Trivelle, ecco come Mattei sbloccava i cantieri

Enrico Mattei
Enrico Mattei
di Giorgio Boatti

Chissà se qualcuno si ricorda ancora del ‘metodo Mattei’. Conviene non dimenticarsene, tanto per dare maggiore prospettiva storica alla vicenda di Tempa Rossa che sta agitando la politica italiana. Il ‘metodo Mattei’ viene sperimentato, sin dal primo Dopoguerra, proprio sulla questione della costruzione delle infrastrutture di trasporto dell’energia.

Il caso Agip

Tutto parte dal fatto che le fonti energetiche, con pochissime e virtuose eccezioni, hanno la pessima abitudine di non trovarsi – quasi mai – nel posto giusto. Da qui la complicata faccenda di doverle portare a destinazione. Per Mattei la questione si pone quando, invece di sciogliere l’Agip che gli è stata affidata dopo la Liberazione, non solo disobbedisce agli ordini di Roma e ai desiderata degli anglo-americani, ma la potenzia. È fortunato e inciampa in importanti giacimenti di metano nella Pianura padana.

Il gas naturale, come fonte energetica, è allora poco utilizzato e Mattei, convinto che l’approvvigionamento energetico stia alla base dell’autonomia di una nazione, apre la strada alla metanizzazione dell’Italia, con 30 anni di anticipo rispetto al resto dell’Europa Occidentale.
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La musica non cambia: vale sempre il “tengo famiglia”

di Claudio Cossu

“La musica cambia” ha detto il presidente del consiglio in un impeto di autodifesa e nel contempo di ottimismo nel contesto dello scandalo petrolifero lucano del “caso Guidi-Boschi-Gemelli”: ora ci si dimette. Ma le fattispecie contro la pubblica amministrazione, chiamamole inopportune o delittuose, quelle non mutano, rimangono sempre dimostrando che la “volpe perde il pelo….” e quel che segue.

Un capo di Stato maggiore della marina, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi indagato, come pure un dirigente della ragioneria di Stato (Valter Pasterna) indagato, alcuni funzionari dell’Eni indagati o arrestati e ora la ministra dimessa Federica Guidi e la ministra Maria Elena Boschi sentite dai pm competenti, magistrati che vogliono oggi l’arresto persino di Gianluca Gemelli (“Il Fatto quotidiano”, 2 aprile 2016),

Certo, non è un bel vedere e il motto che Leo Longanesi avrebbe voluto apporre nel tricolore italiano, il famoso “tengo famiglia”, rimane sempre attuale, anzi sovrasta imperterrito la bandiera e tutta la nostra nazione. Le imputazioni vanno dall’associazione per delinquere all’abuso di ufficio (traffico illecito di rifiuti). Ma come mai tanto clamore, tanta “caciara”, come usano dire a Roma, per un semplice “business” di petrolio estratto dai giacimenti dell’oro nero della Basilicata (Val d’Angri)?
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Matrica

La chimica verde in Sardegna è una balla e Matrìca un miraggio

di Nello Rubattu

La chimica verde in Sardegna è una balla, e Matrìca un miraggio. Questo stabilimento dell’Eni, inaugurato nel 2014 in pompa magna da tutte le autorità anzionli, regionali e locali, è ormai in via di smobilitazione. Matrìca, nata fra i capannoni e le ferraglie in via di demolizione dell’esausto petrolchimico nella zona industriale di Porto Torres, che doveva occupare nel giro di due anni almeno 500 persone, oltre al fatto di dare vita ad un florido indotto, è in una fase di chiara ed evidente agonia.

Era tutta una balla quello stabilimento e non ci voleva molto per capirlo. Era una balla e noi lo avevamo detto su queste pagine. I fatti di questi giorni – con operai che non ricevono lo stipendio e l’Eni che si sta precipitosamente allontanando prima che crolli questo loro castello dalle fondamenta di argilla – lo dimostrano senza ombra di dubbio. Ed era una balla, perché quando l’Eni parlava di chimica verde, tutto il loro discorso non reggeva dal punto di vista industriale.

Purtroppo per la Sardegna, questo ennesimo sogno di rinascita e si è dimostrata una tragica commedia ai danni di una popolazione come quella del nord ovest della mia isola, stremata ormai da decenni di licenziamenti e cassa integrazione. “Certo che se l’Italia non ci fosse, bisognerebbe inventarla”. La battuta era un classico dell’avanspettacolo del primo dopoguerra, un modo come un altro per fare dell’ironia sui casini che stavano venendo fuori fra governi, ministeri e funzionari voraci che già dalla fine degli anni quaranta e i ruggenti anni cinquanta della rinascita del Nord, cominciavano a spuntare come cioccolatini in giorno di battesimo.
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Il delta del Niger contaminato dal petrolio: Amnesty accusa Shell e Eni

Donne del delta del Niger
Donne del delta del Niger
di Marina Forti

L’accusa viene da Amnesty International. «Eni ha perso il controllo sulle sue operazioni nel delta del Niger. Shell, nonostante le promesse, non ha fatto alcun progresso nell’impedire gli sversamenti di greggio». L’organizzazione per i diritti umani parla di inquinamento: la anglo-olandese Royal Dutch Shell e l’italiana Eni hanno registrato oltre 550 casi di sversamento di greggio l’anno scorso nel delta nigeriano, afferma Amnesty analizzando i dati delle due multinazionali petrolifere.

Per la precisione, Shell riferisce di 204 sversamenti nel 2014 mentre Eni, che ha attività in un’area più piccola di Shell, ne ha registrati 349. Le due compagnie dichiarano che sono stati sversati appena 30mila barili (circa 5 milioni di litri) di greggio in totale – ma il sistema di rilevamento di simili incidenti è talmente incerto che potrebbero essere molte di più, dice Amnesty. E fa notare, a paragone, che ci sono stati solo 10 casi di sversamento nell’intero territorio europeo nei trent’anni tra il 1971 e il 2011.

Insomma, la regione petrolifera del delta del fiume Niger, in Nigeria meridionale, vive in perenne disastro sanitario e ambientale. «In qualunque altro paese questa sarebbe un’emergenza nazionale. In Nigeria sembra la procedura standard dell’industria petrolifera», commenta Audrey Gaughran, di Amnesty International. «Il costo umano è orribile, la popolazione vive nell’inquinamento ogni giorno della propria vita».
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