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Elezioni europee e regionali: il prossimo voto in Emilia Romagna

Regione Emilia Romagna - Foto di Wikipedia

di Sergio Caserta

In Italia, si sa, da quando ai partiti si sono sostituite congerie di apparati al servizio di gruppi economici o di vari interessi, la politica prende veramente vita solo in corrispondenza di scadenze elettorali, che per le peculiari caratteristiche del Paese, totale discordanza tra diversi livelli istituzionali, avvengono con frequenza e cadenze ravvicinate. Cosicché non abbiamo ancora digerito le elezioni politiche del 4 marzo che hanno terremotato il quadro politico, che si avvicinano rapidamente quelle europee e le regionali in Emilia Romagna, Piemonte, Sardegna, Abruzzo e Calabria, più un centinaio di comuni per lo più al di sotto dei quindicimila abitanti.

Il governo giallo verde a meno di improvvisi scossoni difficilmente andrà in crisi, la prova del nove è rappresentata dal DEF che se conterrà provvedimenti anche parziali in tema di reddito di cittadinanza, flat tax e pensioni, è destinato a consolidare il Salvimaio, almeno fino alle europee, con buona pace della “ruota della fortuna” auspicata da Renzi. Lo ha detto chiaramente Salvini, rispondendo a Berlusconi: va bene allearsi alle amministrative, ma il governo non si tocca. È chiaramente un gioco delle parti che consente ai due di spalleggiarsi, tranquillizzando i propri elettorati, quello residuale di Berlusconi è ormai rappresentato pressoché unicamente dal mondo Fininvest.

Italia Nostra, appello a Gentiloni: la legge urbanistica dell’Emilia Romagna va cambiata

di Oreste Rutigliano, presidente di Italia Nostra

Signor Presidente del Consiglio dei Ministri,

con legge n. 24 pubblicata il 21 dicembre 2017 la Regione Emilia Romagna ha dettato la nuova “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio” che in talune certamente non marginali sue disposizioni, a fermo giudizio di questa associazione, ha disatteso i principi fondamentali della materia governo del territorio e quindi ha ecceduto la competenza della Regione.

L’associazione Italia Nostra si rivolge alla Sua sensibilità istituzionale perché Ella valuti la esigenza di promuovere la questione di legittimità costituzionale su un dettato normativo lesivo del principio per cui la disciplina generale ordinatrice dell’assetto e della utilizzazione del territorio è attribuzione riservata al Comune, rappresentanza democratica della comunità insediata, come espressione della sua autonomia, sicché il relativo esercizio non può essere in alcun modo condiviso e fatto oggetto di accordo con i privati proprietari di suoli e immobili di volta in volta interessati.

Si tratta di una pubblica funzione (come tale indisponibile) che spetta ai Comuni a norma dell’art.13 del Testo Unico degli enti locali e riconosciuta loro propria dall’art. 118 Costituzione, prima ancora della applicazione del criterio di sussidiarietà. È la funzione di “disciplina urbanistica” che la legge urbanistica dello Stato, la 1150 del 1942, come integrata e aggiornata ai rinnovati indirizzi dalla legge ponte del 1967 e dalla sua legge attuativa (n. 1187 del 1968) vuole esercitata attraverso la pianificazione territoriale e urbana e nell’art.7 definisce il contenuto essenziale del piano regolatore generale (esteso cioè all’intero territorio comunale) ad esso assegnando un ruolo necessariamente prescrittivo, con la determinazione dei vincoli e dei caratteri da osservare nelle zone in cui si articola il territorio.

Una lettera dall’Emilia Romagna, regione non più ‘rossa’

di Piero Cavalcoli

Carissimi compagni, una cosa la possiamo fare: smettere di piangerci addosso. Allo scopo, mi perdonerete la scivolata retorica, ma sento l’esigenza di richiamarvi il passo conclusivo delle Città invisibili di Calvino, un passo che conoscerete certamente e che è diventata abitudine citare quando si è, come oggi, in grande difficoltà. Un passo che tuttavia dimentichiamo spesso, e proprio quando siamo in difficoltà.

«L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare di riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio»

Un po’ di «attenzione e apprendimento» ci ha portato, qui in Emilia-Romagna, a tentare di contrastare l’ennesima sciagurata «accettazione dell’inferno» da parte del governo locale a proposito delle regole dell’urbanistica. Mdp, Sinistra e Altra Emilia Romagna (lista ex Tsipras) hanno condotto una lunga battaglia unitaria per impedire l’approvazione della legge (all’inizio, alla fine del 2016 – e dunque molto prima che ci si orientasse alla costruzione di un movimento unitario – partecipavano al lavoro comune persino i 5Stelle.

Per qualche ettaro in più

di Sergio Caserta

In Emilia Romagna d’ora in avanti se un costruttore, armato di “accordo operativo”, incontra un sindaco armato di Pug (Piano Urbanistico Generale)…la pianificazione è cosa morta. Ironicamente si può far riferimento agli indimenticabili “spaghetti western” di Sergio Leone, ma in effetti il far West dell’urbanistica, è stato codificato nei settantasette articoli della legge regionale 218/2017 “disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”.

Una legge che pone pomposamente al primo articolo, alla lettera a) del comma 2, l’obiettivo di “contenere il consumo di suolo quale bene comune e risorsa non rinnovabile che esplica funzioni e produce servizi eco sistemici, anche in funzione della prevenzione e della mitigazione degli eventi di dissesto idrogeologico e delle strategie di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici”.

Concetto che ribadisce e specifica all’articolo 5 del capo II, “La Regione Emilia-Romagna, in coerenza con gli articoli 9, 44 e 117 della Costituzione e con gli articoli 11 e 191 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, assume l’obiettivo del consumo di suolo a saldo zero da raggiungere entro il 2050.

Infine lo sancisce, fornendo la misura massima di consumo di suolo all’articolo 6 Quota complessiva del consumo del suolo ammissibile comma1. In coerenza con l’obiettivo del consumo di suolo a saldo zero di cui all’articolo 5, comma 1, la pianificazione territoriale e urbanistica può prevedere, un consumo del suolo complessivo pari al tre per cento della superficie del territorio urbanizzato… fatto salvo quanto previsto dai commi 5 e 6.

Legge urbanistica: in Emilia-Romagna Lupi ha vinto

di Maria Cristina Gibelli

Il Pd dell’Emilia-Romagna, emulo della peggiore destra urbanistica italiana, fa sue l’ideologia e la prassi di Maurizio Lupi e approva una legge sciagurata. Silenzio tombale degli istituti culturali, ormai facilitatori degli interessi immobiliari.

Con i soli voti favorevoli del Pd è stata approvata ieri dall’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna la nuova legge urbanistica: 28 voti favorevoli, 14 contrari e 2 astenuti. Compattamente contrari i consiglieri di L’Altra Emilia Romagna, Sinistra Italiana, Art. 1-Mdp e M5S. Si annunciano tempi bui per le amministrazioni locali: espropriate di qualsivoglia competenza regolativa, dovranno imparare a negoziare con il privato per ottenere qualche vantaggio per le loro comunità.

Ne sono consapevoli? Non sembra. Poche ore prima del consiglio i sindaci delle maggiori città (Bologna, Cesena, Ravenna, Forlì, Rimini, Modena, Ferrara, Parma, Reggio Emilia, Imola, Faenza e Carpi) hanno inviato una lettera appello che auspicava una celere approvazione della legge, a loro giudizio caratterizzata da importantissime innovazioni quali una “semplificazione… senza che si perda l’iniziativa, la responsabilità e la regia del governo pubblico del territorio, pur nella necessaria sottoscrizione di accordi operativi con i privati investitori” (appello dei Sindaci emiliano romagnoli).

Liberiamo l’aria a Casalecchio di Reno, nel Bolognese: che sia la volta buona?

di Claudio Corticelli, Legambiente

Diminuzione del traffico auto-moto-camion? Il PAR (Piamo Aria Regionale). Interramento Ferrovia? Dalle notizie che apprendiamo dal mensile Casalecchio News, e dalle cronache dei quotidiani bolognesi, mi sono posto alcuni interrogativi, ma nel contempo son contento che finalmente siano state prese da parte del Sindaco e dalla Giunta, importanti misure per diversi limiti e il divieto di circolazione stradale in vari giorni e fasce orarie, di auto e veicoli a motore, come previsto dal PAIR 2020, Piano Aria Regionale.

Le sintetizzo con le prime lettere dell’alfabeto:

  • a) Zona traffico limitato durante gli eventi di spettacoli a Unipol Arena, una nuova e protettiva ZTL che difende i residenti della zona da occupazione dei loro spazi condominiali e pubblici, con un accumularsi di grave inquinamento derivante dagli scappamenti delle auto degli spettatori, in una zona di Casalcchio che vede abitazioni a ridosso di supermercati e la mega-arena.
  • b) Vero e proprio piano a Casalcchio? Limitazioni al traffico auto/moto/camion privato per il periodo Dicembre 2017 – Marzo 2018. Sono previsti utili limiti su due livelli: 1°) sforamenti per 4 giornate consecutive e il 2°) livello sforamenti consecutivi di 10 gg dei veicoli a motore, per tutto il territorio stradale di Casalecchio.

Urbanistica in Emilia Romagna: licenza politica di demolire tutto

di Salvatore Settis

La neo-tutela all’italiana fa passi da gigante. Presto solo sparuti gruppuscoli di gufi intoneranno le solite giaculatorie sull’Italia patria della tutela del patrimonio storico-artistico, sull’articolo 9 della Costituzione, sul rispetto delle leggi vigenti, e simili anticaglie.

La nuova frontiera della tutela sta per essere fissata, e la neo-regola sarà questa: se volete distruggere un edificio vincolato, fate pure i vostri comodi, purché ne ricostruiate da qualche parte un pezzettino. Così, tanto per gradire. Questo è quanto sta per accadere all’ippodromo di Tor di Valle. Tutelare l’esistente non è importante, se si tratta di costruire qualcosa di “produttivo”. E i precedenti non mancano.

A Torino, la prescrizione-base per le nuove architetture sarebbe di non superare l’altezza massima della Mole Antonelliana (167,5 metri). Norma rispettata fino a quando un progetto (di Renzo Piano) previde un grattacielo alto quasi 200 metri. Di fronte alle polemiche, l’altezza fu ridotta a 167,25 metri: 25 centimetri meno della Mole, irrisoria differenza che pare uno sberleffo. Naturalmente il prossimo grattacielo (progettato da Fuksas) dovrebbe arrivare a 209 metri, 40 in più della Mole.

Emilia Romagna: rigenerazione urbana per chi?

di Angela Barbanente

La centralità assunta dalla rigenerazione urbana nel discorso politico e nell’opinione pubblica, negli scenari programmatici e negli strumenti operativi promossi da regioni ed enti locali, non può che essere valutata positivamente quando posta in opposizione alle pratiche tradizionali di trasformazione del territorio fondate sull’espansione urbana e il dissennato spreco di suolo. Tuttavia, essa comporta dei rischi dei quali bisogna essere consapevoli.

Si tratta di rischi che si corrono quando, occupandosi di sistemi complessi, i concetti perdono la capacità di cogliere le relazioni con i processi in atto e i contesti d’azione concreti, e diventano parole d’ordine utili ad acquisire facile consenso, di volta in volta intorno a una politica, a una norma, a un programma prospettati come risolutivi di un ‘problema chiave’. A me pare che questi rischi siano oggi legati ad alcune modalità di interpretazioni della “rigenerazione urbana” in rapporto all’obiettivo del contenimento del consumo del suolo.

Un esempio particolarmente efficace di tali rischi è proprio nel progetto di legge della giunta dell’Emilia Romagna recante “Disciplina regionale sulla tutela e l’uso del territorio”. La rigenerazione urbana, com’è noto, è diventata da qualche tempo anche in Italia una nozione ombrello sotto la quale trovano copertura interventi e pratiche molto diversi. Da demolizione e ricostruzione di singoli edifici a programmi messi a punto per interi quartieri, da interventi che riguardano aree dismesse e abbandonate a iniziative che investono parti di città dove si concentrano degrado fisico e disagio sociale, dai centri storici alle periferie recenti, e non manca l’atteggiamento fideistico di chi ritiene la rigenerazione urbana capace di «rimettere in moto l’edilizia», e persino di «far ripartire il Paese».

Una ricetta per dare lavoro ai giovani

di Piergiovanni Alleva

È assolutamente importante in questa fase politica, che la sinistra assuma su di sé il compito di porre rimedio ai guasti della fallimentare legislazione del lavoro del governo Renzi, che ha ulteriormente precarizzato, e di molto, il mercato del lavoro senza raggiungere alcun stabile miglioramento occupazionale. Il compito non è solo quello della rivisitazione e ripristino delle tutele fondamentali, devastate dal Jobs Act, ma anzitutto di incidere sulla disoccupazione, in primo luogo giovanile, con una proposta pratica, efficace e finanziariamente sostenibile.

Questo è lo scopo di un Progetto di L. R. dell’Emilia-Romagna, presentata dal Gruppo assembleare L’Altra Emilia Romagna, e cofirmato dai gruppi Sinistra Italiana e Art.1 MDP, in tema di diffusione dei cosiddetti contratti di solidarietà espansiva, che contiene una formula per una rilevante riduzione della disoccupazione giovanile.

Cercheremo quindi di illustrarlo al meglio. È opportuno ricordare anzitutto che i contratti di solidarietà espansiva, ora ridefiniti dall’art.41 del Dlgs. 148/2015, sono contratti collettivi aziendali con i quali viene ridotto l’orario di lavoro settimanale, senza futura perdita pensionistica, al fine di «creare spazio» per l’assunzione di nuovi lavoratori. Per esempio, riducendo su base volontaria la settimana lavorativa da 5 a 4 giornate, si apre lo spazio per l’assunzione di un nuovo lavoratore per ogni 4 lavoratori richiedenti tale riduzione.

Nuova legge urbanistica dell’Emilia-Romagna: facciamo il punto

di Luca Gullì

Come materia incessantemente sollecitata dal cambiamento sociale e istituzionale, la pianificazione del territorio ha da sempre al centro dei propri impegni, ancor più che il dialogo con le forme e l’assetto del territorio fisico, l’elaborazione di proposte e formule normative, adatte ad accompagnare l’azione istituzionale nei propri compiti di governo degli interventi collettivi sull’ambiente abitato.

In tal senso, la discussione sul Progetto di legge per la nuova legge urbanistica emiliana (da ora in poi: Pdl), pur nelle forti contrapposizioni che l’hanno caratterizzata, è portatrice di contenuti non molto dissimili da quelli che il dibattito urbanistico ha sviluppato negli ultimi trenta anni su alcuni nodi fondanti della disciplina. Questa proposta di riforma nasce dalla evidente insoddisfazione rispetto al funzionamento della legislazione regionale attualmente in vigore (la l.r. n. 20 del 2000).

Tale cattiva riuscita è abbastanza condivisa ma, a parte le generali considerazioni derivanti da una complessiva macchinosità dell’impalcatura legislativa (a quasi venti anni dalla sua approvazione, solo poco più della metà dei comuni della regione è riuscita a completare la redazione dei documenti di piano previsti), non è stata oggetto di una valutazione e di ricerche approfondite, dalle quali potere desumere in modo affidabile elementi specifici sui meccanismi che non hanno funzionato.