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Lo scontro Italia-Ue in un vicolo cieco

di Alfonso Gianni

Come era prevedibile, alla Commissione Europea la risposta del governo italiano che intende mantenere inalterati i dati riguardanti i saldi e la crescita non è piaciuta affatto. Finisce così miseramente l’improbabile tentativo di mediazione del ministro Tria, con l’incerto e inefficace sostegno del presidente del Consiglio. Vasi di coccio finiti tra vasi di ferro, quali, per ora, sono Salvini e Di Maio.

I primi a chiedere che all’Italia non si conceda nulla e che anzi bisogna aprire una procedura d’infrazione nei nostri confronti sono stati paesi come l’Austria e l’Olanda. L’internazionale nazional-sovranista è una contraddizione in termini, peggio che un ossimoro. E infatti alla prima prova più che liquefarsi non si è neppure appalesata. Durissimo il ministro delle Finanze di Vienna, Hartmut Loeger – membro di un governo nel quale i popolari governano con il partito dell’ultradestra guidato da Strache – con una dichiarazione che come si sa ha l’effetto di mandare in bestia i nostri governanti: “L’Italia corre il rischio di scivolare verso uno scenario greco”. Con la rilevante differenza che il peso dello Stivale è assai maggiore di quello del paese ellenico e i pericoli di contagio ancora maggiori. Infatti lo stesso ministro austriaco ha aggiunto che “non si tratta di una questione italiana, ma europea”. Avendo in questo caso del tutto ragione, ma in un senso ben diverso da quello che intende.

La propaganda di estrema destra alla conquista dell’Europa

di Nina Horaczek, traduzione di Claudia Tatasciore

Questo articolo nasce dal lavoro comune di un gruppo di giornali europei, Europe’s far right research network, in vista delle elezioni europee 2019. Ne fanno parte, oltre a Internazionale, Falter (Austria, a cui appartiene l’autrice del reportage), Gazeta Wyborcza (Polonia), Hvg (Ungheria), Libeŕation (Francia) e Die Tageszeitung (Germania).

Berlino, Jakob Kaiser-Haus, stanza 6630. In questo palazzo nel quartiere amministrativo della capitale tedesca si trova lo studio di registrazione del gruppo parlamentare di Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania, Afd): una piccola stanza con un tramezzo blu e tanto di logo dell’Afd, green screen per lo sfondo dei video, telecamera, un riflettore. Oltre che nella sala stampa, nel viale Unter den Linden, è qui che si confezionano le notizie con cui il partito di estrema destra vuole dirottare i cittadini tedeschi dal Tagesschau, il principale notiziario della televisione pubblica, alle notizie targate Afd.

Il modello per sferrare l’attacco al servizio pubblico tedesco arriva da Vienna. Joachim Paul, consigliere dell’Afd del land Rheinland-Pfalz (Renania-Palatinato), ha trascorso qualche tempo nella capitale austriaca come factotum della testata online di estrema destra Unzensuriert, la cui redazione è ospitata da una confraternita che si richiama al nazionalismo tedesco. Tornato in Germania, Paul ha lanciato il canale web Afd-Rheinland-Pfalz e adesso le news dell’Afd arrivano in tutta la Germania. Il modello è l’austriaca Fpö-Tv, l’emittente online creata nel 2012 dal Partito della libertà austriaco (Fpö), e che da poco tempo offre anche un notiziario pensato per gli schermi dei telefoni.

Fate come il camaleonte: un occhio al passato e un occhio al futuro

di Vittorio Capecchi

Un proverbio del Madagascar

Il camaleonte, molto diffuso nel Madagascar, ha tre caratteristiche che fanno di questo piccolo rettile squamato (è lungo dai 3 ai 60 centimetri) un attore molto particolare. La sua caratteristica più nota è quella del mimetismo per cui cambia colore a seconda del suo stato emotivo: se è tranquillo assume il suo tipico colore verde, mentre se è agitato assume una colorazione rosso arancio e può mimetizzarsi col fogliame o i tronchi d’albero.

Su di un tronco (agitato perché ha fame) resta in attesa che voli sopra di lui un piccolo insetto. A questo punto interviene la sua seconda straordinaria caratteristica: una lingua, che è due volte la sua lunghezza (chi scrive è alto 1,96 e, se fosse un camaleonte, avrebbe una lingua di quasi 4 metri) e che scaglia sulla preda con grande precisione e velocità. Il suo muco vischioso e appiccicoso blocca l’insetto che viene portato alla bocca per poterlo mangiare. La terza caratteristica del camaleonte sono gli occhi indipendenti che vedono in direzioni diverse (a 360 gradi) convergendo solo quando il camaleonte vuole catturare una preda. Di queste tre caratteristiche gli occhi indipendenti hanno favorito la diffusione di un proverbio nel Madagascar: “Fate come il camaleonte, un occhio al passato e un occhio al futuro”.

Varoufakis: “L’Italia continua a comportarsi da bimbo viziato, non è così che si cambia l’Europa”

Yanis Varoufakis

di Arcangelo Rociola

L’economia italiana non è sostenibile all’interno delle politiche dell’Eurozona e la manovra del governo non riuscirà a rivitalizzarla: ogni sforzo è inutile senza una revisione completa delle politiche europee e del fiscal compact. Ne è convinto Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco e professore di economia all’Università di Atene, allontanato dal governo Tsipras per la sua dura opposizione al regime di austerità imposto dall’Europa per il salvataggio di Atene. A colloquio con Agi, Varoufakis ha spiegato perché rispetto alla sua battaglia contro Bruxelles, quella del governo giallo-verde è destinata a non cambiare nulla, ripetendo gli stessi errori “da bambino viziato” commessi dall’ex premier Matteo Renzi.

Il governo italiano ha deciso di sfidare Bruxelles trovando un accordo per una manovra espansiva, con un rapporto deficit/pil che sfora i parametri di bilancio dell’Ue. Servirà a rivitalizzare l’economia italiana?

“No, non credo sarà sufficiente a rivitalizzare l’economia italiana. Per farlo servirebbe un cambiamento più radicale a livello di Eurozona, compreso un programma di investimenti su larga scala e una revisione completa del Fiscal compact. Bisogna fermare il declino dei redditi medi”.

Cosa pensa dell’introduzione del reddito di cittadinanza e della flat tax? È ciò di cui l’Italia ha bisogno?

Cosa è (e cosa non è) il reddito minimo degli altri Paesi europei

di Giovanni Perazzoli, Stradeonline.it

Comprensibilmente il reddito minimo condizionato degli altri paesi europei suscita molta perplessità in Italia. È difficile orientarsi, anche perché il principio sembra cozzare con il senso comune. Come? Chi non lavora ha un reddito? Nonostante esistessero da lungo tempo, di questi strumenti non abbiamo saputo nulla, al massimo è sembrato che fossero cose da paesi scandinavi, paesi poco popolati, un po’ strani. Scoprire che la Francia è forse il paese con il welfare più generoso è troppo destabilizzante, si oppone al senso della realtà. Doveva succedere.

I populisti hanno approfittato, in direzione antieuropea, dell’ottusa difesa della politica italiana (a destra come a sinistra) del welfare corporativo e clientelare. Proverò qui a rispondere ad alcune domande, cercando di cogliere lo spirito di questo sistema. Partiamo dai nomi. I “redditi di cittadinanza” o i “redditi di inclusione” degli altri, Francia, Germania e Regno Unito, si chiamano: Revenu de solidarité active, Arbeitslosengeld II, Jobseekers allowance.

Alt! Ma è corretto l’uso di “reddito di cittadinanza” del M5s?

A molti è parsa, con buone ragioni, una denominazione ingannevole, perché allude a un welfare incondizionato; potrebbe però essere difesa così: se il revenu de solidarité active francese fa perno sul valore della “solidarietà”, quello del M5s fa perno sulla “cittadinanza”. Allo stesso modo, il Rei (Renzi-Gentiloni) fa perno sull'”inclusione”. Non mi fermerei sui nomi. Bisogna cercare di cogliere invece lo spirito di questi sistemi di welfare, se non si vuole prendere per buone le patacche.

“Un sistema sanitario ormai al collasso”

di Michele Migone

La manovra è dietro l’angolo e per mantenere le promesse fatte in questi mesi dal governo di Giuseppe Conte serve un miracolo. Inevitabile, quindi, iniziare a parlare di tagli, proprio come fatto dai governi precedenti. Poche ore fa è stato il Ministro dell’Interno Matteo Salvini a parlare di una “manovra coraggiosa” e di tagli agli sprechi “anche nella sanità. Sotto questo punto di vista saranno molto importanti i costi standard”.

Costantino Troise è il segretario generale di ANAAO Assomed, il sindacato dei medici e dei dirigenti della sanità pubblica, che critica duramente la decisione del cosiddetto “governo del cambiamento” di comportarsi esattamente come gli esecutivi che lo hanno preceduto e ha invitato di parla di sprechi nella sanità pubblica a fare un elenco di cosa viene considerato uno spreco e cosa no.

Il famoso contratto di governo si interpreta per alcune parti e si applica come tutte le altre. Evidentemente per la sanità si interpreta, perché mi pare di ricordare che si parlava di investire nella sanità e investire negli operatori della sanità. Ora l’investimento presuppone la disponibilità di risorse e non la sottrazione di risorse. Questa storia degli sprechi della sanità mi pare un argomento non adatto al governo del cambiamento, è un argomento vecchio. Io aspetto sempre che qualcuno faccia un elenco degli sprechi e poi possiamo discutere su cosa è spreco e cosa non lo è. Mi pare di ricordare che noi spendiamo di sanità la cifra più bassa di tutti i Paesi del G7 e abbiamo i risultati migliori di molti altri Paesi, come Bloomberg ha sottolineato come qualche giorno fa. Abbiamo una drammatica carenza di medici, che non soltanto non ci sono, ma se ci sono non vogliono lavorare per il pubblico e vanno a lavorare per il privato. Abbiamo mezzo Paese, da Roma in giù, che è in una condizione gravissima per quanto riguarda lo Stato e le strutture sanitarie e la salute dei cittadini, che addirittura vivono quattro anni in meno rispetto ai Paesi del Nord. Se qualcuno ripete un copione già scritto e conosciuto da dieci anni, parlando ancora di tagli alla sanità, e addirittura torna questo mostro mitologico dello spreco, io aspetto che questi sprechi vengano elencati.

Per un diritto internazionale dell’ospitalità

di Étienne Balibar

Nel Mediterraneo la situazione è sempre più tesa. Un’ecatombe quotidiana, in parte dissimulata. Stati che, per parte loro, istituiscono o tollerano pratiche di eliminazione che la storia giudicherà senza dubbio come criminali. Contemporaneamente, hanno luogo iniziative che incarnano lo sforzo di solidarietà della «società civile»: città-rifugio, «passeurs d’umanità», navi di salvataggio troppo sovente costrette alla guerriglia contro l’ostilità dei poteri pubblici. Questa situazione esiste anche in altre parti del mondo. Ma per noi, cittadini europei, riveste un significato e ha un’urgenza speciale. Richiede una rifondazione del diritto internazionale, orientato verso il riconoscimento dell’ospitalità come «diritto fondamentale» che imponga agli stati degli obblighi, la cui portata sia almeno eguale a quella dei grandi proclami del dopo guerra (1945,1948,1951). Bisogna quindi discuterne.

In primo luogo, di chi stiamo parlando? Di «rifugiati», di «migranti» o di un’altra categoria che le inglobi entrambe? È noto che queste distinzioni sono al centro delle pratiche amministrative e della loro contestazione. Ma, soprattutto, dal modo in cui nominiamo gli esseri umani che dobbiamo proteggere o bloccare, dipende anche il tipo di diritti che riconosciamo loro e il modo in cui qualifichiamo il fatto di privarli di essi. Il termine che propongo è quello di erranti.

Mi spingo a parlare di erranza migratoria o di migranza piuttosto che di «migrazione». Il diritto internazionale dell’ospitalità deve rivolgersi agli erranti della nostra società mondializzata, riflettere i caratteri dell’erranza migratoria in quanto tale, con particolare riguardo per le violenze che si concentrano nei percorsi. Vari argomenti vanno in questa direzione.

Appunti di viaggio: un altro pregiudizio da sfatare – Seconda parte

di Silvia R. Lolli

Visitando alcune città storiche dell’est ed alcuni dei loro musei, osserviamo altre contraddizioni, quando cerchiamo di capire in che modo si è formato lo Stato che ricordiamo si sente in dovere di esportare in tutto il mondo la propria democrazia. Per esempio la storia dice che i principi democratici voluti dai sette padri costitutivi gli Stati federali americani nel 1776 sono ben presto stati dimenticati.

La conquista dell’ovest ha permesso di invadere un territorio immenso annientando o relegando nelle riserve i nativi. Poi, nonostante una guerra civile sanguinosissima, ha esteso realmente a tutti i suoi cittadini gli stessi diritti e solo con la rivoluzione del 1967-68, come evidenziato in vari musei e mostre dedicati alla ricorrenza: le pari opportunità per neri, donne e omosessuali sono state difficili da ottenere ed ancora c’è sempre qualcuno che rimane sotto ad un altro.

Per loro gli immigrati da tenere lontano, al di là del muro in costruzione, sono ora i messicani. Fortunatamente non per tutto il popolo esiste questo bisogno. Leggiamo fra l’altro una notizia sul New York Times: si sta organizzando il nuovo censimento in modo da conoscere il censo dei cittadini; si vedrà, ma dalla prima lettura sembra un’altra contraddizione con l’idea iniziale “della rivoluzione”, l’accoglienza di tutti.

Appunti di viaggio: un altro pregiudizio da sfatare – Prima parte

di Silvia R. Lolli

La partenza da Philadelphia avviene nell’ennesimo giorno piovoso, causato dalla grande umidità. Con mio grande stupore leggo, sul tabellone dei treni in arrivo, il ritardo di oltre un’ora del treno per Boston. Alla mia, poi si aggiungono altre partenze in ritardo; lo stupore aumenta. Considerata la non altissima frequenza di linee per grandi percorrenze (cioè del treno come lo intendiamo noi, non quello più territoriale o le linee di metro) l’evento (chissà poi se è tale? Così intanto mi dicono) è da sottolineare proprio perché, percentualmente viste le frequenze, diventa rilevante.

Poi qualche giorno dopo ho la conferma del cattivo servizio di trasporto pubblico americano da un’abitante di Cape Cod, insegnante della primaria in pensione, che ricorda l’ottimo e veloce servizio francese. Certo anche lo scorso anno l’unico treno giornaliero che va da S. Francisco a Seattle e poi a Vancouver non brilla certo per la velocità. In alcuni tratti sembra di essere nei film western ai tempi della costruzione delle prime ferrovie, anche se le carrozze sono molto più confortevoli.

Qui sulla costa est va un po’ meglio, ma le differenze fra costa est ed ovest sui servizi per il viaggio in treno della stessa compagnia di trasporto sono parecchie, a cominciare dal servizio bagagli, sempre incluso, ma organizzato in modo diverso. Forse la diversità è semplicemente dovuta alla diversa frequenza delle tratte, perché anche da San Francisco a Sacramento lo scorso anno non c’era.

Migranti, serve un nuovo patto Ue

di Alfiero Grandi

Le grida di Salvini tentano di coprire l’assenza dei (suoi) risultati e di mettere in ombra alcuni ottenuti da Conte come la ripartizione in altri Paesi Ue dei migranti di un barcone, è l’opinione condivisibile di Stefano Feltri. Malgrado non ci sia pericolo di invasione e il numero dei migranti sia crollato, la Lega alza sempre più i toni e Salvini cerca di affermarsi come uomo forte del governo. Ci riesce fin troppo. I toni moderati di Conte non bastano, per riuscire a contrastare la Lega occorre che Di Maio e i 5Stelle esprimano una posizione diversa, superando un ruolo fin troppo subalterno, superando una divisione dei compiti e aprendo un confronto esplicito sui migranti.

Certo, l’Italia ha altri, seri problemi. La rachitica ripresa economica sta già rallentando ed è indispensabile una strategia di rilancio e per reagire al rischio declino l’Italia ha bisogno di una quota di lavoratori stranieri. Gran parte degli immigrati farà lavori che gli italiani non vogliono fare e questo convive con i giovani che non trovano in Italia una risposta coerente con la loro formazione, che è costata alla collettività somme ingenti. Il lavoro degli stranieri subisce uno sfruttamento inaccettabile, condizioni di vita inumane in ghetti invivibili, fonte di tensioni con aree della popolazione a contatto con questo degrado.

I rifugiati hanno diritto d’asilo, ma c’è anche una storia di flussi di immigrazione controllata, motivata da ragioni economiche, da ricongiungimenti familiari, ecc. Queste esperienze sono saltate, ne resistono aree limitate. Una recente legge di iniziativa popolare propone una versione aggiornata dei flussi programmati di immigrazione, responsabilizzando chi chiede manodopera.