Le mani della finanza sulle città

di Paolo Berdini Per comprendere la devastazione che il neoliberismo ha causato alla vita delle città, dobbiamo ritornare agli inizi dell’offensiva culturale che ha progressivamente abolito ogni regola di trasformazione urbana. Tutti gli strumenti urbanistici delle grandi città a partire dagli anni Novanta (varianti parziali comprese) si sono fondati sul motore della rendita urbana, aumentando […]

Le 3 pesti all’assalto della democrazia

di Salvatore Settis

Tre pesti infettano la democrazia in Italia, e dunque la nostra libertà e la nostra vita. Sono germi di ceppi diversi, eppure convergono in un unico gioco al massacro. Il massacro della democrazia. La prima patologia è di moda ai nostri giorni: dando per scontato lo svuotamento delle istituzioni rappresentative, se ne sbandiera cinicamente un qualche estemporaneo sostituto.

Indizio recente e solo in apparenza minimo, il preteso referendum sull’ora legale: vi ha partecipato una percentuale infima della popolazione europea, eppure se ne discute come fosse necessario tenerne conto. Noi italiani possiamo stupircene meno di chiunque altro: non è forse da noi che bastano poche centinaia, se non decine, di volenterosi o velleitari votanti per “approvare” un programma (o “contratto”) di governo, la scelta di un leader o di un sindaco, l’alleanza con una forza politica estranea anzi ostile?

E non è dalla stessa parte politica (uscita dalle urne del 4 marzo come il primo partito italiano) che vengono voci irresponsabili che proclamano la fine del Parlamento e la sua sostituzione con piattaforme informatiche buone a creare effimere maggioranze senza quorum? Così mentre ci stracciamo le vesti per l’incompetenza di chi fa crollare i ponti non ci avvediamo di propugnare la generalizzata incompetenza di chi dovrebbe governare il Paese. E anzi di indicare nell’inesperienza (meglio se totale) la panacea di tutti i mali.
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Speculazione: sta per scoppiare una nuova bolla?

di Andrea Baranes

Lo scoppio di una nuova bolla non sembra essere questione di “se” ma di “quando”. Le banche centrali hanno immesso migliaia di miliardi nella speranza di fare ripartire l’economia dopo la crisi esplosa dieci anni fa. Una montagna di liquidità usata soprattutto per acquistare titoli di Stato. Se questo può avere aiutato l’Italia a ridurre lo spread e a gestire il proprio debito pubblico, un effetto non secondario è stato quello di spingere al rialzo la quotazione delle obbligazioni private, anche perché negli ultimi anni la BCE ha comprato direttamente titoli di alcune delle maggiori multinazionali europee.

Una montagna di soldi rimasta però incastrata in circuiti finanziari senza un trasferimento, se non in minima parte, nell’economia. In altre parole un sempre maggiore distacco della finanza dai fondamentali economici, ovvero la definizione stessa di una bolla. E’ paradossale che si continui a considerare sempre e comunque positivo l’aumento delle quotazioni sui mercati. Come scrive Sergio Bruno su Sbilanciamoci: “Perché l’aumento dei prezzi dei flussi prodotti si chiama inflazione e viene ritenuto negativo e pericoloso, mentre l’aumento dei prezzi degli stock di ricchezza viene ritenuto una benedizione, un 30 e lode conferito dai “mercati” (novelli aruspici), e non una banale “inflazione degli stock”, senza una evidente relazione con il benessere del paese?”. Una continua crescita dei titoli finanziari senza un corrispondente aumento nell’economia reale che senso può avere? Quanto può durare prima che sia necessario un riallineamento, per quanto brusco e doloroso?
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Come combattere i paradisi fiscali: indagine sui paradisi fiscali

di Thomas Piketty

Per chi ha a cuore i temi dell’ineguaglianza, della giustizia globale e del futuro della democrazia “La ricchezza nascosta delle nazioni” di Gabriel Zucman è una lettura fondamentale. Si tratta forse del miglior libro mai scritto sui paradisi fiscali e su quello che possiamo fare per contrastarli. Non è eccessivamente tecnico, si legge con piacere e raggiunge tre obiettivi in modo conciso ed efficace.

Prima di tutto ricostruisce l’affascinante storia dei paradisi fiscali: come sono nati nel periodo tra le due guerre, e come hanno via via assunto il ruolo essenziale che svolgono oggi. Fornisce inoltre la stima più completa e rigorosa mai proposta dell’entità finanziaria dei paradisi fiscali nell’attuale economia mondiale. Infine, soprattutto, suggerisce una linea di condotta precisa e realistica per cambiare le cose, cominciando con la creazione di un catasto mondiale dei patrimoni finanziari che registri i proprietari delle azioni e obbligazioni in circolazione.

I paradisi fiscali, e con loro l’opacità finanziaria, sono una delle principali forze trainanti alla base delle crescenti ineguaglianze economiche nel mondo e costituiscono una seria minaccia per le nostre società democratiche. Perché? Molto semplicemente perché le democrazie moderne si reggono su un contratto sociale fondamentale: tutti devono pagare le tasse su una base equa e trasparente per finanziare l’accesso a un gran numero di beni e servizi pubblici. Come è ovvio sussiste un margine di disaccordo su che cosa significhi imposizione «giusta» e «trasparente».
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Democrazia economica: dieci idee per riformare la Costituzione

di Enrico Grazzini

Occorre avviare fin da ora un ampio dibattito sulle possibili riforme della Costituzione per rinvigorire la democrazia italiana, che è gravemente malata. Non so se la nostra Costituzione sia la più bella del mondo, ma certamente è molto avanzata, preziosa, e da difendere con le unghie e con i denti dai tentativi di stravolgimento, come quello che abbiamo appena sventato. Tuttavia credo che occorra aprire una profonda discussione non solo su come attuarla – dal momento che la Carta Costituzionale, come noto, è ancora in gran parte inattuata, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti sociali – ma anche su come aggiornarla e migliorarla in senso progressivo.

Le riforme della Costituzione dovrebbero aumentare innanzitutto la democrazia, che, lo ricordo, alla radice è niente di meno e nulla di più che il potere del popolo. Ma devono riguardare anche la sfera dell’economia. Esistono infatti pochi dubbi che democrazia e sviluppo qualitativo dell’economia siano strettamente correlati: il benessere sociale ed economico dei cittadini è strettamente collegato alla capacità di esercitare una democrazia sostanziale. Sviluppo sostenibile, democrazia economica e democrazia politica si rafforzano l’un con l’altro. Il dibattito sulle possibili riforme della Costituzione con l’obiettivo di potenziare la democrazia e lo sviluppo qualitativo dell’economia dovrebbe avere un carattere culturale, prima ancora che essere finalizzato a obiettivi politici immediati.

La discussione sulla Costituzione, ovvero sui principi fondativi della democrazia moderna, è tanto più importante e urgente considerando a) la crisi della democrazia; b) la crisi dell’euro e la possibilità molto concreta, e magari vicina, che l’euro crolli con gravi danni all’economia e alle democrazie europee: la miseria si concilia infatti difficilmente con la democrazia; c) la necessità che la sinistra e le forze progressiste tornino a ragionare sui principi fondativi della democrazia: libertà, uguaglianza, giustizia, solidarietà.
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Migranti a Ventimiglia

Diritti, ideali e uguaglianza: politica e potere che non concedono accoglienza

di Claudio Cossu

Un’ombra tenebrosa, lunga e densa di nubi malefiche incombe da qualche tempo sulla Francia e sull’Europa, nubi appartenenti a un eterno passato, quasi provenienti dagli inferi, nubi avviluppate a tradizioni arcaiche ed autoritarie, fatte di paure ed ansie nei confronti di ogni innovazione e aperture mentali. Timori ed angosce ancorati a miti quali onore e obbedienza, fedeltà, autoritarismi e culto della personalità, mentre si rallegrano le oligarchie finanziarie e i “salotti buoni” dei ricchi poteri delle multinazionali e dei gruppi monopolistici finanziari.

Poteri senza limiti, che sovrastano ormai la politica e l’economia spicciola europea. Desideri compulsivi di respingere e reprimere gli oppositori, i diritti e gli ideali dell’eguaglianza e dell’accoglienza si aggirano come avvoltoi. Si mascherano nell’ombra di Pètain e degli inquisitori di Dreyfuss, di Salan e dei propugnatori dell’Algeria francese, serva e colonizzata, dei paras torturatori, ombra che cerca di abbattersi su tutti i devoti della religione islamica, senza distinzione di sorta, dei miseri abitanti le “banlieu”.

Dimenticando che non tutti gli islamici sono terroristi e ancora spira gelido il vento di Vichy generato dalla paura degli attentati terroristici e dai politici quali Marine Le Pen, nonchè da tutti coloro che strumentalizzano, senza scrupoli, questo senso di smarrimento e di panico per il flusso di gente straniera in fuga dalle guerre e dalla fame patite in terre lontane.
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La finanza internazionale e la controriforma costituzionale

Renzi, JP Morgan e la finanza internazionale
Renzi, JP Morgan e la finanza internazionale

di Guglielmo Forges Davanzati

“I problemi economici dell’Europa sono dovuti al fatto che i sistemi politici della periferia meridionale sono stati instaurati in seguito alle cadute delle dittature, e sono rimaste segnate da quell’esperienza. Le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste … I sistemi politici del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso basate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi” (J.P.Morgan, 2013).

Perché Matteo Renzi investe tutto il suo capitale politico per una riforma della Costituzione della quale, si può supporre, alla gran parte dei cittadini italiani non interessa per nulla? Perché lo fa in disprezzo del duplice fatto che la riforma è partorita da un Parlamento dichiarato illegittimo e del fatto che questo provvedimento non era nel suo programma elettorale? La risposta può rinviare a due soli ordini di ragioni: il primo, per così dire, psicologico; il secondo propriamente economico.

Il primo potrebbe riguardare il fatto che Renzi voglia, per così dire, passare alla Storia come “il grande riformatore”, “il costituente del XXI” secolo. Potrebbe essere. Ma pare davvero una motivazione molto parziale a fronte della quale si può contrapporre una interpretazione che, senza cadere in improbabili complottismi, metta assieme alcuni fatti che ci portano a pensare che la riforma della Costituzione italiana si renda necessaria come scambio politico fra questo Governo e la finanza internazionale.
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Il virtuoso segreto di una finanza etica

di Sbilanciamoci.info

In termini di patrimonio, nel 2009 Banca Etica era in posizione 414 tra le banche italiane. Cinque anni dopo, nel 2014, aveva “scalato” oltre 200 posizioni per arrivare alla 213. Guardando al risultato di gestione si passa dalla posizione 487 alla 136; 351 posizioni in più nella classifica delle banche italiane in soli 5 anni. Risultati simili per tutti gli indicatori: dai mezzi amministrati alla raccolta diretta, al totale dell’attivo ad altri ancora.

Alcuni sono particolarmente rivelatori: in termini di impieghi, ovvero di quanto presta, in 5 anni Banca Etica è passata dalla posizione 308 alla 173. Merito suo o demerito delle altre banche? Verrebbe da dire entrambi. Risultati ottimi della gestione degli ultimi anni in Banca Etica, a cui fa da contraltare il disastro di una parte rilevante del nostro sistema bancario. Oltre un secolo fa Mark Twain scriveva che “un banchiere è un tizio che ti presta l’ombrello quando c’è il sole, e lo vuole indietro appena inizia a piovere”. In termini tecnici, si parla di comportamento pro-ciclico: le banche prestano troppo nei momenti di boom economico, e troppo poco quando le cose vanno male. Un fenomeno che amplifica tanto le bolle quanto le recessioni.

Fin troppo facile riconoscere questo comportamento nelle banche italiane, che fino allo scoppio della crisi hanno prestato spesso “allegramente”, soprattutto agli amici degli amici e finanziando cattedrali nel deserto. Allo scoppio della crisi ecco il cosiddetto credit crunch, si chiudono i cordoni della borsa amplificando le difficoltà per imprese e famiglie. Difficoltà che si traducono in maggiori sofferenze per le banche, che tendono quindi a prestare ancora di meno, in una spirale che si auto-alimenta.
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Il decreto “salva-banche” danneggia la finanza etica e lo sviluppo sostenibile

Decreto salva banche
Decreto salva banche
di Banca Popolare Etica

Lo scorso 22 novembre, 4 medie banche italiane (CariFerrara, Banca Etruria, Banca Marche e CariChieti) sono state oggetto del cosiddetto decreto salvabanche varato dal Consiglio dei Ministri in una straordinaria riunione domenicale. Lo stesso Governo che solo qualche giorno prima aveva emanato la normativa di attuazione – con decorrenza dal 1 gennaio prossimo – della direttiva europea nota per il bail in e che prevede che il denaro per i salvataggi sia messo a disposizione dai soci e dai creditori della banca in crisi.

Fino a poco tempo fa il salvataggio di queste banche avrebbe comportato un intervento con fondi pubblici (c.d. bail out), come è avvenuto in moti paesi europei a ridosso della crisi del 2007, oppure operazioni di fusione con soggetti in buona salute sulla scia della politica per lungo tempo adottata da Banca d’Italia. Oggi – in linea con i nuovi principi europei – non si utilizzano più risorse pubbliche per il mantenimento “forzoso” sul mercato di soggetti in crisi.

Il Governo Italiano ha deciso di fare una corsa contro il tempo per derogare alla direttiva sul bail-in, che implicherebbe – per le banche non sistemiche come le 4 in questione – il pagamento tutto a carico di clienti e creditori della stessa banca. E ha deciso che il conto debba essere pagato da tutte le banche italiane. Anche quelle virtuose, anche quelle non profit, anche quelle che lottano per restare coerenti con la mission di sostenere l’economia reale e sostenibile mantenendo in equilibrio i propri bilanci senza alcun aiuto pubblico.
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Il crollo della borsa in Cina: segnali dalla seconda economia mondiale

Economia cinese
Economia cinese
di Amina Crisma

Dopo tre settimane consecutive di crollo dei mercati azionari cinesi, l’allarme è ieri rientrato, con segni positivi di forte ripresa alla borsa di Shanghai (+5,7%), che si è immediatamente ripercossa sulle altre borse asiatiche (Tokyo ha chiuso con un +0,6%). E tuttavia, non è certo il caso di sottovalutare quello che nei giorni precedenti è accaduto nella seconda economia mondiale, in uno scenario globale già così agitato.

In un quadro segnato dall’estenuante prolungarsi della crisi del debito greco, che ha fra l’altro rivelato impietosamente tutta la fragilità di una costruzione europea la cui attuale leadership sembra mostrare in certi suoi atteggiamenti delle inquietanti affinità con i comportamenti di Hal, il computer impazzito del film di Kubrick “2001 Odissea nello spazio”, il sensazionale crollo della borsa cinese nei giorni scorsi è venuto ad aggiungere ulteriori elementi di incertezza e di ansietà

Ricordiamone i dati salienti. In tre settimane, si sono verificate perdite pari all’incirca al 30%: si calcola che sia andato in fumo un valore di circa 3200 miliardi di dollari. Il crollo ha preso avvio alla Borsa di Hong Kong, poi si è propagato a quella di Shanghai (con punte fino a -7), e l’effetto si è propagato nell’Asia, raggiungendo la borsa di Tokyo e generando un’ondata di preoccupazione a livello planetario.

Solo per dare qualche esempio: il 7 luglio, Shenzhen ha chiuso a -6,75, Hong Kong a -5,84, Shanghai -5,91, e l’onda ha raggiunto il Giappone, con Tokyo che ha chiuso a -3.
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