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Sinistra, non frammentiamoci ancora

Sinistra

di Sergio Caserta

Ho partecipato sabato primo dicembre all’assise promossa dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris e sono tornato rinfrancato dalla bella e numerosa partecipazione. La platea e le gallerie del teatro erano piene all’inverosimile e molte persone hanno dovuto rinunciare ad entrare. Un buon segno.

Gli interventi aperti da Enrico Panini autorevole esponente della giunta De Magistris e responsabile nazionale del movimento DEMA, sono stati svolti da rappresentanti del variegato mondo dell’associazionismo, del volontariato, delle esperienze civiche, da sindaci in prima linea nella lotta alle mafie e per la solidarietà. Insomma l’Italia che resiste esiste ed è molto più grande e articolata di quel che si può credere, dato il clima di silenzio ed ostilità che impera nei media ai tempi di Salvini (e non solo da ora).

La mattinata è volata veloce anche perché la regia accorta ha saputo far mantenere gli interventi nei cinque minuti, cosicché siamo arrivati alla fine avendo ascoltato tanti spunti interessanti e nient’affatto ripetitivi o rituali, come purtroppo non poche volte è accaduto, proprio perché la selezione degli invitati sul palco è stata articolata e innovativa.

Il boom di Vox: chi è e cosa pensa l’estrema destra spagnola

di Steven Forti [*]

Un fulmine a ciel sereno. Un tuono che annuncia una tempesta. Sì, perché il risultato di Vox alle elezioni regionali andaluse di questa domenica segna senza dubbio un cambiamento. Non si tratta del cambiamento tanto sognato da Podemos, dal neo-municipalismo e dalla sinistra spagnola. È il cambiamento annunciato da Trump, Salvini, Bolsonaro, Le Pen e l’immancabile Steve Bannon che, infatti, mesi fa ha stretto rapporti con il partito di estrema destra guidato da Santiago Abascal. La Spagna non è più l’eccezione, insieme al Portogallo, nel Vecchio Continente: gli unici paesi immuni, così si pensava, all’onda nera degli ultimi anni. Gli anticorpi della società spagnola, uscita solo quattro decenni fa dalla dittatura franchista, non hanno funzionato: l’estrema destra, inesistente fino all’altro ieri, mette ora un piede nel paese iberico.

E non si tratta di una cosa passeggera. Tutt’altro. Lo vedremo nell’Election Day di fine maggio, quando in Spagna si voterà, lo stesso giorno, per le Europee, tutti i Comuni e tredici regioni su diciassette. Senza contare la possibilità delle elezioni politiche anticipate vista la debolezza dell’esecutivo guidato da Pedro Sánchez. Insomma, quel che si è visto in Germania con Alternative für Deutschland durante quasi due anni, con un lento ingresso in tutti i Parlamenti regionali della formazione di estrema destra tedesca e poi l’exploit alle politiche del settembre 2017, a Madrid succederà in un sol giorno. Perché su questo non c’è dubbio: Vox prenderà molti voti. E influirà notevolmente sulla politica spagnola. Bisognerà solo capire quanto.

De Magistris prepara la lista e lancia l’Opa sui delusi M5S

di Salvatore Cannavò

Il progetto politico che il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ha lanciato ieri a Roma, non è una riedizione dell’unità a sinistra. Per lo meno non nelle forme che abbiamo visto finora. De Magistris punta al bersaglio grosso e lo dimostra l’obiettivo principale dei suoi attacchi lanciati in un Teatro Italia gremito ieri in tutte le sue parti: il Movimento 5 Stelle.

Attacchi diretti a Roberto Fico che non sta facendo nulla per rispettare gli impegni storici, come l’acqua pubblica, e attacchi violenti al ministro Danilo Toninelli che aveva dichiarato la scorsa estate di voler chiudere i porti contro i migranti: “Lancio un appello alle navi, venite a Napoli, abbiamo due gommoni e quando ci sarà da salvare dei migranti sulla prima barca ci salirò direttamente io. Vediamo se vorranno spararci: Toninelli vergogna”.

L’attacco è scagliato in nome di un bene superiore, costruire l’opposizione contro il “nemico numero uno”, l’onda nera che avanza in Europa e che in Italia ha il volto del ministro “più a destra della storia della Repubblica, il fascista e razzista Matteo Salvini: non sarà il ping pong Fico-Di Maio a risolvere i problemi”, scandisce. E quindi, fa capire, la vera alternativa alla Lega sono io perché il “M5S ha tradito i suoi valori: Fico quand’è che rendi l’acqua un bene comune?”.

Nuova costituzione a Cuba

Cuba - Foto di Wanderlust

di Luigi Scalambrino

Da tre mesi c’è un gran dibattito a Cuba sulla nuova proposta di Costituzione, l’ottava dal 1865. La prima volta in cui è stata coinvolta tutta la popolazione in un dibattito acceso e una consultazione con significativi cambiamenti. Dal 13 agosto al 15 di novembre quasi 7.400.000 cubani hanno discusso in più di 120.000 assemblee in tutti i luoghi di lavoro, nei quartieri, nelle università, nell’esercito, nelle organizzazioni professionali il nuovo progetto di Costituzione che il Parlamento ha proposto e che ora con tutti gli emendamenti e correzioni verrà ristampato e votato in un referendum nazionale a Febbraio 2019.

La nuova Costituzione è composta da 224 articoli, 87 in più della attuale, e si mantengono 11 articoli, se ne modificano 113 e si eliminano 13. Nei primi articoli dei principi fondamentali il progetto riafferma:

  • il carattere socialista del sistema politico, economico e sociale ed è incorporato il concetto di Stato socialista di diritto, per rinforzare la legge e la supremazia della Costituzione.
  • il Partito Comunista di Cuba, unico, martiano, fidelista e marxista-leninista è l’avanguardia della nazione e per il suo carattere democratico e il vincolo permanente con il popolo è la sua forza dirigente superiore (rimane il centralismo democratico).

Luigi De Magistris: “Il mio obiettivo è candidarmi alla guida del Paese”

di Stefania Rossini

Luigi De Magistris è un uomo senza mezze misure. Nelle scelte di campo e negli scontri che hanno segnato la sua vita di magistrato e di politico, ha avuto sempre un atteggiamento frontale: io sono nel giusto e voi no. E, come in uno specchio, non ci sono mezze misure nei suoi confronti. Lo si ama o lo si odia questo sindaco che si atteggia a guappo ma ha alle spalle una famiglia borghese con ascendenze nobili. Lo si ama perché, come diceva Ermanno Rea, non è un moderato, e lo si detesta per lo stesso motivo. Se molti napoletani sostengono che con la sua amministrazione la città ha ritrovato lo splendore, altri lamentano il caos urbano e la violenza nelle strade. Se lui stesso invoca il bene comune e rivendica di essere stato l’unico a far rispettare il referendum sull’acqua pubblica, gli si risponde che è il sindaco dei centri sociali e non della città.

Ma a 51 anni, con un’avvenenza virile intatta di cui fa un uso consapevole e con una padronanza politica ormai allenata, l’ex magistrato è pronto a lanciarsi in nuove sfide politiche. Ce le racconta in questo colloquio quasi confidenziale dove mostrerà anche un’inaspettata duttilità.

È noto che si sta preparando alle elezioni europee di primavera e anche alle regionali del 2020. Davvero vuole fare tutto?

«Candidarmi alla Regione è inevitabile. Mi ci costringe l’atteggiamento del governatore De Luca, talmente ostile da non permettere neanche un minimo di dialogo istituzionale. Se mi sentirò appoggiato da una forte spinta popolare, lo sfiderò con il solo rammarico di lasciare Napoli un anno prima della fine del mandato».

Il Brasile di Bolsonaro: anatomia di un omicidio (o suicidio?) perfetto

di Maurizio Matteuzzi

Il trionfo della destra. Completo. Totale. Vecchia e nuova. Destra economica (Paulo Guedes, prossimo ministro delle finanze, fanatico liberista della scuola di Chicago, seguace del professor Milton Friedman e del “modello cileno” del generale Pinochet), estrema destra politica (Jair Bolsonaro, prossimo presidente della repubblica a partire dal primo gennaio 2019, che qualcuno ha definito “l’antitesi rabbiosa del Lulopetismo”, l’incarnazione della “post-verità” nel tempo delle fake-news e di WhatsApp o del “pre-fascismo”, il “Trump tropicale” o peggio, l’ ex-militare circondato da militari, nostalgico confesso della dittatura del 1964-1985 in un paese che, unico in America Latina, non ha mai fatto i conti con il proprio passato e fino a pochissimi anni fa continuava a celebrare il 31 marzo, il giorno del golpe).

Peggio di così non poteva andare. Un delitto (o suicidio?) perfetto. Cominciato nel 2014 con l’operazione “Autolavaggio” del giudice Sérgio Moro mirata, almeno in una prima fase, solo (solo) contro la corruzione di Lula e del governo del PT; proseguita nel 2016 con il golpe soft del parlamento contro la presidente Dilma Rousseff (con il deputato Bolsonaro che “dedicò” il suo voto favorevole all’impeachment al colonnello che l’aveva torturata negli anni della dittatura); poi con il governo del (corrottissimo e destrissimo) Michel Temer che cominciò a smantellare l’impalcatura sociale del lulismo; quindi con la condanna e l’arresto di Lula ai primi del 2018 sulla base di accuse debolissime e procedure più che sospette ma sufficienti a metterlo fuorigioco nella corsa alla rielezione (che tutti i sondaggi davano per sicura); infine con la carica irresistibile di Bolsonaro (la “Bullsonaro wave”: bull-toro, wave-onda) del 28 ottobre scorso contro il candidato lulista del PT Fernando Haddad (55-45%).

Il midterm fotografa un’America spaccata e polarizzata

di Marina Catucci

Il risultato delle elezioni di midterm 2018 ha confermato le aspettative: i repubblicani si sono rafforzati al Senato, ed i democratici hanno conquistato la Camera con un ampio margine. Alcune perdite, per entrambe le parti, sono state brucianti; i democratici hanno dovuto incassare le sconfitte dei candidati governatori in Ohio ma sopratutto in Florida, dove sembrava cosa fatta, ed in Georgia, mentre in Illinois, Kansas, Maine, New Mexico e Michigan, i candidati repubblicani hanno perso contro i democratici.

I democratici hanno vinto anche le sfide elettorali del Senato e del governatore in Wisconsin e in Pennsylvania, Stati che erano stati decisivi per Trump nel 2016. Diversa la votazione in Texas, dove una vittoria di Beto O’Rourke non era mai sembrata davvero probabile, e il fatto che il sindaco di El Paso abbia insidiato così da vicino il regno di Ted Cruz già sembra una notizia sorprendente. “I’m so fucking proud of you” sono così fottutamente fiero di voi, ha detto in diretta nazionale O’Rourke ai suoi sostenitori, durante un discorso di concessione della vittoria che già risuonava di presidenziali 2020.

Che comunque qualcosa in Texas si stia muovendo lo dimostrano le vittorie di Veronica Escobar e Sylvia Garcia, prime donne di origine latinoamericana a rappresentare il Texas nella Camera dei rappresentanti, in uno Stato con una popolazione ispanica vicina al 40%. Non ha fatto il discorso di concessione, invece, Stacy Abrams in Georgia, ed ha suggerito che la corsa sarebbe stata inquinata, visto che migliaia di elettori hanno denunciato che il malfunzionamento delle macchine per il voto. “Bisogna dico fare i voti – ha detto Abrams – Crediamo che la nostra possibilità per una Georgia forte sia a portata di mano, ma non possiamo saperlo fino a quando tutte le voci saranno state sentite”.

Jair Bolsonaro: il dramma brasiliano

di Nicola Melloni

Le elezioni brasiliane, che hanno visto la schiacciante vittoria di un candidato che non è certo esagerazione definire un fascista, è un segnale allarmante per l’America Latina e, per certi versi, per il mondo intero.

Chi sia Jair Bolsonaro, l’osceno personaggio in questione, è ormai noto: un ex militare, da ormai 3 decenni in politica senza aver lasciato particolari segni di sé prima di questo ultimo anno in cui è diventato il front-runner per la presidenza. Le sue esternazioni sono lo specchio delle sue idee aberranti: dalla dittatura alla tortura, dalla misoginia più sudicia all’omofobia arrabbiata. I suoi toni incendiari – durante un comizio ha invitato a sparare ai suoi avversari – hanno avuto come logico effetto una impennata della violenza politica, con i suoi supporter che si sono sentiti autorizzati a passare alle vie di fatto con pestaggi, linciaggi ed omicidi. E questo è solo il prologo.

Questo suo stile “politicamente scorretto” (ma sarebbe più giusto dire: da fascista, appunto), gli appelli ai sentimenti più viscerali – odio, razzismo, vendetta -, l’ostilità verso i partiti tradizionali, le pose da nazionalista e da uomo forte, e la vicinanza ideologica con molti protagonisti della destra occidentale, tutti schierati dalla sua parte, hanno indotto molti commentatori a classificare Bolsonaro come l’ennesimo caso di rivolta populista – epiteto subito ripreso dalla stampa italiana.

Varoufakis: “L’Italia continua a comportarsi da bimbo viziato, non è così che si cambia l’Europa”

Yanis Varoufakis

di Arcangelo Rociola

L’economia italiana non è sostenibile all’interno delle politiche dell’Eurozona e la manovra del governo non riuscirà a rivitalizzarla: ogni sforzo è inutile senza una revisione completa delle politiche europee e del fiscal compact. Ne è convinto Yanis Varoufakis, ex ministro delle Finanze greco e professore di economia all’Università di Atene, allontanato dal governo Tsipras per la sua dura opposizione al regime di austerità imposto dall’Europa per il salvataggio di Atene. A colloquio con Agi, Varoufakis ha spiegato perché rispetto alla sua battaglia contro Bruxelles, quella del governo giallo-verde è destinata a non cambiare nulla, ripetendo gli stessi errori “da bambino viziato” commessi dall’ex premier Matteo Renzi.

Il governo italiano ha deciso di sfidare Bruxelles trovando un accordo per una manovra espansiva, con un rapporto deficit/pil che sfora i parametri di bilancio dell’Ue. Servirà a rivitalizzare l’economia italiana?

“No, non credo sarà sufficiente a rivitalizzare l’economia italiana. Per farlo servirebbe un cambiamento più radicale a livello di Eurozona, compreso un programma di investimenti su larga scala e una revisione completa del Fiscal compact. Bisogna fermare il declino dei redditi medi”.

Cosa pensa dell’introduzione del reddito di cittadinanza e della flat tax? È ciò di cui l’Italia ha bisogno?

America Latina: alle origini del rischio neo-liberista e classista

di Maurizio Matteuzzi

A pochi giorni da una tragedia annunciata – la probabilissima vittoria del fascista Jair Bolsonaro nel ballottaggio del 28 ottobre per la presidenza del Brasile – vale la pena ricordare, se non altro per cercare di capire dove e cosa si è sbagliato. E ripartire, chissà dove e chissà quando. Ricordare che vent’anni fa, nel dicembre del ’98, nel Venezuela – il “Venezuela Saudita” dall’immensa ricchezza petrolifera devastato dalla crisi economica, politica e sociale – veniva eletto presidente della repubblica l’ex-tenente colonnello Hugo Chávez Frias. Sembrava uno dei tanti caudillos di cui è ricca la storia dell’America Latina. Un personaggio che allora appariva ideologicamente ambiguo e un po’ folclorico, tutto da scoprire.

Invece era l’inizio di una nuova era, di un ciclo politico come amano dire i sociologi. Un’era che combinata con un ciclo economico favorevole avrebbe prodotto a macchia d’olio quasi un ventennio di governi di sinistra, o quanto meno progressisti, e avrebbe fatto parlare di “rinascita” dell’America Latina dopo la stagione infame delle dittature militari pilotate dagli USA e delle tante “decadi perdute” – gli anni ’70, gli ’80, i ’90 – sotto il tallone del “Consenso di Washington” (e dell’FMI, della Banca Mondiale, del neo-liberismo sfrenato).

Fino ad allora il “Consenso di Washington” era il vangelo che nessun paese del “cortile di casa” si poteva azzardare a mettere in discussione. Così era stato nel ’94 per l’entrata del Messico di Carlos Salinas de Gortari nel Nafta, l’accordo di libero scambio con USA e Canada; nel ‘91 per la Ley de Convertibilidad che parificava il peso con il dollaro nell’Argentina di Carlos Menem; nel ’94 con il Plano Real che stabilizzava l’economia agganciandone la moneta al dollaro nel Brasile del ministro delle finanze e poi presidente Fernando Henrique Cardoso (il famoso sociologo che in altri tempi aveva sviscerato i meccanismi perversi dello scambio ineguale nella “Teoria della dipendenza”…).