La Costituzione per l’uguaglianza e la democrazia

di Roberta Mistroni

La Costituzione è la legge fondamentale della Repubblica italiana. È stata approvata dall’Assemblea Costituente della Repubblica il 22/12/1947 ed è entrata in vigore il 1° gennaio del 1948. Il testo comincia con 12 articoli che definiscono i principi fondamentali e prosegue con l’enunciazione dei diritti, doveri e libertà dei cittadini (artt.13-54) suddivisi in quattro parti: sui rapporti civili, etico-sociali, economici e politici. La seconda parte della Costituzione è dedicata all’ordinamento dello Stato (artt.55-139) ed è suddivisa in 6 titoli: il Parlamento, il Presidente della Repubblica, il governo, la magistratura, le regioni, le province e i comuni e le garanzie costituzionali.

La nostra Costituzione ha, tra le altre, due caratteristiche fondamentali:

  • 1. è una Costituzione rigida nel senso che la sua revisione non può essere effettuata con legge ordinaria, ma solo con una legge che preveda una procedura di approvazione rafforzata, cioè con una procedura più complessa di quella prevista per le leggi ordinarie al fine di assicurare una maggiore ponderazione (vedi art.138).
    Purtroppo la rigidità della nostra Costituzione da molti anni è stata superata con l’introduzione di numerose leggi ordinarie che, pur non modificandola formalmente (d’altra parte non sarebbe stato possibile!), l’hanno fatto materialmente. Ritorneremo tra poco su questo argomento;
  • 2. è una Costituzione sociale nel senso che nella prima parte non si limita ad affermare i diritti e le libertà dei cittadini ma si impegna a garantirli e a rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla loro applicazione: art.2 – la Repubblica riconosce e garantisce i diritti fondamentali dell’uomo; art.3 – tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge .. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedisce il pieno sviluppo della persona umana; art.4 – la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto.
    Gli articoli citati sono solo un’esemplificazione del carattere sociale della nostra Costituzione. In realtà tale carattere si evince da molti altri articoli contenuti nei principi fondamentali e nella prima parte, su molti dei quali ci soffermeremo tra poco.

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Decontaminare i territori dai traffici di veleni e dall’illegalità

di Legambiente Bologna Libera e Comitato Io Lotto

A Bologna uesta sera, venerdì 14 luglio alle 21, nell’ambito di Etica (Festival della Responsabilità Civile) presso il circolo La Fattoria, via Pirandello 6 incontrano Enrico Fontana, direttore di Nuova Ecologia e della Segreteria nazionale di Legambiente Don Praticiello, una delle voci più autorevoli del popolo inquinato della Terra dei Fuochi per affrontare temi sempre purtroppo attuali, come quelli dei traffici di rifiuti, degli incendi dolosi e di altre illegalità ambientali che minacciano lo sviluppo, la salute e la vita delle popolazioni di vaste zone del nostro Paese.

Centinaia di migliaia di ettari di bosco bruciano in queste settimane per mano di ritorsioni e mire criminali delle mafie che attanagliano le nostre regioni: il risultato è drammatico per i beni comuni ambientali, per l’economia dei territori e per l’incolumità delle popolazioni. La legge sugli ecoreati inizia a dare i primi frutti con un miglioramento della forbice tra reati individuati e reati puniti mentre si registra una leggera diminuzione degli illeciti.

Ma il cammino per l’affermazione della legalità è ancora lungo e la risposta dello Stato e delle amministrazioni locali risulta gravemente inadeguata. I roghi di queste settimane, letteralmente infuocate, ci dimostrano infatti che la guardia è ancora troppo bassa su questo terreno anche perché molti piani regionali di prevenzione degli incendi sono non ancora approvati o non operativi, mentre all’accorpamento del Corpo Forestale dello Stato nell’Arma dei carabinieri non sono seguiti i provvedimenti applicativi necessari per un riassetto dell’apparato in grado di raccogliere questa sempre più micidiale sfida della criminalità.
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“Ho la Sla, voglio decidere quando morire”

Sla - Foto di Aciclico.com
Sla - Foto di Aciclico.com
Risposta di Corrado Augias a una lettera di Walter Piludu su Repubblica

Caro Augias, ho 64 anni, nell’agosto del 2011 mi è stata diagnosticata la Sla. Scrivo grazie ad un computer a comandi oculari. Da metà del 2013 sono immobilizzato, con un tubo che collega, 24 ore al giorno, il mio naso ad un respiratore meccanico. Non avendo più il riflesso difensivo della tosse mangio e bevo con il terrore che qualcosa vada di traverso – mi è già successo: una situazione terribile di soffocamento. Ad onta della mia condizione, non penso al suicidio, anzi, facendo leva sulle mie residue risorse intellettuali, sulla vicinanza di alcune care amicizie e, soprattutto, sugli affetti familiari, riesco tuttora a trovare un senso alla mia esperienza umana.

Però, sempre che non intervenga prima una fatale crisi respiratoria, so di essere condannato a perdere le mie funzioni vocali. A tale evento ho deciso di collegare il punto finale della mia vita. Appunto perché la vita è una unica, irripetibile esperienza, deve poter essere vissuta senza che diventi un’insopportabile prigione. C’è, insomma, un diritto inalienabile, di dignità e di libertà, che deve essere garantito a tutti. Chiedo: perché costringermi ad andare in Svizzera invece di poterlo fare vicino ai miei affetti, nella mia terra, nella mia patria?

Al momento la sola alternativa che ho sarebbe lasciarmi morire di fame e di sete. È accettabile, umano, pietoso costringere una persona e i suoi cari ad un tale fardello di prolungata, indicibile sofferenza?
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Il calcio non è un affare: si vada oltre il mercato, lo sport recuperi la sua etica

Calcetto - Foto di Sapo
Calcetto - Foto di Sapo
di Paolo De Gregorio

Nelle fantasiose e improbabili ricette per evitare che in futuro la nostra nazionale di calcio faccia meschine figure, almeno per quello che ne so io, non c’è nulla che possa davvero risolvere il problema. Come al solito è impossibile mischiare etica e denaro, soprattutto quando il denaro è un valore assoluto e la maglia, anche delle squadre in cui si gioca, può cambiare per esigenze di mercato, e questa ideologia del mercato di carne da pallone si estende anche alla propria nazionale.

Pretendere amor di patria da miliardari bolliti dai troppi impegni agonistici e dagli stuoli di belle figheire che li circondano è veramente da citrulli, ed è indecente mettere in relazione i successi del calcio e l’economia, come hanno fatto alcuni cervelloni dopo la vittoria con l’Inghilterra, che vedevano un nesso tra un successo pallonaro e una “ripresa” della nostra economia.

Sorprende che queste scemenze vengano pubblicate, a meno che non lo si faccia per confondere i sudditi e fare sembrare che l’origine della crisi che ci stritola sia misteriosa e che non ci siano nomi, cognomi e partiti che ce l’hanno sulla coscienza. Per tornare al gioco del calcio il ragionamento è semplice: il calcio deve tornare a essere uno sport, e non un lavoro gestito da società per azioni.
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“The ethical economy”: il valore del lavoro

The ethical economy
The ethical economy
di Adam Arvidsson e Nicolai Peitersen

Cos’è il valore, veramente? Mentre l’economia moderna ha messo da parte la questione del valore definendola come “non scientifica”, la teoria sociale moderna ha teso a considerare il valore come un fatto, come qualcosa ancorato alle realtà dei mondi fisici. Per quello che riguarda l’economia, proviamo a prendere in considerazione la “Teoria del Valore Lavoro”.

Sviluppata da “economisti politici” come Adam Smith e David Ricardo, che scrivevano durante la rivoluzione industriale del Diciottesimo e Diciannovesimo secolo (nel caso di Smith un po’ prima della “rivoluzione”), la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta il muro difensivo dell’economia e del pensiero politico marxisti. In estrema sintesi, essa afferma che tutti i valori nell’economia possono essere derivati dal tempo medio del lavoro necessario a produrli. E, conseguentemente, i profitti rappresentano un “furto” di questo tempo di lavoro.

In quanto teoria relativa a come sono formati i prezzi, la “Teoria del Valore Lavoro” poteva aver senso nelle realtà semplici della produzione in fabbrica della prima metà del ‘900. Ma come lo stesso Marx comprese negli anni attorno al 1850, il movimento verso una più alta complessità della cooperazione industriale e l’estensione delle catene di valore hanno reso progressivamente sempre più difficile isolare il contributo dato dal tempo di lavoro al prezzo. Nonostante ciò, la “Teoria del Valore Lavoro” è divenuta enormemente influente come modo di pensare al valore e per compiere scelte legate a questo nella società industriale.
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