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Contro il nuovo fascismo, l’Europa dei popoli

Fascismo - Foto di Ian M.

di Angelo d’Orsi

Recentemente un noto storico italiano, Alberto De Bernardi, ha pubblicato un pamphlet con ambizioni storiografiche, per dichiarare che non ha senso ormai parlare di antifascismo in quanto il fascismo appartiene a una stagione lontana e irripetibile. E che chi lancia appelli contro il ritorno del fascismo finisce per intorbidare le acque, impedendo una libera dialettica democratica.

Si tratta di una tesi non nuova, già autorevolmente sostenuta da Renzo De Felice, massimo studioso del fascismo, e biografo (innamorato) di Mussolini e che periodicamente viene riproposta. Chi la pensa così, dimentica che il fascismo è sì un fenomeno storico, nato come movimento dei Fasci di combattimento in Italia nel 1919, ma è presto divenuto un modello politico, a cui si sono rifatti molti emulatori, individuali e collettivi. E dimentica anche che la forza del fascismo consiste nella sua capacità di cambiare sembiante adattandosi alle situazioni storiche, ai climi culturali: ma la sua sostanza non muta. E in che cosa consiste tale sostanza?

Innanzi tutto nella concezione antiegualitaria che investe gli individui e i popoli: ossia è “naturale” che sussistano differenze tra gli uni e gli altri, differenze che postulano gerarchie, considerate immutabili e necessarie. Nel sistema mentale fascista l’antiegualitarismo è il rifiuto di ogni politica e ogni ideologia che vadano nel senso della riduzione o della eliminazione delle disuguaglianze: giuridiche politiche economiche culturali.

“Fascismo”: il nome e la cosa

di Paolo Favilli

La riattivazione della pesante eredità del fascismo storico è cominciata già nella seconda Repubblica, con il berlusconismo e la fine della conventio ad excludendum nei confronti dell’MSI. La riflessione storiografica contemporanea lo conferma.

1) L’uso del termine «fascismo» per indicare aspetti tutt’altro che marginali dell’attuale governo a trazione Salvini è al centro di un dibattito fortemente controversistico sul rapporto tra il «nome» e la «cosa». Una discussione che si svolge a diversi livelli: quello degli studiosi di professione, quello degli ex studiosi (personaggi che non fanno più ricerca reale da qualche decennio), quello dei giornalisti «colti» (si sono a suo tempo laureati in storia, ma non hanno mai praticato davvero il mestiere e ignorano del tutto le logiche dell’indagine analitico-epistemologica) e giornalisti-propagandisti tout court. Inevitabilmente questi diversi livelli finiscono per incrociarsi nelle necessità di scelta inerenti all’odierna temperie politica.

Uno dei filoni di questo intreccio, nel negare le possibilità di un’analogia tra il fascismo storico ed elementi caratterizzanti il momento attuale definiti tramite il termine «fascismo», appare interessato, soprattutto, alla banalizzazione di tali fenomeni. E la banalizzazione è un modo particolarmente efficace per immetterci in una «notte in cui tutte le vacche sono nere» e le parole perdono il senso profondo del loro significato, nella storia e soprattutto nella memoria.

Antifascismo, l’Anpi lancia il fronte europeo: “Bisogna reagire alla paura alimentata dalle destre”

Raduno nazista - Foto di Polisblog.it

di Carmine Saviano

Una lenta ma costante infiltrazione di neofascismo, razzismo, antisemitismo, xenofobia. Un’ombra nera che si addensa sulle democrazie europee e non solo. Dai proclami della destra estrema che corrono sui social network agli atti semplicemente vergognosi cui assistiamo giorno dopo giorno: le pietre d’inciampo a ricordo dei cittadini ebrei romani divelte a Roma sono solo l’ultimo esempio. Come fronteggiare l’orda nera? Cosa significa, nel 2018, essere antifascisti?

Parte da questa analisi e da questa domanda la due giorni organizzata a Roma dall’Anpi, l’associazione dei partigiani italiani presieduta da Carla Nespolo. Analisi e diagnosi, ma anche la proposta di costruire un fronte comune europeo e una richiesta alla politica: “Impegno senza sconti per evitare comportamenti e stili di vita che possono alimentare questo clima deteriore che va montando”.

Numerosi gli interventi, firmati dai protagonisti dell’antifascismo provenienti da ogni parte del mondo. Come quello della senatrice a vita Liliana Segre. Prima il richiamo alle norme: “Le leggi che vietano ogni forma di attività e propaganda fascista e che dispongono la chiusura di sedi che sono autentiche scuole di violenza esistono e vanno applicate”.

Conte e la sindrome dell’8 settembre

di Salvatore Settis

Da una decina d’anni o giù di lì si è inventata in Italia l’inedita figura del quirinalista, esemplata su quelle del cremlinologo o del vaticanista. Si sente invece ancora, ed è una lacuna, la mancanza dello specialista in esternazioni dei presidenti del Consiglio. Sarà perché gli inquilini di Palazzo Chigi reggono poco, fino a una qualche congiura di palazzo (appunto); ma insomma la parte del palazzo-chigista qualcuno dovrebbe pur farla. Proviamoci.

L’8 settembre 2018 il presidente del Consiglio in carica teneva a Bari il discorso inaugurale dell’82^ Fiera del Levante. Il sito di Palazzo Chigi conserva il video, dove ricorre un passo su cui meditare (minuti 4:01-5:16). Riportiamolo fedelmente, con la precisazione che Giuseppe Conte non stava improvvisando, ma leggeva da un testo scritto, e dunque dopo matura riflessione: “Oggi è l’8 settembre. Una data particolarmente simbolica della nostra storia patria, perché in quell’estate di 75 anni fa si pose fine ad un periodo buio della nostra storia, culminato con la partecipazione dell’Italia a una terribile guerra. Con l’8 settembre inizia quel periodo di ricostruzione prima morale e poi materiale del nostro paese.

Il figlio del secolo e la degenerazione della politica

di Rossana Rossanda

Differentemente da Galli Della Loggia, ho trovato interessante il libro di Antonio Scurati (M. Il figlio del secolo, Bompiani 2018) malgrado gli errori nei quali egli è incorso, e che considero responsabilità non soltanto sua ma di un editing nel quale consisterebbe la differenza fra editore e stampatore, ma cui gli editori oggi tendono perlopiù a rinunciare.

Il libro mi interessa soprattutto per il clima che descrive, e che, secondo me a torto, l’autore attribuisce alla creazione romanzesca: mi sembra invece un’intuizione storicamente rilevante, e di natura politica più che favolistica il ritratto che Scurati fa del clima e della «cultura» nel quale il fascismo si è sviluppato, attraverso il montaggio del volume fra documenti scritti ed eventi concreti. E che le precisazioni di Galli Della Loggia, a mio avviso, non modificano.

Non intendo affatto glorificare gli errori storici, e quel che meno mi ha persuaso è la giustificazione appunto narrativa che ne dà Scurati: in verità quel che esce bene dal libro, e che è importante ancora oggi, è la tiepidezza con la quale l’Italia, e non soltanto Facta, hanno permesso che il fascismo si sviluppasse. Una parte di questa strategia sta anche nella contrapposizione tra un Mussolini meno eccessivo e dei fascisti oltranzisti, come Farinacci, oltre che degli impietosi tedeschi, sostenuta per esempio dallo storico Renzo De Felice.

Il Brasile di Bolsonaro: anatomia di un omicidio (o suicidio?) perfetto

di Maurizio Matteuzzi

Il trionfo della destra. Completo. Totale. Vecchia e nuova. Destra economica (Paulo Guedes, prossimo ministro delle finanze, fanatico liberista della scuola di Chicago, seguace del professor Milton Friedman e del “modello cileno” del generale Pinochet), estrema destra politica (Jair Bolsonaro, prossimo presidente della repubblica a partire dal primo gennaio 2019, che qualcuno ha definito “l’antitesi rabbiosa del Lulopetismo”, l’incarnazione della “post-verità” nel tempo delle fake-news e di WhatsApp o del “pre-fascismo”, il “Trump tropicale” o peggio, l’ ex-militare circondato da militari, nostalgico confesso della dittatura del 1964-1985 in un paese che, unico in America Latina, non ha mai fatto i conti con il proprio passato e fino a pochissimi anni fa continuava a celebrare il 31 marzo, il giorno del golpe).

Peggio di così non poteva andare. Un delitto (o suicidio?) perfetto. Cominciato nel 2014 con l’operazione “Autolavaggio” del giudice Sérgio Moro mirata, almeno in una prima fase, solo (solo) contro la corruzione di Lula e del governo del PT; proseguita nel 2016 con il golpe soft del parlamento contro la presidente Dilma Rousseff (con il deputato Bolsonaro che “dedicò” il suo voto favorevole all’impeachment al colonnello che l’aveva torturata negli anni della dittatura); poi con il governo del (corrottissimo e destrissimo) Michel Temer che cominciò a smantellare l’impalcatura sociale del lulismo; quindi con la condanna e l’arresto di Lula ai primi del 2018 sulla base di accuse debolissime e procedure più che sospette ma sufficienti a metterlo fuorigioco nella corsa alla rielezione (che tutti i sondaggi davano per sicura); infine con la carica irresistibile di Bolsonaro (la “Bullsonaro wave”: bull-toro, wave-onda) del 28 ottobre scorso contro il candidato lulista del PT Fernando Haddad (55-45%).

Jair Bolsonaro: il dramma brasiliano

di Nicola Melloni

Le elezioni brasiliane, che hanno visto la schiacciante vittoria di un candidato che non è certo esagerazione definire un fascista, è un segnale allarmante per l’America Latina e, per certi versi, per il mondo intero.

Chi sia Jair Bolsonaro, l’osceno personaggio in questione, è ormai noto: un ex militare, da ormai 3 decenni in politica senza aver lasciato particolari segni di sé prima di questo ultimo anno in cui è diventato il front-runner per la presidenza. Le sue esternazioni sono lo specchio delle sue idee aberranti: dalla dittatura alla tortura, dalla misoginia più sudicia all’omofobia arrabbiata. I suoi toni incendiari – durante un comizio ha invitato a sparare ai suoi avversari – hanno avuto come logico effetto una impennata della violenza politica, con i suoi supporter che si sono sentiti autorizzati a passare alle vie di fatto con pestaggi, linciaggi ed omicidi. E questo è solo il prologo.

Questo suo stile “politicamente scorretto” (ma sarebbe più giusto dire: da fascista, appunto), gli appelli ai sentimenti più viscerali – odio, razzismo, vendetta -, l’ostilità verso i partiti tradizionali, le pose da nazionalista e da uomo forte, e la vicinanza ideologica con molti protagonisti della destra occidentale, tutti schierati dalla sua parte, hanno indotto molti commentatori a classificare Bolsonaro come l’ennesimo caso di rivolta populista – epiteto subito ripreso dalla stampa italiana.

La carovana della vergogna

di Alessandra Maltoni

Era l’alba del 9 settembre 1943 quando, immediatamente dopo l’annuncio di accettazione dell’armistizio e dell’uscita dalla guerra, il capo del governo italiano Badoglio e alcuni tra i suoi più importanti generali come Puntoni e Zanussi si apprestavano all’immediata fuga. Insieme ai vertici del potere politico e militare, il re e gli esponenti della real casa non attesero a lungo prima di decidere che l’unica alternativa fosse solo la fuga con però un unico dubbio: se scappare verso il più vicino mar tirreno o dirigersi verso l’Adriatico.

Erano già le prime ore del mattino e, come da “copione”, erano tutti saliti a bordo con bagagli e servitù mettendo in scena un “real” protocollo che sarebbe diventato una delle pagine più squallide e precipitose di chi a capo di un popolo, nei momenti della maggiore disperazione, non trova né per sé né per gli altri un po’ di coraggio e dignità.

D’altronde, chiediamoci, chi erano queste persone? tra loro il capo dello stato maggiore fu tra i primi a prendere posto fra i fuggiaschi. Si trattava di quel tal Marco Roatta di cui la Jugoslavia a lungo proverà a chiedere l’estradizione per responsabilità negli atroci e spietati crimini contro l’umanità… crimini compiuti a danno di cittadini inermi, fucilati, presi in ostaggio, bruciati vivi negli incendi e annientati nei loro villaggi, colpevoli solo di appartenere ad un popolo, quello slavo, considerato “inferiore”.

Bari-Italia: botte e fascismo, la protesta necessaria

di Tommaso Di Francesco

Merita una riflessione l’aggressione squadrista a Bari di Casa Pound contro un gruppo di antifascisti che aveva partecipato ad una protesta contro la nuova barbarie rappresentata dalle politiche contro i migranti del ministro degli interni Salvini. Non solo perché sono stati presi di mira esponenti importanti della sinistra, come l’eurodeputata Eleonora Forenza eletta con la lista L’Altra Europa per Tsipras che ha testimoniato dell’aggresione subìta, Antonio Perillo assistente della Forenza finito al pronto soccorso della clinica Mater Dei con una grave ferita alla testa, e Claudio Riccio di Sinistra italiana, candidato alle politiche di marzo alla Camera dei deputati per Liberi e Uguali.

Il fatto è particolarmente inquietante perché accade dopo le tante manifestazioni antirazziste «spontanee», da Catania a San Babila a Milano; e particolarmente grave perché porta a compimento una settimana “nera” – ormai un elenco infinito che preoccupa anche l’Onu – che si è aperta il 16 settembre con la devastazione a Milano della Scuola di cultura popolare di Via Bramantino, messa a soqquadro e imbrattat di svastiche e scritte «Viva Salvini», inequivocabili. Non risulta che dal vice-premier leghista siano arrivate prese di distanza su Via Bramantino. Stavolta invece su Bari ha parlato, ed era meglio che non l’avesse fatto,perché ha ripetuto il mantra della sua presunta neutralità.

Il sangue sparso dai fascisti che non esisterebbero più

di Giorgio Cremaschi

Alcuni manifestanti che hanno partecipato venerdì sera al corteo antirazzista “Mai con Salvini” a Bari sono stati aggrediti dopo la manifestazione da un gruppo di militanti di Casapound. È accaduto nel quartiere Libertà poco dopo le 23. Nel pestaggio sono rimasti feriti Antonio Perillo, assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, e Claudio Riccio, componente di Sinistra Italiana.

L’immagine di Eleonora Forenza che mostra il sangue della testa spaccata di Antonio Perrillo è la drammatica risposta a coloro che sostengono che i fascisti non esistono. I fascisti di Casapound erano asserragliati nella loro sede a Bari, protetti dalla polizia, nella stessa via dove pochi giorni prima era passato in visita Salvini, benedicendo xenofobia e caccia al nero. Proprio per protestare contro quella visita e i suoi messaggi vergognosi si era svolta e conclusa una pacifica manifestazione antifascista. Alcuni manifestanti stavano tornando a casa e i fascisti di Casapound, vigliacchi come sempre, hanno attraversato indisturbati i cordoni della polizia armati di cinghie spranghe e hanno aggredito selvaggiamente Eleonora Forenza, Antonio Perrillo, Claudio Riccio e qualche altro compagno. Ad essi va il nostro abbraccio che non contiene la rabbia.

L’attacco è stato improvviso a freddo e violentissimo, come raccontano gli occhi di Eleonora. Poi i fascisti si sono rifugiati dietro i cordoni della polizia che li ha protetti, caricando le persone che, appresa la notizia, si erano precipitate sul luogo dell’aggressione. Il più grave dei feriti è Antonio, ricoverato con urgenza in ospedale e che ha avuto dieci punti in testa. Ora le chiacchiere stanno a zero, tre punti fermi devono diventare cardini della nostra iniziativa.