Rovine e fantasmi: lo Stato si è fermato a Camerino

di Salvatore Settis

L’inerzia della Repubblica esibisce le sue piaghe a Camerino, ma nessuno se ne accorge. Due anni sono passati dalle scosse di terremoto che hanno gravemente danneggiato una parte consistente del centro storico, ma quasi nulla è stato smosso di quel che era crollato, e valanghe di pietre giacciono indisturbate dove caddero allora, nell’apparente indifferenza delle istituzioni. Il danno è in generale meno grave che a L’Aquila o ad Amatrice, dato che Camerino è a 25 km dall’epicentro del sisma del 26 ottobre 2016, e a 40 km dall’epicentro del 31 ottobre.

A quel che pare, qualcosa come il 30-40% degli edifici abitativi si potrebbero recuperare con poco sforzo, ma l’intero centro storico è diventato una città fantasma: vietato abitarvi, vietato entrarvi se non con speciali permessi, dato che a ogni porta della città vigila l’Esercito, impedendo l’ingresso a chiunque. Chi riesce a entrare è accolto da un silenzio spettrale: non ci sono, come a L’Aquila, impalcature di sostegno quasi a ogni edificio, ma i passi risuonano nel vuoto di un tessuto urbano di grande compattezza e dignità. Una dignità e una bellezza spese ormai nel deserto.
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Ilva

L’insostenibile sostenibilità ambientale dell’Ilva

di Antonia Battaglia

“Produrre acciaio pulito” is the new black. È il nuovo mantra della politica italiana. Una frase che piace molto, a tutti. Perché secondo il Governo e vari esponenti delle Istituzioni, l’Ilva va rilanciata, ma allo stesso tempo si annuncia la cassa integrazione per cinquemila lavoratori, ma si era anche detto che l’Ilva era in ripresa. Tutto ed il contrario di tutto.

Cosa accade in realtà è semplice. L’Ilva non produce più di quanto le sia richiesto, la legge di mercato le impone delle battute di arresto, la sovra capacità mondiale la punisce ed i debiti si accumulano. La ripresa dell’Ilva, in realtà, è molto parziale, si potrebbe dire fittizia. E se non ci fossero stati gli aiuti di Stato, l’Ilva sarebbe defunta da tempo.

La cassa integrazione di cinquemila operai è una manovra disperata, che mostra la fragilità della situazione economica dello stabilimento e acuisce l’agonia della città di Taranto. Cinquemila famiglie in difficoltà, un dramma sociale che si aggiunge ai già gravissimi problemi sanitari ed ambientali. E allora ci si chiede ancora una volta se non sia arrivato il momento del coraggio.

Il momento di accettare che lo stabilimento è strutturalmente vetusto, non all’avanguardia con gli altri stabilimenti siderurgici mondiali, che non produce acciaio di qualità e che non riesce ad inserirsi in quel mercato che richiede prodotti di alta qualità, scivolando sempre di più in un mercato commerciale dove la concorrenza è agguerrita e dove i margini economici sono molto esigui. E che, soprattutto, causa gravi danni alla salute umana.
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Il fallimento del Jobs Act

a-jobsact

di Guglielmo Forges Davanzati

È ormai chiaro che, rispetto all’obiettivo dichiarato (accrescere l’occupazione), il Jobs Act si è rivelato fallimentare. Il provvedimento, che ha introdotto contratti a tutele crescenti (frequentemente ed erroneamente definiti a tempo indeterminato) è stato accompagnato da ingenti sgravi contributivi a favore delle imprese per la ‘stabilizzazione’ dei contratti di lavoro. Secondo la propaganda governativa, si sarebbe fatta marcia indietro rispetto alle misure di precarizzazione del lavoro messe in atto con intensità crescente negli ultimi decenni.

Nei fatti, si è trattato di un provvedimento che ha semmai reso le condizioni di lavoro ancora più precarie, sia per l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale (il contratto a tutele crescenti) che non stabilizza il rapporto di lavoro (ma rende più difficile e costoso il licenziamento al crescere dell’anzianità di servizio), sia per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In più, contrariamente agli obiettivi dichiarati, si è accentuato il dualismo del mercato del lavoro italiano, inserendo una inedita cesura – datata 7 marzo 2015 – fra lavoratori assunti con veri contratti a tempo indeterminato e lavoratori assunti con contratti a tutele crescenti.
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato

di Valeria Cirillo, Dario Guarascio e Marta Fana

Come risposta alla crisi del 2008, le economie della periferia europea hanno adottato politiche deflattive con l’obiettivo di recuperare competitività e far ripartire crescita ed occupazione. Il tutto in completa ottemperanza ai dettami della visione neoliberista che egemonizza l’agenda di politica economia europea. In Italia, la legge 183 del 2014, evocativamente denominata ‘Jobs Act’, ha svolto un ruolo chiave determinando uno storico cambiamento nell’equilibrio delle relazioni industriali. Portando a completamento il percorso di riforma cominciato all’inizio degli anni 90, il Jobs Act ha sancito un definitivo livellamento verso il basso delle tutele dei lavoratori. Le più rilevanti modifiche introdotte dalla legge riguardano:

  • i) l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale a ‘tempo indeterminato’, pensata per divenire la forma prevalente nel sistema italiano, che elimina ogni obbligo di reintegro del lavoratore nel caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo (tranne nei casi di dimostrata discriminazione o di licenziamento comunicato oralmente);
  • ii) l’introduzione della videosorveglianza per mezzo di dispositivi elettronici – misura che ha dato adito a forti polemiche circa la violazione della privacy e delle libertà individuali;
  • iii) la completa liberalizzazione dell’uso dei contratti atipici.

In particolare, per i contratti a termine viene meno per i lavoratori il diritto all’assunzione a tempo indeterminato e al risarcimento monetario nel caso di superamento da parte dell’azienda del limite del 20% del totale dell’organico a tempo indeterminato. È stato inoltre aumentato il tetto al reddito percepibile tramite lavoro accessorio, incentivando di fatto l’uso dei voucher – rapporti di lavoro senza alcuna garanzia e tutela per i lavoratori – da parte delle imprese.
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Jobs act

Il Jobs Act non funziona: tutti i dati dello studio che lo certifica

di Gianni Balduzzi

Il Jobs Act è stato probabilmente l’argomento politico più usato sia dal campo governativo, in particolare quello renziano, ma anche da diversi suoi detrattori. L‘abolizione dell’articolo 18 per motivazioni economiche è stato l’elemento che ha più infiammato gli animi, si trattava di un tema in discussione da almeno 15 anni, e l’ambito della riforma per molti si è ristretto a questo, ma in realtà c’è di più, e questo di più influnza sugli effetti del Jobs Act stesso, che ora sono giustamente diventati l’argomento di polemica e discussione.

Un working paper di tre studiosi dell’Istituto di di Studi Politici di Parigi e della Scuola Superiore San’Anna fa chiarezza, e il Jobs Act non ne esce affatto bene.
Jobs Act, invece di aumentare diminuisce la proporzione di contratti a tempo indeterminato

L’abolizione del reintegro del lavoratore anche nel caso di licenziamento ingiustificato, e l’introduzione della decontribuzione, erano mirati a diminuire il costo, non solo monetario, dell’assunzione di un lavoratore a tempo indeterminato, nella convinzione che fosse questo costo una delle principali cause del basso tasso di occupazione e soprattutto del crescente ricorso al tempo determinato, che possiamo vedere molto bene di seguito, in particolare per i più giovani (scala a destra). In pochi anni l’incidenza del tempo determinato è salito dal 20% al 60% tra i 15 e i 24 anni.


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