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Parma, che si festeggia Pizzarotti?

di Cristina Quintavalla, L’Altra Emilia Romagna

L’astensione è il primo partito a Parma e nelle altre città che sono andate al ballottaggio. È ormai un dato che non può essere ignorato. Esso dice che la fiducia della gente nei confronti della politica istituzionale è crollata, che il cosiddetto patto di rappresentanza tra eletti ed elettori è stato smascherato, travolto dalla ridda di menzogne, false rappresentazioni, costruite da agenzie pubblicitarie, per raccogliere consenso sull’immagine costruita.

Dice che la gente non vede più rappresentati i bisogni fondamentali da cui è afflitta: lavoro, casa, sanità, pensione, istruzione, servizi sociali. Ha ormai chiaro quanto è stata aggirata, ingannata, ed espropriata dei suoi diritti, così come ha chiaro che è stata spremuta all’inverosimile da tasse e tagli alla spesa sociale, senza contropartita alcuna, ma che le risorse ci sono-eccome-per le banche, per detassare le imprese, per costruire opere inutili e dannose.

A Parma, una campagna elettorale sciatta, ma abilmente costruita, non ha pagato. Le liste elettorali delle maggiori forze politiche hanno giocato strumentalmente sull’annacquamento delle posizioni: in una stessa lista era candidato chi difendeva la “buona scuola” e chi la criticava, chi era per le privatizzazioni e chi era contro. Tutti insieme “amorosamente”, confondendo l’elettore che non aveva più parametri di riferimento in base ai quali scegliere.

Ballottaggio 2017, il Pd consegna Genova alla destra fascista e forzaitaliota

di Paolo Farinella

A Genova c’è una battuta: «È morto il sig. Parodi», dice uno al suo amico che risponde: «Si vede che aveva la sua convenienza». È quello che è successo a Genova, a La Spezia, a Piacenza, a L’Aquila, a Parma, «dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» (A. Manzoni, Il Cinque Maggio 1821). Scrivete questa data, 25 giugno 2017, ballottaggio del secondo turno in più di cento città, da cui il Pd esce sderenato, inesistente, bastonato. Fin dal principio del suo segretariato, fu l’obiettivo di Matteo Renzi. Oggi può cantare vittoria e pavoneggiarsi di essere riuscito alla grande nell’opera di distruzione del proprio partito, di cui peraltro non è mai stato parte perché non ha mai saputo cosa fosse di sinistra, ben sapendo tutto della destra e del berlusconismo fin da quando nel 2010, il caro risuscitato, profetico gli disse: «Tu mi somigli».

Pare che i candidati non lo vogliano in campagna elettorale e lui si tiene alla larga per il terrore concreto che, se nelle periferie, si fosse vista la sua faccia di Crozza, i candidati avrebbero straperso ancora di più, sprofondando sottoterra. Del 46,2% dei votanti, più di due terzi ha votato destra o M5S, il resto ha preso sul serio il progetto politico di Renzi di allearsi a destra con Berlusconi. Costoro hanno detto: se voto Pd vado con Berlusconi, è meglio votare direttamente Berlusconi e non ne parliamo più.

Il 53,7% non è andato a votare Berlusconi o Lega per interposto Renzi, il quale per perdere di sicuro, probabilmente, ha imposto al governo ombratile Gentiloni di varare il decreto salva-banche venete con 5,5 miliardi di soldi dei cittadini italiani, messi a perdere mentre a Banca Intesa vende le banche venete in crisi per un euro. Tutto detto e fatto nel giorno delle elezioni. I casi sono due: o uno è scemo o è demenziale o è consapevole. I cittadini, almeno quelli più avveduti sono andati a votare con la foto di Renzi che salva le banche, che sorvola sul conflitto d’interessi della Maria Elena Etruria e suo con i rispettivi papi.

Elezioni francesi: Emmanuel Macron e quella voglia di politica fuori dai palazzi

di Rossana Rossanda

Emmanuel Macron non viene dall’universo politico. Tre anni fa il suo nome era praticamente sconosciuto. 39 anni, giovane, abbiente, attraente, competente, era stato inserito nel Governo di François Hollande dallo stesso Presidente circa tre anni fa, come Ministro delle Finanze alla Porte de Bercy. Proveniva dal gabinetto d’affari Rothschild. Ma venendo a scadenza l’elezione del presidente della Repubblica nel 2017 ha deciso di gettarsi in politica, cominciando con il rendere pubblici entità e provenienza dei suoi averi, in modo da inaugurare uno stile diverso: si era in pieno scandalo per gli impieghi illegali di François Fillon, già primo ministro di Sarkozy, che aveva fatto pagare allo Stato come assistenti parlamentari la consorte e i figli.

Da quel momento, la bolla degli scandali diventava irrefrenabile, pulizia significava soprattutto non aver avuto a che con la società politica e appartenere alla quella civile, e come mero prodotto sociale Macron lanciava contemporaneamente un suo movimento – qualcosa di meno che un partito – En Marche! e trovava l’appoggio di un uomo rispettato della politica, François Bayrou, già ministro dell’Istruzione e leader del centrista MODEM, incaricandolo di studiare un progetto di moralizzazione della vita pubblica e di presentarlo alla Camera prima delle elezioni legislative.

Macron si presentava alle presidenziali nell’aprile 2016. Hollande non lo appoggiava, ne ostacolava, malgrado che il candidato ufficiale del Partito socialista fosse Benoît Hamon, esponente di una fronda di sinistra e quindi poco amato dai notabili: né gli ha giovato presso gli elettori l’incontestata onestà né il presentare come asse del suo programma una proposta di “reddito di cittadinanza” avallata dal noto l’economista Piketty.

La rivoluzione di Macron: il mare degli astenuti, il disastro della sinistra

di Bruno Giorgini

La rivoluzione di Macron. Dal punto di vista della presa del potere con le recenti elezioni politiche si è compiuta. Dopo il potere presidenziale, Macron ha ottenuto anche il potere legislativo assicurandosi una ampia maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, il parlamento. Le forze che potevano prefigurare una opposizione significativa giacciono sbaragliate ai lati della strada che segna il percorso trionfale del neo Presidente della Republique.

Il FN s’arrovella con un pugno di deputati possibili; i Repubblicani, che si volevano gli eredi di De Gaulle, sono ridotti ben sotto il centinaio e paiono in piena depressione politico psicologica coi loro leader screditati che palesemente non contano nulla; i socialisti ripongono le gloriose bandiere negli armadi, apprestandosi a licenziare i loro funzionari e a cambiare sede, insomma smobilitano con qualche decina di deputati se va bene. Infine la sinistra sinistra di Mélenchon, la France Insoumise, dal 19% delle presidenziali è tornata all’11%, il numero di consensi che l’estrema sinistra raccoglie ormai da un paio di decenni, punto più punto meno. Mentre il Parlamento viene invaso da oltre quattrocento giovani leoni e leonesse dei REM, la Republique En Marche, il nuovo partito che fino a un anno fa non esisteva.

Amministrative, G7 e elezioni francesi: qualcosa si muove (ma l’Italia non coglie)

di Pierfranco Pellizzetti

Gli auguri e gli aruspici della politica iniziano a scorgere segni importanti nei voli degli uccelli o nell’esame delle viscere sacrificali. Metaforici. Tanto a livello internazionale come sovranazionale e sub-statuale.

Possiamo cominciare dall’effetto inintenzionale di ricompattamento del quadro europeo prodotto dal bullesco Trump al G7 di Taormina, quando ha denunciato unilateralmente gli accordi di Parigi su clima e ambiente. Perché quello è stato il momento in cui i nanerottoli che compongono l’Unione europea sono stati riportati alla realtà: solo facendo massa critica si può sperare di avere voce in capitolo nel consesso mondiale, in cui dominano soggetti a dimensione continentale.

Ovviamente un “cave” salutare per la costruzione europea, negli ultimi tempi giunta a pochi centimetri dal baratro, che ha costretto le élites di Bruxelles a rendersi conto di quanto fosse demente e suicida la svolta a partire dal 2011, denominata eufemisticamente “austerity” (in realtà una sorta grassazione permanente a danno dei popoli continentali; a vantaggio delle rispettive plutocrazie, finanziarie e non solo); al tempo stesso gli euro-fobici venivano smascherati per quel che sono: irresponsabili demagoghi arruffapopoli, che con il ritorno alle piccole patrie assicurerebbero a chi intende seguirli la clonatura dei disastri creati nel Regno Unito dalla Brexit.

Silvio Berlusconi e Matteo Renzi: democrazia a termine (indipendentemente dagli inciampi)

di Alessandra Daniele

Dopo averli aboliti temporaneamente per evitare un’altra disfatta referendaria, il governo ha reintrodotto i voucher. Se Renzi tornerà premier, anche la sua controriforma costituzionale rispunterà dalla tomba allo stesso modo. Smantellare la Costituzione è il compito affidatogli dall’establishment, e il Cazzaro sta facendo di tutto per ottenere una seconda chance di portarlo a termine, benché i suoi stessi committenti non si fidino più di lui.

Le prossime elezioni politiche saranno il secondo tempo del referendum. Come tutte le riforme renziane, la nuova legge elettorale in preparazione è una porcheria scritta col culo. È un proporzionale mezzo maggioritario, ma a liste bloccate, un Maggiorinale di costituzionalità molto dubbia che non garantisce né governabilità né rappresentanza, ma soltanto le esigenze speculari dei due partiti più grossi: per il PD poter governare senza dover vincere, per il M5S poter vincere senza dover governare.

Nelle intenzioni di Renzi c’è riesumare la Grossolana Coalizione con Forza Italia, mentre il voto antisistema finisce di nuovo congelato all’opposizione dal Movimento 5 Stelle, e Alfano resta decapitato dalla soglia di sbarramento. La Vendetta degli Alfaniani (che sembra il titolo d’un vecchio episodio di Doctor Who) non preoccupa il Cazzaro, anzi: un casus belli per scannare Gentiloni è esattamente ciò che gli serve.

Facciamo una lista a sinistra del Pd. E non più di una

di Vincenzo Vita

Una lista, non più di una. A sinistra del partito democratico – nelle ormai imminenti elezioni politiche – spazio per avventurose duplicazioni (o peggio) non c’è. Il rischio che numerose aree del disagio e del bisogno siano escluse dalla rappresentanza è altissimo. Al di là dei ceti politici. Il corpo a corpo sembra essersi ristretto, infatti, alla polarità dialettica costituita dal Pd centrista e moderato, nonché dall’eclettico e contraddittorio Mov5Stelle. Interi pezzi di società non si riconoscono in quei poli e ingrossano la vera maggioranza relativa: l’astensionismo.

A parte la destra tuttora divisa tra aziendalisti berlusconiani e sovranisti xenofobi di Salvini, cui però è difficile affidare future magnifiche sorti, la contesa sembra essersi ristretta e rinsecchita. E questo è il problema principale, visto che ampi settori di tradizionale simpatia per la gauche sono già andati a finire nell’imbuto del non-voto o – limitatamente – nel consenso pentastellato. Per mancanza di attendibili alternative. All’origine delle difficoltà sta proprio il forte ridimensionamento di un credibile progetto di e per una sinistra moderna: capace di rilanciare i valori fondamentali della libertà, dell’etica, dell’uguaglianza, del lavoro e della conoscenza: riscritti nella sintassi digitale.

Innanzitutto, dunque, è essenziale ricostruire il filo di culture politiche adeguate, immaginando con creatività contenuti e forme nuovi di organizzazione tra piazze e social, leggendo l’attualità dei conflitti cui non va dato il nome di comodo di “populismi”.

Verso una nuova sinistra: appello per uno schieramento unitario e di cambiamento

Questo appello è stato pubblicato su Change.org. Per firmare, il link è questo.

dell’Associazione il manifesto in rete

Manca meno di un anno (forse pochi mesi) alla scadenza elettorale, il Paese resta in una situazione di stagnazione economica e le condizioni di vita della parte più debole della società peggiorano, soprattutto per i giovani. Dopo il referendum che ha bocciato senza appello il progetto di stravolgimento costituzionale di un uomo solo al comando, il partito democratico totalmente egemonizzato da Renzi, ha assunto definitivamente i connotati liberisti ed uno spiccato orientamento ad allearsi con la destra.

Perdura l’assenza di una forza all’altezza del compito di costruire una prospettiva diversa per il Paese, che non può essere il M5S con le sue incongrue contraddizioni e la sua fisionomia ondivaga che lo rendono, al di là delle intenzioni, non in grado di assicurare un reale cambiamento secondo le attese che ha pur saputo generare.

Solo una forza ancorata al mondo del lavoro, portatrice dei valori costituzionali di democrazia e giustizia sociale, che si ponga l’obiettivo di un riequilibrio delle diseguaglianze, di una rifondazione della comunità europea delle donne e degli uomini e non dei poteri economici e finanziari, che cancelli i vincoli determinati dai trattati in vigore, può rappresentare la vera novità e riaccendere le speranze di un paese più giusto e più prospero.

Francia: con Macron evitato il peggio, ma ora la sinistra deve riorganizzarsi

di Sergio Caserta

Queste elezioni francesi hanno scongiurato il peggio: una vittoria della destra estrema populista e xenofoba, la cui sola eventualità ha rappresentato una sconcertante brutale novità. La crisi del sistema politico tradizionale è stata del tutto evidente nel primo turno elettorale, con la sconfitta dei candidati direttamente espressione di quelli che furono i maggiori partiti di Francia, il socialista ed il gollista, ora dopo l’elezione dell’outsider indipendente (molto relativamente) Macron si apre un capitolo del tutto nuovo anche per le elezioni parlamentari di giugno, in cui i partiti vecchi e nuovi torneranno in pista e il peso della loro forza elettorale, al netto delle candidature presidenziali potrebbe essere molto diverso.

La sinistra con l’affermazione di Melenchon ha evitato una debacle rovinosa, ma occorre vedere quanto l’esponente della sinistra critica e radicale, riuscirà a capitalizzare in seggi parlamentari. Certo appare chiaro in Francia come nel resto d’Europa che il modello socialdemocratico tradizionale, dopo la marea liberista e globalizzatrice ha perso ogni appeal nell’insediamento elettorale storico che sceglie formule del tutto nuove, anche populistiche. Si avverte sempre più la necessità in Francia come in Germania come anche, e senza forse ancor di più in Italia, che la sinistra si riorganizzi su basi decisamente nuove, più adeguate alla profondità e alla gravità delle conseguenze sociali della crisi e dell’egemonia delle tecnocrazie finanziarie.

Voto in Francia: la sinistra, il turbocapitalismo e perché esprimersi

di Loris Campetti

Cara Rossana, scrivo prima di portare l’ultimo saluto a Valentino Parlato. La tristezza non deve farci perdere la lucidità, e tu mi aiuti con quel che scrivi sulla Francia a mantenerla, o almeno a provarci.

La ragione per cui in Francia voterei per Macron è un intreccio tra razionalità ed emotività: mai con i fascisti, sotto qualsiasi maschera si mimetizzino. Questo almeno il Novecento dovrebbe avercelo insegnato. Mai con chi preferisce l’annegamento al salvataggio dei migranti sulla cui fuga verso una vita possibile e tollerabile il nostro mondo, occidentale e “avanzato”, ha non poche responsabilità.

Il mio voto, teorico perché soffro direttamente la politica italiana e non quella francese, è convinto, ma ciò non mi impedisce di continuare a pensare che l’approccio elitario e classista di Macron e il populismo fascista di Le Pen siano due facce della stessa medaglia, due tentativi del capitalismo di ricostruire un consenso minacciato dagli effetti sociali della crescente e devastante diseguaglianza.