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“Un affare di famiglia”: ma che cosa si intende per famiglia?

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Durante la proiezione la memoria corre ad un precedente film di Kore-eda, “Father and son”, del 2013. Qui due famiglie tra loro diversissime, una molto ricca e una povera, crescono per sei anni un figlio, quando scoprono che, per uno scambio avvenuto nella culla poco dopo la loro nascita, non si tratta del loro vero figlio. La scelta più scontata sembra quella di rimediare all’errore, attraverso un nuovo scambio. Ma è davvero la soluzione migliore? Che natura hanno i legami che tengono unita una famiglia? Conta il sangue, la biologia, o non piuttosto il tempo passato assieme e ciò che questo è capace di costruire?

Gli stessi interrogativi, posti con ancora maggiore radicalità, sono al centro anche di “Un affare di famiglia. Quella evocata nel titolo è la famiglia Shibata. Ci viene presentata con le tonalità lievi della commedia. Il padre, Osamu, con la complicità del giovane figlio, taccheggia un supermercato. In fin dei conti, osserva divertito, finché i prodotti sono sugli scaffali non hanno ancora un proprietario.

Sulla via di casa intravedono, tra le inferriate di un balcone, gli occhi tristi di una bambina. Sembra piuttosto malconcia e abbandonata a sé stessa. Decidono di portarla con loro per rifocillarla. Arrivati a casa scoprono che ha il corpo pieno di ferite. Forse è meglio tenerla con loro, pensano, piuttosto che restituirla ai genitori. In fin dei conti, di nuovo osserva Osamu, se non chiediamo un riscatto non può trattarsi di un rapimento.

Lo spettro di Marx torna ad aleggiare

di Sergio Caserta

Metti due ottimi film in programmazione ravvicinata e un week end post elettorale senza riunioni. Capita di vedere “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, film storico di grande impatto emotivo, sugli anni giovanili del grande filosofo economista e dell’incontro con Friedrich Engels, la nascita di un sodalizio destinato a cambiare il mondo. Un film che lascia senza parole per quanto riesce a proiettarci con realismo e passione nel turbine del periodo che prelude alle grandi trasformazioni della prima rivoluzione capitalistico industriale, agli albori della nascita del movimento operaio e dell’anelito alla giustizia sociale.

Un film romantico e nello stesso tempo asciutto che inquadra in modo puntuale, attraverso la descrizione delle vite dei protagonisti e dei diversi personaggi storici in campo, la furiosa dialettica, all’interno del pensiero socialista che si andava diversificando e l’affermazione impetuosa “sturm und drang” delle idee comuniste che in modo stringente indicavano nella lotta di classe, per l’uguaglianza economica, la liberazione del mondo del lavoro e quindi dell’intera umanità dalla servitù.

Un sogno chiamato Florida: la riscossa dell’immaginazione

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Un sogno chiamato Florida (The Florida Project), di Sean Baker, Usa 2017

Siamo nella periferia di Orlando in Florida. A due passi da Disneyworld, che attira frotte di turisti, sorge il Magic Castle: una lunga palazzina di due piani, dipinta con uno sgargiante viola. È uno dei tanti alberghetti che offrono, a prezzi modici (35 $ al giorno), una camera a chi non è in grado di permettersi una abitazione. Una sorta di ultima spiaggia per tante famiglie povere, oltre la quale si rischia di finire direttamente sulla strada. È affollato di persone che vivono di lavoretti malpagati, se non di espedienti. L’amministratore del motel (Willem Dafoe) si dà un gran da fare per cercare di mantenere un livello di ordine e decoro accettabile.

Questo mondo desolato è raccontato dal punto di vista di una bambina di sei anni, Moonee. La giovane madre, dopo aver perso il lavoro in un locale notturno, vive come può, per lo più di espedienti, ad esempio vendendo ai turisti creme rubate ad un vicino golf club. Affronta le avversità della vita senza arrendersi, con rabbia e sfrontatezza. Se serve non esita a prostituirsi, chiudendo la giovane figlia nel bagno.

Suburbicon: un film sul passato per i dilemmi del presente

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Suburbicon, di George Clooney, Usa 2017

Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, nel pieno del periodo di crescita economica e di diffusione del benessere successivo al secondo conflitto mondiale. Suburbicon è uno di quei quartieri dorati, sorti ai margini delle città americane, nei quali si trasferiscono i membri della borghesia più facoltosa, rigorosamente bianca. Li abbiamo visti in tanti film, tanto che ci appaiono quasi familiari: ordinate e linde casette a schiera (tutte uguali), circondate da giardini perfettamente curati e vialetti percorsi da fiammanti Cadillac o Buick. Qui tutto sembra scorrere nel migliore dei modi possibili.

Fino a quando la quiete del quartiere è turbata dall’arrivo di una famiglia di colore, sulla quale si concentra la diffidenza dei vicini. Il pregiudizio offusca la lucidità dello sguardo, e così sfugge quanto sta accadendo dentro una delle belle casette di Suburbicon, quella abitata dalla famiglia Gardner: un padre, stimato dirigente d’impresa (Matt Damon), una moglie (seduta su una sedia a rotelle dopo un rovinoso incidente), una cognata (entrambe interpretate da Julianne Moore) e un figlioletto.

Il razzismo perverso della borghesia

di Giulia D’Agnolo Vallan

Nell’improbabile punto d’incontro tra Indovina chi viene a cena, The Stepford Wives e White Dog di Samuel Fuller, è nata una stella. Si chiama Jordan Peele, è un newyorkese di ventotto anni, cresciuto alla scuola della demenziale Mad TV e di Comedy Central e, finora, noto soprattutto per la serie comica Key and Peele in cui, tra gli altri personaggi, interpretava un Barack Obama in difficoltà quando doveva dire come si sentiva veramente. Fortunatamente, al suo fianco, ad aiutarlo ad esprimersi, c’era Keegan-Michael Key (il co-creatore della serie) nei panni di Luther, “traduttore ufficiale della rabbia” del presidente.

“Non hai niente di cui preoccuparti, caro”, risponde Rose di fronte all’inquietudine di Chris. “I miei sono magnifici. Apertissimi. Se fosse stato possibile papà avrebbe votato per Obama per la terza volta. Vedrai”.

Lui neurochirurgo, lei psichiatra, i coniugi Armitage (Bradley Whitford e Catherine Keener) sono in effetti molto gentili e apparentemente ansiosi di far sentire Chris il più a suo agio possibile. Persino troppo. La scelta geniale di Jordan Peele, infatti, è quella di non affondare i denti nella preda facile, scontata, del razzismo redneck, confezionato per la caricatura, ma nelle carni più insospettabili (e, si vedrà, molto più perverse) della borghesia colta e liberal.

Di Neruda, del cinema e della poesia

di Luca Mozzachiodi

Da qualche tempo è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film Neruda, del regista cileno Pablo Larraín che si era già distinto, con film come No – I giorni dell’arcobaleno, Toni Manero e Post Mortem, come regista impegnato a raccontare la travagliata storia politica del suo paese. Questa volta non è però il periodo della dittatura di Pinochet ad essere presentato, ma un momento preciso della vita del grande poeta cileno.

Siamo nel 1948 e González Videla, giunto al potere con una coalizione di sinistra comprendente anche radicali e comunisti mette al bando questi ultimi con la Legge di difesa permanente della democrazia. Pablo Neruda, senatore del Partito Comunista Cileno, promotore della campagna elettorale di Videla, lo accusa violentemente di tradimento in favore degli interessi dei grandi capitali esteri e contro i lavoratori cileni. Fin qui tutto chiaro e le prime scene del film potrebbero tranquillamente figurare in un documentario, ma la strada scelta da Larraín non è questa.

Il film infatti si concentra totalmente sulla fuga di Neruda, divenuto perseguitato politico, e sugli sforzi fatti per inseguirlo da un commissario di polizia che finisce irretito dal fascino del poeta. Prende così il via una sorta di seminoir-poliziesco, con appostamenti, indagini, interrogatori e travestimenti; un quasi morboso gioco mortale tra i due il cui vero tema di fondo è la natura della personalità e il rapporto tra creatore e opera d’arte nella vita.

Io, Daniel Blake, un essere umano schiacciato dalla burocrazia

di Francesco Boille

Arriva finalmente in Italia la Palma d’oro dell’ultimo festival di Cannes, Io, Daniel Blake. Una splendida rivendicazione identitaria contro lo schiacciamento degli individui operato da burocrazia, tecnocrazia e liberismo per rimettere al centro l’uomo con la u maiuscola.

Al regista britannico figlio di operai non riesce forse di rinnovare il suo cinema come aveva fatto nel 1994 con Ladybird Ladybird, in cui fu in grado di innestare il melodramma sul film intimo e sociale senza cadere nel ridicolo, ma realizza comunque uno splendido fuoco d’artificio politico e umano, un graffito protestatario prossimo a quello pittato dal suo protagonista.

Potrebbe essere una vita quieta in un quartiere popolare tutto sommato dignitoso, dai numerosi scorci graziosi. O sarebbe potuta essere? Lasciamo al lettore l’interrogativo in sospeso. Fin dall’inizio, Ken Loach delinea efficacemente in pochi tratti, o meglio in brevi sequenze, il carattere del protagonista, i suoi vicini, il suo ambiente.

Al cinema una biografia sui generis di Pablo Neruda firmata da Pablo Larrain

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Neruda, di Pablo Larrain, Cile 2016 (uscita prevista: 13 ottobre 2016)

Un popolo, quello cileno, con lo sguardo proteso in avanti e poco propenso ad interrogarsi sul suo travagliato passato (sarà un caso, ma a Santiago, il suggestivo Museo della memoria e dei diritti umani, dedicato al ricordo delle vittime della dittatura militare, sorge in un quartiere semiperiferico, ben lontano dalle rotte turistiche).

Un cinema, quello di Larrain, che continua invece con ostinazione a perlustrare gli angoli più oscuri della storia cilena (con il suo ultimo film, che abbiamo da poco visto nel concorso di Venezia 73, per la prima volta esce dal Cile: racconta di Jackie Kennedy, nei giorni immediatamente successivi all’assassinio di Jfk). Nell’ambito di questa coerenza tematica, in ogni suo film sperimenta, con grande coraggio, nuove forme di cinema.

Dopo la trilogia che più direttamente ha affrontato gli anni della dittatura (Tony Manero, Post mortem e No), con questo nuovo film racconta uno dei padri mitologici della patria, il poeta Pablo Neruda (la cui vicenda esistenziale ha molti punti di contatto con quella di Allende: fu un sostenitore del suo progetto politico e morirà pochi mesi dopo il colpo di stato; nel Museo della memoria colpiscono le immagini clandestine girate in occasione del suo funerale a Santiago, in cui per la prima volta, nonostante il dispiegamento dei militari, si manifestò pubblicamente l’opposizione alla dittatura).

Bologna, il film sul sindaco professore: Zangheri e il ’77

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a cura di Enrico Miele

“Abbiamo capito che gli studenti avevano ragione, alcune forme di espressione loro erano nuove”, ma “tememmo subito che dietro ci fosse la violenza e ci preparammo a uno scontro. Riuscimmo ad evitarlo”. Renato Zangheri, scomparso la scorsa estate, passa in rassegna la sua vita e rievoca anche le contestazioni del ’77 in due interviste inedite contenute nel film “Il sindaco professore” che verrà proiettato il 30 luglio in piazza Maggiore. Prodotto da Lab Film e Felix Film, in collaborazione con la Rai, il documentario è curato dai due cineasti Mauro Bartoli e Lorenzo Stanzani (con musiche originali dei Quintorigo). Tra le decine di interviste, ci sono Franco “Bifo” Berardi e l’ex presidente Giorgio Napolitano.

Legge cinema: così avremo solo Checco Zalone

Barcode Evolution

di Stefania Brai, responsabile nazionale cultura del Prc

Eravamo stati facili profeti nel dire, nel luglio scorso e a proposito del disegno di legge sul cinema della Di Giorgi, che il governo aveva in testa un’altra legge. E la legge è uscita fuori, anche in modo altisonante. Usciti malconci dallo scandalo internazionale delle statue coperte, Renzi e Franceschini hanno avuto la bella idea di invitare a pranzo quattro registi italiani premi Oscar (Bertolucci, Sorrentino, Benigni e Tornatore) a sponsorizzare il governo e la sua legge sul cinema (ma anche sullo spettacolo dal vivo, cosa di cui nessuno parla).

Perché l’abbia fatto Renzi si capisce bene, perché i quattro registi si siano prestati si capisce meno. Ma questi sono i tempi. Questi sono i tempi in cui non contano più le organizzazioni collettive ma il potere del singolo, questi sono i tempi in cui le organizzazioni collettive non solo non si oppongono, ma neanche si permettono di criticare il potere. E questa legge avrebbe molto bisogno di essere criticata. Anzi, avrebbe bisogno di battaglie collettive per impedirne l’approvazione.

Intanto alcune note di carattere generale. Primo punto. La commissione cultura del Senato sta discutendo e facendo audizioni su un altro testo: quello della Di Giorgi. Cosa succederà ora? Si tenterà di unificare i due testi? missione quasi impossibile perché sono due impostazioni strutturali molto diverse, anche se poi raggiungono lo stesso risultato di impedire la nascita di un cinema d’autore e l’esistenza di una produzione indipendente e di un’offerta plurale.