Bologna, Asia-Usb: “10 mila immobili del Comune sfitti, li usi chi non ha casa”

Diritto all'abitare - Foto di Zic.it
Diritto all'abitare - Foto di Zic.it
di Francesca Mezzadri

“Ci sono circa 10 mila immobili sfitti di proprietà comunale disabitati e un alto numero di persone senza fissa dimora – migranti ma anche famiglie con bambini – che rappresentano un grosso disagio sociale. E quindi noi ci chiediamo: che cosa impedisce che gente senza casa e case senza gente si uniscano per affrontare un problema comune?”

È un interrogativo che si pone Fabio di Asia-Usb, l’Associazione inquilini e assegnatari dell’Unione sindacale di base, che presidia da gennaio insieme ad altri ragazzi l’ex-caserma Sani di via Ferrarese a Bologna, di proprietà del Demanio e attualmente in disuso. La ex-caserma è abbandonata e in forte degrado, così come lo erano lo stabile privato di via Achillini e l’ex istituto Beretta, occupati da Asia-Usb l’anno scorso e sgomberati dopo pochi mesi dal Comune di Bologna.

Due giorni fa è stata invece la volta dei dormitori di via del Milliario, via Pallavicini, via Sabatucci e via del Lazzaretto, dove gli attivisti di Asia-Usb hanno organizzato 48 ore di presidio con gli ex-ospiti delle strutture. Questi dormitori hanno ospitato oltre agli homeless anche i profughi provenienti dal Nord Africa fino alla fine di marzo. Ora, con la fine dell’inverno e del piano freddo che aveva prolungato i tempi di permanenza, i migranti sono stati lasciati “liberi” con un bonus di 500 euro e senza alcuna prospettiva, la stessa che hanno i senzatetto costretti anch’essi ad andarsene.
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Terminata l’emergenza nord Africa. Avvocato di strada: “Per migliaia di richiedenti asilo si spalancano le porte della strada”

Profughi a Prati di Capraradi Avvocato di Strada

Poco più di due anni fa, il 12 febbraio 2011, l’Italia dichiarava lo stato di emergenza umanitaria nel territorio nazionale per l’eccezionale afflusso di cittadini provenienti dalla Tunisia e dalla Libia. Nei giorni scorsi, a due anni di distanza, il Governo ha dichiarato ufficialmente conclusa la cosiddetta “Emergenza nord Africa”. Le strutture (agritusmi e alberghi, rifugi di fortuna, centri d’accoglienza) che ospitavano i richiedenti asilo in tutta Italia sono state chiuse, ma i problemi non finiscono d’incanto.

“Il percorso dell’Emergenza Nord Africa – sottolinea Antonio Mumolo – presidente dell’Associazione Avvocato di strada – è stato tortuoso: è cominciato con l’accoglienza fredda delle comunità locali che si vedevano “smistare” sul proprio territorio persone giunte a Lampedusa mesi prima, è continuato con gli scandali documentati dalla stampa sulla gestione dei fondi erogati per l’accoglienza ed è culminato con la decisione di riconoscere, dopo la valanga di dinieghi di asilo, la possibilità di un riesame e quindi, per tutti i richiedenti asilo che già avevano ricevuto diniego, il salvacondotto di un permesso umanitario di un anno di durata.”
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Emergenza Nord Africa a Bologna: a fine proroga per 200 profughi l’unica prospettiva sono i 500 euro per andarsene

Profughi a Prati di Capraradi Francesca Mezzadri

Il 28 febbraio è arrivato e anche in Emilia Romagna scade la proroga di due mesi del ministero dell’Interno riguardo la chiusura delle strutture che accolgono i migranti provenienti dal Nord Africa in attesa di ricevere una risposta alle richieste d’asilo, di protezione internazionale o di permesso umanitario. Secondo l’ultima circolare del 18 febbraio 2013, il destino dei profughi nordafricani verrà deciso dalle prefetture delle province che “dovrebbero favorire i percorsi d’uscita da queste strutture”. Tra le misure previste dal dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno, vi è anche la “buonuscita” di 500 euro procapite.

“Sono a Bologna ai Prati di Caprara da due anni,” spiega K. durante un incontro che si è tenuto martedì 26 febbraio presso il Tpo tra migranti e operatori di associazioni interculturali regionali, “come molti altri ho ottenuto un permesso temporaneo di 6 mesi, rinnovato ad altri 6 mesi, perché sono ancora in attesa di ricevere una risposta alla mia richiesta d’asilo. Per ora non possiamo fare nulla. Ci hanno detto solo che dopo il 28 febbraio ci daranno 500 euro, ma io non voglio 500 euro, ho bisogno di un percorso che mi porti a qualcosa di concreto perché sono un rifugiato libico, un rifugiato da oltre due anni”.
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Centro di Accoglienza e Identificazione - Foto di Paride De Carlo

Emergenza Nord Africa: e dopo il 28 febbraio?

di Francesca Materozzi

L’Emergenza Nord Africa (Ena) andava a essere chiusa, in mezzo alle incertezze, il 31 dicembre 2012. Adesso, passati due mesi di proroga, ci troviamo esattamente al punto di partenza. Ci sono 16 mila profughi ancora in accoglienza, il lavoro delle Commissioni procede a rilento e i casi felici, quelli cioè di persone che sono riuscite a trovare una casa e un lavoro, sono rarissime eccezioni. Il progetto MeltingPot invita a una mobilitazione permanente (che accogliamo con favore e rilanciamo), a partire dal 25 febbraio, per chiedere una proroga della proroga e un impegno concreto e reale per il sostegno e l’inserimento dei profughi.

Per chiedere, in altre parole, che si ponga un argine ai danni provocati da una gestione dell’emergenza a dir poco disastrosa. «La peggiore che si sia vista in Italia», secondo Gianfranco Schiavone del direttivo dell’Asgi. I profughi dell’Ena sono in massima parte africani sub-sahariani o asiatici che lavoravano in Libia e si sono trovati, loro malgrado, coinvolti nella guerra. Arrivati in Italia, sono stati incanalati nell’iter della richiesta asilo, che prevede che una Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di rifugiato, stabilisca se ci siano o meno le condizioni per ottenere la protezione internazionale. Alcuni di loro (il 41% del totale), originari di Paesi caratterizzati a loro volta da situazioni politiche critiche, hanno ottenuto la protezione internazionale. A tutti gli altri, dopo molte incertezze e tentennamenti, è stato deciso di rilasciare il permesso umanitario (novembre 2012).
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Foto Avvocati di Strada

Un permesso libera-tutti per nascondere il fallimento del piano emergenza nord Africa

di Costantino Giordano, associazione Avvocato di strada

A poco meno di un mese dalla chiusura dell’Emergenza Nord Africa, ovvero il piano d’accoglienza dei richiedenti asilo fuggiti dalla Libia in fiamme, anche Bologna si appresta a concludere il primo esperimento di accoglienza ai tempi del federalismo. E l’esodo dei profughi, cominciato diversi anni fa nei rispettivi paesi di origine, continuato fra le carceri e le angherie di Gheddafi e passato per Lampedusa, sta per finire in maniera brusca e approssimativa negli uffici della prefettura.

L’emergenza, partita il 12 febbraio 2011, prevedeva un progetto rapido di accoglienza, mediazione, alloggio e assistenza sanitaria per accompagnare ogni singolo migrante verso l’esame in Commissione, l’organismo che ascolta la storia di ogni singolo richiedente asilo, valuta le prove addotte e decide se concedere o meno lo status di rifugiato politico. L’audizione, a norma di legge, è da tenersi entro 30 giorni dalla formalizzazione della richiesta di asilo, eppure l’emergenza si è trascinata per un anno e nove mesi in cui i profughi hanno vissuto nei centri d’accoglienza in perenne attesa di una convocazione mai arrivata, per la gioia della Lega Nord che negli ultimi comizi è tornata a parlare di immigrazione, accusando i “finti” profughi di “banchettare” a nostre spese.

Ma se qualcuno ha ricavato un profitto economico queste sono state le cooperative, le associazioni nate all’improvviso o anche solide organizzazioni come la Croce Rossa e addirittura alberghi, agriturismi e case vacanze che, approfittando del panico del ministero dell’Interno, hanno firmato contratti di accoglienza nel momento in cui i profughi giunti a Lampedusa, in un impeto di federalismo, venivano “distribuiti” equamente nelle diverse regioni d’Italia.
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Profughi a Prati di Caprara

Bologna, Prati di Caprara: 130 profughi chiedono una chance di vita oltre il 31 dicembre

di Angelica Erta

Centotrenta ragazzi nigeriani, profughi della Libia del colonnello Gheddafi sono ancora confinati nell’area dismessa dei Prati di Caprara, in una struttura fatiscente, adibita un tempo a magazzino. Dopo la manifestazione pubblica di lunedì, fino in Piazza Maggiore, a chiedere dignità di fronte a Palazzo d’Accursio, si è tenuta l’altra sera una nuova assemblea. In una stanza enorme, e fredda a dispetto del gran numero di ospiti – pochi gli italiani, qualche ragazzo delle associazioni ‘vicine’ ai migranti e per la politica il consigliere regionale Roberto Sconciaforni – i migranti hanno chiesto una chance per il futuro, oltre il 31 dicembre, giorno in cui termina lo stato d’emergenza per il Nord Africa e con esso anche il loro diritto ad essere accolti in questo ‘ghetto’ istituzionale.

Oltre 550 giorni di vita sospesa in un ex-magazzino, un campo profughi in cui mancano acqua calda e riscaldamento, ingabbiati nell’esclusione di Stato che nega il permesso di soggiorno nella finzione – com’altro definirla? – di accoglienza e protezione. Per questa enclave lo stato italiano ha speso oltre 3 milioni di euro, destinati alla Croce Rossa, con un accordo di gestione firmato con la Protezione Civile. Divisi per il numero di giorni e ospiti forse la cifra non è nemmeno esorbitante (46 euro al giorno per ciascun profugo) ma il nodo è politico: qual è il senso di un campo profughi che costa allo stato e toglie diritti.
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Foto di Mirco Borsato

Profughi, l’assessore regionale Marzocchi: “Impensabile che dopo due anni diventino irregolari”

di Francesca Mezzadri

In Emilia-Romagna sono presenti ancora 1.504 profughi provenienti dal Nord Africa in attesa di conoscere il loro destino e il 31 dicembre terminerà il loro stato di emergenza: che cosa ne sarà di loro? Questa è la domanda che molti di noi si sono posti in quest’ultimo mese e che è stata sollevata anche oggi, 30 ottobre, in occasione della presentazione del Rapporto Caritas Migrantes 2012 presso la sede della Regione Emilia Romagna.

Secondo quanto hanno riportano le agenzie, la richiesta dell’assessore al welfare regionale, Teresa Marzocchi, che verrà mossa oggi a Roma durante il Tavolo di confronto nazionale degli enti locali, è quella di regolarizzare i profughi senza dover prorogare l’emergenza, visto che tutti hanno diritto al permesso umanitario. Come spiega l’assessore: “Non si può pensare che dopo due anni queste persone diventino irregolari: abbiamo investito su di loro e le conosciamo tutte”.

Quello che verrà richiesto al governo è particolare attenzione per le categorie e le famiglie più deboli con minori a carico e, soprattutto, il permesso di soggiorno in modo che le persone possano cercare lavoro in tutta Italia e spostarsi più facilmente. Purtroppo la situazione è abbastanza drammatica visto che quest’anno sono state fin troppo numerose le richieste di asilo politico o di status di rifugiato, e ancora di più i ritardi negli uffici, dovuti anche alla situazione di crisi e al terremoto che ha colpito la nostra Regione. Persone che avrebbero potuto iniziare a lavorare già da 6 mesi dopo il loro arrivo in Italia, sono ancora ferme in un limbo di immobilità.
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Bologna: per oltre 300 profughi da gennaio nessuna risorsa per sopravvivere

Profughidi Zic.it

Con la fine della cosiddetta emergenza Nord Africa, che ufficialmente scatterà il 31 dicembre 2012, per Bologna si prevedono oltre 300 persone prive di risorse per provvedere ai bisogni primari e la possibilità di ulteriori arrivi da strutture di altre province o regioni. È il quadro, molto preoccupante, prospettato durante l’ultima riunione della Conferenza metropolitana dei sindaci.

Delle persone a forte rischio di assoluta povertà, in base al bilancio fornito dalla Conferenza quasi tutte sono richiedenti asilo e in minima parte si tratta di tunisini con permessi di soggiorno per motivi umanitari (ex articolo 20), in scadenza in questi giorni dopo il terzo rinnovo. L’assessore al welfare del Comune di Bologna, Amelia Frascaroli, tratta un allarme di tali dimensioni con la solita, imperturbabile serenità:

Gran parte di queste persone graviteranno sul piano freddo a cui già stiamo lavorando e rispetto al quale stiamo prevedendo dei posti in più, ma siamo già al limite e non potremo gestire persone provenienti da altri territori della provincia.

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