Emilia Romagna: le “Vie” dei festival sono infinite

di Silvia Napoli

Si è chiuso quasi con metaforici fuochi d’artificio questa edizione del prestigioso e glorioso festival teatrale targato ERT, le Vie, quest’anno espresso in almeno sei sedi regionali differenti ad alta concentrazione di partecipazione ed entusiasmo. Un festival scommessa, perché ha incorporato in sé i corpi altri, le parole altre di Home, Atlas of transisions, grande festa mobile, meticcia, interattiva e partecipata, acquartierata al Damslab, spazio universitario declinato concretamente, visibilmente come esperimento a tutto campo. Messa alla prova del dialogo possibile tra generazioni e genealogie differenti, curiose di conoscersi e fare scambio.

Chi scrive confessa di aver creduto difficile ottenere coerenza di disegno e di impatto tra due situazioni entrambe molto ricche e caratterizzate, probabilmente impossibili da seguirsi per intero in ogni appuntamento, in ogni dettaglio, a meno di non avere un avatar personale in dotazione. E invece. Talvolta succede di avere la sensazione che possano effettivamente esistere giorni pieni di doni, di sorprese, di conferme e di scoperte come questi.

Giorni che si intrecciano con il fuori, il là fuori, che si può affrontare a viso aperto anche da dentro un teatro, una sede di studio, una piazza delle Arti, senza tema di fare i radical chic. Perché è il fuori che si affaccia dentro, che preme, invade e scrive la biografia di una parte giovane e vitale della città, tutt’altro che degradata ed autoreferenziale. Solo, semplicemente spesso inascoltata o fraintesa.
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L’atlante dell’attivismo meticcio

di Silvia Napoli

Ci sono alcuni che pensano e dicono “prima gli italiani”. Ci sono altri che ritengono neanche tanto riservatamente che i bolognesi siano i primi in Italia per l’attenzione dedicata non tanto e non solo alla Cultura, quanto anche alle culture, in senso antropologico e largo. Del resto, se è vero che ad ogni scadenza ventennale i cittadini bolognesi si rinnovano per un quarto, sarà giusto fare i conti con i vissuti, i contenuti, le motivazioni, le aspirazioni, gli immaginari che questi bolognesi non autoctoni portano con se e che spesso si occultano nell’omologazione maistream della koinè consumista internazionale, l’unica community overseas che a modo suo prospera perché è veicolo di accettazione. Più spesso, ci scorrono accanto imperscrutabili e incomprensibili.

Si sta delineando in merito un grande sforzo sinergico da parte delle istituzioni culturali cittadine e regionali per mettersi in rete e offrire la rappresentazione di una grande compattezza etica che è forse anche pre condizione politica nella direzione di una apertura al mondo intero. Mondo ormai divenuto tutto mappabile, percorribile, conoscibile, attraverso modalità diverse,eppure mai forse percepito tanto come ora, come un posto pericoloso, indecifrabile, insidioso, intollerante, soprattutto economicamente stagnante e politicamente debole.

In bilico, in attesa di palingenesi o catastrofi, prima di smettere i panni delle cassandre e assumerci qualche responsabilità, sentiamo il bisogno di fare ordine nei cassetti di ciò che è stato e di assumerci un impegno di inventariazione delle esperienze e di chiamata a raccolta delle energie, perché si fa presto a dire post moderno o qualsiasi altro post, ma tutti i vari dopo qualcosa, presupporrebbero di ricostruire.
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