Non è vero che c’è un’invasione di migranti in Italia

di Annalisa Camilli

Secondo un sondaggio condotto da Demos nel novembre del 2017, l’ostilità nei confronti dei migranti in Italia alla fine dello scorso anno era in aumento: un italiano su due diceva di considerare gli immigrati un pericolo e di esserne spaventato. Non si era mai raggiunta una percentuale così alta nel paese.

Durante la campagna elettorale per le legislative all’inizio di quest’anno, il leader della Lega Matteo Salvini, oggi ministro dell’interno, aveva promesso una linea dura sull’immigrazione, usando slogan come “Aiutiamoli a casa loro” e “Prima gli italiani”, che si sono imposti nel discorso pubblico. E nei primi giorni del suo incarico di governo, Salvini ha ribadito la volontà di ridurre gli arrivi e aumentare i rimpatri.

Eppure i migranti arrivati nel 2018 sulle coste italiane sono quasi l’80 per cento in meno di quelli dello stesso periodo dell’anno precedente. Secondo i dati dello stesso ministero dell’interno, nei primi sei mesi del 2018 sono arrivate in Italia via mare 14.441 persone, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente ne erano arrivate 64.033. Il fatto è che l’ostilità verso i migranti è stata alimentata da discorsi che incitano all’odio, notizie false, luoghi comuni e stereotipi che in alcuni casi si sono trasformati in veri e propri miti. Proviamo ad analizzarne quattro con l’aiuto di dati ed esperti.
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Fake news: le bugie che aiutano a vivere

di Arianna Di Genova

Credere alle bugie è forse una necessità umana. A volte sono salvifiche e una panacea per tutti i mali. Vuol dire fidarsi e affidarsi a qualcuno, al suo corpo (nel caso degli sciamani), alla sua sapienza e voce (nel caso di chi «spaccia» notizie). Bisogna però saper fare lo slalom perché alcune bufale sono pericolose e finiscono per mettere a rischio intere comunità.

Insomma, meglio selezionare con cura e scegliere di essere creduloni quando le storie sono belle. Altrimenti, è preferibile scavare come talpe nelle fonti, cercare qua e là fino a convincersi del contrario, incamerando anticorpi che offrano una immunità permanente al travisamento dei fatti. Daniele Aristarco, autore di Fake, non è vero ma ci credo (Einaudi ragazzi, pp. 192, euro 13,50, illustrazioni di Pia Valentinis e Giancarlo Ascari) non vuole comunque ridurre all’osso la realtà e – pur attivandosi per smontarli con la sua serrata narrazione – lascia in piedi alcuni racconti mitici, fondati sul fascino indiscreto della menzogna.

Non è un caso se in copertina torna l’intramontabile Pinocchio, come affabulatore di mondi d’invenzione. Tra luci e ombre, disvelamenti e divertiti occultamenti, si parte alla ricerca di alcuni «archetipi» dell’immedesimazione nella bugia. Per esempio, se si amano alla follia cantanti come Elvis Presley o Michael Jackson, è facile che nascano leggende per rinnegare la loro prematura morte.
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La guerra tra chi la “fake” più grossa

di Vincenzo Vita

Come è stato ricordato nel convegno in suo onore tenutosi lo scorso lunedì alla camera dei deputati, Stefano Rodotà aveva già ampiamente anticipato e descritto vent’anni fa – nell’efficace volume dedicato alla «Tecnopolitica» – la dialettica contraddittoria della rete. Dove il bene e il male si intrecciano, le enormi potenzialità cognitive si specchiano nella «digitalizzazione» delle menzogne. Dove discernere tra il vero, il verosimile, l’errore colposo e il falso doloso non sempre è agevole.

Rodotà evocava nel testo l’urgenza di una cittadinanza dell’era elettronica e ci ricordava che il rischio si associa all’innovazione. Ecco, la discussione improvvisamente lievitata sulle fake news va ricollocata nei suoi termini reali, per non diventare la solita fiammata transeunte ed effimera. Con l’ennesima proposta di legge annunciata (dal partito democratico) come se già non esistesse un complesso di norme spesso inapplicate; e con la forza comiziale di Renzi alla Leopolda dedicata proprio all’argomento del giorno: impaginato più in alto dei veri drammi italiani.

E ci mancava una campagna elettorale a colpi di «la mia fake lava più bianco della tua», con i duellanti piddini e pentastellati cui qualche buontempone deve aver consigliato di scegliere tale item per raccogliere voti. C’è da dubitarne. La fake delle fake è quella che vede complotti dovunque e ritiene vincente Trump per le mail o i tweet del Cremlino. O che ritiene un servizio di un italiano sul New York Times la prova della regina.
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Non ci sono solo le fake news: esistono anche le fake law

di Vincenzo Vita

Dalle fake news alle fake laws. Si tratta di leggi infarcite di cattive promesse e cariche di emotività emergenziale. Un caso di scuola è rappresentato dalla proposta (Atto Senato 2688, depositato lo scorso 7 febbraio) sottoscritta da diversi parlamentari “trasversali”, sotto la prima firma dell’esponente del gruppo “Ala” Adele Gambaro: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”.

E’ un testo che oscilla, purtroppo, tra la ridondanza e il rischio di favorire la censura. Infatti, l’articolato si sovrappone a forme di reati -diffamazione, diffusione di notizie false e tendenziose – già ampiamente previste dai codici ma qui impropriamente dilatati. L’eccesso di zelo si trasforma, al di là delle intenzioni, in un bavaglio bello e buono.

Che significa, infatti, “destare pubblico allarme”? O “fuorviare settori dell’opinione pubblica”? Attenzione all’eterogenesi dei fini. Per contrastare campagne razziste, il bullismo, l’apologia del fascismo o simili trasgressioni la legislazione vigente è sufficiente. Va applicata, ovviamente. E qui si apre – se mai – l’annoso capitolo che riguarda le autorità vigilanti, cui si dovrebbero riferire oneri e onori del caso. Le logore grida manzoniane non colpiscono, come è noto, la vera criminalità, mentre costituiscono una sorta di intervento preventivo ai danni dei “normali” utenti e navigatori.
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