A Fermo, un presidio contro la “festa” di Casapound

di Mario Di Vito

Fermo dice no a Casapound. Nella città dove il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi ha trovato la morte poco più di un anno fa, la visita del segretario del movimento di estrema destra Simone Di Stefano ha provocato la reazione del fronte democratico della cittadina marchigiana. Così, mentre la rinnovata sede di Casapound apriva i battenti, ieri pomeriggio, a qualche decina di metri di distanza, in piazza del Popolo, gli esponenti del Comitato 5 luglio (nato proprio per ricordare l’omicidio razzista di Emmanuel, ‘colpevole’ di non aver chinato la testa quando l’italiano Amedeo Mancini aveva dato della «scimmia» a sua moglie), con rappresenanti della Cgil, dell’Anpi e di altre associazioni si sono riuniti in presidio per volantinare e far sentire la voce della Fermo democratica e antifascista.

«In questa città la presenza di Di Stefano viene vissuta come una provocazione – dice il segretario regionale di Sinistra italiana Giuseppe Buondonno -. Purtroppo negli ultimi tempi le organizzazioni di stampo neofascista come Casapound gettano sempre più frequentemente la maschera».

Gli organizzatori del presidio attaccano ancora: «Coccolati dai poteri forti e tollerati da troppe amministrazioni locali, Casapound e i neofascisti cercano di ripresentarsi con una immagine ripulita anche grazie alle platee offerte dai talk show e dalla retorica della pacificazione, ignorando il carattere antifascista della Costituzione e sterilizzandone la memoria».
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Fermo: nell’odio una ragione di vita

fermo-675di Angelo Ferracuti

Fermo, lo specchio dell’Italia. L”intolleranza qui iniziata con il pestaggio di due profughi somali, operai calzaturieri, davanti a un bar nell’indifferenza di molti, l’uccisione di due ragazzi kosovari ad opera di un mio conterraneo proprietario di 17 fucili, che poi si è suicidato in carcere, la piccola strategia della tensione orchestrata da gruppi di estrema destra contro le parrocchie (quattro attentati in pochi mesi) ree di ospitare profughi politici, e adesso l’omicidio di Emmanuel, un uomo già toccato da una storia dolorosissima come quelle di molte persone che scappano da conflitti bellici, guerre civili, persecuzioni

Quando Emmanuel Chidi Namdi è stato ucciso mi trovavo in vacanza in Croazia, e forse anche questa distanza fisica, l’impossibilità corporale di esserci, ha amplificato il mio disagio. L’idea che in una via centrale della mia piccola città dove passeggio tutti i giorni, e ho passeggiato tranquillo nei miei 56 anni di vita, sia diventato improvvisamente lo scenario di un omicidio a sfondo razzista mi ha creato un’angoscia infinita, ma anche un senso di impotente vergogna.

Tornando a Fermo, ascoltando le parole del bar e i parlamenti degli amici, il telefono senza fili della piccola città, arrivando fino al luogo dell’omicidio, è come se quell’angoscia fosse diventata improvvisamente angoscia reale. Di fianco alla panchina con i fiori dove si è consumato il fattaccio, i bigliettini affettuosi, di fronte un cartello con una frase di Pier Paolo Pasolini, impressionante quanto vera: «Il giornale fascista e le scritte sui cascinali di slogan mussoliniani fanno ridere: come (con dolore) l’aratro rispetto a un trattore. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata, bruttata per sempre».
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Fermo: siamo tutti Emmanuel, contro un Paese involuto

di Sergio Sinigaglia

Il fine settimana ha visto inevitabilmente Fermo al centro dell’attenzione nonostante gli eventi americani. Anzi per molti aspetti le vicende marchigiane sono l’altra faccia della medaglia di quelle statunitensi. Oltre le questioni legate all’inchiesta giudiziaria con il risultato dell’autopsia e il tentativo della difesa di Mancini di far passare il tutto come una rissa, o ancora peggio un atto di legittima difesa dell’assassino e non come un atto di razzismo, erano previsti due appuntamenti pubblici: la manifestazione indetta dai centri sociali e dalle associazioni di base per sabato pomeriggio e funerali di Emmanuel domenica.

La manifestazione nonostante i tempi stretti in cui è stata convocata è sostanzialmente riuscita dal punto di vista numerico. Era stata decisa giovedì sera in un’assemblea a Porto San Giorgio presso il centro sociale “Il trenino”, che si è accollato l’organizzazione dell’appuntamento. Compagni che sono stati un po’ travolti da un evento di questa portata e hanno cercato di fare il loro meglio. La cosa importante era verificare che tipo di risposta avrebbe dato la città. E purtroppo questa è stata ampiamente negativa.
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Emmanuel non ha abbassato lo sguardo: ipocrisia di un Paese in cui il razzismo è vivo

di Loris Campetti

Italiani brava gente. Non sono razzisti, neanche fascisti quelli come Calderoli che danno dell’orango a una ministra dalla pelle nera, non vanno processati dice il Senato a stragrande maggioranza trasversale che in cambio ottiene il ritiro di migliaia di emendamenti da parte dello stesso Calderoli.

Allora, se non è razzista l’ex ministro della Lega, perché dare del razzista e fascista a un imprenditore agricolo marchigiano, tal Amedeo Mancini, allevatore di tori che come si sa se vedono rosso si scatenano e non li ferma più nessuno? L’allevatore invece è allergico al nero e se vede un migrante nigeriano si comporta come i suoi tori di fronte a un drappo rosso. Magari è un balordo, un pazzo come dice Giovanardi ed è inutile perdere tempo a esecrare il delitto.

Già, il delitto perché Emmanuel, che era riuscito a scappare dai massacri di Boko Haram è morto nel centro di Fermo, ammazzato di botte e finito dai colpi inferti con un paletto segnaletico da “un balordo”, anzi meglio da un ultrà della Fermana. Peccato, ma il razzismo non c’entra perché semmai la colpa è un po’ anche sua, di Emmanuel, che se l’era presa per il solo fatto che l’ultrà aveva dato della scimmia alla moglie Chimiary e l’aveva strattonata, una ragazzata da balordi.
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Fermo: quando il linguaggio dell’odio non viene combattuto è fascismo

di Sergio Sinigaglia

Ora è un diluvio di condanne, di dichiarazioni contro il razzismo e quant’altro. Poco fa il ministro Alfano in conferenza stampa, con un mezzo sorriso di autocompiacimento, ha annunciato che la moglie di Emmanuel avrà il via libera per la richiesta di asilo. Ma è un diluvio di ipocrisie, di frasi fatte. Si tenta di far passare i due aggressori come dei “balordi”, degli “invasati”. Don Vinicio ha parlato di “scatole vuote”. Ma noi sappiamo che non è così. Se i due figuri hanno potuto pestare a morte Emmanuel Chidi Namdi è perché c’è un clima diffuso di intolleranza, di razzismo, di rancore verso gli immigrati, fomentato ad arte, che ognuno di noi può verificare quotidianamente. E anche in questo caso c’è stata probabilmente un’omertà da parte di chi sapeva e per ore ha cercato di nascondere l’accaduto.

Massimo Rossi, consigliere comunale a Fermo, eletto in una lista di sinistra, ci ha raccontato che l’aggressione è avvenuta martedì alle 14.30 in un posto sicuramente isolato della città, ma successivamente sono intervenuti i vigili urbani. Dopo cinque ore si è tenuta l’assemblea consiliare. Possibile che nessuno sapesse nulla? Lui è venuto a conoscenza dell’accaduto alle due di notte ascoltando la radio. Il sospetto che non si sia voluto far girare la notizia è inevitabile.

Così come inizialmente è stato riferito che l’aggressione non aveva avuto testimoni, mentre ora iniziano ad arrivare le prime ammissioni: qualcuno ha visto e ha taciuto. E fornisce ricostruzioni quanto mai “equilibriste”, come si volesse dividere le responsabilità tra aguzzini e vittima. Eppure i due aggressori erano seduti su quella panchina già da tempo e anche in questo caso trapelano testimonianze di ragazzi di colore anche loro vittime di insulti razzisti, come se i due squadristi cercassero il pretesto per picchiare. Tutti elementi che andranno certamente verificati e confermati, ma che rendono ben chiaro il contesto in cui è accaduto questo gravissimo fatto.
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Cantiere edile senza protezione - Foto di Fillea Roma e Lazio

Fermo: diritti negati a morte. Storia di macelleria sociale

di Sergio Sinigaglia

Con il passare delle ore il quadro del duplice omicidio di ieri nel fermano diventa sempre più chiaro. Mustafa Neomedim 38 anni, padre di tre figli e Avdyli Valdet, 26 anni, entrambi provenienti del Kosovo, operai edili, si sono recati nella villa del costruttore Gianluca Ciferri di 48 anni per chiedere che fossero pagati i salari arretrati. Si parla di 16mila euro complessivi, di cui 10mila dovevano essere saldati a Mustafa. Quest’ultimo, iscritto fino a poco tempo fa alla Filleaa Cgil, da mesi, insieme al collega più giovane, chiedeva inutilmente di poter ricevere le retribuzioni non pagate. I due rimasti erano stati licenziati questa estate e erano quasi alla fame. Campavano con lavoretti saltuari in uni stati di grevi difficoltà.

La discussione si è fatta accesa. Si parla di un presunto piccone in mano a uno dei due. Fatto sta che Ciferri ha impugnato una pistola e ha iniziato a sparare. Neomedim si è subito accasciato colpito mortalmente, Valdet ha cercato la fuga ma è stato colpito alle spalle in prossimità del cancello della villa. A dimostrazione della volontà di uccidere. L’assassino ha parlato di “legittima difesa di fronte all’aggressione”, ma è evidente che sia una tesi pretestuosa. I giornali, le stesse organizzazioni sindacali parlano di “tragedia della crisi”.

Ma non siamo di fronte a un incidente automobilistico, ma ad una vero atto omicida contro due lavoratori che rivendicavano il diritto di vedersi saldato il frutto del proprio lavoro. Del resto ormai l’arroganza padronale non ha più freni. Sono innumerevoli i casi di lavoratori che devono ricorrere alle vie legali per cercare di farsi pagare. Lo affermano anche i rappresentanti della Fillea, i quali ricordano come in tanti “rivendicano mensilità arretrate” in un comparto dove dal 2009 nelle Marche sono spariti dodicimila posti di lavoro e hanno chiuso tremila imprese.
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