa contro il tempo per derogare alla direttiva sul bail-in, che implicherebbe – per le banche non sistemiche come le 4 in questione – il pagamento tutto a carico di clienti e creditori della stessa banca. E ha deciso che il conto debba essere pagato da tutte le banche italiane. Anche quelle virtuose, anche quelle non profit, anche quelle che lottano per restare coerenti con la mission di sostenere l’economia reale e sostenibile mantenendo in equilibrio i propri bilanci senza alcun aiuto pubblico.
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Il crollo della borsa in Cina: segnali dalla seconda economia mondiale

Economia cinese
Economia cinese
di Amina Crisma

Dopo tre settimane consecutive di crollo dei mercati azionari cinesi, l’allarme è ieri rientrato, con segni positivi di forte ripresa alla borsa di Shanghai (+5,7%), che si è immediatamente ripercossa sulle altre borse asiatiche (Tokyo ha chiuso con un +0,6%). E tuttavia, non è certo il caso di sottovalutare quello che nei giorni precedenti è accaduto nella seconda economia mondiale, in uno scenario globale già così agitato.

In un quadro segnato dall’estenuante prolungarsi della crisi del debito greco, che ha fra l’altro rivelato impietosamente tutta la fragilità di una costruzione europea la cui attuale leadership sembra mostrare in certi suoi atteggiamenti delle inquietanti affinità con i comportamenti di Hal, il computer impazzito del film di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, il sensazionale crollo della borsa cinese nei giorni scorsi è venuto ad aggiungere ulteriori elementi di incertezza e di ansietà

Ricordiamone i dati salienti. In tre settimane, si sono verificate perdite pari all’incirca al 30%: si calcola che sia andato in fumo un valore di circa 3200 miliardi di dollari. Il crollo ha preso avvio alla Borsa di Hong Kong, poi si è propagato a quella di Shanghai (con punte fino a -7), e l’effetto si è propagato nell’Asia, raggiungendo la borsa di Tokyo e generando un’ondata di preoccupazione a livello planetario.

Solo per dare qualche esempio: il 7 luglio, Shenzhen ha chiuso a -6,75, Hong Kong a -5,84, Shanghai -5,91, e l’onda ha raggiunto il Giappone, con Tokyo che ha chiuso a -3.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Jan Toporowski / 2

Jan Toporowski
Jan Toporowski
di Noi Restiamo

Prima parte. In coda pubblichiamo la versione originale dell’intervista in inglese

Noi Restiamo: In occidente la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di 30 anni a questa parte completamente dominante. In maniera analoga, anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi? Ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia, ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione, magari in una direzione più “egualitaria”, oppure no?

Jan Toporowski: Innanzitutto penso che uno studioso eterodosso non dovrebbe chiamare se stessa o se stesso eterodosso, perché così facendo si escludono immediatamente un gran numero di studiosi che non si considerano eterodossi. Ci si dovrebbe invece presentare come studiosi onesti e cercare di esserlo anche attraverso un atteggiamento aperto nei confronti degli altri economisti e del potere. A mio modo di vedere si dovrebbe sempre cercare di coinvolgere e discutere con coloro che sono in qualche maniera coinvolti con il potere e la finanza; questo è quanto ho cercato di fare e quanto ho dovuto fare.

Bisogna fare questo per una semplice ragione: essi hanno conoscenze sul potere, la finanza e i vari dettagli tecnici molto maggiori rispetto ad un accademico. Pertanto uno studioso critico ha bisogno di coinvolgerli e discutere con loro. La seconda ragione per cui bisogna confrontarsi con gli economisti mainstream è che essi non sono dei truffatori o servi dei capitalisti. In linea di massima essi cercano di essere onesti e cercano di svolgere il loro lavoro in maniera oggettiva, onesta e con integrità, sebbene attraverso il loro modo di vedere le cose. Se coinvolti, saranno più che felici di discutere i problemi da loro affrontati e ritengo che questo sia molto importante in quanto un economista critico ha bisogno di capire quali siano i problemi pratici ad ogni livello dell’attività economica.
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Il fascino discreto della crisi economica: l’intervista a Jan Toporowski / 1

Jan Toporowski
Jan Toporowski
di Noi Restiamo

Continua il ciclo di interviste a economisti ed economiste eterodosse a cura di “Noi Restiamo”. Dopo Joseph Halevi, Giorgio Gattei, Luciano Vasapollo e Marco Veronese Passarella è la volta di Jan Toporowski. Toporowski è professore di Economia e Finanza presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra. Ha lavorato nel settore bancario internazionale, nella gestione di fondi e presso banche centrali. Il suo libro più recente è Michał Kalecki, An Intellectual Biography Volume 1 – Rendezvous a Cambridge 1899-1939 pubblicato da Palgrave. È disponibile anche la versione inglese dell’intervista, che si trova nella seconda parte della pagina.

Noi Restiamo è una campagna nazionale partita a Bologna a fine 2013. Il gruppo è composto da giovani studentesse e studenti, lavoratori e lavoratrici. Per maggiori informazioni visitare: http://noirestiamo.noblogs.org.

Noi Restiamo: L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo. Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?
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Thomas Piketty

L’utopia anti-utopia di Marx e quella pragmatica: un capitalismo alla svedese, di Piketty

di Russell Jacoby [*]

Sta per uscire la traduzione italiana di “Le Capital au XXIe siècle” di Thomas Piketty su cui inchiestaonline.it è già più volte intervenuta (nella rubrica “economia” del 10 giugno 2014 e del 6 maggio 2014). Pubblichiamo alcuni stralci del testo di Russel Jacoby pubblicato nell’ultimo numero de “Le Monde Diplomatique” riportati ne “Il Manifesto” del 22 agosto 2014. Il disegno è di Tullio Pericoli.

Il sag­gio di Tho­mas Piketty Le Capi­tal au XXIe siè­cle è un feno­meno sia socio­lo­gico sia intel­let­tuale. Cri­stal­lizza lo spi­rito della nostra epoca come fece, a suo tempo, The Clo­sing of the Ame­ri­can Mind di Allan Bloom. Quel libro, che denun­ciava gli studi sulle donne, sul genere e sulle mino­ranze nelle uni­ver­sità sta­tu­ni­tensi, oppo­neva la medio­crità del rela­ti­vi­smo cul­tu­rale alla ricerca dell’eccellenza asso­ciata, nello spi­rito di Bloom, ai clas­sici greci e romani.

Ebbe pochi let­tori era par­ti­co­lar­mente pom­poso ma ali­men­tava il sen­ti­mento di una distru­zione del sistema edu­ca­tivo sta­tu­ni­tense, e degli stessi Stati uniti, a causa dei pro­gres­si­sti e della sini­stra. Un sen­ti­mento che non ha affatto perso vigore. Le Capi­tal au XXIe siè­cle (Il Capi­tale nel XXI secolo) si inqua­dra nello stesso regi­stro inquieto, a parte il fatto che Piketty viene dalla sini­stra e che la con­tro­ver­sia si è spo­stata dall’educazione al campo eco­no­mico. Anche in mate­ria di inse­gna­mento, il dibat­tito si foca­lizza ormai sul peso dei debiti di stu­dio e sulle bar­riere suscet­ti­bili di spie­gare le disu­gua­glianze scolastiche.

L’opera tra­duce un’inquietudine pal­pa­bile: la società sta­tu­ni­tense, come l’insieme delle società del mondo, par­rebbe sem­pre più ini­qua. Le disu­gua­glianze si aggra­vano e fanno pre­sa­gire un futuro gri­gio. Le Capi­tal au XXIe siè­cle avrebbe dovuto inti­to­larsi Le disu­gua­glianze nel XXI secolo.
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Spagna: fibrillazione e rovesci del Mercato Alternativo

Mercado Alternativo Bursatil
Mercado Alternativo Bursatil
di Angelica Erta

Altre giornate di fibrillazione per il Mercado Alternativo Bursatil, il corrispettivo spagnolo del AIM Italia, mercato dedicato alla finanziazione delle piccole e medie imprese. Martedì scorso le azioni di Ebioss Energy, energetica specializzata nella costruzione di centrali a gas, sono crollate un 28,7%, fino ad essere scambiate a 1,54 euro. La caduta è stata causata dalle accuse di aver gonfiato i dati relativi alla recente acquisizione del 52,6% del gruppo TNL – gestore di residui urbani posizionato in vari Paesi – pubblicate dal giornale elConfidencial. A nulla è valso il comunicato dell’impresa in cui tentava di ratificare i propri numeri, gli ordini di vendita hanno mostrato la crisi di fiducia degli investitori, sempre più diffidenti rispetto ad un mercato estremamente flessibile e scarsamente regolato. Una fuga che confessò tutta la debolezza del MBA, di recente messo a dura prova dal caso Gowex, tecnologica del Wi-Fi che falsificò i propri bilanci approfittando della lassità dei controlli.

Erano i primi di luglio quando la tecnologica Gowex vedeva sospesa la sua quotazione, a seguito di un crollo del 60% del titolo, dopo le indiscrezioni della società d’analisi Gotham City Research, che emetteva una relazione demolitrice. Il rapporto dell’agenzia che, ironia della sorte, sembra agire come Batman strigliando “i cattivi” di turno, concludeva che il valore delle azioni della compagnia era zero e il 90% degli introiti dichiarati falsi (182 milioni di euro). Dopo un iniziale diniego del presidente Jenaro García – che infieriva contro un “dossier calcolato”, visto che la società scommettendo al ribasso si sarebbe beneficiata del crollo del titolo – arrivarono la confessione e lo shock dei dipendenti della multinazionale.
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L’Ucraina e la spaccata di Putin: progetto euro-tedesco contro progetto euro-asiatico?

Vladimir Putin
Vladimir Putin
di Samir Amin, presidente del Forum Mondiale delle alternative. Traduzione di Lorenzo Battisti per Marx21.it

La retorica del clero mediatico occidentale che si riempe la bocca di promesse di democrazia è falsa. Le potenze della triade (Usa, Europa e Giappone ndt) non hanno mai promosso la democrazia. Al contrario, hanno sempre sostenuto gli avversari più accaniti della democrazia, inclusi fascisti ribattezzati “nazionalisti”. Nella Ex-Jugoslavia, gli europei hanno sostenuto i nostalgici del fascismo croato, rispediti dal loro esilio canadese; in Kosovo hanno dato il potere alle mafie della droga e della prostituzione; nei paesi arabi, continuano a sostenere l’islam politico più reazionario, esso stesso finanziato dalle nuove “repubbliche democratiche”, come sembrano essere diventate l’Arabia Saudita e il Qatar se si ascoltano gli imbonitori dei media occidentali. L’intervento militare in Iraq e in Libia ha distrutto questi paesi, senza promuovere alcuna delle promesse di democrazia. In Siria, il sostegno militare delle potenze della triade agli “islamisti” non promette niente di buono.

In Ucraina, la giunta, avendo ricevuto il sostegno dei filonazisti, ha difficoltà a instaurare il proprio potere dispotico. Putin probabilmente non è un eroe delle cause democratiche, ma non sta facendo altro che sostenere tutti quelli che, in Ucraina, rifiutano la colonizzazione euro-tedesca che Bruxelles intende imporre, come ha fatto in Europa orientale, in Grecia e a Cipro. Non sono solo i “russofoni” ucraini che rifiutano il progetto euro-tedesco. La Russia è alla ricerca di un posto nel sistema mondiale di oggi e di domani. Da questo punto di vista, Putin sembra aver fatto proprio il progetto di costruzione di una vasta alleanza di popoli dell’Ex-Urss, ormai conosciuta sotto il nome d’alleanza dei popoli “Euro-Asiatici”. Non si tratta di un’invenzione artificiale recente.
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Lavoro - Foto di Daniela

Non saranno i mercati finanziari a guarire l’economia reale

di Alfonso Gianni

Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole24Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo.

Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.

In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio. Una campagna ottimistica che indubbiamente lo aiuta a nascondere sotto il tappeto le incongruenze e le assenze di coperture certe al suo decreto elettorale dei famosi 80 euro (che diventano in realtà 53 euro in media, come risulta da calcoli più accurati, una volta letto il testo del decreto, poiché il beneficio viene corrisposto per otto mesi purché ne siano stati lavorati dodici).
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François Hollande - Caricatura di DonkeyHotey

Francia, il crudele 3 per cento di Hollande

di Bruno Giorgini

Parigi 31 maggio-9 giugno 2014. Quando scendo nella ville lumiere un numero campeggia, il 3% di gradimento ottenuto da Hollande nell’ultimo sondaggio per una sua eventuale ricandidatura. Soltanto 3 (tre) francesi su 100 (cento) auspicano che Hollande si ripresenti candidato alla Presidenza della Repubblica nel 2017. Uno sprofondo che supera ogni più pessimistica previsione. Più o meno quanto prenderebbe anche un illustre sconosciuto se si presentasse, vuoi mai tre strampalati su cento si trovano sempre. Un numero infimo e impietoso.

Hollande finisce ultimo tra i possibili candidati socialisti, Manuel Valls, attuale primo ministro, Ségolène Royal, Martine Aubry, Arnaud Montebourg. Se poi il campione si restringe agli elettori socialisti le cose non migliorano, seppure lo score salga al 15%, cioè soltanto 15 elettori/trici su cento che lo votarono non più di due anni fa, lo vorrebbero nel 2017, e comunque Hollande sempre ultimo rimane tra i papabili del PS. Questo risultato, seppure virtuale, dice che il re è nudo, ovvero che ormai si pone un problema che attiene direttamente il Presidente della Repubblica, cioè il cuore dello stato, l’Eliseo più che il luogo supremo del comando, se si preferisce della governance per la cosa pubblica, apparendo come Fort Alamo assediato.
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Economia, crisi e persone: il postino smetterà di suonare?

Crisi - Foto di Roberto Giannotti
Crisi - Foto di Roberto Giannotti
di Marco Bersani, Attac Italia

Dopo aver versato, per non più di un minuto, lacrime di coccodrillo sui dati della disuguaglianza sociale nel pianeta, forniti dal rapporto della ong Oxfam – le 85 persone più ricche del mondo detengono una ricchezza equivalente a quella di 3,5 miliardi di persone; l’1% del pianeta possiede il 50% della ricchezza mondiale- il ministro Saccomanni, presente all’annuale Forum di Davos, è passato alle cose serie e, in un incontro con i grandi investitori stranieri, ha annunciato l’avvio dell’ennesimo piano di privatizzazioni, con in testa le Poste Italiane.

Senza senso del ridicolo, è riuscito a dire che l’operazione, che prevede, per ora, la messa sul mercato del 40% del capitale sociale di Poste, comporterà un’entrata di almeno 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico. Anche ai più sprovveduti credo risulti chiara l’inversione del contesto: Saccomanni dice di voler privatizzare le Poste per ridurre il debito pubblico, mentre è evidente come il debito pubblico sia solo l’alibi -lo shock teorizzato da Milton Friedman- per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale.
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