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Migranti: sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi

di Alex Zanotelli

Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti, nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano. È bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchio, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. È morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!

È inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.

È disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.

È criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti – secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU ,A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale , a lavori forzati e uccisioni illegali”. E nel Rapporto si condanna anche “la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare”.

Di Vittorio, di Mary Shelley

di Jacob Foggia

“Io oggi voterei Casapound”, hanno scritto. Con una calligrafia adolescenziale, col tratto certo degli impuniti. Di chi sa che, alla fine, niente gli è mai successo e niente, mai, gli succederà. Sotto il cippo commemorativo di Giuseppe Di Vittorio. A Molfetta. Lo scandalo ha prevalso, invadendo – invasivo – ogni orifizio del politically correct. Così vanno le cose, così devono andare. E mala tempora currunt. Da dove partire? Da Giuseppe Caradonna. Che a cavallo entra a Napoli, il 24 ottobre del 1922. Quattro giorni prima della Marcia.

Bianco, dicono, il cavallo. Abbronzato lui, il re dei mazzieri. Di quelli che, per dirla alla plebea, pestavano a sangue i braccianti riottosi, quando questi scioperavano. Che i braccianti mai avrebbero dovuto permettersi. Schiene, spalle, facce. Tutto veniva triturato dai guardiani dell’ordine a cavallo. Dai mazzieri da Caradonna. Che, quando entrano a Napoli, hanno già un coro tutto loro. Come i calciatori importanti nel calcio che fu. All’armi, all’armi. Bene. Caradonna aveva fondato i Fasci di Combattimento. Nel ’20. Aveva ucciso Di Vagno, nel ’21. Aveva guidato i pugliesi alla presa del potere, nel ’22.

Era entrato in Parlamento. Era un pezzo grosso. Uno dei più grossi. Giuseppe Di Vittorio, bracciante sindacalizzato, gli fece pervenire un messaggio. Un solo, singolo, messaggio. Diceva: io e te, in piazza, davanti a tutti. Caradonna era importante. Più che importante, era il fascismo. Rifiutò sdegnosamente il duello rusticano. Di Vittorio non poté che concludere: sei un vigliacco .Un vigliacco che rifiuta la disputa dell’onore. Per uno s’aprirono le porte del Gran Consiglio. Per l’altro, quelle dell’esilio. Ma, a Cerignola, tutti sapevano. Che Caradonna era un vigliacco. E tanto bastava. Giuseppe Di Vittorio, uomo del 1892, conosceva l’importanza dei simboli.

Giovanni De Luna: la democrazia come militanza

di Sergio Sinigaglia

Giovanni De Luna è uno dei più importanti storici italiani. Ha insegnato Storia contemporanea all’Università di Torino. Innumerevoli i suoi saggi. Tra gli ultimi ricordiamo: “La Repubblica del dolore” (Feltrinelli 2009), “Una politica senza religione” (Einaudi 2013), “La Resistenza perfetta” (Feltrinelli 2015), “La Repubblica inquieta” Feltrinelli 2017). Sugli anni Settanta ha scritto il fondamentale “Le ragioni di un decennio” 1969 – 1979 (Feltrinelli 2009)

Dal punto di vista storico che riflessioni pensi siano opportune riguardo alla fase difficile che stiamo vivendo in questo momento? In particolar modo di fronte al risorgente neofascismo?

Quello che ci interessa ora è comprendere quali furono le strategie che portarono al potere il fascismo, perché si tratta di capire se oggi le formazioni fasciste in campo possano passare da una dimensione attualmente minoritaria a qualcosa di più consistente. Allora dal punto di vista storiografico ci furono tre elementi essenziali che portarono alla dittatura e si tratta di verificare quali di questi tre elementi oggi siano presenti.

Il primo aspetto fu dato dalla capacità di inserirsi nel contesto sociale della prima guerra mondiale. Il conflitto bellico sconvolse completamente gli assetti politici istituzionali a partire dallo stato liberale. Cambiò radicalmente le coordinate non solo in Italia ma in tutto il mondo. I fascisti riuscirono ad inserirsi in modo molto efficace in questa fase di transizione tra l’Italia liberale e il dopoguerra; capitalizzarono l’atmosfera creatasi a partire dalla violenza come strumento di lotta politica.

Quando la storia è fatta dagli ignavi

di Antonio Caputo

La storia appare come una serie di eventi determinati dalle “azioni delli uomini grandi”, come scrive Machiavelli nel Principe. È tuttavia evidente come molti tornanti della storia siano determinati dall’assenza di azioni. Nulla di nuovo sotto il sole, Antonio Gramsci scrisse chiaramente che “l’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”. Allora appare evidente che privilegiare l’azione rispetto alla non azione per la ricostruzione degli eventi storici costituisca non solo un necessario metodo di ricerca per evitare futili elucubrazioni su improbabili eventi mai realizzatisi, ma anche un modello morale che premia l’assunzione di responsabilità di ogni azione.

Virgilio sbaglia quando dice a Dante di non ragionare degli ignavi, forse non resta fama di loro ma lasciano tracce profonde nella storia del mondo, eccome se ne lasciano. Non è quindi futile immaginare che alla visione della storia fatta da grandi uomini faccia da contraltare, o potremmo dire da contrappasso, una visione della storia in cui il principale volano siano i piccoli uomini, gli ignavi.

«Mi creda, maestà, basterebbero quattro cannonate a farli scappare come lepri», con queste parole Luigi Facta, Primo Ministro già dimissionario, si rivolse a Vittorio Emanuele III di Savoia la mattina del 28 ottobre del 1922. Il re rifiutò di controfirmare lo stato d’assedio, approvato dal consiglio dei ministri all’alba del 28 ottobre. Seguirono la marcia su Roma, la consegna del governo a Mussolini e l’inizio della dittatura fascista. I motivi per cui il re si rifiutò controfirmare lo stato d’assedio sono molti e tutti oggetto di analisi storica.

Zangrandi e le manipolazioni sull’antifascismo dei giovani fascisti

di Dario Borso

Nell’ultimo annale dell’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza pubblicato dalla FrancoAngeli, Ruggero Zangrandi: un viaggio nel Novecento, spicca un contributo di Luca La Rovere che, esaminando un diario inedito steso da Zangrandi durante l’estate ’43, conclude la sua lunga ricerca iniziata nel 2002 con Storia dei Gruppi universitari fascisti e proseguita nel 2008 con L’eredità del fascismo, Bollati Boringhieri entrambi.

Siccome infatti nel diario si propugna non già un passaggio al regime democratico, ma un’evoluzione totalitaria del fascismo in crisi[1], ne viene che: a) falso è l’assunto-base del Lungo viaggio, l’autobiografia politica pubblicata da Einaudi nel 1947 dove Zangrandi sosteneva di essere stato dal ’36 antifascista attivo; b) sospetta è la corposa appendice di “documenti e testimonianze” alla seconda edizione Feltrinelli del 1962 (rititolata Il lungo viaggio attraverso il fascismo e sottotitolata Contributi per la storia di una generazione), dove Zangrandi portava a conferma esperienze cospirative analoghe a quelle del suo Partito socialista rivoluzionario.

La prima edizione lasciò perplessi molti, ma non Togliatti che la elogiò con l’intento di “amnistiare” una generazione di giovani intellettuali e recuperarli al Pci; la seconda fu accolta favorevolmente dai più, al punto da divenire in breve tempo se non una bibbia, il paradigma con cui inquadrare un passaggio cruciale della storia d’Italia.

Aldo Tortorella: “Ecco perché crescono i neofascismi”

Fascismo - Foto di Ian M.

di Gianfranco Pagliarulo

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?

Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano.

Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando.

Neofascisti, perché i giovani si avvicinano alle destre? La politica (sorda) è complice

di Luca Fazzi

Il 16 maggio 1974 usciva sul Corriere della sera un articolo sul fascismo degli antifascisti. In quel testo l’autore, Pierpaolo Pasolini, denunciava l’ambiguità delle reazioni dei cosiddetti antifascisti nei confronti del riemergere di manifestazioni da parte di frange dell’estrema destra giovanile che inneggiavano all’esperienza del ventennio mussoliniano. “In realtà – scriveva Pasolini commentando i discorsi indignati della politica e dell’intellighenzia istituzionale – ci comportiamo con i fascisti, e parlo soprattutto di quelli giovani, razzisticamente. Non nascondiamocelo: tutti sapevano, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale. Ma nessuno ha mai parlato con loro o a loro. Li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male”.

In questi giorni il mantra del ritorno dei fascisti, i discorsi di accusa pronunciati da politici e giornalisti di ogni ordine e grado, le manifestazioni militanti tese a riaffermare i valori fondanti della libertà e della giustizia non si sprecano. Anche l’ex premier Matteo Renzi si è unito al coro commentando con un emblematico quanto vuoto, “bellissimo”, la sfilata dei migliaia di manifestanti a Como contro l’irruzione dei ragazzi di “Veneto fronte skinead” a una riunione di associazioni pro migranti.

L’ordinario fascismo delle ragazzate

Fascismo - Foto di Daniel Lobo

di Luca Baldissara

Non c’è quotidiano o sito d’informazione che nei giorni scorsi non abbia ripreso la notizia del saluto fascista col quale un calciatore ha esultato sul campo di calcio di Marzabotto, esibendo la t-shirt con la bandiera della Repubblica di Salò indossata sotto la maglia della squadra. Al gesto fascista – presumiamo programmato, a meno che il giovane non sia solito indossare magliette con l’effige saloina e non sia affetto dalla sindrome di Stranamore – segue l’ormai usuale e collaudata ritualità: indignazione (dell’Anpi e dell’amministrazione comunale in primis, poi di vari esponenti politici), scuse goffe e poco credibili del protagonista (avrebbe inteso salutare il padre in tribuna), presa di distanza della squadra e della società (immaginiamo la vestizione tenuta nascosta dell’aspirante saloino nella nota segretezza dello spogliatoio), denuncia da parte della destra degli eccessi d’attenzione strumentale delle “maestranze antifasciste” (così le ha definite Forza Nuova), espiazione in forma di visita al sacrario delle vittime.

Atti del genere non sono nuovi, tutt’altro. Anzi, dobbiamo riconoscere che dal 2005 – quando l’allora giocatore della Lazio Paolo Di Canio più volte sotto la curva dei tifosi compì questo stesso teatrale gesto (e non era la prima volta) – sono ricorrenti e sempre più frequenti. Intendiamoci: l’indignazione è sacrosanta. E doverosa – quanto, assai probabilmente e sulla base di precedenti simili, priva di esiti giudiziari concreti – è la denuncia per apologia di fascismo a norma della legge Scelba del 1952 da parte dei carabinieri. Condivisibili pure le parole – non troppe, in verità – di condanna ed esecrazione del gesto.

A Fermo, un presidio contro la “festa” di Casapound

di Mario Di Vito

Fermo dice no a Casapound. Nella città dove il nigeriano Emmanuel Chidi Namdi ha trovato la morte poco più di un anno fa, la visita del segretario del movimento di estrema destra Simone Di Stefano ha provocato la reazione del fronte democratico della cittadina marchigiana. Così, mentre la rinnovata sede di Casapound apriva i battenti, ieri pomeriggio, a qualche decina di metri di distanza, in piazza del Popolo, gli esponenti del Comitato 5 luglio (nato proprio per ricordare l’omicidio razzista di Emmanuel, ‘colpevole’ di non aver chinato la testa quando l’italiano Amedeo Mancini aveva dato della «scimmia» a sua moglie), con rappresenanti della Cgil, dell’Anpi e di altre associazioni si sono riuniti in presidio per volantinare e far sentire la voce della Fermo democratica e antifascista.

«In questa città la presenza di Di Stefano viene vissuta come una provocazione – dice il segretario regionale di Sinistra italiana Giuseppe Buondonno -. Purtroppo negli ultimi tempi le organizzazioni di stampo neofascista come Casapound gettano sempre più frequentemente la maschera».

Gli organizzatori del presidio attaccano ancora: «Coccolati dai poteri forti e tollerati da troppe amministrazioni locali, Casapound e i neofascisti cercano di ripresentarsi con una immagine ripulita anche grazie alle platee offerte dai talk show e dalla retorica della pacificazione, ignorando il carattere antifascista della Costituzione e sterilizzandone la memoria».

La violenza di CasaPound a Ostia

di Internazionale.it

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentata e ha protestato perché non era stata invitata.