Ponti e affari: da Istanbul a noi

a-ostabul

di Guglielmo Ragozzino

Come si ricorderà, i principali scontri avvenuti in Turchia nel tentativo non riuscito di colpo di stato contro il potere del presidente Recep Tayyp Erdogan sono avvenuti a Istanbul, lungo i ponti del Bosforo, il primo, detto primo ponte e il secondo ponte Faith Sultan Mehmet. Gli oppositori del regime che indicheremo come Antagonisti pensavano al controllo dei ponti come mossa decisiva per la resa dei conti e miravano anche al controllo della televisione e dunque alle 22 del 15 luglio 2016 hanno tentato di impadronirsi di quelli e di questa, con tanto di segnalazione attraverso un proclama delle autorità militari loro collegate.

Lo scontro per il controllo dei ponti si è però rovesciato nel contrario e gli Antagonisti, con i loro carri armati, sono rimasti imbottigliati nel traffico di Istanbul, sul Bosforo di un venerdì sera, d’estate. In modo analogo la presa in forze dell’emittente televisiva si è capovolta nell’opposto controllo dell’informazione attraverso il messaggio sms (“scendete in piazza!”) che Erdogan ha inviato alle 23,30 servendosi del suo telefonino, via Face Time a CnnTurk (mentre Twitter, Facebook o gli altri mezzi di comunicazione giovanilista sono mal visti tanto dal Governo che dagli Antagonisti).
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Il collasso della democrazia in Turchia e la persecuzione (anche) degli avvocati

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia

di Barbara Spinelli e Sergio Palombarini

Il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Bologna nell’ultimo anno ha osservato con particolare attenzione e preoccupazione i crescenti attacchi all’avvocatura in Turchia. Già nel dicembre 2015 con la circolare n. 93/2015, immediatamente diffusa, il Consiglio aveva espresso la propria solidarietà per l’omicidio del Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Diyarbakir, Tahir ElÇi.

Nel gennaio 2016 aveva rinnovato la propria attenzione a ruolo dell’avvocatura nel contesto della lotta al terrorismo, mediante l’apertura del convegno del 22 gennaio 2016 in cui è intervenuto, tra gli altri, il Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Istanbul.

Successivamente, nel maggio 2015, con la circolare n 70/2016, il Consiglio dell’Ordine ha dimostrato la propria solidarietà nei confronti dei colleghi arrestati, decidendo infine di manifestare più concretamente la propria attenzione, attraverso l’invio, all’udienza del 22 giugno 2016, del consigliere avv. Sergio Palombarini in veste di osservatore internazionale, in delegazione insieme alla collega Barbara Spinelli del foro di Bologna, anch’ella osservatrice internazionale per conto dei Giuristi Democratici e della associazione ELDH (European Lawyers for Democracy and Human Rights).
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Il paradosso turco: una democrazia senza liberalismo

Colpo di Stato in Turchia
Colpo di Stato in Turchia
di Nadia Urbinati

I turchi che vivono nei paesi occidentali seguono con giustificata ansia le vicende del loro paese. Seyla Benhabib [1] si dice profondamente scossa dagli eventi che si succedono veloci e gravidi di implicazioni. Ebrea, nata e cresciuta in Turchia, Benhabib è una delle più note e apprezzate teoriche politiche, allieva di Jürgen Habermas e docente prima ad Harvard e ora a Yale e a Columbia, animatrice del progetto Reset Dialogue on Civilizations che organizza ogni anno una settimana di seminari di studio alla Bilgi University di Istanbul.

La conversazione che abbiamo avuto in queste ore è una testimonianza del sentimento di incertezza e di ambiguità che lontano dal Bosforo si avverte, soprattutto nella comunità turca. Come sono state recepite le immagini, le notizie che si sono accavallate confuse in queste ore tragiche a partire dal tentativo di golpe, poi fallito, di venerdì notte?

È difficile per chi vive in Occidente ed è cresciuto con i valori della democrazia e del pluralismo, della libertà religiosa e della tolleranza, far quadrare il cerchio quando deve commentare le vicende drammatiche che sta attraversando questo grande paese, giunto a definire la sua identità nazionale dopo la fine rovinosa dell’Impero Ottomano multietnico, grazie a un leader militare rivoluzionario, Mustafa Kemal Atatürk (letteralmente “padre dei turchi”) che ha, in uno stile hobbesiano, costruito lo Stato mediante l’assoggettamento della religione e del clero islamici.
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Soma Coal Mining Company - Foto revolution-news.com

Kemal, il minatore quasi bambino morto di lavoro nero nella Turchia moderna

di Loris Campetti

Si chiamava Kemal, proprio come il padre della Turchia moderna, Ataturk. Aveva 15 anni, il suo corpo senza vita, nero di carbone, è stato portato fuori dalla miniera di Soma insieme a quello di altri 282 compagni di lavoro e di sventura. E sono più di cento i minatori ammazzati dalla Soma Coal Mining Company e dal governo di Recep Tayyip Erdogan che i soccorritori non sono ancora riusciti a riportare alla luce, una luce che non potranno mai più vedere.

Kemal è morto per asfissia. Poco più che bambino era stato gettato, senza contratto, in nero come il colore del carbone, nelle viscere della terra dal padrone della miniera che poco prima della strage, con orgoglio aveva dichiarato: dopo la privatizzazione il rendimento è esploso grazie all’abbattimento del costo del lavoro. Il partito islamista al governo aveva appena detto no alla richiesta dell’opposizione socialdemocratica di avviare un’inchiesta su quella maledetta miniera, nessun problema di sicurezza aveva detto Erdogan, e poi si sa che i minatori sono destinati a morire. Apprendiamo da un bel reportage di Marco Ansaldo su Repubblica che un deputato islamista aveva detto che “insh Allah”, nella miniera non sarebbe successo nulla di male, “nemmeno sangue dal naso”.

Eccola la Turchia moderna, che assomiglia alla moderna Cina dove le vittime delle miniere sono ancora oggi a migliaia, alcune ufficiali, altre clandestine perché sono in tanti i poveracci che vanno a scavare negli ultimi filoni di carbone in miniere chiuse dal governo. Nella nuova Romania, invece, i morti di miniera sono drasticamente diminuite dopo che il governo postcomunista, una quindicina d’anni fa, aveva licenziato 100.000 (centomila) “musi neri”, lo chiedeva l’Europa per aprire le porte dell’Unione, mentre la Nato aveva già allungato le sue mani nel paese uscito a pezzi dall’era Ceausescu.
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