Splendori e miserie del sindacalismo: i crimini degli intellettuali di Édouard Berth

di Luca Mozzachiodi

Certo, ripubblicare oggi, e traducendolo per la prima volta, un libro manifesto del sindacalismo rivoluzionario francese del primo Novecento è a suo modo una scelta coraggiosa, tanto più se si pensa che si tratta non dell’in qualche modo canonizzato Sorel, ma del molto meno noto Édouard Berth (1875-1939) che di Sorel fu discepolo, interprete e in parte continuatore in quel miscuglio di suggestioni tra marxismo, socialismo, nietzscheanesimo e rivalutazione della tradizione che costituisce il terreno di coltura tipico di queste riflessioni.

Berth stesso ha un itinerario complesso e a tratti contraddittorio nelle posizioni, passando da un’inziale vicinanza ai socialisti all’adesione all’Action Française di Maurras, alla fondazione dei Quaderni del circolo Proudhon nel 1911, alla rottura con i nazionalisti e all’entrata nel Partito comunista, fino alle dure critiche all’URSS degli scritti degli anni Trenta. Questo libro però risale al 1914 e costituisce il suo tentativo più articolato di fondare socialismo e tradizionalismo in una prospettiva rivoluzionaria.

Riassumere il contenuto del libro è un’impresa difficile alla quale Berth stesso ha posto consapevolmente e dichiaratamente alcuni ostacoli: anzitutto lo stile vibrante e oratorio spesso più incline all’invettiva che alla dimostrazione; infatti i vari capitoli sono intessuti di ampie citazioni dai suoi autori, Sorel, Bergson, Nietzsche e Proudhon soprattutto (così il libro ha anche il pregio non del tutto trascurabile di essere un breviario proudhoniano), da Berth connessi tra loro sempre in polemica con le opzioni politiche allora esistenti in Francia e cioè, per rimanere in ambito progressista o rivoluzionario, con il socialismo riformista, con quello marxista ortodosso o con l’anarchismo.
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La filosofia della miseria. Gli atenei e il recupero degli scatti

La filosofia della miseria - Immagine di Inchiesta online
La filosofia della miseria - Immagine di Inchiesta online
di Maurizio Matteuzzi

Era il 1846 quando Pierre Joseph Proudhon pubblicò il “Sistema delle contraddizioni economiche”, più noto come “Filosofia della miseria”. In essa Proudhon sosteneva il valore del lavoro come entità puramente figurativa. Come ben si capisce, siamo agli antipodi di una delle teorie più caratterizzanti del marxismo, la teoria del valore-lavoro. Ecco quindi il duro inalberarsi di Marx, che già l’anno seguente pubblicava una critica feroce, La miseria della filosofia. Passaggio decisivo verso quanto verrà poi ampiamente spiegato ne Il capitale.

Perché in questi giorni tornano alla mente queste cose? Ecco, la causa occasionale, intesa in senso assai più banale che in Malebranche, è la così detta distribuzione da parte degli atenei del fondo premiale per il recupero degli scatti, di cui già in questi giorni scriveva Giacomo Manzoli su Repubblica. Così si è voluta pomposamente chiamare un’operazione iniqua, cervellotica, ma, soprattutto, miserabile. Si rende un po’ di grisbi, ma attenzione, con il solito filtro della burocrazia più invadente, con i soliti criteri di arbitrio, e sotto la solita magica bandiera, assurta ormai al ruolo salvifico di idolo indiscusso e, per così dire, assiomatico: mica a tutti si rende il maltolto, solo alla metà.

Uno potrebbe anche dire: ma come si fa a stabilire che i meritevoli, in una struttura, siano proprio la metà? Be’, questo è un mysterium fidei, direbbe un cattolico, più difficile da comprendere del dogma della Trinità o della transustanziazione. Insomma, chiedete all’Anvur (alla Gelmini sarebbe probabilmente inutile, risponderebbe parlando di tunnel).
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Filosofia - Foto di Eco Dalla Luna

Le conseguenze della filosofia: liberarsi dalle illusioni per avvicinarsi alla vera conoscenza

di Ermelinda Valentina Di Lascio

L’edificio del tuo orgoglio deve essere smantellato.
E questo è un processo che terrorizza.

L. Wittgenstein

Nella Grecia del V sec. a.C. vi erano delle figure itineranti il cui mestiere consisteva nel recitare, perlopiù in occasione di competizioni pubbliche, famosi brani poetici e, secondo le più persuasive analisi interpretative, nell’offrire poi un discorso elogiativo del lavoro del poeta del quale si facevano interpreti. Questo elogio riguardava principalmente la correttezza delle cose dette dal poeta. Tali persone erano chiamate ‘rapsodi’ e solitamente ogni rapsodo era specializzato in un poeta. Per la loro estesa conoscenza dei testi poetici erano considerati sapienti, così come lo erano considerati i poeti stessi: basti pensare che lo studio dei poemi omerici era parte fondamentale dell’educazione primaria in quanto considerati una sorta di manuali dai quali era possibile acquisire conoscenza in tutte le discipline.

Nel dialogo platonico intitolato Ione, Socrate (470-399 a.C.), la figura filosofica probabilmente più nota dell’antichità e protagonista di quasi tutti i dialoghi scritti dal suo allievo Platone, chiede ad Ione, che con boriosa fierezza vanta fama di eccellente rapsodo di Omero, quale sia il suo ambito di conoscenza in quanto rapsodo. Ione gli risponde di conoscere tutto ciò che Omero riporta nei suoi poemi. Egli non intende affermare semplicemente che conosce a memoria i versi di Omero o il loro significato ma che, come Omero stesso, possiede conoscenza delle varie discipline delle quali Omero parla nelle sue opere, dall’arte del calzolaio a quella del generale, alle cose divine, conoscenza d’altronde necessaria per poter tessere l’elogio di Omero. Ma, nel corso del dialogo, Socrate, interrogando Ione, lo induce a contraddirsi rispetto alla sua dichiarazione di conoscenza (cioè mette in atto un elenchos, una ‘confutazione’) o ad ammettere conseguenze assurde.
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Filosofia - Foto di Sam Moorhouse

Il bisogno umano di fare filosofia

di Ermelinda Valentina Di Lascio

La soluzione del problema che vedi nella vita è
un modo di vivere che fa scomparire ciò che è problematico.

L. Wittgenstein, MS 118, 17r-17v (27.8.1937)

Di mestiere faccio la filosofa o, più precisamente, la storica della filosofia antica greca e romana. Come tale, anche quando mi ritrovo in compagnia di amici che non appartengono alla cerchia accademica parlo spesso di filosofia. La reazione della maggior parte di essi tradisce la loro percezione della filosofia come di una disciplina esclusivamente accademica; se ne dicono affascinati e ricordano, con un briciolo di malinconia, i tempi della scuola quando si potevano permettere di dedicare parte del proprio tempo a vane speculazioni metafisiche o ontologiche, ma giudicano la segregazione della filosofia dalla società odierna e la sua esclusiva relegazione all’accademia come giustificata essendo la filosofia priva, a loro avviso, di qualsiasi risvolto pratico attuale.

In tali occasioni, ad un certo punto, vengo invitata a porre fine ai discorsi di stampo filosofico, e si passa a parlare di altro, di temi cari a tutti i presenti. Parliamo, tra altre cose, della nostre frustrazioni, insoddisfazioni, conflitti interiori, di traguardi di vita che vorremmo raggiungere o che ci rammarichiamo di non aver raggiunto. Parliamo di arte, di religione, di politica. Abbiamo spesso opinioni divergenti e l’esito della conversazione lascia ognuno della propria idea, ma capita anche che ci sia chi si dica persuaso dell’idea di qualcun altro.

Ebbene, ciò che i miei amici ignorano è che su tutti gli argomenti oggetto delle nostre chiacchierate i filosofi antichi hanno riflettuto, avanzato risposte; difatti ciò di cui non si accorgono è che non siamo passati a parlare di ‘altro’, che io–pur non chiamando in causa nomi celebri–non ho smesso di parlare di filosofia e che loro stessi si sono cimentati in una sorta di esercizio filosofico.
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Giornata mondiale della filosofia 2012

Torna la giornata mondiale della filosofia: i valori morali e civili per promuovere la conoscenza

di Maurizio Matteuzzi

Il 14 e 15 novembre 2012 il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna ha in programma due giorni di incontri per celebrare la Giornata Mondiale della Filosofia, che cade ogni anno il terzo giovedì di novembre. Istituita dall’Unesco, la Giornata Mondiale della Filosofia vuole essere un momento di promozione di un sapere teorico che sostenga valori morali e civili e si faccia carico di incrementare e diffondere la consapevolezza dell’importanza imprescindibile della conoscenza.

Come già lo scorso anno, l’evento bolognese avrà luogo presso la Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio, sede del Comune, in Piazza Maggiore 6. La scelta della location è in linea con l’obiettivo di avere come destinatario delle Giornate della Filosofia la città tutta e, in particolar modo, gli studenti universitari e delle scuole medie superiori. L’intento è quello di portare il sapere scientifico oltre le sedi e le pratiche della ricerca specialistica. Per questo, l’iniziativa continuerà quest’anno negli stessi modi e con lo stesso spirito delle passate edizioni, aprendosi all’interazione tra filosofia, comunicazione e scienze umane.

Il tema in oggetto sarà quello della crisi, termine entrato nel lessico quotidiano quasi forzatamente con un uso che ne lascia intendere solo gli aspetti negativi e non, invece, la ricchezza di riflessioni che la nozione può avere. Le Giornate della Filosofia di quest’anno saranno un tentativo di restituire a tale concetto la propria complessità di significati, per mostrare come esso possa essere al tempo stesso legato al superamento degli aspetti più drammatici che lo caratterizzano in negativo.
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