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Se il M5S sceglie il Caimano

di Paolo Flores d’Arcais

Con il cinico opportunismo dei reazionari, la destra di Salvini-Berlusconi-Meloni sta manovrando con il vento in poppa. Perché il M5S sembra attratto dalla sirena, malgrado sia noto che ha coda di caimano. È la linea di Giuliano Ferrara, che è sempre stato il cervello più lucido del berlusconismo (e ne ha considerato il renzismo figlio naturale e prediletto): un accordo destra (tutta)-M5S, con premier Giovanni Maria Flick (ministro anti Mani pulite, la scelta più sciagurata di Romano Prodi).

Il primo step sembra sia pronto per essere imbandito: presidenza della Camera a Fico o Fraccaro, del Senato alla Bernini o Romano o Gasparri (non è “scherzi a parte”). A questo punto un accordo di governo tra Di Maio e la destra (tutta) diventerebbe l’ordine delle cose, l’attrazione newtoniana. Il braccio di ferro sul premier sarebbe feroce e flautato, ma tirarsi fuori dalla pania sempre più difficile. Per entrambi i promessi, ma per i grillini più che per i salvuscones. E per il M5S, che finisse in governo o in rissa sui gradini dell’altare, con successive elezioni in clima impregiudicabile, inizierebbe il declino.

Senza ricorrere a Nostradamus: i cinquestelle perderebbero tutti i voti dei cittadini in rivolta per giustizia e libertà, gli resterebbero solo gli enragés delle partite Iva, ma in quest’orizzonte Salvini (e Berlusconi!) sono i pesci nell’acqua, i grillini di “onestà” finirebbero naufraghi.

Diario dopo il 4 marzo

di Francesco Indovina

Ci sono degli avvenimenti che lacerano la rete dei nostri riferimenti e che ci spiattellano l’inconsistenza della nostra conoscenza della realtà. Avevamo una idea del mondo che non corrisponde completamente alle trasformazioni avvenute. Una ignoranza dettata da pigrizia, dall’essere affezionati ai nostri idoli, di cui si era in parte consapevoli ma che, in un certo senso, l’allontanavamo per paura.

La trasformazione dell’essenza dei rapporti sociali di produzione, gli effetti della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia, l’aumento delle diseguaglianze sociali, l’emarginazione di molto lavoro, la modifica dei riferimenti culturali, la trasformazione delle relazioni sociali, l’individualismo esasperato, l’egoismo, la violenza come essenza dell’individuo, l’incapacità di riconoscersi in altri, la diversità, di qualsiasi tipo, assunta come “vezzosa” conquista ma anche come insopportabile… di tutto questo si aveva cognizione ma contemporaneamente i nostri occhi erano opachi e non riuscivano a distinguere forme e colori del quadro complessivo.

Sentivamo che molti dei valori ai quali eravamo legati, come libertà, uguaglianza, solidarietà, accoglienza, giustizia sociale non vivevano più come sistema nervoso della nostra società, ma ci sembrava di dover attribuire, questo nostro sentire, al pessimismo.

La nuova questione meridionale

di Bruno Giorgini

Dice solennemente il presidente della Repubblica che le forze politiche devono dar prova “di senso di responsabilità in nome dell’interesse generale”, riferendosi alla situazione postelettorale. Quasi nello stesso tempo venerdì 9 Marzo in prima pagina del Corriere, Massimo Gramellini nel suo Caffè titolato “Bancomat a cinque stelle”, scrive che “In diverse città del Sud fioriscono le richieste di moduli per il reddito di cittadinanza” e continua esercitando il suo sarcasmo sia verso “i richiedenti” evidentemente digiuni di leggi e dettati costituzionali, che verso i cinque stelle colpevoli di avere proposto un reddito di cittadinanza.

Obiettivo per cui “può darsi che il voto di scambio non sia affatto finito”, ovviamente al Sud. L’acuminato testo termina poi invitando “i nuovi tribuni del popolo” ad allegare al reddito di cittadinanza un bignamino della Costituzione “o almeno una qualunque edizione del telegiornale”. Dove si intravedono e/o si lasciano immaginare le “plebi meridionali” d’antan da educare se non più col moschetto dei carabinieri reali, almeno col suddetto bignamino o col Telegiornale (sic).

Si badi bene: il Corsera non è un qualunque social media dove gli sproloqui spesso accadono e le fake news corrono veloci, bensì il massimo giornale dell’establishment con direttori e vicedirettori prestigiosi a controllare che non si contino balle (dovrebbero), mentre Gramellini si presenta e accredita, dalle parole stampate alle apparizioni televisive, come uomo liberal tollerante e intelligente.

Populismo versus establishment, la diga è crollata

di Carlo Formenti

Dopo Trump, dopo la Brexit, dopo il referendum sulla Costituzione italiana del dicembre 2016, erano arrivate la vittoria di Macron nelle elezioni presidenziali francesi e il recente, travagliato rilancio della Grande Coalizione CDU-SPD in Germania, alimentando nell’establishment liberal democratico l’illusione che la marea populista fosse sul punto di rifluire. Invece no. Il risultato delle elezioni politiche italiane di pochi giorni fa testimonia che l’onda prosegue il suo cammino e rischia di travolgere la diga eretta da partiti tradizionali, media e istituzioni nazionali ed europee.

M5S e Lega triplicano le rispettive rappresentanze parlamentari e i loro voti sommati superano il 50%, certificando che metà dei cittadini italiani sono euroscettici e non credono più alle narrazioni sulla fine della crisi e sui presunti benefici della globalizzazione. Partirò da alcuni commenti giornalistici sullo tsunami populista per affrontare quattro interrogativi:

  • 1) quali sono le radici sociali del populismo;
  • 2) quali sono le differenze fra le sue due anime principali;
  • 3) perché le sinistre (tanto le socialdemocratiche quanto le radicali) stanno affondando nell’insignificanza politica;
  • 4) perché, malgrado tutto, l’establishment è ancora in grado resistere e quali scenari si apriranno se e quando la diga crollerà davvero.

Il vecchio male della tv conservatrice

di Vincenzo Vita

È stato detto e scritto con solennità che la televisione generalista è stata nuovamente la protagonista assoluta del red carpet mediatico dell’ultima campagna elettorale. Sarà, ma simile certezza è messa in discussione da due elementi rilevanti.

Innanzitutto, proprio la televisione si è rivelata – negli atteggiamenti dominanti – piuttosto distante dal nuovo senso comune, essendo stati chiaramente sospinti nel flusso delle notizie Partito democratico insieme al governo e Forza Italia ben al di là della forza effettiva. A fare da polarità dialettica negativa è stato scelto il Mov5Stelle, tanto abbondante nel tempo di notizia quanto citato in modo critico o sarcastico.

Insomma, Rai e Mediaset hanno votato per un rinnovato «Patto del Nazareno» e hanno perso. Un incrocio tra i dati forniti dall’Osservatorio di Pavia (per la commissione parlamentare di vigilanza) e quelli di Geca Italia (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) ci fornisce un complesso di indicazioni, a cominciare dalla sottovalutazione pesante della Lega e dalla cancellazione di una lista come Potere al popolo. Altro che par condicio. La legge 28 del 2000 è stata rivista di fatto, fuori da ogni procedura democratica. Infatti, le pari opportunità tra i diversi soggetti in campo – che nell’ultimo mese prima del voto dovrebbero essere rigorose ed egualitarie – hanno riguardato prioritariamente le forze ritenute importanti.

E ora uno spazio per discutere: pessimismo della ragione, ottimismo della volontà

di Valerio Romitelli

Il “terremoto” dalle ultime elezioni, come tutti oramai lo chiamano, non è ancora finito. Ci attendono infatti non poche scosse di assestamento. Questa situazione crea ansia sopratutto tra molti commentatori politologici, avvezzi a ragionare di politica come se essa dovesse necessariamente funzionare secondo la coerenza logica di certe regole (più o meno giuridiche), come se si trattasse sempre di un sistema (di partiti), di un regime (costituzionale), quasi di un gioco come un gioco a dama nel quale almeno la scacchiera è sempre la stessa.

Per stigmatizzare le recentemente sempre più frequenti manifestazioni contrarie a questo modo di ragionare si è ricorsi alla parola “populismo”, come se si trattasse di eccezioni perverse e temporanee alla via maestra polito-logica e senza capire che è proprio questa via ad essere ampiamente immaginaria: una fantasia che ha dalla sua una lunga tradizione risalente alla notte dei tempi, ma che dal secolo scorso ha cominciato a perdere pezzi e oggi pare non tenere più da nessuna parte.

Se c’è qualcosa di positivo in queste elezioni, cosa del tutto dubbia, è proprio che costringono a pensare la politica diversamente – o se no a rinunciarvi “per lo schifo che fa”. Cosa vuol dire diversamente? Vuol dire quanto meno ammettere (diciamo con Machiavelli – solo per fare un grande nome di casa nostra -) che le regole in politica (di qualsiasi tipo siano o pretendano di essere: etiche, economiche, costituzionali, logiche, sistemiche, e persino biologiche e così via) ci sono e funzionano finché le passioni collettive (le quali ne sono e ne restano sempre come motore) sono almeno in parte soddisfatte, ma che queste regole si rivelano del tutto transitorie ed inefficaci quando le passioni collettive riprendono ad agitarsi.

Dopo il voto, le opportunità per i movimenti e l’associazionismo

di Sergio Sinigaglia

A 72 ore dall’esito elettorale non è ancora possibile un’analisi del voto esauriente, ma sicuramente il quadro che ne emerge è piuttosto chiaro. E quindi alcune considerazioni vanno fatte. Il voto del 4 marzo fotografa in modo piuttosto chiaro l’immagine del Paese in cui viviamo. Un’Italia, come già in precedenza sottolineato, che in questi anni recenti, e più lontani, ha subito una trasformazione profonda dal punto di vista sociale ed economico, ancora prima che sul versante politico. Un mutamento antropologico.

Sicuramente la cosiddetta crisi del 2008, in realtà tappa fondamentale di quella “shock economy” efficacemente analizzata più di dieci anni fa da Naomi Klein, ha determinato un salto di qualità delle politiche in atto da tempo qui come in tutto l’Occidente. Ma è indubitabile che in Italia abbiamo assistito a dinamiche ancora più laceranti che altrove.

Dalla reazione xenofoba e razzista di buona parte della popolazione di fronte all’aumento dei flussi migratori, alle conseguenze che la recessione economica ha avuto sul tessuto sociale, fino, sul piano squisitamente politico, alla graduale e sempre più travolgente crescita del Movimento 5 Stelle, soggetto che non ha eguali nel panorama europeo e probabilmente mondiale.

Elezioni: cosa significa amministrare lo Stato

di Silvia R. Lolli

Dopo la 24 ore non di LeMans, ma di “MaratonaMentana” su La7, di 48 ore di dati elettorali e a distanza di 72 ore dall’inizio della tornata elettorale, leggendo il FattoQuotidiano del 6 marzo finalmente ci ri-appare il dato primario per capire le sorti della nostra democrazia: l’abbassamento della percentuale dei votanti. Non siamo certo ancora arrivati al livello americano: alle ultime presidenziali andò a votare il 27% degli venti diritto. Ma chi esporta la democrazia in tutto il mondo a suon di guerre, può ancora dirsi in democrazia?

Da noi il 4 marzo (purtroppo data associata a Dalla.) è andato a votare il 73% degli aventi diritto, una percentuale perfino inattesa, in un momento in cui, fra l’altro e nonostante la pochezza della campagna elettorale, ogni cittadino poteva ravvisare l’importanza civica del momento.

Altri dati forse si potranno analizzare più avanti come schede nulle, bianche, dichiarazioni di elettorali davanti ai presidenti. Sarà possibile leggere serie e non coinvolte analisi, in questo circo mediatico della politica? Oggi possiamo dire due cose: 1) meno male che nel 2016 i cittadini mantennero l’attuale Costituzione; 2) meno male che c’è il M5S.

Un terremoto spacca in due l’Italia e travolge il centrosinistra: finisce un’era, è tutto da rifare

di Pietro Spataro

Se si guarda la mappa elettorale dell’Italia si capisce subito che è avvenuto un tremendo terremoto politico. Al Centro Nord domina il colore azzurro del centrodestra a trazione leghista con qualche piccola macchia rossa in Toscana e in Emilia Romagna. Al Sud dilaga il colore giallo del Movimento Cinque Stelle. Il voto del 4 marzo spacca in due il Paese e consegna la vittoria alle due forze politiche più populiste, antisistema e antipolitiche: la Lega di Salvini e il M5S di Di Maio. Quello che fino a qualche anno fa sembrava impossibile è accaduto.

Siamo in presenza di una vera e propria crisi di sistema. No, non siamo davanti a normali vittorie e sconfitte elettorali. Non è, quello di oggi, uno dei tanti passaggi di quell’alternanza di governo che è il cuore dei sistemi democratici occidentali. E’ molto di più. E molto più grave. Finisce un’epoca e finisce nel modo peggiore. Travolgendo quel che restava dei partiti tradizionali e degli assetti politici. Archiviando un modo di intendere la funzione delle forze politiche e il modo di esercitarla.

Distruggendo equilibri, sensi di responsabilità, aspirazioni di governo e riformismi declinati in tutte le formule possibili e immaginabili. Abbattendo un centrosinistra che è stato incapace – in tutte le sue componenti, dal Pd a Leu – di capire il Paese, di interpretarne gli umori, di stare dentro la complessità sociale e di dare una credibile risposta ai drammi che vivono gli italiani.

Big Bang 4 marzo: niente sarà come prima

di Giacomo Russo Spena

Il Rosatellum ha vinto. L’Italia è un Paese ingovernabile. In fondo, la legge elettorale – ideata da Renzi, Berlusconi e Verdini – era stata partorita per questo. Pensata ad hoc per impedire la vittoria del M5S e giustificare l’ennesimo inciucio.

Ma si era sottovalutata la rabbia popolare. Queste elezioni aprono una fase nuova, niente sarà come prima. Qualcosa è sfuggito o andato storto, secondo i calcoli del Pd e di Forza Italia. Un accordicchio di Sistema non ha (più) i numeri sufficienti per governare il Paese. Il Gentiloni bis torna in soffitta. Il M5S è, infatti, andato oltre le aspettative attestandosi al 32 per cento facendo quasi il pieno nei collegi uninominali del Sud. È un successo inequivocabile. Un voto storico: finisce la Seconda Repubblica. Per Di Maio inizia “la Terza Repubblica dei cittadini”. I partiti tradizionali vengono spazzati via.

Il M5S intercetta il voto del ceto medio impoverito, dei working poor e dei giovani senza futuro. Un segnale di discontinuità contro un establishment ormai screditato agli occhi dei cittadini. Ha trionfato il “mandiamoli a casa”. Anche se il MoVimento, nelle ultime settimane, sta avendo una metamorfosi. Una forza non soltanto del “vaffanculo” ma responsabile e con un progetto credibile. Una sorta di normalizzazione all’interno del Sistema dei vari Di Maio & Co.