Matera 2019: una lezione sulle “fabbriche” della cultura che viene da quattro paesi lucani

di Michele Fumagallo

Prima di offrire ai lettori, in questa puntata, un mio pezzo pubblicato due anni fa su Alias, inserto culturale de “Il manifesto”, voglio aggiungere alcune brevi considerazioni. Il pezzo riguarda l’esperienza di ACAMM – acronimo che sta per i paesi lucani di Aliano, Castronuovo Sant’Andrea, Moliterno, Montemurro – che ha rilanciato alcune strutture culturali in decadenza e ne ha create di nuove. Un’esperienza di successo, merito tra gli altri di un critico d’arte rigoroso come Giuseppe Appella, che ha seminato grumi di speranza in paesi difficili tanto che anche altri Comuni (Grassano, Teana, Grumento Nova, Missanello, Sant’Arcangelo) hanno chiesto di parteciparvi.

I consumi fine a se stessi in ambito culturale (intendo quelli finanziati da denaro pubblico, perché il denaro privato può fare ciò che vuole) sono diventati da almeno venti anni ripetitivi, quindi dannosi, e anzi distruttivi del progresso autentico che sta oggi, in ambito culturale e spettacolare, nel finanziamento dei consumi emanazioni delle “fabbriche della cultura”. Mi spiego: si finanziano le biblioteche e queste mettono in atto il festival di poesia, non il contrario. Chi vuole organizzarsi il suo festival al di fuori della “fabbrica” lo faccia ma con il finanziamento giusto, cioè quello privato.


Leggi di più a proposito di Matera 2019: una lezione sulle “fabbriche” della cultura che viene da quattro paesi lucani

“Operaio in mare aperto”: conversazioni su storia, lavoro, politica e cooperazione

Operaio in mare aperto
Operaio in mare aperto
Anticipiamo di seguito un estratto del libro Operaio in mare aperto – Conversazioni su lotta, uguaglianza, libertà (EGA-Edizioni Gruppo Abele, 10 euro) in uscita per domani. Si tratta di un dialogo tra Gianni Usai e Loris Campetti, un racconto che inizia in Sardegna e in Sardegna ritorna passando attraverso Mirafiori, il lavoro, il biennio rosso ’68-’69, il conflitto, il terrorismo, la politica, la cooperazione, la ricerca.

di Loris Campetti e Gianni Usai

Gianni Nella mia postazione utilizzavo lime e chiavi di ogni tipo, a stella, a brugola, fisse, chiavi che io stesso dovevo costruirmi o modificare per poter lavorare su mandrini, alberi e cuscinetti. I miei primi amici e maestri in fabbrica sono stati operai piemontesi più adulti di me, come Carlin Sartori, Barbaceccu. Carlin tifava Toro e pianse come un vitello quando Gigi Meroni perse la vita in un incidente stradale. I macchinari arrivavano dagli aiuti del piano Marshall, provenivano dalla Ford e dalla General Motors e avevano uno scudetto con scritto ‘dono del popolo americano’, in cambio del repulisti ordinato dall’ambasciatrice Usa, Clare Boothe Luce, per spazzare via dalla fabbrica comunisti e militanti della Cgil.

Carlin era il più bravo del reparto, le sue capacità erano riconosciute da tutti, al punto che poteva permettersi di giocare a calcio tra le macchine durante una pausa, con una palla fatta di stracci, senza che le gerarchie intervenissero. Io ero un po’ preoccupato a partecipare alla partitina, ma ero sotto la sua protezione. Mi ha insegnato a farmi rispettare dagli altri operai. Non era un militante ma non era neanche supino di fronte alle regole della fabbrica-caserma. Tieni conto che in quegli anni, dal ’63 all’autunno caldo, non era facile individuare i compagni; gli iscritti alla Fiom erano giustamente diffidenti, si muovevano nell’ombra, erano tra i pochi sopravvissuti ai licenziamenti degli anni Cinquanta. Nessuno scioperava, e solo più tardi, verso il ’65, ho conosciuto i primi compagni, come Giovanni Rocher, un bravo tornitore inquadrato in una categoria inferiore perché era comunista e non piegava la testa davanti al capo.
Leggi di più a proposito di “Operaio in mare aperto”: conversazioni su storia, lavoro, politica e cooperazione

100 sogni morti sul lavoro - Foto di Samuele Ghilardi

Morti sul lavoro, il 2013 finisce e nulla è cambiato

di Marco Bazzoni

Anche il 2013 si avvia a fine e per quanto riguarda le morti sul lavoro nulla è cambiato. I dati dell’Osservatorio indipendente di Bologna, diretto dall’amico Carlo Soricelli, ex operaio metalmeccanico in pensione, al 24 dicembre 2013, ci dicono che nel 2013 sono morti sul lavoro oltre 1180 lavoratori (stima minima) e molto probabilmente a fine anno saranno oltre 1200.

Il mio pensiero va ai lavoratori che purtroppo non ci sono più e ai loro familiari, che passeranno un Natale molto triste senza di loro. Io ci ho provato a far si che cambiassero le cose, che aumentasse la sicurezza sul lavoro: Dio solo sa se ci ho provato. Ho fatto anche aprire una procedura d’infrazione a livello europeo, perchè la legge per la sicurezza sul lavoro italiana (Dlgs 81/08, modificato dal Dlgs 106/09 dall’ex Governo Berlusconi), violava alcuni punti della direttiva europea quadro 89/391/CEE.

Per questa procedura d’infrazione (2010/4227), per cui è stato emesso un parere motivato il 21 Novembre 2012, probabilmente verremo deferiti alla Corte di Giustizia Europea se non prenderemo provvedimenti a breve.Ma purtroppo chi veramente avrebbe il potere di cambiare le cose o non ci sente o fa finta di non sentirci!Con il DL 69/2013 (detto decreto fare), il Governo Letta ha addirittura “semplificato le norme per la sicurezza sul lavoro”, ma purtroppo queste modifiche ridurranno la sicurezza sul lavoro, non la aumenteranno.
Leggi di più a proposito di Morti sul lavoro, il 2013 finisce e nulla è cambiato

1 maggio, il riscatto del lavoro - Foto di iMec - Giornale metalmeccanico

IMec: autogestire il futuro, le fabbriche senza padrone

di Francesco Bravi

Buyout, nel gergo tecnico si chiamano così. Tradotto in termini concreti, si tratta di quelle operazioni attraverso cui un gruppo di gestori subentrano nella direzione di un’attività: l’unico rimedio alla chiusura, quando è fallita o compromessa. Una risorsa tecnica che, nel contesto della crisi, è diventata qualcosa di più, e cioè il tentativo in embrione di un programma sociale e un progetto di modalità alternative di produzione. È questa infatti la base su cui i lavoratori di diverse aziende hanno costruito le loro esperienze di autogestione.

Alcune storie di fabbriche ieri chiuse e oggi “recuperate” sembrano delineare vere e proprie vite parallele. Le loro vicende si assomigliano, da un capo all’altro dell’Italia: una proprietà multinazionale è scappata, vittima dei suoi stessi debiti, e gli operai hanno dovuto scegliere tra un presidio, magari lungo mesi, di impianti e capannoni, e la dispersione di sapere e patrimonio produttivo.

Hanno costituito quindi delle cooperative e si sono rimessi a lavorare da soli, rovesciando la propria posizione attorno allo scacchiere della desertificazione industriale, da pedine a giocatori, padroni almeno del proprio destino. Casi emblematici, insomma, di un tempo come il nostro di distruzione dell’occupazione e rinuncia a qualsivoglia industria – anche se in buona salute, perché la speculazione fa moltiplicare il denaro di più e più rapidamente della produzione -, salvo che nell’esito: un finale di rinascita. Come alla Maflow, nell’area di Milano sud, o alla ex Evotape, tra Santi Cosma e Damiano e Castelforte, in provincia di Latina.
Leggi di più a proposito di IMec: autogestire il futuro, le fabbriche senza padrone

Lavoro - Foto di Daniela

Da Forlì al resto d’Italia: quando il padrone chiude. E se ne va

di Lella Bellina

La chiusura di una fabbrica, il licenziamento dei lavoratori sono un’ingiustizia a prescindere, sono comunque un sopruso contro cui battersi. In questi tempi cupi si susseguono. E i padroni non sono né buoni né cattivi: sono padroni, lo sappiamo. Ma poi ci sono casi dove al danno si unisce la beffa, la crudeltà.

Via Vespucci, periferia industriale di Pero, a sinistra c’è la discarica, in fondo alla strada la Hydronic Lift: in un capannone 19 operai producono pezzi per gli ascensori. Fino al 1998 erano dipendenti della Kone, poi dopo una cessione di ramo d’azienda hanno cambiato casacca, ma sono rimasti lì, separati dalla ex azienda da un muro. E il lavoro c’è, tanto che a giugno è stato firmato un accordo sul premio di risultato. E c’è la Fiom: sono gli operai e i loro delegati.

L’impresa ha chiuso il bilancio 2012 con circa 4 milioni di euro di utile, è associata all’Unione Industriali di Varese, ha altre sedi dalle parti di Gallarate. Il capannone di Via Vespucci è di proprietà di una immobiliare il cui indirizzo (guarda caso) è identico a quello dell’impresa e nel cui consiglio di amministrazione siede uno dei componenti della famiglia che governa la Hydronic.

È il 2 di agosto, il giorno prima della chiusura estiva: buone vacanze, ci rivediamo il 26. Succede ogni anno, non è una novità. Quella arriva qualche giorno dopo, senza alcun preavviso. Il 9 agosto l’azienda spedisce una raccomandata indirizzata a tutti: cari lavoratori, ultimate le ferie residue perché poi sarete tutti in cassa integrazione straordinaria per cessazione dell’attività. Chi è rimasto a casa riceve la lettera nella settimana di ferragosto: “all’inizio non l’ho capita – dice Ivan – ho dovuto rileggerla un po’ di volte, poi ho cominciato a telefonare agli altri”. Il 26 agosto, giorno stabilito per la ripresa del lavoro, davanti al cancello blindato con catena e lucchetto ci sono 19 operai.
Leggi di più a proposito di Da Forlì al resto d’Italia: quando il padrone chiude. E se ne va

Jabil (ex Nokia), Milano: aggrappati da 19 mesi al proprio futuro

Jabildi Gabriele Polo

Da diciannove mesi sono senza lavoro e dal luglio del 2011 presidiano la fabbrica per evitare che venga svuotata dai macchinari e ritrovarsi disoccupati. Sono i 322 dipendenti della Jabil di Cassina de Pecchi, un tempo Siemens, quando nel sito alle porte di Milano lavoravano in 3.000, prima di un serie di dismissioni ed esternalizzazioni. La fabbrica è nata nel 1964 da una filiazione della Marelli, quando Cassina era poco più di una cascina. Poi la cittadina è cresciuta attorno allo stabilimento – che ha “portato” pure la fermata della metropolitana – il cui fiore all’occhiello era il reparto di ponti radio.

Nel 2007 tutto passa alla Nokia che dopo pochi mesi vende proprio quel reparto di punta e i suoi lavoratori alla Jabil, multinazionale americana di circuiti elettrici “specializzata” in compravendite di rami d’azienda in crisi. Crisi che a Cassina è arrivata con la fuga degli investimenti pubblici nel settore delle telecomunicazioni. Perché i ponti radio che qui si producono – un tempo grandi come armadi e oggi piccoli come scatole, ma sempre pieni di tecnologia e professionalità – “trasferendo segnali” da un punto del mondo all’altro ci permettono di telefonare, guardare la televisione e sentire la radio, sono essenziali per la vita di oggi, ma hanno bisogno di investimenti per ricerca, innovazione, sviluppo; difficilmente si può fare a meno dell’intervento statale, politica che dalle nostre parti è andata in dismissione insieme a tanta parte dell’industria italiana.
Leggi di più a proposito di Jabil (ex Nokia), Milano: aggrappati da 19 mesi al proprio futuro

Foto di qualcuna

La lettera del figlio di un operaio

di Luca Mazzucco

Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.

L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.

Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.

Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su “La Stampa” di Torino, ho letto l’editoriale del Prof. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal Prof. Deaglio a Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di martedì 27 luglio 2010)…
Leggi di più a proposito di La lettera del figlio di un operaio

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi