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Votare? L’ho sempre fatto. Per chi? Parliamone

di Flavio Fusipecci

Il quadro mondiale è in profonda, rapidissima evoluzione (involuzione) sotto la spinta di fenomeni e agenti per la prima volta “veramente globali”.
Come nei fenomeni sismici, si va progressivamente accumulando una energia “sotterranea”, indice e futura causa di una prossima esplosione/implosione del sistema economico e sociale mondiale, di cui si evidenziano già le “faglie di rottura” in varie parti del mondo, sotto la spinta di un complesso di disuguaglianze via via crescenti e via via più evidenti e diffuse tramite i nuovi media etc., “godute e perversamente difese” o “introiettate e sofferte fino alla morte” da popoli e singole persone un po’ ovunque.

Per una serie di motivi storici e socio-economici, ingigantiti negli ultimi 20-40 anni di politica ed economia dissennata a tutti i livelli, l’Italia è oggi una delle “faglie” più esposte a rischi, un po’ come il Vesuvio, in un contesto europeo e mondiale che non la favorisce e che, anzi, tende a ridimensionarla, rendendola di fatto “terreno di conquista” e, allo stesso tempo, “mercato da mantenere, sul ciglio del burrone”. Fa comodo a tutti.

Le grandi ideologie storiche ed i partiti da loro innervati sono finiti, travolti innanzitutto dalla incapacità di adeguarsi ai mutamenti epocali in rapida successione (tecnologici, ambientali, antropologici, sociali, economici etc..) e, non meno importante, da un degrado etico e morale, oltre che culturale, che ne ha decretato la fine ingloriosa non solo in termini elettorali, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la fiducia, la partecipazione, la speranza, il coraggio e la visione di un futuro (anche solo a livello di sogno e di forza a non rinunciare “a provarci”), tutte cose indispensabili per non fare piombare tutti e ciascuno in una pericolosa spirale di grezzo e meschino individualismo.

Cronaca dal futuro: accadde il cinque marzo duemiladiciotto

di Sergio Caserta

È il cinque marzo duemiladiciotto, terminati gli scrutini delle elezioni politiche sono noti i risultati: il centrodestra (meglio dire la multiforme destra) ha vinto come previsto le elezioni sfiorando il quaranta per cento, il movimento cinque stelle si conferma primo partito con il venticinque per cento ma accusa il colpo dei disastri in cui si è imbattuto, tra notizie vere e gonfiate di irregolarità che hanno fortemente nuociuto all’immagine di forza antisistema, il Pd come previsto si ferma al ventun per cento un risultato clamorosamente negativo ma atteso, con la coalizione tocca il ventisei per cento.

Renzi infatti si affretta a gettare la colpa sugli “scissionisti” che hanno determinato l’arretramento che senza loro non ci sarebbe stato ( motivo per cui non si dimette anche se ormai è un’anatra più che zoppa). Liberi e Uguali infatti raggiunge un appena dignitoso sei per cento che è il “minimo sindacale” ma certo non costituisce un risultato utile per poter incidere sugli equilibri nazionali, si tratta di ricominciare veramente dal basso. Potere al popolo supera le previsioni dei sondaggi che li volevano all’un per cento e sfiora il quorum fermandosi ad un ottimo e inutile duevirgolaotto per cento, grande soddisfazione morale, in realtà un’altra debacle per la sinistra-sinistra.

Cosi si va verso il quarto governo Berlusconi ottuagenario che nel frattempo ha ottenuto il via libera dalla Corte di giustizia europea che gli restituisce i diritti politici passivi di eleggibilità. Tutti questi dati sono viziati da un risultato di partecipazione al voto a dir poco allarmante, ha votato infatti il quarantotto per cento degli eventi diritto, mai una percentuale cosi bassa, ma comunque non inficia l’esito delle elezioni per la cui validità, a differenza che per i referendum, non è previsto un quorum di votanti, a riprova della scarsa qualità e coerenza della nostra democrazia.

Voto del 4 marzo: astensione o annullamento?

Elezioni - Foto di Davide e Paola

di Silvia R. Lolli

Antonio Stella sul Corriere della Sera martedì 30 gennaio ha scritto di astensioni pensando al futuro voto. Alle prossime elezioni ormai facilemente si può presumere un calo di votanti; visto il trend ci troveremo di fronte al nuovo partito, l’astensionismo? Le beghe dei miseri politicanti italiani, che continuano a imperversare mediaticamente nelle nostre case, sono dovute soprattutto agli errori di calcolo, alla poca capacità politica ed alla insufficiente credibilità. Abbiamo una pessima, ed ancora una volta fuori dai principi costituzionali, legge elettorale e c’è un elevato disinteresse per la cosa pubblica; il prossimo voto dovrebbe solo confermare tutto ciò.

Il teatrino della politica sembra sempre più autoreferenziale con megafoni inversamente proporzionali alle competenze e alla serietà di chi vuol farsi eleggere. C’è un clima di barricate: i fortini di partitacci o partitucoli oggi sulla breccia della politica italiana inviano i primi candidati, quelli che devono essere ancora seduti nel prossimo Parlamento, nei seggi più sicuri, infischiandosene dell’idea di recuperare un po’ di contatto con i territori. Troppa la paura di non poter eleggere i propri cerchi magici.

Le liste di Renzi per preparare quello che sarà il dopo Pd

di Paolo Branca

Premessa: in ogni elezione ci sono scelte discutibili, esclusioni eccellenti, favoritismi, territori discriminati, e fioccano gli appelli per recuperare questo o quel candidato. Dunque – sotto questo aspetto – nulla di nuovo accade a sinistra. Eppure – soprattutto in casa PD – si ha la sensazione che queste elezioni, queste liste, questa campagna elettorale, non siano esattamente come le altre del passato. Mai forse un leader aveva esercitato un dominio così schiacciante sul resto del partito: un leader per giunta al minimo della popolarità, reduce da quasi quattro anni di brucianti sconfitte elettorali.

Certo, i partiti contano sempre meno. Incidono pochissimo nella società. E i vecchi rituali della politica – soprattutto quando si devono scegliere i candidati da eleggere in Parlamento e nelle istituzioni – appaiono fuori dal tempo, esercizi frustranti e logoranti. Ma qual è l’alternativa? Un capo che decide tutto nella sua ristretta cerchia. A cui basta un viaggio elettorale in treno per selezionare una classe dirigente. Che affronta le altre componenti del suo partito con malcelato fastidio, anzi “col lanciafiamme”.

Liste, coltelli&cortesie: la stretta finale per Pd e Leu

di Daniela Preziosi

Il limite per la consegna delle candidature alle Corti d’appello dei 63 collegi plurinominali scade il 29 gennaio a mezzanotte, ma secondo i più ottimisti già stasera, alla sede nazionale di Mdp, Pietro Grasso dovrebbe avere in mano le liste dei candidati di Liberi e uguali. Per apporre il suo nulla osta. L’operazione potrebbe slittare al massimo di 24 ore. Tavolo blindato, quello di via Zanardelli, ma non al punto da non lasciare filtrare malumori e perplessità. Nelle prossime ore si vedrà se fisiologici o destinati ad avere qualche strascico. Il calcolo sul 7 per cento prevede una trentina di deputati eletti e meno di 15 senatori, su oltre ottanta uscenti. Inevitabili le delusioni.

L’accordo Mdp-Si comunque viene descritto come di ferro, tanto al tavolo politico che a quello degli sherpa delle liste. Con Possibile nella parte di Cenerentola. I tre criteri generali decisi nell’assemblea del 7 gennaio – poche pluricandidature, poche deroghe, tanta territorialità, cioè il rapporto fra candidati e territorio di provenienza – non sarebbero sempre stati rispettati. Dalla Sardegna, per esempio, ieri il disagio contro i ‘paracadutati’ da Roma ha navigato oltre il Tirreno.

Elezioni 2018: tutti a promettere tutto, ma la scuola non ha spazio

di Manlio Lilli

“Viene lanciata oggi la petizione dello Snals-Confsal che coinvolge il mondo della scuola, le famiglie e tutti i cittadini al di là di ogni appartenenza partitica o associativa. Con questa petizione lo Snals impegna i partiti a indicare chiaramente nei propri programmi elettorali misure e risorse per la scuola”. Una nota dello Snals Confsal ha ufficializzato un dato di fatto di questa lunga campagna elettorale. Lunga, ma sostanzialmente vuota in tanti ambiti.

Di certo in quello scolastico. Tutti a promettere tutto. Quasi tutto. La scuola non ha spazio. Fra tasse da togliere e aumenti retributivi da aggiungere, perché mai dovrebbe entrarci anche la scuola? A chi veramente interessa parlarne? Perché mai la politica dovrebbe interessarsene e proporre nei suoi programmi la “sua idea” sull’istruzione? Perché mai dovrebbe farlo se l’istruzione obbligatoria è un tema marginale per una buona parte del Paese. Per tanti genitori e per tanti alunni. Per tanti che pur non rientrando né nella schiera degli uni né degli altri, non lo ritengono nei fatti un tema rilevante.

La scuola non è una priorità della cosiddetta agenda politica. È evidente. Non lo è di chi, anche se con modalità differenti, ne fruisce. Figurarsi degli altri. Certo se ne parla, neppure tanto infrequentemente. Nelle occasioni più disparate. C’è l’ennesimo episodio di bullismo? La cronaca restituisce la notizia di una sparatoria tra baby gang? La xenofobia si affaccia in qualche parte del Paese? Emerge da una delle tante periferie italiane qualche storia di emarginazione? Il rimedio è sempre il medesimo.

Campagna elettorale: la prevalenza del Viperetta o la rinuncia al futuro

di Luigi Ambrosio

Con l’annuncio di candidatura nelle fila centriste della galassia berlusconiana del presidente della Lazio, Claudio “famo ‘sta sceneggiata” Lotito e del presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, il mitico Viperetta reso celebre dall’imitazione di Maurizio Crozza, la campagna elettorale iniziata da appena una settimana potrebbe chiudersi qui.

Quantomeno dal punto di vista dello spettacolo. O meglio, c’è da sperarlo che si chiuda qui, dal punto di vista dello spettacolo. A fronte di un Paese attraversato da pulsioni pericolose, quali la rabbia, il risentimento, la paura, a fronte delle esistenze sempre più precarie, a fenomeni di portata storica come quello dell’immigrazione che necessitano di pensiero e di politiche capaci di guidare il cambiamento, a fronte di una società che invecchia e a una marginalizzazione progressiva rispetto al resto del mondo, la politica dovrebbe essere capace di proporre visioni alte, inclusive, proiettate nel futuro, immaginando l’Italia nel contesto europeo e mondiale quantomeno nel medio periodo, quantomeno nei prossimi dieci, venti, trent’anni.

Invece no. Invece ha prevalso il brevissimo periodo, fino a questo momento. Il mettere in tasca qualche soldo alle persone. Sia chiaro, il problema non sono le proposte in quanto tali che in sé potrebbero essere perfino ottime. Il problema è che non si vede il disegno complessivo entro cui si collocano. I protagonisti della campagna elettorale rinunciano a comunicarlo, a proporlo agli italiani. Viene il sospetto che il disegno complessivo non sia contemplato.

Rebus Catalogna: dopo la vittoria delle destre, urge exit strategy per Podemos e Colau

di Steven Forti e Giacomo Russo Spena

Una catastrofe annunciata: hanno vinto le destre. Ogni analisi sensata del voto catalano deve assumere questo dato. Una pagina buia per le sinistre, per el cambio nel Paese e per la stessa Catalogna che, divisa, rischia un processo di ulsterizzazione. La sconfitta del premier Mariano Rajoy (con la repressione annessa) è un mero contentino. La polarizzazione dello scontro ha portato, infatti, al trionfo della destra nazionalista (Ciudadanos) e della destra indipendentista (Junts per Catalunya).

Il partito di Albert Rivera, la Podemos di destra come qualcuno la definiva agli albori, ottiene il 25,3% affermandosi come primo partito. L’ex governatore, fuggito in Belgio, Carles Puigdemont conferma, invece, la sua leadership all’interno dell’eterogeneo blocco indipendentista che, nelle elezioni del 21 dicembre, risulta maggioritario in Catalogna.

I partiti indipendentisti (Junts per Catalunya, Esquerra Republicana de Catalunya, Candidatura d’Unitat Popular) mantengono la maggioranza assoluta nel Parlamento di Barcellona (70 deputati su 135, ne avevano 72 nell’ultima legislatura), favoriti dalla legge elettorale che premia le circoscrizioni rurali.

Catalogna: il nuovo voto e le risposte minacciate

di Maurizio Matteuzzi

Per aggiungere un tocco finale di suspense manca solo l’improvvisa comparsa all’aeroporto di El Prat de Llobregat, alle porte di Barcellona, di Carles Puigdemont. L’effimero ex-presidente della Repubblica di Catalogna, profugo a Bruxelles dal 29 ottobre e inseguito da una sfilza di accuse pesantissime (da ribellione e sedizione a scendere: pena da 15 a 30 anni) ed evidentemente spropositate (tanto è vero che la giustizia belga non le ha prese neppure in considerazione) con cui il governo di Mariano Rajoy e la servizievole giustizia spagnola hanno voluto castigarlo per l’avventuroso azzardo del referendum del primo ottobre e della DUI, la Declaración Unilateral de Independencia, approvata dal Parlament il 27 ottobre.

Lo stesso giorno in cui il governo del Partido Popular, sostenuto dai partner di destra – i Ciudadanos di Albert Rivera – e dall’opposizione “di sinistra” – il Psoe di Pedro Sánchez-, in applicazione dell’articolo 155 della Costituzione del 1978 ha destituito il governo e il parlamento catalani, azzerato l’autonomia della Catalogna, di fatto occupandola, e indetto elezioni regionali per il 21 dicembre.

Se da qui a giovedì Puigdemont rientrasse a Barcellona per farsi arrestare, sarebbe un coup de théâtre spettacolare e una brutta immagine per la Spagna democratica: due dei principali favoriti alla carica di President in carcere in quanto – senza alcun dubbio – detenuti politici (l’altro è Oriol Junqueras, numero due della amministrazione destituita e leader della Esquerra Republicana de Catalunya a cui, unitamente ad altri tre esponenti indipendentisti, il giudice nega perfino la libertà su cauzione per il “rischio che commettano atti violenti”).

Il Berlusconi pregiudicato contro il “personaggetto” Renzi: auguri, brava gente

di Paolo Farinella

In questi lunghi mesi di silenzio, per motivi di salute, ma principalmente per ragioni di dignità politica e civile, ho ricevuto moltissime e-mail che m’invitavano a commentare la cronaca politica, cui però ho sempre resistito. Ho mantenuto solo l’impegno fisso, quindicinale, che da quasi un decennio ho su la Repubblica-Il Lavoro, edizione ligure, su temi genovesi o liguri, ma spesso spaziando anche a livello nazionale e oltre. Pezzi peraltro apprezzati, se sono richiesti anche all’estero.

Non voglio inseguire la cronaca di una situazione socio-politica demenziale in cui il sopra diventa sotto, il passato non esiste, il futuro è solo promesso e in politica danzano nani e ballerine, marpioni e finti giovani, falsari accreditati e falsi garantiti. Guardo con distacco lo scenario che è davanti a noi, non fermandomi alla polvere superficiale, ma cercando di andare in profondità per vedere se vi sono coordinate che possono guidare un pensiero.

Comincio dai giornali e dai «media» in generale, in primo luogo la Tv, pubblica e privata. Nella quasi totalità, escluso il Fatto quotidiano che, non prendendo finanziamenti pubblici, rischia ogni giorno il giudizio dei suoi lettori che ogni mattina si recano in edicola, la maggior parte dei «mass-media» si dividono in «padronali» per natura e proprietà e pubblici per finta e per copertura.