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L’umanesimo digitale e la vera privacy

di Vincenzo Vita

La relazione annuale (2017) del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro, presentata ieri alla camera dei deputati, corre via per venti pagine con consumata sapienza. Contiene, come sottotesto appena velato, un elogio della politica. Solo quest’ultima, nella versione alta e bella del termine – sì, la politica non è necessariamente robaccia – è in grado di districarsi dentro la colossale contraddizione del millennio.

Si tratta della complicata sintesi tra due diritti altrettanto importanti: trasparenza e tutela della privacy. Da una parte si chiede che tutto stia in una casa di vetro, dall’altra la quantità di dati che gira sulla vita di ognuno di noi interpella la democrazia sul permanente «Truman show»: in cui il privato è pubblico, rovesciando la sacrosanta indicazione femminista degli anni settanta.

«È indispensabile fare della protezione dei dati una priorità delle politiche pubbliche», ha sottolineato Soro. Che aggiunge, infatti, «Siamo… soggetti – più di quanto ne siamo consapevoli – a una sorveglianza digitale, in gran parte occulta, prevalentemente a fini commerciali e destinata, fatalmente, ad espandersi anche su altri piani, con effetti dirompenti sotto il profilo sociale».

Quella svista a favore dei signori degli algoritmi

di Vincenzo Vita

Fumata bianconera (nessun riferimento calcistico) dopo l’incontro tra il Garante dei dati personali Antonello Soro e una delegazione ufficiale di Facebook guidata dalla responsabile europea per la privacy Yvonne Cunnane. Fumata bianca, perché la società di Zuckerberg ha dovuto cedere su taluni punti importanti: chiarimenti sulle società cui sono stati affidati o venduti i dati degli utenti, qualche trasparenza promessa sulle tecnologie utilizzate in particolare riguardo al riconoscimento facciale, adeguamento spergiurato al dettato del Regolamento europeo che sarà pienamente operativo dal 25 maggio.

Fumata ancora nera sul futuro, i cui contorni sono opachi, vista l’enorme ampiezza del potere accumulato dal principe degli algoritmi: misure e confini tuttora ignoti, con parti dark sfuggenti ad ogni controllo. È iniziato, però, un percorso di civilizzazione giuridica, in cui l’ufficio del garante italiano sta svolgendo un ruolo significativo.

Gli Over The Top non possono rimanere una terra di nessuno, in cui una vicenda come quella di Cambridge Analytica non è una mera patologia. Il mercimonio delle e sulle identità digitali è uno dei maggiori affari del secolo e gli impegni presi sono solo un primo passaggio, cui dovrà seguire una visione finalmente adeguata all’era che stiamo vivendo. C’è un’impressionante arretratezza nel dibattito pubblico.

Le cattive compagnie di “Cambridge Analytica”

di Vincenzo Vita

Eppur si muove. Un risveglio di primavera. Dopo l’orrenda storia dei dati e dei profili ceduti alla società «Cambridge Analytica», Facebook è finalmente finita sul banco degli imputati. La creatura di Mark Zuckerberg, impasto post-moderno di anarchismo all’acqua di rosa e di adesione profonda alle culture liberiste, è scesa dal cielo ed è atterrata nei luoghi dei corpi reali i cui diritti sono stati ripetutamente violati. Il ragazzo prodigio, è stato sentito dal congresso degli Stati uniti e ha scosso i Garanti per la privacy europei riunitisi a Bruxelles ieri, per disegnare il percorso previsto dal nuovo Regolamento europeo (2016/679) effettivamente applicabile dal prossimo 25 maggio.

Chiare sono state le parole pronunciate, sulla relazione tra l’attendibilità del settore e l’innovazione digitale, dalla commissaria europea Mariya Gabriel. E lucido avamposto si è rivelato il Garante italiano, cui si deve l’iniziativa di maggiore concretezza, vale a dire la contestazione precisa dell’uso illecito dei dati. Per quale obiettivo sono stati utilizzati i profili italiani (214.134 dichiarati a fronte degli 87 milioni nel mondo, ma Antonello Soro sospetta ben di più)?

È vero che se ne evince una precisa finalità politica? Tra l’altro, «Cambridge Analytica» non è sola ed è verosimilmente in cattiva compagnia. Troppi indizi, infatti, portano a ritenere che nell’ultima campagna elettorale (quella lunga, non solo gli ultimi trenta giorni) un bel numero di persone abbia subito una propaganda personalizzata.

Se gli algoritmi non si coniugano con la libertà

di Vincenzo Vita

Della storia Facebook-Cambridge Analytica si parla da un po’. In verità, il caso covava da tempo ma pochi furono a occuparsene. Tra questi ultimi il giornalista e docente universitario Michele Mezza, che ora ci ha scritto su un notevole volume («Algoritmi di libertà», 2018, Roma, Donzelli editore).

È utile leggere un testo così preciso e documentato, per capire che non siamo di fronte a un complotto noir o a una occasionale messa in scena, bensì all’ulteriore maturazione delle classificazioni fatte da Manuel Castells sui media digitali. Qualcosa di più e di diverso. Adesso: «…sono gli algoritmi, in quanto tali, senza nessun’altra mediazione linguistica, che costituiscono lo spazio dove si costruisce il potere…». In breve, dunque, lo scandalo dei profili ceduti dalla società di Zuckerberg alla compagine britannica rappresenta la normalità eversiva di una macchina ormai incontrollata, un Frankestein costruito in laboratorio dagli stessi che si meravigliano o chiedono scusa.

Siamo in quella zona di confine tra tecniche moderne di guerra, utilizzo delle ipertrofie dell’intelligenza artificiale, invasione dello sfruttamento -contro ogni tutela della privacy- nella nuova catena sociale del valore. Muta la grammatica del conflitto. Mezza ha un ottimo consigliere, citato spesso in modi espliciti o sottesi, vale a dire il Marx prefigurante dei Grundrisse, del terzo libro del Capitale, dei Manoscritti o delle opere giovanili come gli scritti sulla Gazzetta renana.

Non ci sono solo le fake news: esistono anche le fake law

di Vincenzo Vita

Dalle fake news alle fake laws. Si tratta di leggi infarcite di cattive promesse e cariche di emotività emergenziale. Un caso di scuola è rappresentato dalla proposta (Atto Senato 2688, depositato lo scorso 7 febbraio) sottoscritta da diversi parlamentari “trasversali”, sotto la prima firma dell’esponente del gruppo “Ala” Adele Gambaro: “Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica”.

E’ un testo che oscilla, purtroppo, tra la ridondanza e il rischio di favorire la censura. Infatti, l’articolato si sovrappone a forme di reati -diffamazione, diffusione di notizie false e tendenziose – già ampiamente previste dai codici ma qui impropriamente dilatati. L’eccesso di zelo si trasforma, al di là delle intenzioni, in un bavaglio bello e buono.

Che significa, infatti, “destare pubblico allarme”? O “fuorviare settori dell’opinione pubblica”? Attenzione all’eterogenesi dei fini. Per contrastare campagne razziste, il bullismo, l’apologia del fascismo o simili trasgressioni la legislazione vigente è sufficiente. Va applicata, ovviamente. E qui si apre – se mai – l’annoso capitolo che riguarda le autorità vigilanti, cui si dovrebbero riferire oneri e onori del caso. Le logore grida manzoniane non colpiscono, come è noto, la vera criminalità, mentre costituiscono una sorta di intervento preventivo ai danni dei “normali” utenti e navigatori.

Un segno dei tempi: Zuckerberg a Pechino parla cinese

Mark Zuckerberg Artwork - Illustrazione di Designrshub.com

Mark Zuckerberg Artwork - Illustrazione di Designrshub.com

di Amina Crisma

La clamorosa performance a Pechino di Mark Zuckerberg, che il 22 ottobre all’Università Tsinghua ha sostenuto in cinese un dibattito di circa mezz’ora, è alla ribalta sulla rete e sui media internazionali, e il video dell’evento si è rapidamente conquistato una audience planetaria.

Certo, non è stato propriamente fluent l’eloquio del fondatore di Facebook (come svariati commenti sarcastici negli USA e in Francia si sono puntualmente incaricati di rimarcare, e come d’altronde egli stesso apertamente ammetteva, dichiarandosi ben lontano da una padronanza effettiva), ma era comunque di un livello sufficiente per interagire con i suoi interlocutori, e soprattutto per accattivarsene la simpatia.

L’arduo tentativo di esprimersi nella loro lingua, per quanto potesse essere imperfettamente realizzato – o fors’anche, a ben vedere, proprio per questo – non poteva non suscitare il loro cordiale apprezzamento, tanto più che la motivazione primaria che ne veniva addotta era di ordine squisitamente privato: l’esigenza di comunicare con i familiari della moglie, Priscilla Chan. Rivelando che è quest’ultima a insegnargli il cinese, Zuckerberg suggeriva al pubblico l’idea di una propria relazione con la sinità intrinseca all’ambito dei più intimi affetti, e non dettata da ragioni estrinseche e strumentali, da esigenze di mercato e di profitto.

Internet, l’illusione della libertà secondo il collettivo Ippolita

La Rete è libera e democratica. Falso

La Rete è libera e democratica. Falso

di Carlo Formenti

Già autori di feroci quanto argomentate requisitorie contro i “signori del Web” (memorabili le dissacrazioni di Google e Facebook), nonché di puntuali ridimensionamenti di altri miti cari al “Popolo della Rete” (vedi la disincantata analisi dei limiti dell’ideologia dell’open e del free) i ragazzi e le ragazze del collettivo Ippolita (una comunità di hacker libertari) tornano a colpire con un nuovo pamphlet (“La Rete è libera e democratica”. FALSO!) appena uscito per i tipi di Laterza (nella collana Idòla).

In questo caso, tuttavia, il bersaglio non è solo un’applicazione, come un motore di ricerca o un social network, né una comunità di prosumer, come gli sviluppatori di software open source, bensì la Rete in quanto tale che, come ricordano opportunamente gli autori, non si riduce al Web o ad altre piattaforme informatiche, ma è fatta dell’insieme di tecnologie “hard” (computer, cavi, satelliti, router, ecc.), “soft” (protocolli, programmi, codici, ecc.) e “bio” (programmatori, utenti, imprese, ecc.) che convergono in quell’immane e supercomplesso ambiente di relazioni umane e macchiniche che è Internet.

In altre parole, con questo intervento, Ippolita alza decisamente il tiro, con l’obiettivo di smontare due luoghi comuni che per la stragrande maggioranza sono divenute veri e propri dogmi: 1) la Rete è uno strumento intrinsecamente (cioè per natura) democratico; 2) disporre di più informazione significa automaticamente essere più liberi. A tale scopo gli autori ricorrono a tre argomenti (che corrispondono ad altrettanti capitoli del libro) che definiscono, rispettivamente, ontologico, epistemologico e storico geopolitico (implicita confessione del fatto che i loro percorsi formativi hanno seguito piste accademiche oltre che tecnopolitiche).

“Sei di… se”: identità e memoria nei gruppi Facebook

Facebook

Facebook

di Noemi Pulvirenti

Nonostante io abbia quasi trentanni e sia cresciuta con la tecnologia, spesso le variazioni continue dei social network mi mettono in crisi. Infatti non ho ancora capito perché devo visualizzare ogni singolo commento dei miei contatti verso persone, gruppi che non conosco. Ma non siamo qui per parlare della mia incapacità di stare a pari passo con Facebook.

Nelle ultime settimane si sono diffusi a mo’ di boomerang questi gruppi chiamati “Sei di città X se” dove le persone, con poche righe ma concise (simili più a dei tweet), raccontano aneddoti sui luoghi in cui sono nati o cresciuti, sui cosiddetti “scemi del villaggio” oppure semplicemente riportano esperienze lontane nella memoria.

Per curiosità mi sono addentrata nel gruppo del paese dove sono cresciuta, e in effetti spesso mi ha fatto sorridere ripensare a certi personaggi che erano scomparsi dai miei ricordi, o il nome dei giardini dove ci riunivamo, i nomi delle strade, quello del bidello delle elementari o l’insegnante delle medie che odiavo tanto.

Ma a un certo punto, più leggevo più riflettevo su quella memoria indotta, una madeleines proustiana telematica. Sul ricordare tutto non per una volontà personale, ma attraverso le parole di persone sconosciute, alcune conosciute e perse con il tempo. Se il tempo comporta anche la perdita di persone e ricordi, è giusto riportare la memoria in un gruppo Facebook? E a patto che sia utile per ogni singolo individuo, voler affermare attraverso gli altri la propria identità di appartenenza a un luogo ci fa sentire davvero uniti o è l’ennesima trappola di egocentrismo personale?

Generazioni a confronto: interrogativi sulla moltitudine di contatti e di rapporti

Prospettive - Foto di Krisis Magazine

di Sergio Caserta

A Fosca. “Ciao come stai? Hai visto che ho taggato la tua foto? Mi condividi il post? Se non la smetti d’intrometterti ti banno! Ciao ci conosciamo, mi diventi amica? Uueee’ da quanto tempo caro, mammia mia ritrovarsi daopo trent’anni su facebook! Ho twittato il tuo link”. Una rivoluzione non è un pranzo di gala, ma può essere una scorpacciata di nuovi rapporti. Ecco cosa è successo in questi ultimi dieci anni, la costituzione delle rete dei social network, fino all’esplosione di Facebook, il più grande organizzatore e diffusore di rapporti umani e sociali mai creato, una rivoluzione di portata globale.

Dicono che ci sia un limite numerico, 150 persone con le quali si può mantenere un rapporto interpersonale di conoscenza vera in contemporanea, l’ha individuato il professor Dunbar da cui ha preso nome l’indice analogo, chissà perché proprio centocinquanta?

Ma come sono questi rapporti, su cosa si basano? il bisogno di comunicare, la soluzione dei propri problemi affettivi, la necessità di trovare un lavoro, lo svago, la ricerca di sesso, la pulsione artistica, l’esibizionismo, l’impegno politico.

Matrimonio omosessuale: il pensiero di Bagnasco e ciò che la Chiesa non vuole accettare

Foto di Globovisiondi Marino Buzzi

Giungono come un avvertimento alla classe politica italiana le parole di Bagnasco contro il matrimonio omosessuale. È da ingenui continuare a pensare che in Italia non solo si rispetti ma neppure si aspiri a mantenere la laicità delle istituzioni. Il Vaticano, con tutti i suoi interessi economici, è una potenza che fa paura. Fa paura ai potenti e fa paura ai meno potenti. I primi a causa del vil denaro e i secondi per via di quella storiella del peccato e della dannazione eterna che ci raccontano da secoli (oggi anche su Facebook e Twitter).

È quindi un ammonimento per niente velato quello che il buon Bagnasco rivolge all’Italia. Del resto Oltretevere c’è un po’ di nervosismo. Prima la Spagna, paese fortemente cattolico, e ora anche la Francia hanno scelto la via dei diritti, della civiltà e della laicità dello stato. Fa sorridere che Bagnasco parli di baratro rivolgendosi a iniziative che nulla tolgono alle persone eterosessuali e che, al contrario, donano speranza e diritti anche a coloro che sino ad ora ne erano esclusi.

Pare che il Dio di Bagnasco possa perdonare tutto e tutti, dai dittatori agli assassini, tranne coloro che vogliono essere padroni e padrone del proprio corpo e della propria vita. Baratro non è una parola che utilizzerei per parlare dei diritti. Mi verrebbe in mente, semmai, proprio per l’assenza di diritti. Non ho sentito nessuna parola uscire dalla bocca di Bagnasco quando, qualche settimana fa, la Russia di Putin ha emanato una vergognosa legge contro le persone omosessuali. Invece, contro la legge francese, si sprecano parole di ogni genere.