Crisi e sindacato

Come ti ammazzo il movimento operaio. Il futuro del sindacato e la manifestazione del 18 maggio

di Francesco Piccioni

Solo i complici non si pongono domande sul senso del proprio “mestiere”, qualunque esso sia. Specie quando i tempi mutano e i pilastri su cui si reggeva un certo “fare” scompaiono, più o meno velocemente, lasciandoci ancora una volta privi di certezze reperibili nell’esperienza individuale. Che è breve, labile, evanescente quanto la nostra mutevole coscienza.

Il movimento operaio ha subito la “botta” del 1989 ben al di là dei confini delle sole organizzazioni “vicine” all’esperienza del socialismo reale: “non ci sono più due possibili punti di vista diversi, e la partita non si è certo chiusa in pareggio”. È rimasto un solo punto di vista: quello dell’impresa, che nel frattempo è diventata – almeno come comportamenti possibili – globale, a-nazionale, con prospettive fuori da ogni antico patto sociale e costituzionale.

Il sindacato, dunque, non può evitare di interrogarsi sul senso della propria stessa esistenza e attività. Ma nella Cgil queste domande vengono poste con la necessaria durezza, al momento, soltanto dalla sua parte “eretica”: la maggioranza della Fiom, gli esponenti – piuttosto bistrattati, all’interno di Corso Italia – dell’area programmatica “La Cgil che vorrei”.

Non è per caso che la domanda da centomila pistole “C’è un futuro per il sindacato? Quale futuro?” sia stata posta come titolo della giornata di seminario dedicata al decennale della scomparsa di Claudio Sabattini, storico “eretico non scismatico” della Cgil in versione conflittuale, classista, ma anche capace di pilotare a livello internazionale il passaggio altrimenti traumatico dalla Federazione Sindacale Mondiale (comunista, spesso in versione filo-sovietica) alla Confederazione europea (Ces).
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Sinistra

La coerenza di essere comunisti (eretici): alcuni appunti da discutere per (ri)costruire

di Mauro Chiodarelli

Al convegno di Firenze “La rotta d’Europa”, in uno degli ultimi interventi, un lavoratore in cassa integrazione disse all’incirca: “Di sinistra, di sinistra, io non sono di sinistra, io sono comunista”. Ecco, dovremmo ripartire da lì, dalla coerenza di essere comunisti (eretici).

Al di là di ogni dietrologia, a un certo punto, la maggioranza di coloro che si dichiaravano comunisti, anche i teorici, hanno avuto paura dell’orizzonte; fascino della borghesia e del capitale o semplice miseria dell’essere umano (anche su questo dovremmo interrogarci ed attrezzarci)? L’alternativa a una società capitalista è una società socialista/comunista; ogni via di mezzo è illusoria.

Ci interessa? Allora cominciamo a costruirla partendo dal quotidiano ed assumiamo un punto di vista e di azione all’altezza dell’impegno, interrogandoci innanzitutto sui fallimenti del passato e sul perché da una teoria di libertà, uguaglianza e giustizia si sia giunti a una pratica totalitaria, diseguale e repressiva. Alcuni elementi, che possono suonare ingenui o eretici, del “che fare”, su cui ragionare:

  • uscire dalla subalternità capitale-lavoro (non mi riferisco ai principi di accumulazione): non possiamo combattere il capitale e nello stesso tempo auspicare la presenza di un capitale altro, materiale od immateriale, che elargisca lavoro;

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