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Urbanistica in Emilia Romagna: che fare?

di Antonio Bonomi

Con il convegno Fino alla fine del suolo del 3 febbraio 2017, promosso in Regione dai gruppi consiliari dell’Altra Emilia Romagna e Movimento 5 Stelle si è concretizzata la bordata di critiche alla prima stesura della “bozza del progetto di legge contenente la Disciplina Regionale sulla Tutela e l’uso del territorio”. Illustri studiosi e conoscitori della materia hanno rilevato la sostanza profondamente regressiva di tale testo rispetto alla dottrina e alla prassi finora in vigore.

Dove era sancito il pieno diritto delle assemblee elettive degli Enti Locali, Comuni e loro Unioni, Province e Regione di conformare attraverso i Piani Urbanistici il territorio con i suoi vincoli, le aree urbanizzate e urbanizzabili, le infrastrutture e la città pubblica, si dovrebbe ora passare a un regime di singoli accordi nel quale le trasformazioni d’uso di immobili dipendono dalla richiesta e dalla progettualità dei proprietari. All’Ente pianificante, totalmente subordinato a tali richieste e alle aspirazioni di profitto dei proprietari, rimarrebbe solo la verifica della rispondenza dei progetti a normative e vincoli, ma in fretta, per carità, per non tarpar le ali alle speranze di attuazione, pena il ricorso al fatto compiuto del silenzio-assenso.

Possiamo bene immaginare di chi siano le pressioni per arrivare a questa “controrivoluzione anti-piano”: la coorte della speculazione e della rendita, dei costruttori che ne approfitteranno e dei loro fiancheggiatori partitici. La rendita immobiliare, oligopolistica e parassitaria di per se, si continua a formare nella trasformazione da terreno agricolo e “naturale” in area urbanizzata edificabile, abitativa per i servizi e la produzione manifatturiera, nello “spreco di territorio”, riflettendosi poi anche nella “rigenerazione” dell’urbanizzato esistente.

Amianto: più di cento diagnosi di mesotelioma in Emilia Romagna nel 2016

di Zic.it

Nel 2016, in Emilia-Romagna, l’elenco dei nuovi casi di mesotelioma maligno (tumore raro ma dalla riconosciuta correlazione con l’esposizione professionale o ambientale all’amianto) registra altre 113 diagnosi, anche se si tratta di un dato ancora parziale. A riferirlo è il Centro operativo regionale del Registro nazionale mesoteliomi, che precisa che il dato si riferisce alle persone residenti nella regione e non comprende quindi coloro che potrebbero avere contratto la malattia lavorando in Emilia-Romagna, per poi essersi successivamente trasferite altrove.

Con le 113 nuove diagnosi sale a quota 2.413 l’elenco dei casi censiti in regione a partire dall’1 gennaio 1996: 1.748 uomini e 665 donne. Dall’ente segnalano inoltre che la curva di incidenza del fenomeno pare stia cominciando a scendere, dopo il picco registrato nel triennio 2011-2013 con 154, 156 e di nuovo 154 nuovi casi. In ambito professionale, i casi di mesotelioma con esposizione all’amianto (classificata come certa, probabile o possibile) si concentrano soprattutto nell’edilizia (14,9%), nella costruzione e riparazione di materiali rotabili ferroviari (11,9%), nell’industria metalmeccanica (9,2%) e negli zuccherifici o in altre industrie alimentari (8,1%).

Legge urbanistica in Emilia Romagna: territorio consegnato alla speculazione fondiaria

di Ilaria Agostini, Pier Giovanni Alleva, Rossanna Benevelli, Jadranka Bentini, Antonio Bonomi, Paola Bonora, Sergio Caserta, Piero Cavalcoli, Pierluigi Cervellati, Mauro Chiodarelli, Vezio De Lucia, Paolo Dignatici, Marina Foschi, Mariangiola Gallingani, Michele Gentilini, Giulia Gibertoni, Giovanni Losavio,Tomaso Montanari, Cristina Quintavalla, Ezio Righi, Giovanni Rinaldi, Piergiorgio Rocchi, Edoardo Salzano, Maurizio Sani, Sauro Turroni, Daniele Vannetiello

La giunta dell’Emilia-Romagna il 27 febbraio ha deliberato il disegno di una nuova legge urbanistica regionale, proponendolo all’approvazione dell’Assemblea legislativa. Secondo l’assessore alla programmazione territoriale Raffaele Donini, che l’ha presentata, la nuova legge sarebbe fondamentale per affermare il principio del consumo di suolo a saldo zero, promuovere la rigenerazione urbana e la riqualificazione degli edifici, semplificare il sistema di disciplina del territorio, garantire la legalità. Sono slogan che mascherano l’obiettivo essenziale del disegno di legge, ovvero l’impianto di un regime privilegiato a favore delle iniziative immobiliari private.

Proclamando risparmio di suolo e qualificazione urbana, la legge va in senso opposto. Il limite del tre per cento posto all’espansione dei territori urbani, già in sé molto elevato, è aggiuntivo, non alternativo all’ulteriore occupazione di suolo che i piani urbanistici ammettono. E l’«addensamento» indiscriminato, concepito e ribadito come unico modo della rigenerazione urbana, non promette qualità, ma ecomostri.

Emilia Romagna, regione rossa che si dà un’urbanistica regressista

fino alla fine del suolo

di Ilaria Agostini, ricercatrice di tecnica e pianificazione urbanistica, Università di Bologna

Non meravigli. Giunge proprio da una “regione rossa”, di (lontana) luminosa tradizione pianificatoria, una proposta di legge urbanistica dai contenuti pericolosamente regressivi. Formulata in linea con le pratiche urbanistiche contemporanee che hanno abbandonato il dato sociale in favore della finanziarizzazione immobiliare, la proposta attua una svolta deregolativa che rischia di ledere l’autonomia comunale in materia.

Il progetto di legge affida a princìpi di sapore neoliberista – negoziazione, semplificazione, competizione, eccetera. – il raggiungimento degli obbiettivi di “rigenerazione” urbana e di saldo zero nel consumo di suolo. Viene da chiedersi con quale efficacia.

Se il progetto diventerà legge, la riqualificazione della città sarà realizzata tramite “accordi operativi” pubblico-privato in sostituzione dei piani attuativi, con un piano regolatore deprivato dei contenuti dimensionali e localizzativi. Il saldo zero resterà travolto dagli effetti del previsto 3% di “suolo consumabile” e del triennio di interregno, tra varo della legge e sua applicazione, nel quale sono fatti salvi i diritti a costruire su suolo agricolo, acquisiti dai piani previgenti. Il superamento delle diseguaglianze urbane sarà negato da un regime edilizio largamente in deroga al DM 1444/1968, che ebbe il merito di introdurre il sistema egualitario degli standard urbanistici.

Contratti di solidarietà espansiva: in Emilia Romagna una proposta contro la disoccupazione

Crisi, lavoro e diritto a manifestare

di Piergiovanni Alleva

L’idea che una riduzione importante dell’orario lavorativo settimanale possa consentire, da un lato, di “fare spazio” a nuove assunzioni e, dall’altro, migliorare le condizioni dei lavoratori già occupati sotto il profilo della conciliazione dei “tempi di vita” rispetto ai “tempi di lavoro” non è certo nuova ma, nel trascorrere degli anni non ha perso nulla del suo fascino, anche a causa della oggettiva constatazione della crescente velocità di sostituzione del lavoro umano con processi automatizzati.

Si consideri che nel nostro paese l’orario settimanale di lavoro dopo essere sceso, alla metà degli anni 70 dalle 48 alle 40 ore, si è poi cristallizzato su tale livello, visto che gli orari previsti dalla contrattazione collettiva di settore mai o quasi mai sono inferiori alle 37,5/38 ore, con l’ulteriore paradosso che a causa della “flessibilizzazione” delle regole d’utilizzo, pur essendo uguali o di poco inferiori al passato risultano “più invasivi” della vita privata e sociale delle persone. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione è almeno raddoppiato, raggiungendo punte del 40% nelle giovani generazioni: in Emilia-Romagna, ad esempio, si contano 160.000 disoccupati, ma di essi la metà è costituita da persone con meno di 35 anni.

È allora doveroso riprendere il tema, evitando qualsiasi deformazione di tipo ideologico, e cominciare col segnalare come quella problematica sia incentrata in Italia, sul piano normativo, in uno specifico istituto detto “contratto di solidarietà espansiva” introdotto per la prima volta dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, recante misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali”.

L’urbanistica in Italia e Emilia Romagna: la città pubblica tradita

a-consumo-suolo

di Paola Bonora [*]

Che cosa sta accadendo nel nostro Paese in ambito urbanistico e di governo del territorio? Dopo la sbornia costruttivista che ha portato alla bolla immobiliare, il caos sembra regnare sovrano; nessuno sa come uscire da una crisi paralizzante. Mercato fermo, aziende fallite, città bloccate, la politica urbanistica nel marasma.

La pianificazione? Morta e sepolta da tempo. Siamo ormai abituati a veder espropriate e ribaltate le parole d’ordine che emergono dai circuiti culturali avanzati, ma di questi tempi la distorsione è particolarmente allarmante. Sull’azzeramento del consumo di suolo negli ultimi anni si sono spesi in tanti, che hanno lanciato la proposta del riutilizzo e della riqualificazione degli spazi già cementificati.

Ora però gli obiettivi del “contenimento” del consumo di suolo e della “rigenerazione urbana” sono cavalcati con foga da quegli stessi attori che sono stati i colpevoli protagonisti degli eccessi. I costruttori hanno capito presto che la crisi del mattone non era congiunturale e risolvibile in termini espansivi, e che non si poteva continuare a edificare in una condizione di esubero produttivo deprimendo ancor più i prezzi.

Nuove vie in agricoltura: le sinergie tra Emilia Romagna e Campania

La ManiFesta 2016

di Vittorio Capecchi

A Bologna lunedì 4 luglio 2016 è terminata la quattro giorni della Manifesta organizzata da il Manifesto in rete con un convegno dal titolo “Il suolo lo coltiviamo e non lo consumiamo, l’agricoltura biodinamica”. Il convegno è stato coordinato da Sergio Caserta che oltre a coordinare Il Manifesto Bologna in rete è stato anche dei promotori del gemellaggio tra Bologna e Pollica. Sergio ha invitato e presentato in questo dibattito sia due esperienze del Cilento che due esperienze emiliano romagnole.

Ha iniziato a parlare Giuseppe (Peppino) Cilento presidente della Cooperativa Nuovo Cilento. Questa cooperativa è nata nel 1976 a San Mauro Cilento (Salerno) e la sua storia si è incrociata con quella di Angelo Vassallo sindaco di Pollica dal 1995 al 2010. Angelo Vassallo, presidente della Comunità del Parco nazionale del Cilento, chiese e ottenne che la “Dieta mediterranea” fosse considerata patrimonio dell’UNESCO. Le straordinarie proprietà della dieta mediterranea furono diffuse nel mondo dall’epidemiologo e fisiologo statunitense Ancel Keys che insieme alla moglie biologa Margaret Haney si stabilì a Pollica (nel villaggio di Pioppi) dove morì nel 2004 poco prima di compiere 101 anni (la sua storia è narrata da Elisabetta Moro, La dieta mediterranea.

Osservatorio Emilia Romagna: Bologna, città della ‘ndrangheta. O no?

Mafie in Emilia Romagna

Mafie in Emilia Romagna

di Bruno Giorgini e Sofia Nardacchione

Dice Carlo, settantanni bolognese doc, militante del PCI e della sinistra fin da quando era bimbetto, il padre partigiano di vaglia: no qui da noi se qualcuno vede qualcosa che non va solleva il telefono e chiama la polizia, oppure si mette in mezzo di persona, non è come a Palermo dove spesso la gente volta la testa da un’altra parte.

All’angolo tra Piazza Verdi e via Petroni Bruno, anch’egli settantenne – Bologna è una città con molti vecchi o anziani che dir si voglia – cittadino bolognese da cinquanta vede un energumeno prendere a schiaffi un ragazzino, probabilmente per un mancato pagamento di una qualche dose di roba – generico per droga, più o meno pesante. Da buon cittadino Bruno si interpone, l’energumeno ci pensa su, accenna una reazione, poi scuotendo le spalle s’allontana, mentre il ragazzino s’è già eclissato. La via è trafficata e piena di persone ma non fanno la fila a applaudire l’intervento civico, anzi scantonano in fretta facendo finta di non vedere.

Che Piazza Verdi sia un luogo di spaccio non è un mistero per nessuno, nel contempo è la piazza di alcuni collettivi universitari antagonisti cosiddetti. Ma uscendo dall’aneddotico, intanto a Bologna e in Emilia Romagna sono in corso d’opera due processi, il Black Monkey in città, e l’Aemilia che interessa tutta la regione, per fatti di criminalità organizzata in particolare ‘ndranghetista.

Tra la via Aemilia e il West: storie di mafie, convivenze e malaffare in Emilia Romagna (e a San Marino)

Aemilia dossier

di AdEst, Gruppo dello Zuccherificio, Gruppo Antimafia Pio La Torre e Rete Movimento Civico

“In principio nasce come l’aggiornamento di Emilia Romagna cose nostre – cronaca di biennio di mafie in E.R., pubblicato nel novembre del 2014, ma è mutato profondamente in corso d’opera per inseguire i fatti d’attualità che hanno cambiato, in meno di un anno, quanto raccontato nel vecchio dossier.

Gli ultimi 12 mesi infatti hanno trasformato in cronaca quanto da noi descritto da oltre un lustro. Arresti, processi, sequestri, intimidazioni sono fatti giornalieri in una Emilia Romagna che si è risvegliata incapace, anche logisticamente di ospitare maxi-processi, tanto che anche il peggiore dei negazionisti si è arreso all’idea che le mafie hanno un ruolo ben definito nell’economia e sempre più spesso nella mentalità di questo territorio. Hanno avuto questo ruolo anche negli ultimi 30 anni, solo che finalmente la magistratura ha aperto il vaso di Pandora, scoperchiando verità e viltà, spesso scomode, per la politica, la guida economica dell’Emilia Romagna e la società civile.

Questa abbiamo provato a raccontare, gli intrecci di un potere che, mentre tutti guardavano “altrove”, ha intessuto nodi così forti da essere capace di legare un cappio al collo alla comunità. Una comunità che però spesso quel cappio, per vantaggi personali, ha preferito metterselo da sola. Un cappio nel quale non abbiamo nessuna intenzione di infilare il nostro collo e dal quale abbiamo invece la ferma, e utopica, intenzione di liberare tutti quanti. Il lavoro di ricerca nel 2015 si è arricchito dei contributi di associazioni o singoli operanti nel territorio: da Modena a Casalgrande, da Piacenza a Carpi, sbarcando a San Marino, molti hanno contribuito ad arricchire il lavoro ormai storico del Gruppo dello Zuccherificio di Ravenna, il GaP di Rimini e di AdEst a Bologna.

Le mani sulla città: così la ‘ndrangheta ha cementificato Reggio Emilia

Inchiesta Aemilia

Inchiesta Aemilia

di Paolo Cagnan

Vent’anni di gru, di camion, di escavatori. Di “economia che gira”. Economia legale e illegale. Imprenditoria sana e imprenditoria malata, criminale. Legate in un groviglio d’interessi a volte inestricabile, di cui ora resta il pesante lascito fatto di migliaia di appartamenti vuoti, ditte fallite e una città cementificata che sta tentando di riprendersi. Eccolo qui, il Sacco di Reggio.

1. La crescita dell’urbanizzazione

In questa prima puntata della nostra inchiesta sulle mafie in edilizia, ripercorreremo insieme a ritroso quanto accaduto dalla fine degli anni Ottanta sino a pochi anni fa. Diciamo sino al 2001. Vent’anni in cui, complici due piani regolatori che sembravano ritagliati su misura per assecondare la lobby del mattone, si è costruito di tutto, e dappertutto.

Il numero record d’imprese di costruzioni

L’onda lunga di quel periodo è giunta sino ai giorni nostri. Basti dire che nel 2010, quando già la crisi del biennio precedente iniziava a mietere le sue numerose vittime, alla Camera di commercio di Reggio erano ancora registrate – fonte Narcomafie – 13.246 imprese di costruzioni, di cui 10.756 artigiane: uno dei numeri più alti d’Italia, in relazione alla superficie del territorio di riferimento.