Angela Pascucci: con la Cina nel cuore

di Claudia Pozzana e Alessandro Russo

Salutiamo la cara amica Angela Pascucci che se ne è andata dopo aver resistito a lungo al male che l’aveva colpita. Angela è stata una grande giornalista e studiosa della Cina contemporanea, che ha svolto un vasto lavoro di inchiesta militante. Ci siamo incontrati per molti anni attorno a una serie di interrogativi sulla possibile universalità della politica cinese del Novecento, nonché sulle conseguenze contemporanee della «negazione integrale» (dal governo cinese in primis) di ogni loro valore.

Abbiamo fatto insieme viaggi, seminari, incontri, conferenze e tante lunghissime telefonate per mettere a fuoco reciprocamente gli interrogativi e le piste di lavoro. Angela era informatissima sulle ricerche di punta a livello internazionale sull’economia, oltre che sulla politica contemporanea cinese. Nei suoi vari viaggi in Cina non smetteva di fare inchiesta su ciò che lei considerava un «essere parlante», Talkin’ China come si intitola uno dei suoi libri più belli.

S’intende, una molteplicità illimitata di soggettività, che lei cercava di ascoltare con attenzione e umiltà per imparare da chiunque qualcosa di essenziale sulla Cina come crocevia delle principali questioni politiche contemporanee. Dedicava una speciale attenzione agli operai della «fabbrica del mondo», figure di un passaggio epocale che era per Angela un tema centrale della sua intelligenza politica: le centinaia di milioni di giovani migranti, non più contadini ma destinati a non diventare mai veramente popolazione urbana.
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Foto di Cifor

Una ri-ribellione in Congo

di Luca Jourdan

Un’ennesima ribellione è scoppiata nel Nord Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. Il movimento armato M23 ha conquistato Goma, città ai confini con il Ruanda. I ribelli stanno ora trattando con il governo di Kinshasa e, se le cose procedono senza intoppi, dovrebbero ritirarsi ed attestarsi a 20 chilometri dalla città.

È la solita musica: sono ormai vent’anni che l’est del Congo non conosce pace. Nei primi anni Novanta, quando il paese si chiamava ancora Zaire ed era sotto il giogo della dittatura di Mobutu, esplosero i primi conflitti fra popolazioni sedicenti autoctone e i Banyarwanda per ragioni legate alla competizione per la terra e a dispute sul diritto di cittadinanza (il termine Banyarwanda indica i gruppi di lingua ruandese, alcuni dei quali erano presenti nell’area al momento della definizione dei confini in epoca coloniale, altri sono immigrati nella regione a partire dal periodo belga). Da allora il genocidio in Ruanda (1994), le due guerre del Congo (1996-1998) e la ribellione di Laurent Nkunda (2008) hanno continuato ad alimentare un ciclo di violenza senza fine.

Si tratta di una guerra complessa, che ha causato milioni di morti, e in cui le risorse minerarie giocano un ruolo centrale. I diversi belligeranti si battono per il controllo delle miniere di coltan, diamanti, oro e cassiterite, tutte risorse che dall’est del Congo raggiungono le capitali di Uganda e Ruanda per poi essere vendute sul mercato internazionale. Ma non è questa l’unica ragione: la competizione per la terra e la continua manipolazione delle identità etniche alimentano un clima di odio e paranoia.
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