Foto di Joluka

Finché s’ammazzano tra di loro: una storia che si ripete oggi con gli stranieri

di Leonardo Tancredi

Finché si ammazzano tra loro. Era da tanto che non sentivo queste parole, negli ultimi giorni a San Severo, invece, le ho sentite rimbalzare di bocca in bocca ai miei conterranei. È stata la frase più usata per commentare l’omicidio di Amir Ballo e il ferimento, molto grave, di Orges Fisniku. Entrambi albanesi, qualcuno gli ha sparato addosso il 23 dicembre, pare per un regolamento di conti interno al traffico di droga o allo sfruttamento della prostituzione. Insomma, niente di che, si sono ammazzati tra loro.

Ma chi sono “loro”? Sono gli extracomunitari? I sanseveresi sono razzisti? Non più di altri italiani, credo, anche se qualcuno dovrebbe chiedersi come mai i lavoratori stranieri che vivono nel Nord Est leghista mettono su famiglia e pongono problemi politici, mentre quelli che lavorano nella Puglia Felice vivono in condizioni di schiavitù nei campi di pomodori e diventano casi umanitari.

Quella frase, “finché si ammazzano tra loro”, la sentivo spesso negli anni ’80, il periodo d’oro della malavita sanseverese, quando dal Tavoliere, San Severo cominciava a giocare un ruolo di primo piano nel traffico di stupefacenti. Ruolo che a quanto pare non ha abbandonato. A quell’epoca però, gli extracomunitari erano solo delle simpatiche macchiette da sfottere e con cui mercanteggiare sulle spiagge del Gargano, non avevano altro spazio nella società, nel mercato del lavoro e nemmeno nella vita criminale della città.
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