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Aldo Tortorella: “Ecco perché crescono i neofascismi”

Fascismo - Foto di Ian M.

di Gianfranco Pagliarulo

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?

Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano.

Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando.

Neofascisti, perché i giovani si avvicinano alle destre? La politica (sorda) è complice

di Luca Fazzi

Il 16 maggio 1974 usciva sul Corriere della sera un articolo sul fascismo degli antifascisti. In quel testo l’autore, Pierpaolo Pasolini, denunciava l’ambiguità delle reazioni dei cosiddetti antifascisti nei confronti del riemergere di manifestazioni da parte di frange dell’estrema destra giovanile che inneggiavano all’esperienza del ventennio mussoliniano. “In realtà – scriveva Pasolini commentando i discorsi indignati della politica e dell’intellighenzia istituzionale – ci comportiamo con i fascisti, e parlo soprattutto di quelli giovani, razzisticamente. Non nascondiamocelo: tutti sapevano, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale. Ma nessuno ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.

In questi giorni il mantra del ritorno dei fascisti, i discorsi di accusa pronunciati da politici e giornalisti di ogni ordine e grado, le manifestazioni militanti tese a riaffermare i valori fondanti della libertà e della giustizia non si sprecano. Anche l’ex premier Matteo Renzi si è unito al coro commentando con un emblematico quanto vuoto, “bellissimo”, la sfilata dei migliaia di manifestanti a Como contro l’irruzione dei ragazzi di “Veneto fronte skinead” a una riunione di associazioni pro migranti.

L’ordinario fascismo delle ragazzate

Fascismo - Foto di Daniel Lobo

di Luca Baldissara

Non c’è quotidiano o sito d’informazione che nei giorni scorsi non abbia ripreso la notizia del saluto fascista col quale un calciatore ha esultato sul campo di calcio di Marzabotto, esibendo la t-shirt con la bandiera della Repubblica di Salò indossata sotto la maglia della squadra. Al gesto fascista – presumiamo programmato, a meno che il giovane non sia solito indossare magliette con l’effige saloina e non sia affetto dalla sindrome di Stranamore – segue l’ormai usuale e collaudata ritualità: indignazione (dell’Anpi e dell’amministrazione comunale in primis, poi di vari esponenti politici), scuse goffe e poco credibili del protagonista (avrebbe inteso salutare il padre in tribuna), presa di distanza della squadra e della società (immaginiamo la vestizione tenuta nascosta dell’aspirante saloino nella nota segretezza dello spogliatoio), denuncia da parte della destra degli eccessi d’attenzione strumentale delle “maestranze antifasciste” (così le ha definite Forza Nuova), espiazione in forma di visita al sacrario delle vittime.

Atti del genere non sono nuovi, tutt’altro. Anzi, dobbiamo riconoscere che dal 2005 – quando l’allora giocatore della Lazio Paolo Di Canio più volte sotto la curva dei tifosi compì questo stesso teatrale gesto (e non era la prima volta) – sono ricorrenti e sempre più frequenti. Intendiamoci: l’indignazione è sacrosanta. E doverosa – quanto, assai probabilmente e sulla base di precedenti simili, priva di esiti giudiziari concreti – è la denuncia per apologia di fascismo a norma della legge Scelba del 1952 da parte dei carabinieri. Condivisibili pure le parole – non troppe, in verità – di condanna ed esecrazione del gesto.

A Fermo, un presidio contro la “festa” di Casapound

di Mario Di Vito

Fermo dice no a Casapound. Nella città dove il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi ha trovato la morte poco più di un anno fa, la visita del segretario del movimento di estrema destra Simone Di Stefano ha provocato la reazione del fronte democratico della cittadina marchigiana. Così, mentre la rinnovata sede di Casapound apriva i battenti, ieri pomeriggio, a qualche decina di metri di distanza, in piazza del Popolo, gli esponenti del Comitato 5 luglio (nato proprio per ricordare l’omicidio razzista di Emmanuel, ‘colpevole’ di non aver chinato la testa quando l’italiano Amedeo Mancini aveva dato della «scimmia» a sua moglie), con rappresenanti della Cgil, dell’Anpi e di altre associazioni si sono riuniti in presidio per volantinare e far sentire la voce della Fermo democratica e antifascista.

«In questa città la presenza di Di Stefano viene vissuta come una provocazione – dice il segretario regionale di Sinistra italiana Giuseppe Buondonno -. Purtroppo negli ultimi tempi le organizzazioni di stampo neofascista come Casapound gettano sempre più frequentemente la maschera».

Gli organizzatori del presidio attaccano ancora: «Coccolati dai poteri forti e tollerati da troppe amministrazioni locali, Casapound e i neofascisti cercano di ripresentarsi con una immagine ripulita anche grazie alle platee offerte dai talk show e dalla retorica della pacificazione, ignorando il carattere antifascista della Costituzione e sterilizzandone la memoria».

La violenza di CasaPound a Ostia

di Internazionale.it

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentata e ha protestato perché non era stata invitata.

Gli ipocriti e i fascisti: razzisti contro la giovane Anna Frank

di Claudio Corticelli

Alle figurine razziste con Anna Frank, appiccicate con i colori giallo-rossi al colletto, tutti – dico tutti – si sono scandalizzati. Il calcio di serie A, ma anche di B e oltre, gli stadi, le curve, sono usati da fascisti, nazisti, razzisti e imbecilli, da decenni per propagandare le loro vacue idee intolleranti. Ma ripeto, sono decenni che questi ultras, codesti gruppuscoli (dove albergano diversi pregiudicati) fanno il saluto mussoliniano, come il noto calciatore capitano laziale Di Cagno, cantano canzoni e slogan razzisti, ululano verso giocatori avversari di colore.

Ultras di destra sventolano in tutti gli stati, non solo per la società calcistica Lazio, bandieroni neri, inneggianti alla morte, alla razza, con teschi, fasci. Ma gli ipocriti governi, i comandi delle polizie italiane che fanno? Nulla. La magistratura? Nulla. E la Fgci, Federazione Gioco Calcio? Poco, molto poco.

Eppure c’è la Costituzione repubblicana, ci sono ben tre leggi che colpiscono questi abusi, questi reati, mentre i razzisti possono scorrazzare indisturbati negli e stadi e fuori come vogliono. Scrivono svastiche e bestemmie sui muri degli stadi e fuori, aggrediscono tifosi delle altre squadre, notizie che possiamo seguire in questi decenni, con scazzotature, accoltellamenti, con feriti e morti.

E se al posto del “Punta Canna” di Chioggia ci fosse il “Punta Qan”?

di Elettra Santori

Agosto 2025. La bandiera nera dell’Isis sventola orgogliosa all’ingresso di Playa Punta Qan, lo stabilimento balneare di Chioggia messo recentemente sotto indagine con l’accusa di apologia dell’ex Stato islamico. Nerovestito da capo a piedi, il gestore dei bagni, Ibn Abd Abaoud, accoglie i clienti in posa minacciosa da Jihadi John: sfilano sotto il suo sguardo saettante uomini in T-shirt col logo Isis e costume rigorosamente lungo dall’ombelico alle ginocchia, seguiti da donne sigillate in lunghi niqab dalle falde ondeggianti. Abaoud li scruta uno ad uno da capo a piedi: «Questo costume non è halāl, fratello, non vedi che ti lascia scoperta l’awra? Vai a casa e cambiatelo». «E tu, sorella, sciacquati quel rimmel dagli occhi, dove credevi di essere, a Mediaset?».

Oggi Abaoud è felice: i magistrati di Venezia hanno chiesto l’archiviazione per il reato di propaganda jihadista: tutti i memorabilia dell’Isis esposti alla reception dello stabilimento – le foto dei miliziani sui pick-up in marcia nel deserto, il merchandising di vestiario “jihadi-cool” inneggiante allo Stato islamico, la statuetta in bronzo patinato di al-Baghdadi che dichiara il Califfato nella moschea di Mosul – sono state ritenute dai magistrati «un’articolazione del pensiero» di Abaoud, semplici «stravaganze», forse un po’ sopra le righe, ma non certo minacciose né sovversive nei confronti delle Istituzioni italiane. Così oggi Abaoud può tranquillamente riprendere ad arringare i suoi bagnanti dal megafono della torretta sopra il punto ristoro: «Al-Baghdadi è stato un grande statista!», «La democrazia occidentale mi fa schifo!», «Sterminate gli infedeli, perché essi sono nel male ed essi sono il male!».

Migranti e fascismo, il M5S è sempre più a destra

di Paolo Flores d’Arcais

Oltre cinque mesi fa scrivevo: “il Movimento 5 stelle deve scegliere: tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti e delle forze organizzate che vengono presentate con queste etichette, sia chiaro, poiché anzi uno dei due motori del rapido, dilagante, tenace affermarsi elettorale del movimento è aver dichiarato che “destra e sinistra sono tutti eguali, noi siamo oltre” (l’altro motore è l’alternativa alla Casta, imponendo un tetto di due mandati rappresentativi e uno stipendio da cittadino medio ai deputati).

Ma certamente nel senso dei valori, degli interessi, dei grandi orientamenti programmatici, poiché quell’antica contrapposizione (giustizia e libertà contro oligarchia e privilegio) diventa anzi più stringente – etica e perfino “antropologica” – proprio col tramonto delle ideologie dominanti nel secolo scorso”.

Da allora nel M5S è stato tutto un rincorrere il lepenismo (in Italia il salvinismo-melonismo). Sui migranti, ma qui il salvinismo-melonismo è diventata l’ideologia ufficiale del PD, alias PDR Partito Di Renzi. E sulle radici storiche e simboliche, cruciali nel determinare un’identità: Di Maio che arriva all’oscenità di infangare Berlinguer mettendogli accanto il fucilatore repubblichino Almirante, e oggi il movimento di Grillo e Casaleggio jr. che rifiuta di sostenere una legge in realtà moderata contro l’apologia di fascismo (reato già esistente ma rottamato da vergognosi distinguo e menefreghismi, è il caso di dirlo).

La Costituzione, cioè lo Stato antifascista

di Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi

Abbiamo assunto l’impegno di dedicare il 2017 alla Costituzione, perché è l’anno della Costituente, l’anno delle grandi discussioni e infine dell’approvazione con un voto significativo (85%), su cui, in partenza, nessuno avrebbe potuto scommettere.

La nostra Costituzione ha sicuramente bisogno di essere attuata, in tante parti ancora carenti, ma forse, prima ancora, ha bisogno di essere pienamente conosciuta. Un illustre politologo ci disse, in un incontro all’Istituto Cervi, che c’era bisogno di un maggior “patriottismo costituzionale”. E dunque più conoscenza, più amore, non solo per i singoli articoli, spesso richiamati, ma soprattutto per i princìpi di fondo ed i valori che hanno bisogno di essere rivalutati, in un Paese troppo spesso smarrito.

Ma il primo valore che dovrebbe essere posto in luce e rilanciato è quello dell’antifascismo. L’art. 1 della Costituzione dice che la nostra è una Repubblica democratica; dunque democratica vuol dire – come affermavano gli ateniesi 430 anni prima di Cristo – il governo di molti e non di pochi e partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. E già questo basterebbe per dire che la Costituzione è il netto contrario di ogni forma di autoritarismo. Ma poi non c’è, in tutta la Carta, la parola “fascismo”, salvo nella XII disposizione finale, che vieta la ricostituzione del partito fascista.

Smuraglia (Anpi): “Per conservare la memoria della Resistenza bisogna fare di più. Soprattutto a scuola”

Carlo Smuraglia

di Alessio Sgherza

Presidente Smuraglia, che rilievo ha oggi il ricordo della Resistenza nella società?

Bisogna fare una premessa: in Italia c’è una tendenza all’oblio piuttosto forte. Le istituzioni non hanno fatto molto per conservare la memoria. Non solo della Resistenza, ma nemmeno di quello che è successo prima, di quello che è stato il fascismo. Perché è da lì che bisogna partire per capire. E’ stata più l’opera delle associazioni, come l’Anpi, a tramandare il ricordo. Al massimo le istituzioni organizzano un evento, si celebrano le date, il 25 aprile, gli eccidi, gli scontri. Ma l’analisi e lo studio sono molto più rari, e per questo l’Anpi ha lavorato molto. Per conservare la memoria e proteggerla.

Da chi?

La memoria ha tre nemici fondamentali, strettamente collegati: il primo è la debolezza stessa del ricordo in una società che si evolve molto velocemente; il secondo è la tendenza all’oblio; e poi c’è il tempo, che è un nemico implacabile se non ci sono nella società antidoti efficaci.

E come si costruiscono antidoti efficaci alla perdita di memoria?

Io sono convinto che la memoria sia prima di tutto ricordo, delle persone e dei fatti, ma non ci si può limitare a questo. Lo sforzo che abbiamo fatto è unire il doloroso ricordo dei caduti, il caloroso ricordo dei fatti gloriosi alla conoscenza di un fenomeno che è estremamente complesso. Spesso si punta al racconto del dolore e ci si dimentica il tentativo di storicizzare e contestualizzare quelle vicende e darne una spiegazione.