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L’effetto Italia e la fine dell’Occidente

di Franco Berardi Bifo

In quale abisso stiamo sprofondando non è chiaro, ma che si tratti di un abisso non c’è dubbio. Il cambiamento politico che è accaduto in Italia deve essere letto nel contesto dell’evoluzione mondiale e della disintegrazione d’Europa, e da questo punto di vista sembra essere il colpo finale alla democrazia liberale occidentale, e quindi la fine del traballante ordine del mondo che abbiamo conosciuto dopo il 1989.

Se vogliamo capire la vittoria dei partiti anti-europei in Italia dobbiamo ripensare al collasso finanziario del 2008 e all’imposizione del Fiscal compact sulla vita sociale dei paesi d’Europa. In quegli anni lo smantellamento dello stato sociale fu perfezionato e la vita sociale impoverita oltre ogni attesa. L’Unione europea si fondava un tempo sulla promessa di pace e di prosperità; dopo la svolta neoliberale di Maastricht, dopo la drammatica riduzione del salario implicita nel passaggio alla moneta comune, la regola austeritaria rappresentata dal Fiscal compact determinò una rottura con la prosperità e la pace del passato.

Nel 2011 la protesta contro l’austerità finanziaria fu guidata da un movimento di indignados che trovò il suo punto più alto nell’acampada spagnola, e continuò fino all’estate del referendum greco.

Un’agora sullo spazio politico europeo

di Caterina di Fazio

Perché scegliere l’Europa come spazio politico decisivo per la sinistra? Mentre l’Aquarius naviga nelle acque del Mediterraneo verso il porto sicuro (certo non il primo) di Valencia, l’Europa è scossa da due venti contrastanti. Da un lato, quello liberista ed europeista, dall’altro, quello delle destre antieuropeiste e antimmigrazione. La decisione di Matteo Salvini, infatti, si inscrive nella vasta panoramica che si estende dai paesi del patto di Visegrad ai ministeri degli Interni tedesco ed austriaco, e che punta a rafforzare le frontiere esterne e a bloccare quelle interne.

Un vero e proprio blocco, a cui si contrappone quello della Francia di Macron, il quale accusa l’Italia di irresponsabilità dopo aver perseguito politiche di chiusura e di smantellamento dei campi di rifugiati, e di En Marche, la cui portavoce parla addirittura di «atteggiamento vomitevole», della Germania di Angela Merkel, insomma, dell’Europa di Bruxelles, che si trova ora ad accogliere al proprio interno la nuova Spagna socialista e solidale di Pedro Sánchez e della sua ministra della Giustizia, la quale minaccia di denunciare l’Italia per violazione dei trattati internazionali. Questi i due blocchi.

In mezzo, la vita di seicento persone lasciate a attendere nel Mediterraneo di fronte a una serie di porti sicuri che chiudono loro le porte (la Sicilia, Malta, la Corsica…). L’Aquarius, già ribattezzata la nave dell’Odissea, è costretta a cambiare rotta verso la traversata infinita. Ma la legge del mare parla chiaro, così come i numeri: l’Aquarius avrebbe dovuto approdare nel primo porto sicuro, quando si trovava a 35 miglia nautiche dalla costa italiana e 27 da quella maltese, contro le 750 che la separano da Valencia.

La Fortezza Europa ringrazia Salvini

di Guido Viale

«Garantiamo una vita serena a questi ragazzi in Africa e ai nostri figli in Italia». Così il ministro della Repubblica Salvini, nell’atto di negare l’accesso ai porti italiani a una nave di Sos Mediterranée con a bordo con 629 profughi (non tutti «ragazzi»; ci sono anche 7 donne incinte, 11 bambini e 123 minori non accompagnati). Ora ad accoglierli sarà la Spagna e non sarà facile, anzi. Ma poi c’è in vista anche il blocco di una seconda nave, la Sea Watch, in attesa di altri naufraghi salvati da navi mercantili e di decine di gommoni stracarichi che non troveranno più navi delle Ong a raccoglierli, per le quali si prospettano ulteriori e drammatiche strette.

La «vita serena in Africa» che Salvini offre a quei ragazzi è il ritorno in Libia. Con le donne stuprate in modo seriale, gli uomini venduti come schiavi e tutti e tutte torturate, affamati, ricattate, ammazzati come insetti. Quanto a quella garantita ai «nostri figli», anche per loro c’è l’emigrazione; certo in condizioni di maggiore sicurezza, ma per andare a fare i lavapiatti dopo una laurea o un diploma. Così si svuotano i paesi «periferici» – dell’Africa, con il politiche coloniali tutt’altro che finite; ma anche dell’Europa, con l’«austerità» – delle forze migliori; purché quelle peggiori continuino a governare.

Rodotà, il maestro del diritto che ci ha indicato la via

di Gaetano Azzariti

Stefano Rodotà era un maestro del diritto ma soprattutto un maestro di vita, non solo un raffinato intellettuale anche il protagonista di trent’anni di battaglie civili. Egli era convinto che la scienza giuridica non si potesse ridurre ad un puro specialismo. Il “diritto” era da lui considerato un mezzo per garantire i “diritti” concreti delle persone (il diritto di avere diritti, recita il titolo di uno dei suoi libri). Questo l’ha indotto a ingaggiare una battaglia contro il formalismo vuoto di molti giuristi di ieri e di oggi, ad impegnarsi per la realizzazione di una effettività dei diritti.

È l’impegno civile che deve sorreggere la vocazione del giurista, che deve indirizzare le sue riflessioni. Tra i compiti dello studioso c’è quello di guardare oltre l’astrattezza delle norme per riconoscere la materialità degli interessi sottostanti, non ci si può trincerare solo dietro il “baluardo” della forma, bisogna considerare anzitutto la persona in carne ed ossa, i suoi bisogni. Oltre il diritto c’è la vita, ha scritto Stefano Rodotà.

Una buona dose di “moralismo” – di cui egli ha fatto l’elogio – ha contrassegnato il suo modo di operare e l’ha indotto a concepire il suo ruolo come protagonista attivo dell’eterna lotta del diritto per dare dignità alle persone concrete, per migliorare le istituzioni democratiche. Un giurista della società civile che ha promosso il cambiamento sempre nel senso dell’estensione dei diritti al fine di “assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (com’è scritto all’articolo 36 della nostra costituzione, una formulazione particolarmente amata da Rodotà).

La forma-partito non è un participio passato

di Pierfranco Pellizzetti

«L’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega, resta ancora tutta da fare» [1].
Pierre Bourdieu

«Un partito non è, come vorrebbe la dottrina classica (o Edmund Burke), un gruppo di uomini ansiosi di promuovere il bene pubblico […]. Un partito è un gruppo i cui membri si propongono di agire di concerto nella lotta di concorrenza per il potere politico» [2].
Joseph A. Schumpeter

«Io con un click, semplicissimo, decido se fare la guerra, se uscire dalla Nato, se essere padroni in casa nostra, se avere una sovranità monetaria» [3], sbraitava Beppe Grillo il 25 gennaio 2012.

Ora, cosa dovremmo pensare della clickdemocracy pentastellare, tanto idealizzata dal suo Guru, alla luce della vicenda grottesca, emersa in questo aprile 2018? Il programma elettorale del Movimento, varato nel 2017 con grandi strombazzamenti sulla sua compilazione collettiva on line, grazie al contributo progettuale di militanti a migliaia, e che ora risulta largamente rimaneggiato (o meglio, edulcorato) da manine invisibili; via, via che ci si stava avvicinando alla possibile conquista della Presidenza del Consiglio per il proprio capobranco in piena svolta democristiana. Insomma – scrive Matteo Pucciarelli – «ci sono due programmi elettorali nei Cinque Stelle; uno discusso e votato dagli iscritti, il secondo deciso dai vertici del Movimento. Il primo non conta nulla, sul secondo garantisce direttamente Luigi Di Maio» [4].

Una proposta per cambiare le leggi europee sull’immigrazione

Migranti - Foto di Roberto Pili

di Internazionale.it

A un anno esatto dal lancio della campagna Ero straniero, l’umanità che fa bene per una legge d’iniziativa popolare di riforma della legge sull’immigrazione in Italia, il 19 aprile a Roma le stesse associazioni hanno lanciato la campagna Welcoming Europe, per un’Europa che accoglie, un’iniziativa di cittadini europei per chiedere alla Commissione europea di scrivere una legge comune europea sull’immigrazione e sull’asilo in particolare su tre punti: la creazione di canali umanitari per i rifugiati attraverso lo strumento della sponsorship, la protezione delle vittime di sfruttamento lavorativo e di violenze e la depenalizzazione del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per le organizzazioni umanitarie che aiutano i migranti non a scopo di lucro.

L’obiettivo è raccogliere un milione di firme in un anno in almeno sette paesi europei. La proposta è stata registrata alla Commissione europea nel dicembre 2017 ed è stata approvata il 14 febbraio 2018. Tra i promotori dell’iniziativa ci sono: Radicali italiani, Arci, Asgi, Arci, Action Aid, A buon diritto, Cild, Oxfam, Fcei, Casa della carità, Cnca, Agenzia scalabriniana per la cooperazione e lo sviluppo, Legambiente, Baobab experience.

Oltre che in Italia, si sono costituiti comitati promotori in Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Ungheria.

Europa, mercato e sovranità popolare

di Alessandro Somma

Che l’epoca attuale sia caratterizzata dal trionfo della logica del profitto è oramai un dato di fatto, le cui conseguenze sono state indagate dai punti di vista più disparati. Un recente volume – Lo impone il mercato. Come i nostri governanti hanno stravolto i principi costituzionali di Daniele Perotti (Imprimatur) – ha ripercorso quelle che interessano il piano dei principi fondamentali enunciati dalla Costituzione italiana nei suoi primi articoli[1]. Il risultato è un atto di accusa duro e articolato contro l’Europa unita, ritenuta il catalizzatore di quanto possiamo oramai definire in termini di dittatura del mercato. Al lettore si offre così un contributo riconducibile a un genere letterario che sta finalmente prendendo piede: quello relativo all’incompatibilità conclamata, sebbene troppo a lungo occultata, tra Costituzione italiana e Trattati europei.

Costituzione vs trattati europei

Da un simile punto di vista sono centrali le pagine in cui si sottolinea il ruolo che per la Carta fondamentale assume il lavoro: il perno del patto di cittadinanza per cui il diritto ai beni e servizi erogati dallo Stato sociale costituisce il corrispettivo del dovere di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4). Il tutto collegato a un vero e proprio obbligo dei pubblici poteri di creare le condizioni affinché il diritto al lavoro sia effettivo, e soprattutto sia produttivo di emancipazione e dignità per sé e per la propria famiglia.

Perotti sottolinea opportunamente che questo equivale ad attribuire allo Stato il compito di promuovere attivamente la piena e buona occupazione, rigettando l’idea ora dominante per cui si riconosce al solo mercato “una funzione generatrice di lavoro”.

Come sarà l’Italia in mano ai razzisti

di Guido Viale

Come sarà l’Italia in mano a partiti razzisti? Bisogna cominciare a chiederselo. Combattere la solidarietà verso profughi e “stranieri” non la rafforza tra i “nativi”, ma distrugge anche quella: promuove il sospetto, l’invidia, l’insensibilità per le sofferenze altrui, la crudeltà.

E affida “pieni poteri” a chi governa: non solo per reprimere e tener lontane le persone sgradite, ma anche per giudicare sgradite tutte quelle che non obbediscono. La società che respinge e perseguita gli stranieri non può che essere autoritaria, intollerante, violenta. La storia del secolo scorso ci ha insegnato che questo è un piano inclinato da cui è sempre più difficile risalire.

Ma che risultati possono raggiungere i governi impegnati a fare “piazza pulita” di profughi e migranti? Nessuno. La pressione dei profughi sull’Europa continuerà, perché continueranno a peggiorare le condizioni ambientali dei paesi da cui centinaia di migliaia di esseri umani sono costretti a fuggire a causa del saccheggio delle loro risorse e dei cambiamenti climatici che colpiscono soprattutto i loro territori.

Migranti: sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi

di Alex Zanotelli

Sono indignato per quanto sta avvenendo sotto i nostri occhi verso i migranti, nell’indifferenza generale. Stiamo assistendo a gesti e a situazioni inaccettabili sia a livello giuridico, etico ed umano. È bestiale che Destinity, donna nigeriana incinta, sia stata respinta dalla gendarmeria francese. Lasciata alla stazione di Bardonecchio, nella notte, nonostante il pancione di sei mesi e nonostante non riuscisse quasi a respirare perché affetta da linfoma. È morta in ospedale dopo aver partorito il bimbo:un raggio di luce di appena 700 grammi!

È inammissibile che la Procura di Ragusa abbia messo sotto sequestro la nave spagnola Open Arms per aver soccorso dei migranti in acque internazionali, rifiutandosi di consegnarli ai libici che li avrebbero riportati nell’inferno della Libia.

È disumano vedere arrivare a Pozzallo sempre sulla nave Open Arms Resen, un eritreo di 22 anni che pesava 35 kg, ridotto alla fame in Libia, morto poche ore dopo in ospedale. Il sindaco che lo ha accolto fra le sue braccia , inorridito ha detto :”Erano tutti pelle e ossa, sembravano usciti dai campi di concentramento nazisti”.

È criminale quello che sta avvenendo in Libia, dove sono rimasti quasi un milione di rifugiati che sono sottoposti – secondo il il Rapporto del segretario generale dell’ONU ,A. Guterres – a “detenzione arbitraria e torture, tra cui stupri e altre forme di violenza sessuale , a lavori forzati e uccisioni illegali”. E nel Rapporto si condanna anche “la condotta spregiudicata e violenta da parte della Guardia Costiera libica nei salvataggi e intercettazioni in mare”.

La sinistra e il futuro che ci aspetta: il pensiero di Randall Collins

di Nicolò Bellanca

Per un’efficace strategia politica di Sinistra, accanto a una valida analisi del presente, occorre provare a prevedere quello che accadrà. Una Sinistra che si proponga di modificare lo stato delle cose, non può eludere il nodo del futuro: non le basta capire come intervenire sulla situazione data; le occorre anche cogliere i movimenti profondi della struttura sociale che, se lasciati a sé stessi, orienteranno l’evoluzione collettiva. Tuttavia, questo esercizio è uno dei più ambiziosi e rischiosi che un ricercatore possa intraprendere.

Esso presenta un margine di errore talmente elevato, che molti studiosi lo giudicano vano e irrazionale. Chi lo effettua seriamente è un intellettuale metodologicamente avvertito, che decide di mettere in gioco parte della propria reputazione pur di non rinunciare allo “squarcio di luce” che dalla prognosi può scaturire. Recentemente, in questi termini si sono coraggiosamente confrontati con l’avvenire due dei maggiori sociologi contemporanei, Randall Collins e Wolfgang Streeck, e un eminente economista dello sviluppo, Branko Milanovic. Mentre di Streeck e Milanovic parlerò in successivi articoli, oggi mi soffermo sul contributo di Collins, che espongo liberamente, rafforzandone alcuni passaggi con mie considerazioni [1].

Alle prese con i cambiamenti strutturali del sistema economico, Collins tenta di cogliere le forze essenziali, tenere conto delle maggiori controtendenze e argomentare la traiettoria che dovrebbe imporsi. A suo avviso, il dilagare dell’automazione – le tecnologie dell’informatica e della computerizzazione – sta sostituendo il lavoro umano con robot o macchine intelligenti. Il fenomeno non sembra originale: già ai tempi di Marx, oltre 150 anni fa, la tecnologia iniziò a rimpiazzare le attività agricole e manifatturiere.