Visioni italiane: a Bologna la Sardegna di Angius vince il premio di miglior film

di Claudio Nappi

“Nella celebre scena del film ‘Il monello’ di Charlie Chaplin, il vagabondo (Chaplin) insegue e recupera il piccolo orfanello, con il quale è nato un reciproco e intenso sentimento affettivo, dai poliziotti che lo vogliono portare via. A quel tempo tutto il pubblico era dalla sua parte. Nessuno si sarebbe sognato di essere dalla parte dei poliziotti.

Mentre oggi, nelle proiezioni test di “Ovunque proteggimi”, una minoranza del pubblico non parteggiava per la madre (a cui è stato sottratto il figlio dalle istituzioni). Una spettatrice, che di mestiere fa l’assistente sociale, mi ha detto che il mio film le è piaciuto molto, ma che era giusto che il bambino fosse tolto alla madre. Le ho risposto che quella era una stronzata, e per fortuna chi era con me mi ha trattenuto”. Questo episodio ci viene raccontato da Bonifacio Angius, autore del film “Ovunque proteggimi.

“Anarchico” è l’epiteto più calzante per “Ovunque proteggimi”, lo è nello spirito dei personaggi, nella misura in cui emana “quella anarchia positiva che sembra uscita da una canzone di Fabrizio De Andrè” e vuole mettere in discussione le regole prestabilite dalla società, vuol far riflettere, protestare, vuol dire che non tutto ciò che è legale è giusto, non sempre, non da tutti i punti di vista.
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“Black Panther”: un film politico da cui si originano molteplici letture

di Michele Marchioro

Di recente si è aperto un ampio dibattito, seguito subito da numerosi apprezzamenti critici, sul film Black Panther prodotto dalla Marvel e uscito a inizio 2018. Primo film su un supereroe nero, è stato pubblicizzato e presentato al grande pubblico come un’opera politica e educativa che intendeva finalmente prendere le parti degli afroamericani e porre rimedio all’emarginazione dei neri a Hollywood.

Molta critica ha espresso soddisfazione per il grande risultato dell’identità nera, spesso presagendo un radioso avvenire di liberazione e uguaglianza delle razze; ci sembra però che la realtà sia molto differente e, se la pubblicità è per natura iperbolica, la critica dovrebbe essere molto più attenta e parsimoniosa nei giudizi – laddove, si dà per scontato, non agisca in malafede come del resto spesso avviene. Sotto l’aspetto politico, su cui andremo a concentrarci, il film è un’operazione fra le più interessanti della Marvel e si presta a una molteplicità di letture che travalicano il giudizio estetico per invadere, come sempre ma qua particolarmente, il campo del sociale.

Supereroi e superuomini

Bisogna premettere un vizio di fondo che rovina la maggior parte dei film di supereroi: costruiti su un’opposizione manichea fra una parte buona e una cattiva, che sono separate da un divario abissale e incolmabile, obbligano lo spettatore a scegliere e parteggiare per il bene.
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Cinema migrante: cineforum 2018 della Fondazione Forense Bolognese

di Sergio Palombarini

Il tema dell’immigrazione non ha solo risvolti politici (nel senso delle dinamiche parlamentari) o di ordine pubblico (che peraltro pare essere un falso problema), ma anche artistici e culturali. In questo senso anche nel 2018, come nel nel 2017, la Fondazione Forense Bolognese e il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bologna organizzano il Film Festival del cinema migrante, nell’ambito del più ampio e variegato progetto di formazione sui cosiddetti “diritti fragili”.

Il cineforum si avvale della direzione progettuale e artistica di Associazione Amici di Giana, con cui la Fondazione collabora, condividendo l’interesse ed il valore delle sue iniziative a favore di giovani registi provenienti dai paesi del sud e dell’est del Mondo. Viene dunque proposta una seconda rassegna tratta da una selezione dei film premiati e sostenuti dal Premio Mutti – AMM, rivolta al pubblico degli avvocati bolognesi ed alla cittadinanza in genere, con il titolo “Il cinema specchio della realtà multiforme e multicolore-riflessi di diritto”, in considerazione dei temi culturali e giuridici messi in evidenza dai film, tra cui, esemplificativamente, i diritti della persona, i diritti umani, lo ius soli, i diritti dei rifugiati, il diritto alla cittadinanza e il tema molta attuale delle cosiddette G2 (seconde generazioni).
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Perché il film su Stefano Cucchi è un piccolo capolavoro

di Giacomo Russo Spena

Sono 100 minuti di angoscia. Sulla mia pelle genera rabbia, dolore, frustrazione. Il film di Alessio Cremonini, presentato a Venezia e dal 12 settembre al cinema e su Netflix, narra senza sensazionalismo né voyeurismo – emblematica la scelta di non mostrare le immagini del pestaggio letale – una realtà cruda. E lo fa, con minuzia di particolari, riproducendo la vicenda tramite le testimonianze e gli atti giudiziari (oltre 10mila pagine di verbale). Una fedele ricostruzione, oggettivamente documentabile, in cui istantanea dopo istantanea si rivive con veridicità dei fatti l’ultima settimana di Cucchi, dal momento dell’arresto alla sua morte.

Alcune scene sono strazianti: lo spettatore è assalito da un groppo in gola tanto da sognare un’utopica fine, una fine diversa da quel che si conosce, una vana speranza che Cucchi si salvi e resti in vita. Perché tanto accanimento su quel corpo? E possibile che sia avvenuto nella “civile” Italia? Ebbene sì. La storia di Stefano Cucchi è terribile ma italianissima. Non certo un episodio isolato se guardiamo le cronache degli ultimi anni e la lunga lista di vittime per abusi delle forze dell’ordine: Federico Aldrovandi, Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, per citare i casi più noti.

Evitando buonismi, Sulla mia pelle non fa sconti a nessuno. Neanche a Stefanino né alla sorella Ilaria né ai genitori e neppure ad uno Stato che sta facendo carte false per autoassolversi. Cucchi viene raccontato per quel che era, senza alcuna enfasi salvifica: un ragazzo trentenne – ex tossicodipendente, con piccoli precedenti penali, diventato un problema per la famiglia – che stava provando a risalire la china con un lavoro stabile, una casa propria e allontanando il vizio dell’eroina.
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“Un affare di famiglia”: ma che cosa si intende per famiglia?

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Durante la proiezione la memoria corre ad un precedente film di Kore-eda, “Father and son”, del 2013. Qui due famiglie tra loro diversissime, una molto ricca e una povera, crescono per sei anni un figlio, quando scoprono che, per uno scambio avvenuto nella culla poco dopo la loro nascita, non si tratta del loro vero figlio. La scelta più scontata sembra quella di rimediare all’errore, attraverso un nuovo scambio. Ma è davvero la soluzione migliore? Che natura hanno i legami che tengono unita una famiglia? Conta il sangue, la biologia, o non piuttosto il tempo passato assieme e ciò che questo è capace di costruire?

Gli stessi interrogativi, posti con ancora maggiore radicalità, sono al centro anche di “Un affare di famiglia. Quella evocata nel titolo è la famiglia Shibata. Ci viene presentata con le tonalità lievi della commedia. Il padre, Osamu, con la complicità del giovane figlio, taccheggia un supermercato. In fin dei conti, osserva divertito, finché i prodotti sono sugli scaffali non hanno ancora un proprietario.

Sulla via di casa intravedono, tra le inferriate di un balcone, gli occhi tristi di una bambina. Sembra piuttosto malconcia e abbandonata a sé stessa. Decidono di portarla con loro per rifocillarla. Arrivati a casa scoprono che ha il corpo pieno di ferite. Forse è meglio tenerla con loro, pensano, piuttosto che restituirla ai genitori. In fin dei conti, di nuovo osserva Osamu, se non chiediamo un riscatto non può trattarsi di un rapimento.
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Lo spettro di Marx torna ad aleggiare

di Sergio Caserta

Metti due ottimi film in programmazione ravvicinata e un week end post elettorale senza riunioni. Capita di vedere “Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck, film storico di grande impatto emotivo, sugli anni giovanili del grande filosofo economista e dell’incontro con Friedrich Engels, la nascita di un sodalizio destinato a cambiare il mondo. Un film che lascia senza parole per quanto riesce a proiettarci con realismo e passione nel turbine del periodo che prelude alle grandi trasformazioni della prima rivoluzione capitalistico industriale, agli albori della nascita del movimento operaio e dell’anelito alla giustizia sociale.

Un film romantico e nello stesso tempo asciutto che inquadra in modo puntuale, attraverso la descrizione delle vite dei protagonisti e dei diversi personaggi storici in campo, la furiosa dialettica, all’interno del pensiero socialista che si andava diversificando e l’affermazione impetuosa “sturm und drang” delle idee comuniste che in modo stringente indicavano nella lotta di classe, per l’uguaglianza economica, la liberazione del mondo del lavoro e quindi dell’intera umanità dalla servitù.


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Un sogno chiamato Florida: la riscossa dell’immaginazione

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Un sogno chiamato Florida (The Florida Project), di Sean Baker, Usa 2017

Siamo nella periferia di Orlando in Florida. A due passi da Disneyworld, che attira frotte di turisti, sorge il Magic Castle: una lunga palazzina di due piani, dipinta con uno sgargiante viola. È uno dei tanti alberghetti che offrono, a prezzi modici (35 $ al giorno), una camera a chi non è in grado di permettersi una abitazione. Una sorta di ultima spiaggia per tante famiglie povere, oltre la quale si rischia di finire direttamente sulla strada. È affollato di persone che vivono di lavoretti malpagati, se non di espedienti. L’amministratore del motel (Willem Dafoe) si dà un gran da fare per cercare di mantenere un livello di ordine e decoro accettabile.

Questo mondo desolato è raccontato dal punto di vista di una bambina di sei anni, Moonee. La giovane madre, dopo aver perso il lavoro in un locale notturno, vive come può, per lo più di espedienti, ad esempio vendendo ai turisti creme rubate ad un vicino golf club. Affronta le avversità della vita senza arrendersi, con rabbia e sfrontatezza. Se serve non esita a prostituirsi, chiudendo la giovane figlia nel bagno.
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Suburbicon: un film sul passato per i dilemmi del presente

di Dario Zanuso e Aldo Zoppo

Suburbicon, di George Clooney, Usa 2017

Siamo negli anni Cinquanta del secolo scorso, nel pieno del periodo di crescita economica e di diffusione del benessere successivo al secondo conflitto mondiale. Suburbicon è uno di quei quartieri dorati, sorti ai margini delle città americane, nei quali si trasferiscono i membri della borghesia più facoltosa, rigorosamente bianca. Li abbiamo visti in tanti film, tanto che ci appaiono quasi familiari: ordinate e linde casette a schiera (tutte uguali), circondate da giardini perfettamente curati e vialetti percorsi da fiammanti Cadillac o Buick. Qui tutto sembra scorrere nel migliore dei modi possibili.

Fino a quando la quiete del quartiere è turbata dall’arrivo di una famiglia di colore, sulla quale si concentra la diffidenza dei vicini. Il pregiudizio offusca la lucidità dello sguardo, e così sfugge quanto sta accadendo dentro una delle belle casette di Suburbicon, quella abitata dalla famiglia Gardner: un padre, stimato dirigente d’impresa (Matt Damon), una moglie (seduta su una sedia a rotelle dopo un rovinoso incidente), una cognata (entrambe interpretate da Julianne Moore) e un figlioletto.
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Il razzismo perverso della borghesia

di Giulia D’Agnolo Vallan

Nell’improbabile punto d’incontro tra Indovina chi viene a cena, The Stepford Wives e White Dog di Samuel Fuller, è nata una stella. Si chiama Jordan Peele, è un newyorkese di ventotto anni, cresciuto alla scuola della demenziale Mad TV e di Comedy Central e, finora, noto soprattutto per la serie comica Key and Peele in cui, tra gli altri personaggi, interpretava un Barack Obama in difficoltà quando doveva dire come si sentiva veramente. Fortunatamente, al suo fianco, ad aiutarlo ad esprimersi, c’era Keegan-Michael Key (il co-creatore della serie) nei panni di Luther, “traduttore ufficiale della rabbia” del presidente.

“Non hai niente di cui preoccuparti, caro”, risponde Rose di fronte all’inquietudine di Chris. “I miei sono magnifici. Apertissimi. Se fosse stato possibile papà avrebbe votato per Obama per la terza volta. Vedrai”.

Lui neurochirurgo, lei psichiatra, i coniugi Armitage (Bradley Whitford e Catherine Keener) sono in effetti molto gentili e apparentemente ansiosi di far sentire Chris il più a suo agio possibile. Persino troppo. La scelta geniale di Jordan Peele, infatti, è quella di non affondare i denti nella preda facile, scontata, del razzismo redneck, confezionato per la caricatura, ma nelle carni più insospettabili (e, si vedrà, molto più perverse) della borghesia colta e liberal.
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Di Neruda, del cinema e della poesia

di Luca Mozzachiodi

Da qualche tempo è uscito nelle sale cinematografiche italiane il film Neruda, del regista cileno Pablo Larraín che si era già distinto, con film come No – I giorni dell’arcobaleno, Toni Manero e Post Mortem, come regista impegnato a raccontare la travagliata storia politica del suo paese. Questa volta non è però il periodo della dittatura di Pinochet ad essere presentato, ma un momento preciso della vita del grande poeta cileno.

Siamo nel 1948 e González Videla, giunto al potere con una coalizione di sinistra comprendente anche radicali e comunisti mette al bando questi ultimi con la Legge di difesa permanente della democrazia. Pablo Neruda, senatore del Partito Comunista Cileno, promotore della campagna elettorale di Videla, lo accusa violentemente di tradimento in favore degli interessi dei grandi capitali esteri e contro i lavoratori cileni. Fin qui tutto chiaro e le prime scene del film potrebbero tranquillamente figurare in un documentario, ma la strada scelta da Larraín non è questa.

Il film infatti si concentra totalmente sulla fuga di Neruda, divenuto perseguitato politico, e sugli sforzi fatti per inseguirlo da un commissario di polizia che finisce irretito dal fascino del poeta. Prende così il via una sorta di seminoir-poliziesco, con appostamenti, indagini, interrogatori e travestimenti; un quasi morboso gioco mortale tra i due il cui vero tema di fondo è la natura della personalità e il rapporto tra creatore e opera d’arte nella vita.
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