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Bari-Italia: botte e fascismo, la protesta necessaria

di Tommaso Di Francesco

Merita una riflessione l’aggressione squadrista a Bari di Casa Pound contro un gruppo di antifascisti che aveva partecipato ad una protesta contro la nuova barbarie rappresentata dalle politiche contro i migranti del ministro degli interni Salvini. Non solo perché sono stati presi di mira esponenti importanti della sinistra, come l’eurodeputata Eleonora Forenza eletta con la lista L’Altra Europa per Tsipras che ha testimoniato dell’aggresione subìta, Antonio Perillo assistente della Forenza finito al pronto soccorso della clinica Mater Dei con una grave ferita alla testa, e Claudio Riccio di Sinistra italiana, candidato alle politiche di marzo alla Camera dei deputati per Liberi e Uguali.

Il fatto è particolarmente inquietante perché accade dopo le tante manifestazioni antirazziste «spontanee», da Catania a San Babila a Milano; e particolarmente grave perché porta a compimento una settimana “nera” – ormai un elenco infinito che preoccupa anche l’Onu – che si è aperta il 16 settembre con la devastazione a Milano della Scuola di cultura popolare di Via Bramantino, messa a soqquadro e imbrattat di svastiche e scritte «Viva Salvini», inequivocabili. Non risulta che dal vice-premier leghista siano arrivate prese di distanza su Via Bramantino. Stavolta invece su Bari ha parlato, ed era meglio che non l’avesse fatto,perché ha ripetuto il mantra della sua presunta neutralità.

Il sangue sparso dai fascisti che non esisterebbero più

di Giorgio Cremaschi

Alcuni manifestanti che hanno partecipato venerdì sera al corteo antirazzista “Mai con Salvini” a Bari sono stati aggrediti dopo la manifestazione da un gruppo di militanti di Casapound. È accaduto nel quartiere Libertà poco dopo le 23. Nel pestaggio sono rimasti feriti Antonio Perillo, assistente dell’eurodeputata Eleonora Forenza, e Claudio Riccio, componente di Sinistra Italiana.

L’immagine di Eleonora Forenza che mostra il sangue della testa spaccata di Antonio Perrillo è la drammatica risposta a coloro che sostengono che i fascisti non esistono. I fascisti di Casapound erano asserragliati nella loro sede a Bari, protetti dalla polizia, nella stessa via dove pochi giorni prima era passato in visita Salvini, benedicendo xenofobia e caccia al nero. Proprio per protestare contro quella visita e i suoi messaggi vergognosi si era svolta e conclusa una pacifica manifestazione antifascista. Alcuni manifestanti stavano tornando a casa e i fascisti di Casapound, vigliacchi come sempre, hanno attraversato indisturbati i cordoni della polizia armati di cinghie spranghe e hanno aggredito selvaggiamente Eleonora Forenza, Antonio Perrillo, Claudio Riccio e qualche altro compagno. Ad essi va il nostro abbraccio che non contiene la rabbia.

L’attacco è stato improvviso a freddo e violentissimo, come raccontano gli occhi di Eleonora. Poi i fascisti si sono rifugiati dietro i cordoni della polizia che li ha protetti, caricando le persone che, appresa la notizia, si erano precipitate sul luogo dell’aggressione. Il più grave dei feriti è Antonio, ricoverato con urgenza in ospedale e che ha avuto dieci punti in testa. Ora le chiacchiere stanno a zero, tre punti fermi devono diventare cardini della nostra iniziativa.

Almirante & C: le strade che indicano l’oblio

di Salvatore Settis

“I parafulmini devono essere saldamente infissi nel terreno. Anche le idee più astratte e più speculative devono essere ancorate nella realtà, nella materia delle cose. Che dire allora dell’idea di Europa?”. Con queste parole si apre una pagina specialmente intensa del saggio Una certa idea di Europa di George Steiner (2004).

Steiner definisce la sua idea di Europa, per opposizione all’America, secondo cinque parametri, esposti con grande forza metaforica. Per citarne uno solo, l’Europa di Steiner è un luogo di memoria dominato dalla sovranità del ricordo. Perciò non ci sono né 5th Avenue come a New York né F Street come a Washington. Le nostre strade sono intitolate a personaggi storici, “prova di una fortissima volontà di ricordare”.

Non sono passati vent’anni, ed è già ora di chiederci se è ancora così. Se i nomi delle strade servono a ricordare, o non piuttosto a dimenticare. Che cosa, infatti, dovrebbe ricordarci l’iniziativa di intitolare a Giorgio Almirante una via di Roma? Non ripercorriamo, per carità di patria, la delibera del Consiglio comunale, la prima reazione del sindaco (“l’aula è sovrana”), seguita da un veloce dietrofront, le dichiarazioni del ministro dell’Interno “Ci sono via Marx, via Togliatti e via Stalingrado, non vedo quale sarebbe il problema – la storia non si processa ma si ricorda”. Chiediamoci: che cosa ricorderebbe una “via Almirante” agli smemorati consiglieri che dicono di averla votata perché non sapevano chi Almirante mai fosse? Per loro, i nomi delle strade servono per ricordare, o per legittimare l’oblio?

Il tribalismo di Stato sta tornando. E bisogna fare attenzione

di Loretta Napoleoni

In 1984, il capolavoro distopico di George Orwell, il sistema si impadronisce del linguaggio e spoglia la lingua delle espressioni più poetiche trasformandola in un codice sempre più povero di vocaboli, una sequenza di slogan. Prima vittima di questo processo è la memoria storica, che viene costantemente riscritta. Con questo strumento il “regime” descrive guerre immaginarie contro nemici altrettanto fittizi e vittorie spettacolari, tutte mai avvenute. Lo status di guerra permanente è il collante che tiene in piedi una società profondamente debole, priva di consenso. Il nemico è dovunque e chiunque.

In politica il linguaggio è fondamentale, è il ponte attraverso il quale fluisce la volontà popolare. Almeno questo è ciò che succede in democrazia. Nei “regimi” succede il contrario, il linguaggio scorre al contrario, è il sistema che decide cosa dire e come dirlo e il popolo assorbe, come una spugna, tutte le fandonie che gli vengono servite. Chi esporta troppo acciaio negli Stati Uniti mette a repentaglio la sicurezza nazionale; i migranti succhiano risorse che altrimenti verrebbero spese per gli italiani; il governo ungherese temendo un’epidemia di omosessualità proibisce la rappresentazione di Billy Elliot.

Occorre una santa collera per reagire al razzismo

di Alex Zanotelli

L’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa – dall’Ungheria all’Austria, dalla Polonia alla Slovenia – travolge oggi anche il nostro paese. Il volto più noto di questo razzismo nostrano è certamente Matteo Salvini, segretario della Lega e ora ministro degli interni nel nuovo governo giallo-verde (non dimentichiamoci che Salvini è apprezzato da Bannon, ex consigliere di Trump e portabandiera dell’ultra destra sovranista mondiale!).

In queste prime settimane di governo giallo-verde, Salvini ha subito rivelato la sua strategia politica con degli slogan che fanno paura. «È finita la pacchia dei migranti», «i clandestini devono fare le valigie, se ne devono andare», «nessun vice-scafista deve attraccare nei porti italiani», «siamo sotto attacco e chiediamo alla Nato di difenderci dai migranti e terroristi», «l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa».

Pesante l’attacco contro la Tunisia, definito come paese «esportatore di galeotti». La politica leghista vuole creare “più centri di espulsione” per sbarazzarsi di 500.000 irregolari rimandandoli ai loro paesi. Pesanti le parole del ministro degli interni contro il sindaco Mimmo Lucano che ha fatto rifiorire il paese di Riace (Calabria) accogliendo migranti: «È lo zero!». Altrettanto dura la politica del ministro degli interni contro i rom: vuole smantellare i loro campi con le ruspe e attuare quanto concordato nel “contratto di governo”: l’obbligo della frequenza scolastica, pena la perdita della responsabilità e potestà genitoriale. Siamo alle leggi speciali per i rom? Inoltre egli promette il pugno duro per la sicurezza e il decoro urbano, a spese dei senza fissa dimora, dei poveri, degli ultimi.

Bologna, 20 Pietre: “Una croce celtica sulla nostra bandiera”

del consiglio direttivo 20 Pietre

Ancora una volta i simboli dell’odio meschino e fascista sulle nostre 20 pietre. Venti Pietre è, e resterà sempre, antifascista. Non rispondiamo alle provocazioni accettando come terreno di confronto l’intimidazione e la celata violenza. Denunciamo questi atti (già avvenuti recentemente) perché si sappia della nostra intransigenza a proseguire questa esperienza di comunità autogestita, solidale, mutualistica, culturalmente conflittuale e alternativa, e per richiamare e risvegliare le sensibilità civili ad un impegno civico e politico di base che possa fare argine non solo a questi attacchi ma, ancor di più, alla deriva più generale che sta istituzionalizzando e dando sponda e riconoscimento culturale a logiche di odio razziale, agli egoismi sociali alla crescita delle disuguaglianze e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Proseguiamo questa esperienza, e le altre che cercano di muoversi dal basso della società più impegnata e solidale, recuperando energie, idee e partecipazione, le risposte migliori da offrire, ancor prima di tanti possibili attestati di solidarietà.

Nadia Urbinati: “Non c’è il fascismo, il Fronte è un’idea studiata a tavolino”

di Wanda Marra

“A sinistra c’è desiderio di vita, più che vita. C’è un voler essere, più che un essere. Non si sa cosa fare e come procedere”. Nadia Urbinati, vicepresidente di Libertà e Giustizia e docente di Teoria politica alla Columbia University, parte da questo assunto per riflettere sui problemi e i destini della sinistra italiana: “La caduta della sinistra ha significato anche un’opposizione in Parlamento senza denti, senza l’incisività che dovrebbe avere”.

Nella società, invece, esiste un’opposizione?

Nella società un’opposizione c’è, anche se sconcertata e senza bussola. Serpeggia un po’ ovunque, ma non ha una rappresentanza politica.

Da dove si riparte? Carlo Calenda insiste con l’idea di un “Fronte repubblicano”.

Il Fronte repubblicano sembra un’idea a tavolino, molto astratta. E poi, non siamo in guerra e non mi pare che l’Italia sia fascista – condizioni che giustificherebbero un “fronte”. Siamo dentro una dinamica costituzionale e repubblicana. Se si chiamano i compatrioti al “fronte” è perché si presume che ci troviamo in uno stato di emergenza: questo è davvero poco credibile.

Zingaretti, invece, che vuole ripartire dal centrosinistra e dai sindaci?

Zingaretti vuole ricostruire il Pd dall’interno, anzi partire dal Pd per ricompattare tutte le schegge della sinistra. Idea legittima, ma non so se può funzionare. Uno dei problemi seri del Pd è l’insopportabilità della sua classe politica. Ci sono nomi e facce così disprezzati e vilipesi (poco importa se a torto o a ragione) che questa operazione – nonostante la buona volontà – può non avere buon esito.

Il governo del cambiamento: una farsa nera

di Tomaso Montanari

Nel Paese della commedia dell’arte il governo Conte nasce come una farsa, una pochade. Un governo che nasce mentre il presidente del consiglio incaricato viene nascosto in tutta fretta in un armadio del Quirinale, in tasca la lista dei ministri: mentre torna al talamo nuziale l’altro, il marito scacciato, e ora benevolmente riammesso.

Un governo del paradosso: con i due vicecapi che comandano il capo. Anzi: con un vicecapo che è il vero capo, e tiene gli altri due al guinzaglio. Un governo il cui vicepresidente tre giorni fa ha annunciato in diretta la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato che oggi lo ha nominato. Un governo che nasce con una manifestazione antifascista (del sedicente Fronte Repubblicano) in solidarietà di un presidente della Repubblica che ha appena nominato ministro della polizia e vice premier uno in cui Casa Pound si riconosce, uno che annuncia rastrellamenti di migranti “con le maniere forti”, uno che vuole gli italiani armati, uno che dice che “il fascismo ha fatto anche cose buone”. Un fascista.

Un governo che nasce con un presidente della Repubblica che prima forza la Costituzione per fermare Savona, nemico dell’Europa, e quattro giorni dopo nomina Savona ministro dell’Europa. E delle due l’una: o Mattarella ha dato disco verde perché è riuscito a imporre al governo il proprio indirizzo politico (violando la Costituzione); o Mattarella ha affidato il Paese a un governo che farà il disastro che egli ha descritto domenica 27 maggio.

La sovranità monetaria è una battaglia di sinistra

di Tonino Perna

Ha ragione Luigi Pandolfi a denunciare il fatto che l’opposizione alle politiche di austerity le abbiamo lasciate in mano alla destra fascistoide. Non basta che esponenti della sinistra radicale ogni tanto alzino la voce contro queste politiche. Bisognerebbe anche trovare delle alternative credibili e praticabili.

Certamente, come viene suggerito nell’articolo citato, si potrebbe sterilizzare una parte del debito pubblico trasformato i titoli di Stato in possesso della Banca d’Italia in titoli “irredimibili”, ma questa operazione non è una passeggiata come dimostra la storia europea e italiana, perché colpisce la credibilità di uno Stato e la fiducia dei risparmiatori e investitori. Insomma, è una questione da approfondire, ma non è l’unica soluzione per uscire da questa situazione insostenibile e da rapporti di forza asimmetrici.

E questo è il punto: quando si parla di rivedere i Trattati europei o di sfondare il rapporto Deficit/Pil non si tengono in conto i rapporti di forza realmente esistenti. Avendo perso i singoli stati europei la possibilità di battere moneta ed essendo costretti ad acquistarla dalle banche private pagando un interesse del 4 per cento (mentre le banche la ricevono dalla Bce a tassi vicino allo zero) uno Stato come il nostro con un debito pubblico che va oltre il 130 per cento del Pil e paga interessi annui legati alla speculazione finanziaria c’è ben poco da fare restando entro questi rapporti di forza asimmetrici.

Tra i picchiatori fascisti la candidata di Casapound

di Alessandro Braga

Un’aggressione squadrista. In piena regola e in pieno giorno. Sabato 28 aprile, tra mezzogiorno e le 13. Via Amedeo angolo via Paladini, Milano. Non distante dalla casa di Sergio Ramelli, militante di estrema destra ucciso il 29 aprile del 1975 e divenuta ormai meta di pellegrinaggio per i neofascisti di tutta Italia, in particolare nei giorni vicini all’anniversario.

Due donne, di 24 e 43 anni, stanno togliendo alcuni dei numerosissimi manifesti affissi abusivamente in quei giorni in tutta la zona per pubblicizzare la manifestazione in ricordo di Ramelli. Non per un atto politico, preciseranno quando andranno a sporgere denuncia, ma solo perché “rovinavano il decoro della strada”. All’improvviso sentono urla, vedono quattro persone, tre uomini e una donna, scendere da un’automobile e scagliarsi contro di loro urlando e inveendo: “Puttane, cosa state facendo?”, “Cosa cazzo state facendo?”.

La donna sembra essere la più infervorata: “Volete fare le partigiane?”, urla. Insulta, strattona e picchia una delle due. La colpisce al collo, alle braccia, le tira un calcio sullo stinco. Intanto uno degli altri aggressori sferra un calcio al cagnolino di una delle due vittime. Tutto questo mentre altre persone da un bar vicino le insultano e minacciano alcuni passanti dicendo loro di non intervenire. L’aggressione finisce quando una delle due vittime riesce ad allontanarsi e chiamare la polizia. La sera stessa una delle due donne, la più giovane, racconta alla polizia i fatti, mostrando loro il braccio pieno di lividi. E dando una descrizione di almeno due degli aggressori. Uno è un ragazzo sui 30 anni, con un cappellino da baseball e pizzetto.