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Consumo di luogo: c’erano una volta i comuni rossi dell’Emilia

di Enzo Scandurra

Ironia della sorte (ma non troppo); l’Emilia Romagna, un tempo regione modello per l’urbanistica italiana, si appresta ad approvare una legge regionale (Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio, n° 4223), che basandosi sulle parole d’ordine di rigenerazione/riqualificazione nelle città storiche, conclama la definitiva mutazione genetica di questa disciplina. Che da sapere finalizzato a limitare e contenere gli effetti negativi di uno sviluppismo, si trasforma in fiancheggiatrice del più bieco sfruttamento del territorio e delle città storiche.

L’elemento cardine dello sviluppo del territorio non spetta infatti più al piano regolatore comunale, ma agli accordi operativi derivanti dalla negoziazione fra l’amministrazione comunale e gli operatori privati che presentano al comune un’apposita proposta da approvare in 60 giorni, tempo proibitivo per i comuni. Altro contenuto inaccettabile della nuova legge urbanistica riguarda il contenimento del consumo del suolo. Ogni comune può prevedere un consumo di suolo pari al 3% del territorio urbanizzato.

Quest’espansione – ingiustificata e fin troppo generosa – è destinata a opere d’interesse pubblico e a insediamenti strategici “volti ad aumentare l’attrattività e la competitività del territorio”. Ed a conti fatti, tra eccezioni, deroghe e salvataggio di diritti acquisiti, è lecito supporre che il consumo di suolo consentito sarà di gran lunga superiore, fino al doppio o al triplo, del previsto 3% della superficie urbanizzata.

Bologna: Labas, l’uso sociale dei luoghi cittadini e l’ottusità della politica

di Sergio Caserta

La vicenda della caserma Masini e l’espulsione manu militari di Labas pone un problema di carattere generale: la politica in senso alto e ampio serve proprio a cambiare la realtà, attraverso il cambiamento di regole e norme. Cos’altro è la pianificazione pubblica, quando ben fatta, se non confermare e/o modificare la destinazione d’uso di porzioni di un territorio, spazi o edifici per dare una destinazione coerente col progetto che la cittadinanza (qui la differenza) ha scelto? La modifica di destinazione d’uso della caserma Masini, luogo di proprietà pubblica all’origine, non dimentichiamolo, secondo gli intendimenti del Comune diverge radicalmente da ciò che una parte largamente maggioritaria della popolazione residente e non residente a Santo Stefano e nell’ intera città ha mostrato di prediligere.

Un uso socialmente utile e non un uso meramente profittevole, ammesso che lo sia, quello previsto. Labas ha dimostrato che si può trasformare un luogo abbandonato in un corpo vivo e integrato nel territorio e nella comunità. Ciò è molto piu’ importante anche sul piano di un’economia pubblica complessiva di un altro albergo o di residenze di lusso o di un parcheggio. Attenzione questo confronto, pone un tema ancor piu’ generale: chi è padrone delle decisioni…il popolo oppure solo la classe dei suoi rappresentanti? Se le volontà divergono fortemente come in questo caso, non è più saggio sospendere ogni decisione e ripensare, l’intera questione?

Il consumo di suolo e l’impiantistica sportiva (prima parte)

Stadio Dall'Ara

di Silvia R. Lolli

Gli interventi di Tomaso Montanari, di Paola Bonora e di Piergiovanni Alleva tengono alta l’attenzione sulla riapertura dei lavori del consiglio regionale. Il consiglio tenterà di emanare la legge sull’urbanistica in tempi brevi, nonostante i pochi consiglieri di minoranza, le molte associazioni e i tanti cittadini siano contrari.

Accanto ai vari “gridi di dolore” di tutti gli esperti e dei consiglieri regionali, Alleva per l’AER i “pentastellati” e Silvia Prodi che si dissocia dagli altri democratici, aggiungiamo la preoccupazione derivante dall’approvazione della recente legge regionale sullo sport. Una legge passata in sordina e molto in fretta, grazie alla maggioranza bulgara del nostro consiglio regionale; contiene importanti ripercussioni anche sul versante urbanistico che dovrebbero essere maggiormente conosciute: potrà facilitare l’aumento di consumo di suolo prima dell’approvazione della legge da discutere.

C’è l’occasione di riempire di impianti sportivi un territorio che non è certamente deficitario. La stessa regione Emilia-Romagna poteva stabilire che i nostri standard impiantistici erano quasi a livello europeo quando creò l’Osservatorio regionale dello sport; anche se ci sono stati errori di rilevazione da parte dei Comuni, l’obiettivo principale di questo strumento rimane il censimento degli impianti sportivi e contemporaneamente la conoscenza per i cittadini dell’offerta di sport in regione.

Ancora sulla legge urbanistica dell’Emilia Romagna: interviene il consigliere Alleva

di Tomaso Montanari

Ricevo dal professor Piergiovanni Alleva, consigliere di opposizione dell’Assemblea Regionale dell’Emilia Romagna.

Occorre dare atto all’Assessore alle infrastrutture della Regione Emilia-Romagna di essere un interlocutore affabile e dialogico, infatti il più delle volte (non proprio sempre) non si sottrae al confronto. Egli è anche intervenuto al primo convegno “Fino alla fine del suolo” – promosso in Regione dall’Altra Emilia Romagna, insieme al M5S, nello scorso mese di marzo -, dopo aver ascoltato gli interventi degli eminenti urbanisti e studiosi che hanno mosso argomentate critiche alla proposta di legge della Giunta “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio” numero 218 del 27 febbraio 2017.

Anche in quell’occasione, come nella recente risposta all’articolo di Tomaso Montanari (la Repubblica, 8 agosto scorso) che riprende la sua prefazione al libro promosso da AER Consumo di luogo (ed. Pendragon, curato da Ilaria Agostini, ricercatrice di urbanista presso l’Università di Bologna), egli evita accuratamente di entrare nel merito degli argomenti che evidenziano le vistose incoerenze e contraddizioni che pongono radicalmente in discussione gli enunciati obiettivi della proposta di limitazione nel consumo di suolo, di semplificazione delle procedure, di difesa della legalità e di sviluppo economico attraverso la riqualificazione urbana. Una legge che mette in allarme non folle di esagitati contestatori, ma il meglio della cultura urbanistica di una Regione che fu all’avanguardia in Italia per la capacità di preservare il territorio dalle offese inflitte in tante altre parti del Paese.

Legge urbanistica Emilia Romagna: perché è pericolosa

di Tomaso Montanari

L’8 agosto ho pubblicato su Repubblica un articolo dedicato alla pessima legge urbanistica che sta per essere approvata dal Consiglio Regionale dell’Emilia Romagna. Il giorno dopo ha replicato, con molto spazio e nessun argomento, l’assessore Donini. Io non ho avuto occasione di replicare. Lo fa ora, con la lettera che pubblico di seguito, una delle massime esperte di consumo di territorio, la bolognese Paola Bonora.

Caro Tomaso,

avevo letto con grande piacere il tuo articolo su Repubblica dell’8 agosto sulla legge urbanistica dell’Emilia-Romagna. Speravo nell’apertura di una discussione nazionale visto con quanto impegno il giornale affronta il tema dell’abusivismo e del destino del territorio martoriato da troppe costruzioni. Ma la risposta dell’assessore di due giorni dopo sembra aver messo un macigno su qualsiasi confronto, a conferma che l’Emilia appartiene a un universo parallelo inscalfibile, non ? chiaro se per l’antica reputazione o se per disegni neogovernativi che solo qui possono mostrare consenso.

Non a caso non si è mai aperta una riflessione sulle scelte urbanistiche operate in Emilia-Romagna, sia in termini di suolo consumato (sempre tra le quote più alte a livello nazionale), che di strumenti urbanistici e fiscali applicati (fino a illeciti ammanchi erariali che hanno superato il mezzo miliardo di euro a favore dei costruttori proprio negli anni delle plusvalenze stratosferiche della bolla speculativa – come ho documentato sulla rivista Il mulino). Nell’indifferenza generale e nell’illuminata continuità dell’amministrazione.

L’altra faccia dell’abusivismo

di Tomaso Montanari

L’altra faccia dell’abusivismo speculativo che sfigura l’Italia è lo stravolgimento della legislazione del territorio, non di rado tesa a sanare preventivamente gli abusi, anzi a trasformare l’abuso in legge, sostituendo alla pianificazione pubblica l’iniziativa dei costruttori. È successo con la Legge Obiettivo e il Piano Casa di Silvio Berlusconi, e poi con lo Sblocca Italia di Matteo Renzi, in una continuità ideologica garantita dal fatto che tutti questi provvedimenti furono voluti e costruiti da Maurizio Lupi, mai pentito apostolo del cemento.

Ma ora, e la notizia è clamorosa, questa tendenza rischia di raggiungere l’apice in Emilia Romagna: cioè nella regione rossa che è stata la culla della migliore urbanistica italiana. È quanto succederebbe se il Consiglio Regionale emiliano approvasse la Legge Urbanistica licenziata dalla Giunta Bonaccini. L’articolo cardine di questa legge è il 32, che al comma 4 stabilisce che il Piano Urbanistico Generale dei comuni emiliani «non può stabilire la capacità edificatoria, anche potenziale, delle aree del territorio urbanizzato né dettagliare gli altri parametri urbanistici ed edilizi degli interventi ammissibili». Tradotto vuol dire che i cittadini non potranno più decidere, attraverso i loro eletti come, dove, quanto cresceranno le loro città. È l’idea antitetica a quella del piano, cioè di una crescita sostenibile, governata ed equa.

Ma se non decide la comunità chi decide? Semplice: decide la speculazione. Il futuro del territorio emiliano è affidato – denuncia un documento firmato dai migliori urbanisti italiani – «agli accordi operativi derivanti dalla negoziazione fra l’amministrazione comunale e gli operatori privati che hanno presentato al comune un’apposita proposta (art. 37, c. 3), da approvare in 60 giorni, tempo proibitivo per i comuni.

Il Piano sociale e sanitario regionale 2017-2019 tra approssimazione, demagogia e neoliberismo

Ospedali e sanità

di Gianluigi Trianni

Oggi 11 luglio sarà presentato in Assemblea legislativa (già Consiglio) regionale il Piano Sociale e Sanitario Regionale 2017-2019 (Pssr 2017-2019), nella versione licenziata lo scorso 4 luglio dalla Commissione politiche per la salute e sociali, con il voto favorevole dei gruppi Pd e Misto e l’astensione del M5S.

Secondo la legislazione regionale vigente il Pssr definisce “gli indirizzi per la realizzazione e lo sviluppo del sistema integrato socio sanitario”, è di durata triennale e comunque con efficacia fino all’entrata in vigore di quello successivo. Quindi il Pssr 2017-2019 è il documento che fissa l’insieme di principi, scelte e regole, cui saranno vincolati gli atti di programmazione (= definizione degli obbiettivi ed allocazione delle risorse) sociosanitaria in regione Emilia Romagna nel prossimo triennio.

Tale piano proposto dalla Vicepresidente e Assessore alle politiche di welfare e politiche abitative M. Gualmini e dall’Assessore alle Politiche per la Salute S. Venturi ha acquisito parere favorevole:

  • dal Consiglio delle Autonomie locali;
  • dalla Conferenza regionale del Terzo Settore;
  • dalle Organizzazioni Sindacali,

Il punto zero dell’urbanistica in Emilia Romagna

di Antonio Bonomi

Non tira un buon vento per la disciplina urbanistica nella Regione Emilia-Romagna, ammirata un tempo in Italia e all’estero. Quella che era uno dei vanti della nostra storia recente con la tutela dei Centri storici, l’edilizia economica e popolare trainante, l’eccellenza quantitativa e qualitativa delle opere di urbanizzazione, la tutela del paesaggio collinare e costiero, sta manifestando visibili pecche. Nello spreco di suolo fertile e permeabile siamo passati ai primi posti nella classifica nazionale. L’inquinamento da gas e micropolveri affligge, ai massimi in Europa, la nostra striscia di pianura.

Il nodo dei trasporti pubblici e privati presenta criticità e inefficienze e a fronte di una smagliante Mediopadana di Calatrava la stazione Centrale di Bologna rimane al palo, orfana perfino di un Servizio Ferroviario Metropolitano passante. La pianificazione territoriale di area vasta, che fino a poco fa era una rete di avanzate competenze, si è liquefatta con l’inconsulto scioglimento delle Province e la stasi delle Unioni di Comuni.

Da ultimo, la presentazione della proposta di legge della Giunta Regionale sull “Uso e Tutela del Territorio” è accolta da una bordata di biasimo della cultura urbanistica. Qui mi sembra opportuno fare un po’ di glossario critico sui diversi tipi di Piani Urbanistici previsti dalla legge vigente e dal nuovo testo.

Bologna, dopo il servizio di Striscia è caccia ai furbetti dell’Ibc. Ma è solo demagogia

di Sergio Caserta

Giovedì 6 aprile Valerio Staffelli, giornalista di Striscia la notizia, intercetta con telecamera e microfono alcuni dipendenti dell’Istituto Beni Artistici Culturali Naturali dell’Emilia-Romagna con incalzanti domande su dove si recavano, da dove tornavano e se avevano strisciato il badge nel marcatempo. La notizia si sparge in un baleno: l’Ibc è sotto l’occhio delle telecamere.

Venerdì 7 aprile tutto il personale viene convocato dal Presidente Angelo Varni e dal direttore Alessandro Zucchini con Paolo Di Giusto, responsabile del servizio amministrazione e gestione, rassicurano i dipendenti che c’è stima per tutti e che l’Ibc è una famiglia in cui dedizione e onestà sono valori indiscutibili.

La gestione delle uscite all’Ibc era stata oggetto nel tempo di diverse disposizioni procedurali, prima automatizzate attraverso la rilevazione informatica, rivelatasi poco adatta alla molteplicità delle situazioni, poi modificate con i registri cartacei. Per un istituto con cinque sedi, tre in centro città, una in regione e una addirittura in provincia a San Giorgio di Piano, la mobilità organizzativa è una condizione funzionale insopprimibile. Anche per la pausa caffè, abitudine contemplata in tutta la regione e regolamentata in modo diverso a seconda delle situazioni logistiche differenziate non è prevista la timbratura.

“Consumo di luogo”: la crisi della pianificazione pubblica degli enti locali

di Piergiovanni Alleva e Cristina Quintavalla

Il Tavolo regionale dell’imprenditoria (che riunisce l’80% delle imprese emiliano-romagnole) ha chiesto di superare i ritardi in materia di «apertura al mercato», di essere coinvolto nelle scelte relative a «impiego delle risorse destinate al welfare e sanità e nella programmazione dei modelli di servizio», di superare la «tradizionale dicotomia pubblico-privato», di «mettere al centro l’impresa», di subordinare ogni scelta della Regione alle sue ricadute sull’impresa, nonché di garantire «la partecipazione dei soggetti privati» nella stessa attività di programmazione regionale.

Il boccone è ghiotto, visto che la spesa sanitaria costituisce oltre il 70% dell’intero bilancio regionale: l’Unipol e le maggiori Coop si sono subito affrettate a promuovere forme di sanità integrativa privata, offrendo pacchetti di prestazioni sanitarie, commisurate al premio assicurativo sottoscritto. Anche il Patto per il lavoro (leggi: per le imprese), siglato in RER con le parti sociali, punta a sostenere le imprese nella corsa alla produzione «di valore aggiunto», con lauti finanziamenti regionali ed europei che, insieme con processi di fusione e aggregazione industriale, semplificazioni burocratiche (leggi: riduzione di limiti e vincoli), sgravi fiscali, innovazione tecnologica, le rendano più attrattive e competitive sul mercato.

Sempre il Patto per il lavoro propone di istituire una nuova forma di welfare integrativo: «viene istituito un fondo regionale per la sanita integrativa per l’erogazione di prestazioni extra LEA [Livelli Essenziali di Assistenza]. Fondo alimentato dalla contrattazione nazionale, articolata, e da risorse aggiuntive derivanti dall’adesione di cittadini anche non lavoratori» (ossia: i privati, le grandi assicurazioni…).