Clima, così un’azienda americana del gas ha fatto propaganda contro le rinnovabili

di Mario Agostinelli In un articolo del The Guardian del 26 luglio compare una notizia che dà conto di come l’emissione di climalteranti da fossili possa venire spacciata – se non come un’attrattiva – almeno per un ripiego conveniente per la quota di popolazione più indigente e, di sovente, meno informata sul pericolo del cambiamento […]

Beni comuni - Foto di Progetto Rebeldia

Acqua, energia e beni comuni: che ne è del referendum del 2011?

di Mario Agostinelli

1. Referendum 2011: la sovranità popolare disattesa

Per capire cosa pensi del voto referendario del 2011 il governo di Matteo Renzi, più che scorrere un programma avulso da qualsiasi impegno nella realizzazione di quella svolta, basterebbe leggere la biografia di quelli che, tra i suoi ministri, dovrebbero impegnarsi a convertire l’acqua da risorsa economica a bene comune e a strutturare una rete elettrica che favorisca la diffusione territoriale delle fonti rinnovabili e l’autosufficienza energetica senza il deterioramento dei cicli naturali.

Ma manca la volontà politica per sottrarre alla logica del profitto un accesso indispensabile alla vita e per chiudere irreversibilmente col ritorno all’atomo, garantendo altresì la necessaria sicurezza alla dismissione degli impianti e al trattamento delle scorie. La svolta più importante degli ultimi anni anche dal punto di vista concettuale, richiesta con un atto democratico tanto più esigibile quanto in contrasto con la crescente tendenza astensionista, sta annegando nell’indifferenza di gran parte dei cittadini e nella povertà progettuale dei governi tecnici e del renzismo “del fare”.

Tutti intrisi di smania di privatizzazione, alienazione del patrimonio comune, incapacità di pensare a sistemi energetici non centrati su grandi impianti, attraverso cui progettare invece una occupazione più stabile e dignitosa e offrire un ragionevole contributo al governo del suolo, al cambiamento climatico e fino, indirettamente, all’eliminazione delle armi nucleari stoccate nelle basi Nato.
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Hera e la cattiva strada delle multiutility

Heradi Vincenzo Comito

Hera spa è un’azienda con sede sociale a Bologna, nata nel 2002 dalla fusione di 12 aziende municipalizzate operanti in Emilia Romagna; è attiva della distribuzione del gas, dell’acqua, dell’energia e nello smaltimento dei rifiuti in Emilia Romagna e nelle Marche, ma si sta espandendo anche al di fuori di queste regioni. Azionisti di riferimento sono un numero rilevante di comuni. Partecipano al capitale anche delle entità esterne, quali Lazard Asset Management, Carimonte Holding, Gsgr srl., ecc. Dovrebbe presto diventare socia la Cassa Depositi e Prestiti, che acquisirà il 6% del capitale complessivo.

I ricavi della società, che erano stati pari a circa 1,1 miliardi di euro nel 2002, sono saliti sino ai 4,1 miliardi del 2011. Il tasso di crescita medio annuo della cifra d’affari si colloca nel periodo intorno al 16,2%. I dati del 2012 vedono una ulteriore crescita sino a 4,5 miliardi, con un incremento del 9,4% sull’anno precedente.

Dal 1° gennaio 2013 la società AcegasAps, che concentra la sua attività sulle aree di Padova e di Trieste, è entrata a far parte del gruppo. La cifra d’affari di Hera per il 2012, se considerassimo nel conto anche tale nuova struttura, dovrebbe superare i 5 miliardi. In prospettiva, essa potrebbe diventare ancora più rilevante con la ventilata, ipotetica, fusione con Iren spa, un altro complesso di grandi proporzioni. Nel 2011 l’energia elettrica rappresentava il 35,1% del totale della cifra d’affari, il gas il 33,0%, l’acqua il 13,2%, l’ambiente il 16,4%; gli altri servizi raccoglievano il residuo 2,2%.
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