Tag Archives: fascismo

La violenza di CasaPound a Ostia

di Internazionale.it

“Zecca de merda, frocio”, gli urlano quelli di CasaPound quando lo incontrano fuori da qualche locale o sull’autobus. Si muovono sempre in gruppo, sono ragazzi del quartiere militanti di estrema destra e prendono di mira quelli impegnati nei collettivi scolastici di sinistra o nelle associazioni, soprattutto i ragazzi che si occupano di senza fissa dimora o migranti.

Raffaele Biondo è alto e magro, capelli ricci, maglione a collo alto: ha 19 anni ed è stato per lungo tempo il rappresentante degli studenti del liceo scientifico Antonio Labriola di Ostia. “C’era un periodo in cui ricevevo minacce quotidianamente per la mia attività politica a scuola”, racconta. Poi il 24 maggio 2016 ha subìto un’aggressione.

“Il coordinamento degli studenti del decimo municipio aveva organizzato una manifestazione contro la mafia e contro il fascismo, la giornata della cultura, a cui avevamo invitato tutte le scuole”, racconta Biondo. Durante l’evento il Blocco studentesco, la formazione giovanile del partito di estrema destra CasaPound, si è presentata e ha protestato perché non era stata invitata.

Gli ipocriti e i fascisti: razzisti contro la giovane Anna Frank

di Claudio Corticelli

Alle figurine razziste con Anna Frank, appiccicate con i colori giallo-rossi al colletto, tutti – dico tutti – si sono scandalizzati. Il calcio di serie A, ma anche di B e oltre, gli stadi, le curve, sono usati da fascisti, nazisti, razzisti e imbecilli, da decenni per propagandare le loro vacue idee intolleranti. Ma ripeto, sono decenni che questi ultras, codesti gruppuscoli (dove albergano diversi pregiudicati) fanno il saluto mussoliniano, come il noto calciatore capitano laziale Di Cagno, cantano canzoni e slogan razzisti, ululano verso giocatori avversari di colore.

Ultras di destra sventolano in tutti gli stati, non solo per la società calcistica Lazio, bandieroni neri, inneggianti alla morte, alla razza, con teschi, fasci. Ma gli ipocriti governi, i comandi delle polizie italiane che fanno? Nulla. La magistratura? Nulla. E la Fgci, Federazione Gioco Calcio? Poco, molto poco.

Eppure c’è la Costituzione repubblicana, ci sono ben tre leggi che colpiscono questi abusi, questi reati, mentre i razzisti possono scorrazzare indisturbati negli e stadi e fuori come vogliono. Scrivono svastiche e bestemmie sui muri degli stadi e fuori, aggrediscono tifosi delle altre squadre, notizie che possiamo seguire in questi decenni, con scazzotature, accoltellamenti, con feriti e morti.

E se al posto del “Punta Canna” di Chioggia ci fosse il “Punta Qan”?

di Elettra Santori

Agosto 2025. La bandiera nera dell’Isis sventola orgogliosa all’ingresso di Playa Punta Qan, lo stabilimento balneare di Chioggia messo recentemente sotto indagine con l’accusa di apologia dell’ex Stato islamico. Nerovestito da capo a piedi, il gestore dei bagni, Ibn Abd Abaoud, accoglie i clienti in posa minacciosa da Jihadi John: sfilano sotto il suo sguardo saettante uomini in T-shirt col logo Isis e costume rigorosamente lungo dall’ombelico alle ginocchia, seguiti da donne sigillate in lunghi niqab dalle falde ondeggianti. Abaoud li scruta uno ad uno da capo a piedi: «Questo costume non è halāl, fratello, non vedi che ti lascia scoperta l’awra? Vai a casa e cambiatelo». «E tu, sorella, sciacquati quel rimmel dagli occhi, dove credevi di essere, a Mediaset?».

Oggi Abaoud è felice: i magistrati di Venezia hanno chiesto l’archiviazione per il reato di propaganda jihadista: tutti i memorabilia dell’Isis esposti alla reception dello stabilimento – le foto dei miliziani sui pick-up in marcia nel deserto, il merchandising di vestiario “jihadi-cool” inneggiante allo Stato islamico, la statuetta in bronzo patinato di al-Baghdadi che dichiara il Califfato nella moschea di Mosul – sono state ritenute dai magistrati «un’articolazione del pensiero» di Abaoud, semplici «stravaganze», forse un po’ sopra le righe, ma non certo minacciose né sovversive nei confronti delle Istituzioni italiane. Così oggi Abaoud può tranquillamente riprendere ad arringare i suoi bagnanti dal megafono della torretta sopra il punto ristoro: «Al-Baghdadi è stato un grande statista!», «La democrazia occidentale mi fa schifo!», «Sterminate gli infedeli, perché essi sono nel male ed essi sono il male!».

Migranti e fascismo, il M5S è sempre più a destra

di Paolo Flores d’Arcais

Oltre cinque mesi fa scrivevo: “il Movimento 5 stelle deve scegliere: tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti e delle forze organizzate che vengono presentate con queste etichette, sia chiaro, poiché anzi uno dei due motori del rapido, dilagante, tenace affermarsi elettorale del movimento è aver dichiarato che “destra e sinistra sono tutti eguali, noi siamo oltre” (l’altro motore è l’alternativa alla Casta, imponendo un tetto di due mandati rappresentativi e uno stipendio da cittadino medio ai deputati).

Ma certamente nel senso dei valori, degli interessi, dei grandi orientamenti programmatici, poiché quell’antica contrapposizione (giustizia e libertà contro oligarchia e privilegio) diventa anzi più stringente – etica e perfino “antropologica” – proprio col tramonto delle ideologie dominanti nel secolo scorso”.

Da allora nel M5S è stato tutto un rincorrere il lepenismo (in Italia il salvinismo-melonismo). Sui migranti, ma qui il salvinismo-melonismo è diventata l’ideologia ufficiale del PD, alias PDR Partito Di Renzi. E sulle radici storiche e simboliche, cruciali nel determinare un’identità: Di Maio che arriva all’oscenità di infangare Berlinguer mettendogli accanto il fucilatore repubblichino Almirante, e oggi il movimento di Grillo e Casaleggio jr. che rifiuta di sostenere una legge in realtà moderata contro l’apologia di fascismo (reato già esistente ma rottamato da vergognosi distinguo e menefreghismi, è il caso di dirlo).

La Costituzione, cioè lo Stato antifascista

di Carlo Smuraglia, presidente nazionale dell’Anpi

Abbiamo assunto l’impegno di dedicare il 2017 alla Costituzione, perché è l’anno della Costituente, l’anno delle grandi discussioni e infine dell’approvazione con un voto significativo (85%), su cui, in partenza, nessuno avrebbe potuto scommettere.

La nostra Costituzione ha sicuramente bisogno di essere attuata, in tante parti ancora carenti, ma forse, prima ancora, ha bisogno di essere pienamente conosciuta. Un illustre politologo ci disse, in un incontro all’Istituto Cervi, che c’era bisogno di un maggior “patriottismo costituzionale”. E dunque più conoscenza, più amore, non solo per i singoli articoli, spesso richiamati, ma soprattutto per i princìpi di fondo ed i valori che hanno bisogno di essere rivalutati, in un Paese troppo spesso smarrito.

Ma il primo valore che dovrebbe essere posto in luce e rilanciato è quello dell’antifascismo. L’art. 1 della Costituzione dice che la nostra è una Repubblica democratica; dunque democratica vuol dire – come affermavano gli ateniesi 430 anni prima di Cristo – il governo di molti e non di pochi e partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica. E già questo basterebbe per dire che la Costituzione è il netto contrario di ogni forma di autoritarismo. Ma poi non c’è, in tutta la Carta, la parola “fascismo”, salvo nella XII disposizione finale, che vieta la ricostituzione del partito fascista.

Smuraglia (Anpi): “Per conservare la memoria della Resistenza bisogna fare di più. Soprattutto a scuola”

Carlo Smuraglia

di Alessio Sgherza

Presidente Smuraglia, che rilievo ha oggi il ricordo della Resistenza nella società?

Bisogna fare una premessa: in Italia c’è una tendenza all’oblio piuttosto forte. Le istituzioni non hanno fatto molto per conservare la memoria. Non solo della Resistenza, ma nemmeno di quello che è successo prima, di quello che è stato il fascismo. Perché è da lì che bisogna partire per capire. E’ stata più l’opera delle associazioni, come l’Anpi, a tramandare il ricordo. Al massimo le istituzioni organizzano un evento, si celebrano le date, il 25 aprile, gli eccidi, gli scontri. Ma l’analisi e lo studio sono molto più rari, e per questo l’Anpi ha lavorato molto. Per conservare la memoria e proteggerla.

Da chi?

La memoria ha tre nemici fondamentali, strettamente collegati: il primo è la debolezza stessa del ricordo in una società che si evolve molto velocemente; il secondo è la tendenza all’oblio; e poi c’è il tempo, che è un nemico implacabile se non ci sono nella società antidoti efficaci.

E come si costruiscono antidoti efficaci alla perdita di memoria?

Io sono convinto che la memoria sia prima di tutto ricordo, delle persone e dei fatti, ma non ci si può limitare a questo. Lo sforzo che abbiamo fatto è unire il doloroso ricordo dei caduti, il caloroso ricordo dei fatti gloriosi alla conoscenza di un fenomeno che è estremamente complesso. Spesso si punta al racconto del dolore e ci si dimentica il tentativo di storicizzare e contestualizzare quelle vicende e darne una spiegazione.

“Libertina, snaturata, irosa”: storia delle donne internate in manicomio durante il fascismo

a-internate

di Elena Viale

Mentre in Italia restano da chiudere ancora due Opg – gli ospedali psichiatrici giudiziari tristemente famosi per la loro lunga storia di condizioni disumane di degenza – e si fanno tentativi di ristrutturare l’istituzione dalle fondamenta, dal passato delle cure psichiatriche del nostro paese continuano a emergere terribili testimonianze.

Durante il Ventennio fascista, per esempio – complice l’ampliarsi della categoria della “devianza” morale e sociale – i manicomi si riempirono di donne accusate di essere libertine, indocili, irose, smorfiose o, soprattutto, madri snaturate. I ricercatori Annacarla Valeriano e Costantino Di Sante hanno passato al vaglio i documenti del manicomio cittadino di Sant’Antonio Abate, uno degli storici luoghi di trattamento dei disturbi psichici e custodia di persone sgradite alla società, per raccontare le vite delle donne che vi erano recluse durante quel periodo. Ora foto, lettere e cartelle cliniche dell’archivio dell’istituto sono esposte in una mostra in corso alla Casa della Memoria e della Storia di Roma.

Ho contattato Annacarla Valeriano, della Fondazione Università degli Studi di Teramo, per parlare di devianza, ospedali psichiatrici e foto segnaletiche.

“Caffè amaro”: la giovane Maria nella Sicilia fascista

Caffè amaro di Simonetta Agnello Hornby

Caffè amaro di Simonetta Agnello Hornby

di Valeria Gandus

Dice che è stato il suo parto più lungo e faticoso. Che continuamente le si aprivano nuovi scenari, episodi storici da approfondire, oggetti da riconoscere e restituire. Così, dell’idea iniziale di raccontare la storia della sfortunata nonna Maria, segnata e oppressa da un matrimonio infelice, è rimasto solo il nome della protagonista. E un particolare tramandato in famiglia di un’abitudine della nonna: prendere il caffè senza nemmeno un grammo di zucchero. Ecco dunque Caffè amaro, l’ultimo, bellissimo romanzo di Simonetta Agnello Hornby (Feltrinelli).

Era dai tempi de La mennulara (il romanzo rivelazione d’esordio) o de La monaca (indimenticabile affresco risorgimentale) che la scrittrice siciliana trapiantata a Londra non disegnava un così felice personaggio femminile. Facendolo crescere di pagina in pagina e di anno in anno, in un periodo storico lungo e cruciale: quella parte del Novecento compresa fra la prima guerra mondiale e il secondo dopoguerra.

In una Sicilia afflitta da miseria, mafia e una classe dominante inetta e corrotta, dove pochi – fra questi il padre di Maria, avvocato socialista – osavano marciare in direzione ostinata e contraria, nascere donne significava, anche nelle famiglie più acculturate e benestanti, avere un solo scopo nella vita: trovare un marito, accudirlo, dotarlo di prole e vivere nell’obbedienza.

Xenofobi e provocatori: i fascisti nelle prossime elezioni romane

Casapound

Casapound

di Claire Lacombe

Ai fascisti del III millennio di Casapound, Cpi, sono evidentemente saltati gli accordi con Salvini, malgrado l’intervento dei tanti pontieri; Forza Nuova, FN, e i suoi alleati negli ultimi anni queste tentazioni istituzionaliste non sembra averle avute. Comunque è ora per i fascisti, in questo momento, di buttare a mare il doppiopetto e di essere se se stessi senza finzioni. Analizziamo il caso romano.

Cominciamo da Forza Nuova, il cui leader è l’eterno ragazzo Roberto Fiore, quello dei lunghi anni di latitanza a Londra, ricercato dai giudici italiani, quando i governi britannici e l’M15 lo proteggevano in quanto “perseguitato per le sue idee”.

In occasione dell’indagine recente dei Carabinieri del gennaio 2016 di qualche mese fa su svariate e seriali aggressioni a Roma Sud, ripetutesi in due anni, nei confronti soprattutto di cittadini bengalesi ma anche di qualche dissidente di estrema destra, furono coinvolti e avvisati di garanzia svariati aderenti a FN e/o a Lotta Studentesca, organizzazione giovanile di FN. I Carabinieri avevano riscontrato in intercettazioni e pedinamenti una sequela di violenze a sfondo xenofobo per liberare Roma dai “negri”. Qualcuno ha anche suggerito anche una ipotesi di “command e control” sui bangalesi, specie su quelli clandestini, per far abbassare loro la testa rispetto alla condizione di semischiavitù in cui molti di essi versano (si veda qui).

Storici in cerca d’identità (e di un ruolo pubblico): un museo del fascismo a Predappio?

Museo del fascismo a Predappio

Museo del fascismo a Predappio

di Luca Baldissara

In periodi di magra informativa, si sa, l’appetito di notizie e di clamore mediatico può spingere alla reinvenzione di informazioni note. È quanto accaduto il 16 febbraio, quando “La Stampa” ha annunciato che il governo Renzi ha deciso che per l’Italia è arrivato il momento di fare i conti con il passato ed è pronto a rompere un tabù che dura da oltre settant’anni: il Paese avrà un museo dedicato al fascismo. Predappio è la sede prevista per il museo, al quale il governo garantirebbe un contributo di due su cinque dei milioni di euro necessari alla realizzazione. Per insaporire la notizia, il quotidiano lancia anche un sondaggio, chiedendo ai lettori di rispondere al seguente e malizioso quesito: “Due milioni di euro per finanziare il museo del fascismo a Predappio: sei d’accordo con la scelta del governo?”. Non ci soffermeremo sullo scontato esito negativo.

Preme piuttosto notare che l’idea di erigere un museo non è una novità, poiché il “cosa fare” di/a Predappio è una questione ricorrente. È del 30 luglio 2014 il documento che annuncia il riuso della ex Casa del fascio, dove istituire un centro di ricerca e documentazione sulla storia del Novecento dotato anche di spazi espositivi. “Il Fatto quotidiano”, “Il Giornale”, “L’Espresso” e altre testate ancora ne scrivono tra il 2014 e il 2015, chiamando a esprimersi studiosi di vario orientamento. Ma nel febbraio 2016 accade il fatto nuovo: il governo sostiene questo progetto ed è disposto a investirvi significative risorse. L’evento fa (di nuovo) notizia, suscitando il rituale referendum pro o contro, con una tempestiva quanto inusuale micro-mobilitazione di studiosi – tra i quali i sostenitori del progetto del 2014 – in una sorta di comitato del “sì”. In 48 ore una cinquantina di storici, non solo italiani, firmano un appello a sostegno del sindaco di Predappio, Giorgio Frassineti, determinato fautore di un museo che possa educare e coinvolgere attorno ai valori della conoscenza e della verità storica i cittadini, che hanno ormai introiettato da tempo i valori presenti nella nostra Costituzione.