Sudan: i rivoluzionari esortano l’esercito a unirsi al popolo

di Giovanna Lelli, per il Comitato Europeo di Solidarietà con il Popolo Sudanese Il 6 aprile 2019 una gigantesca manifestazione a Khartoum (Sudan) occupa i luoghi antistanti la sede delle Forze Armate, nell’intento di esortarle a unirsi al popolo. Le masse dichiarano che vi resteranno fino alla caduta del regime. Gli slogan sono semplici e […]

Israele: un altro colpo fatale alla democrazia

Il generale Ya'ir Golan
Il generale Ya'ir Golan

di Uri Avnery, 21 maggio 2016, Gush Shalom, traduzione di Cristiana Cavagna

“Per favore, non scrivere di Ya’ir Golan!” mi ha pregato un amico. “Qualunque cosa scriva uno di sinistra come te non farà che danneggiarlo!” Così per alcune settimane ho evitato di farlo. Ma non posso tacere oltre.

Il generale Ya’ir Golan, vice Capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, ha tenuto un discorso in occasione del Giorno della Memoria dell’Olocausto. Indossando la sua uniforme, ha letto un testo preparato in anticipo e ben ponderato, che ha provocato uno scalpore non ancora sopito.

Decine di articoli sono stati pubblicati su di lui, alcuni di condanna, altri di lode. A quanto pare, nessuno ha potuto rimanere indifferente. La frase principale è stata: “Se qualcosa mi terrorizza della memoria dell’Olocausto, è la consapevolezza dei terribili sviluppi verificatisi in generale in Europa, e particolarmente in Germania, 70, 80, 90 anni fa, e il ritrovarne traccia qui in mezzo a noi, oggi, nel 2016.”
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Intervenire in Libia? Perseverare diabolicum est

Intervento militare in Libia
Intervento militare in Libia
di Diego Angelo Bertozzi

Nel giugno 2014 il Los Angeles Times valutava, a distanza di tre anni, gli effetti dell’intervento della coalizione a guida Nato a sostegno della composita galassia della “ribellione” che avrebbe deposto e giustiziato il colonnello Gheddafi.

Ebbene, quella che al tempo, sotto la sigla “Responsability to Protect” (il dovere di proteggere la popolazione civile dalla repressione) era stata giudicata la nuova frontiera dell’esportazione della democrazia manu militari (senza intervento diretto sul terreno), mostrava un bilancio misero, riassunto dalla presenza incontrollata di oltre 120 milizie armate: non solo “una terra senza legge che attrae i terroristi, al centro di un traffico illegale di armi e di droga e che destabilizza i suoi vicini”, ma anche “una minaccia per la sicurezza maggiore di quanto fosse prima”.

Insomma, un’ammissione di fallimento che, tuttavia, non raffredda i bollori bellici. Lo stesso quotidiano statunitense teneva a precisare che questo quadro sconfortante era la conseguenza di un intervento troppo limitato, il frutto di un mordi e fuggi bellico: “L’esperienza libica è vista da molti come un ammonimento del danno non intenzionale che le grandi potenze possono infliggere quando mirano a un coinvolgimento limitato in un conflitto imprevedibile”.

E così oggi gli “apprendisti stregoni” che hanno distrutto un Paese e provocato il disastro sotto i nostri occhi si presentano all’opinione pubblica internazionale come i suoi salvatori. Manca solo – ma potrebbe arrivare rapidamente – la formazione di un cosiddetto governo nazionale libico che nella sua agenda inserisca subito la richiesta di un intervento internazionale contro il terrorismo.
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