Enrico Berlinguer nella morsa dei sovranisti a 35 anni dalla sua scomparsa

di Claudio Bazzocchi Enrico Berlinguer è stato bistrattato per lungo tempo dai suoi accaniti estimatori che ne hanno fatto un santino piccolo-borghese di uomo perbene e onesto. Altri l’hanno addirittura definito un liberale, uno che ha avuto la sola colpa di non cambiare nome al PCI, per farlo diventare un partito socialdemocratico. A questi “estimatori” […]

Berlinguer, un comunista particolare

di Rossana Rossanda In questi giorni è uscito su Repubblica, a firma di Eugenio Scalfari, un ricordo molto amichevole di Enrico Berlinguer. Mi permetto però di osservare che egli non avrebbe accettato la definizione di “liberale” che ne dà Scalfari. La parola ha infatti un significato molto preciso nel secolo scorso e non è così […]

C’era una volta la Festa dell’Unità: erano i tempi della vera politica e della militanza

di Sergio Caserta

La festa dell’Unità, per ogni organizzazione del Pci, rappresentava dopo il congresso, il momento più elevato di iniziativa politica. La festa era il momento in cui il partito si “metteva in mostra” con la sua immagine, la capacità organizzativa, con i suoi programmi e progetti. A qualsiasi livello la festa si svolgesse: nel quartiere, di zona o paese, cittadina o provinciale fino all’appuntamento nazionale, la festa era la vetrina per antonomasia ove il Partito offriva il meglio di sé.

Pertanto si costruiva attraverso impegnative discussioni sui contenuti in primo luogo politici, cioè dei temi da trattare nei dibattiti, di attualità o approfondimento, di rilevo locale, nazionale o internazionale che erano il cuore della festa; in secundis si discuteva del programma culturale, ovvero di quali eventi, mostre, presentazioni di libri o di film, quali concerti e intrattenimenti.

Infine c’erano le scelte gastronomiche i menù, gli stand per l’autofinanziamento e poi quelli più commerciali che nella mia esperienza al SUD, non erano stati mai tanto importanti come nelle feste emiliane, caratterizzate da una forte componente “fieristica”, perché il Partito al nord è stato da sempre collegato con il mondo dell’impresa soprattutto artigiana e commerciale.
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La morte di Aldo Moro e la possibilità di un nuovo compromesso storico

di David Broder

Il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo 1978, di cui ricorrono i quarant’anni questo venerdì, ha dato avvio a uno dei periodi più drammatici della storia repubblicana: i 55 giorni nei quali le Brigate rosse (Br) hanno tenuto prigioniero l’ex primo ministro misero a dura prova il patto tra la Democrazia cristiana (Dc) e il Partito comunista italiano (Pci). Le Br avevano preso di mira Moro perché era stato uno dei principali interlocutori del segretario del Pci, Enrico Berlinguer, all’interno della Dc.

L’assassinio di Moro, il 9 maggio 1978, non fece immediatamente naufragare il patto tra Dc e Pci. Nei due anni precedenti il Pci aveva usato lo strumento della “non sfiducia” per sostenere il governo monocolore di Giulio Andreotti, mantenendo viva la speranza di entrare direttamente al governo. Eppure, nel gennaio del 1979, il Pci decise di ritirarsi dalla maggioranza, perché l’ala conservatrice della Dc era riuscita a bloccare ogni tentativo di far entrare dei ministri comunisti nel governo.

Sebbene Berlinguer avesse parlato di un’alleanza democratica anche negli anni precedenti, era stato l’esito inconcludente delle elezioni del 1976 a rendere possibile il patto di “solidarietà nazionale”. L’ascesa del Pci al 34 per cento (contro il 38 per cento della Dc) aveva riacceso il dibattito, reso più drammatico dal colpo di stato contro Salvador Allende in Cile nel 1973, sull’opportunità per il Pci di entrare in una coalizione più ampia invece di ricercare una maggioranza del 51 per cento.
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Berlinguer, partiti e nuovi leader: come ricostruire la sinistra

di Sergio Caserta

Oggi non ci sono più partiti in senso proprio, esistono ormai solo partiti dei leader: la politica si è personificata, dominata dal bisogno dell’immagine vincente del capo senza il quale il partito appare un guscio vuoto, una nave senza timoniere. La legge inesorabile dell’onnipotenza mediatica impone che la leadership sia incarnata dall’uomo (ancora da noi la donna non c’è arrivata) vincente a tutto campo.

I partiti non erano così appena trent’anni fa: vale la pena ricordare che, fino ad allora, con tutto il negativo che la cosiddetta Prima Repubblica ha proiettato di sé all’indomani di Tangentopoli, i partiti intesi come organismi collettivi avevano goduto di un certo rispetto. Oggi non ci sono più collettivi, al massimo moltitudini, sempre plaudenti, a volte perfino osannanti. Non è necessario formarsi un’opinione comune: ci si schiera per questo o per quel personaggio, per poi magari constatare amaramente che la propria “stella” si è spenta velocemente passando dal firmamento della notorietà al silenzio dell’oscuramento. Così le masse si ritrovano in men che non si dica senza riferimento, cieche nella disperata attesa del prossimo leader.

I partiti sono stati di fatto soppressi, ridotti ad agglomerati di gruppi, sottogruppi, apparati, reti di interessi, notabilati di ogni genere, senz’anima e senza identità precisa che non sia la gestione di una piccola o grande porzione di potere.
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Su poesia e memoria: alcune riflessioni su una nuova età arcaica

La memoria
La memoria
di Luca Mozzachiodi

Capita a volte, e da sempre è capitato, che ai poeti si chieda di intervenire a qualche commemorazione o in qualche altra occasione pubblica o di qualche gruppo e si chieda loro di leggere qualcosa in memoria di un avvenimento o di una persona, rientra tra i compiti, possiamo chiamarli così, del poeta in senso più tradizionale, farsi veicolo di una memoria collettiva; non diversamente Omero, o gli aedi di corte, avrebbero preservato e suscitato la memoria delle guerra Troia e delle gesta degli eroi.

Certo la faccenda si complica con la scoperta della scrittura, poi con le cronache, che ci piaccia o no, per fare un bell’esempio, Dante sapeva benissimo che ricordare e raccontare la storia di Firenze spettava a Compagni e che il suo compito, in quanto poeta era piuttosto ricordare le vicende particolari, le singole vite dei dannati o dei salvati, e i destini universali nella misura in cui in sé incarnava la vicenda cristiana della salvazione. Più avanti narrare la storia diventerà sempre meno un’operazione retorico letteraria e sempre più una faccenda fatta di archivi, documenti, testimonianze, prove, insomma si avvicinerà ad una scienza e suppliranno a quel che manca la sociologia, la filosofia, l’antropologia e discipline affini.

Fino a ieri avevamo imparato a considerare queste importanti innovazioni di metodo come una conquista radicale della modernità, almeno i più accorti del resto si rendevano conto che tutto ciò irrobustiva il dibattito e rendeva più chiare le conoscenze senza dover sfociare nella ricerca dell’oggettività assoluta o nella sanzione di leggi deterministiche.
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Pd - Foto di Orsonisindaco

Italicum: comincia ufficialmente il dopo Pd

di Sergio Caserta

La maturazione del dopo Pd, la nascita del Partito della Nazione d’ispirazione peronista ma con una caratterizzazione molto meno sociale e molto più confindustriale, sono ormai una realtà consacrata dall’imposizione, con la più che scontata vittoria, da parte del governo Renzi della fiducia sulla legge elettorale. Un epilogo anche troppo facile da prevedere, dopo i default della minoranza cosiddetta di sinistra, nelle settimane e nei mesi precedenti, su questioni molto rilevanti come il Jobs act e il disegno di legge sulla Rai, altri ‘golpe’ non meno importanti dell’Italicum.

Cosa c’è alla base di questa precipitazione degli eventi? Semplicemente il coronamento del disegno renziano di presa del potere definitiva nel partito e nel Paese, la liquidazione altrettanto definitiva di ogni traccia della storia precedente alla sua ascesa. Pertanto finisce ingloriosamente la parabola del partito sognato da Prodi che dopo la crisi della prima Repubblica, successiva a Tangentopoli, doveva cambiare l’Italia.

È avvenuto invece che l’ambiguità irrisolta della sua fondazione, la congenita permanenza di gruppi di correnti trasformate ben presto in ‘califfati’, bande armate alla ricerca di ogni forma ed occasione di sottogoverno, ha consumato la sottile patina di rispettabilità delle storie passate, per portare alla fine l’intera barca democratica sulle sponde del qualunquismo governativo, da cui non poteva non nascere un novello demiurgo come Renzi. In politica i vuoti non esistono e quello pneumatico che si è manifestato alla fine con Napolitano, Letta e Bersani è stato fatale.
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Luciana Castellina

La sinistra e l’Europa: parla Luciana Castellina

di Gabriele Santoro

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell’omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall’eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall’unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68.

Il testo sull’esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un’élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d’interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l’ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell’analisi.

Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: «È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.
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Enrico Berlinguer: l’uomo che ebbe come faro la democrazia

Napoli, Largo Berlinguer
Napoli, Largo Berlinguer
di Aldo Tortorella, intervento all’inaugurazione di Largo Berlinguer a Napoli

Voglio innanzitutto ringraziare come napoletano di nascita, di famiglia e, spero, di sentimenti il Comune di Napoli e il suo sindaco, per questa iniziativa che fa onore non ad una parte politica ma a tutta la città perché in ogni momento storico, ma particolarmente in questo che l’Italia viene attraversando, giova all’insieme della comunità la memoria di coloro che per tutta la vita, hanno servito con lealtà e con intelligenza il loro paese e, in esso, la parte sociale più indifesa e più priva di potere, quella su cui grava la fatica maggiore del reggere la società. E questo è stato innanzitutto Enrico Berlinguer: un uomo politico che ha speso la sua esistenza e il suo ingegno per la causa della pace, della democrazia, della giustizia sociale, del riscatto delle classi lavoratrici nel proprio paese e nel mondo.

A lungo la sua memoria fu ignorata o avversata. Si fece appello, come fu scritto, a “dimenticare Berlinguer” anche dall’interno di quello che era stato il suo partito. È accaduto il contrario. Oggi, a cosi grande distanza dalla sua scomparsa, in un mondo radicalmente cambiato gli hanno reso omaggio anche molti che furono a lui contrari od ostili durante la sua vita e dopo di essa perché la sua memoria è stata tramandata ed è rimasta viva anche in parti diverse e lontane da quella che fu la sua.

Spesso, però, è stato ricordato unicamente come uomo integerrimo, capace di vivere con rigore il proprio ideale. Egli è stato molto più di questo, ma – certo – basterebbe già questo a renderlo indimenticabile nei tempi di avvilimento della politica che andiamo vivendo. La sua opera è divenuta via via più memorabile perché molte delle sue indicazioni politiche, che sovente furono riguardate con alterigia e persino con scherno, sono risultate profetiche. Disse “austerità” e gli si rispose che aveva una visione da frate zoccolante. Parlò di “questione morale” e gli si obiettò con sufficienza che già dal Machiavelli la politica era scienza diversa dall’etica.
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“Berlinguer rivoluzionario” di Guido Liguori: i video della presentazione / 2

Intervento di Ida Dominijanni – Prima parte Intervento di Ida Dominijanni – Seconda parte Intervento di Guido Liguori Lo scorso 13 giugno abbiamo presentato a Bologna il libro Berlinguer rivoluzionario – Il pensiero politico di un comunista democratico (Carocci editori) di Guido Liguori, presentazione a cui hanno partecipato Pietro Gualandi, Lorenzo Capitani, professore di storia […]

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