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Legge elettorale: perché non provare a sorteggiare i parlamentari?

di Renzo Rosso

Non è entusiasmante votare con il sospetto che il proprio voto sarà di nuovo svalutato da elementi di incostituzionalità o, nel migliore dei casi, da profonde contraddizioni interne della legge elettorale, stavolta il Rosatellum. Non capisco nulla di alchimie elettorali, ma percepisco un profondo scontento, anche perché la statistica – di cui qualcosa, invece, capisco – non lascia immaginare un quadro chiaro su chi e come eserciterà i poteri legislativo ed esecutivo. Per contro, la statistica suggerirebbe una coraggiosa rivisitazione del modello di selezione democratica.

Nel Terzo millennio la democrazia rappresentativa, modello uscito vittorioso dalle guerre calde e fredde del XX secolo, ha inforcato una parabola discendente in tutto l’Occidente. Più suolo viene consumato, più l’aria viene saturata da gas tossici e più anticipa la data dell’Earth Overshoot Day, meno le decisioni scaturiscono da un confronto informato, aperto e condiviso dalla gente; ma sono trasmesse alla popolazione come scelte ineluttabili in nome della modernità, della crescita, del mercato. E, almeno in apparenza, la gente non ha avuto finora difficoltà ad accettarle, poiché si «preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere» come aveva anticipato Ludwig Feuerbach a metà Ottocento.

A partire dal 2011 sono evaporati in Italia i governi eletti dal popolo o almeno i governi che praticano i programmi votati dagli elettori. Anzi, chi ha governato, lo ha fatto in direzione ostinata e contraria, in senso del tutto opposto a quanto promesso agli elettori, poiché «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso» come aveva previsto Guy Debord negli anni 60 del XX secolo. Le elezioni non sono state abolite, ma adeguate ogni volta a necessità transitorie, quando cambiare le regole appare un mezzuccio affinché nulla cambi nella selezione della classe dirigente.

Riforma elettorale: due leggi e elementi incostituzionali, dove lavorare

di Alfiero Grandi

Noi rivendichiamo con forza il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che troppi stanno cercando di ignorare e di far dimenticare. Naturalmente la vittoria del No appartiene a tutti coloro che il 4 dicembre 2016 si sono pronunciati contro la deformazione della Costituzione fortemente voluta da Renzi. Quindi non è solo nostra, ma perfino di settori che in passato non si sono certo schierati a difesa della Costituzione, ma questo è un problema loro non nostro.

In questo ambito noi rivendichiamo di avere svolto un ruolo preciso, che riteniamo importante. Non solo siamo partiti per primi l’11 gennaio di un anno fa, proprio in questa sala, nella campagna per il No, ma soprattutto abbiamo lavorato per dare dignità, argomenti di merito e forza collettiva a quanti erano contrari alla deformazione della Costituzione ma erano frenati dal timore di entrare nell’orbita politica di altri.

Grazie a noi chi non si sentiva di centro destra e neppure dei 5 stelle, con cui pure abbiamo spesso collaborato nella campagna referendaria, è stato incoraggiato a dire un No forte e chiaro e questo ha contribuito a salvare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Questo lo rivendichiamo con forza. Renzi aveva ragione su un punto: c’era, e c’è, un rapporto inscindibile tra modifiche della Costituzione e legge elettorale (Italicum) da lui fortemente volute.

Germania: se l’ultradestra avanza, diciamo “grazie” agli inciuci centristi

di Samuele Mazzolini

Come ormai succede da qualche tempo a questa parte, quando un partito o un politico della destra populista ottiene un successo elettorale, assoluto o relativo che sia, un manipolo di “illuminati” ritiene di dover andare a fare una piazzata a urne ancora fresche, mettendo in discussione, in barba a qualsiasi principio democratico, che una fetta dell’elettorato abbia deciso di votare a quel modo.

Ieri sera è toccato ad Alternative für Deutschland, colpevole di aver ottenuto il 12,6% dei consensi, divenendo di punto in bianco la terza forza politica della Germania. In parallelo, la timeline di Facebook si intasa di isteriche considerazioni contro l’avanzata dei populismi, “mala tempora currunt” di qua, “tifiamo asteroide” di là, sermoni pregni di tensione morale che puntano il dito contro l’incedere dei fascismi (disegnando così la fallace equazione tra fascismo e populismo). In un fenomeno paradossalmente non del tutto estraneo alla sinistra che storicamente aveva lottato per l’estensione delle franchigie democratiche, taluni paventano persino di revocare il voto agli imbecilli.

Intendiamoci subito: sono tempi bui per davvero perché l’estrema destra fa schifo sul serio e non c’è alcuna ragione di celebrare alcunché. Ma è l’analisi di fondo di quello che sta succedendo a fare acqua da tutte le parti. Le piazzate infatti andrebbero organizzate di fronte alle sedi dei partiti che hanno provocato lo sfacelo economico e sociale in cui versa l’Europa, sì proprio quegli attori politici “moderati”, “seri” e “responsabili” le cui politiche non si differenziano ormai quasi per nulla le une dalle altre.

Il cubismo di Beppe Grillo e del M5S, ovvero il panico matematico

di Massimo Pillera

E’ la matematica che, sola, può interpretare il panico di Beppe Grillo in questa fase storica nella quale, più che un leader politico appare un “bersaglio mobile” su cui si accaniscono tutti i cecchini di regime. La matematica che Grillo ha sfidato come nel passato fecero i Babilonesi, gli indiani, i greci, gli egizi, cioè quella seria, non quella dei numeri relativi ai voti, alle percentuali e ai sondaggi che, credo, interessino poco Grillo così come erano ignorati per la loro “riproducibilità tecnica” dal filosofo della scienza Gian Roberto Casaleggio (sono sicuro che un giorno lo si studierà nei libri dei licei), ed oggi dal figlio Davide. Il dilemma matematico ancora irrisolto del come riprodurre una forma in multipli superiori senza intaccarne la “morphe'”, cioè la sua essenza.

Per capire, quanto sia logica e determinante questa sfida verso l’ignoto e l’irrisolto che al pari delle rette parallele che non si incontrano mai, rappresentano delle vere e proprie incursioni nella politica di altri grandi statisti nel recente passato, bisogna affermare che la visione di Grillo, Casaleggio e qualche professore di fisica in quel di Zurigo è partita sempre da un presupposto che creerà – cito dalla postfazione di Grillo nel libro “Regime” del 2004 – “un Movimento di un milione di persone”. Quindi scientificamente e concretamente crearono un Movimento – in matematica un cubo – che potesse successivamente e con piccoli aumenti diventare un cubo grande (per un milione di indignati), ma identico nella sua forma a quello iniziale dove sperimentare il cosiddetto “rovesciamento della piramide” e la democrazia diretta dei cittadini.

Il punto è che di cubi, ne sono nati almeno otto o quantomeno se ne è creato uno grande otto volte l’originario. Allora gli aumenti matematici per ottemperare l’aumento delle linee che in politica si traducono in “agire per approssimazioni successive” hanno deformato il cubo iniziale e anche il risultato finale del multiplo… inevitabilmente e come la matematica afferma inesorabilmente arrovellandosi da secoli su questo tema. Creiamo allora gli algoritmi. E’ stata l’unica risposta che si poteva dare in emergenza. Gli umani algoritmi, affidati a macchine che di per sé sono enti incapaci – i computer e la stessa rete con le sue derive social – si stanno rivelando inutili a governare questa complessa irrisolvibilità insita nella sfida affrontata da Grillo.

Di fronte a questa insolubilità non ci si può arrendere. E Grillo, forse anche con un po’ di stanchezza (la sua frase sui giornalisti non è da Grillo, ma sembra più da barzelletta nelle parole crociate), si deve trasformare in teorico matematico, destinato a incagliarsi negli algoritmi troppo umani e spesso calibrati su tentativi ed errori e quell’empirismo che in politica e soprattutto nella attuale politica determinano funzioni ed equazioni che si dimostrano, a volte farlocche. L’irrisolvibilità resta sul campo come la determinazione di chi lotta all’insegna del motto “Troveremo una soluzione…l’abbiamo sempre fatto!” celebre frase di Interstellar. Grillo, però, sa benissimo e la visione di Casaleggio era chiara: trovare la soluzione cercandola non equivale a “Abbiamo la soluzione! Eureka!”. Infatti lo slogan del M5S è sempre stato “Non ci arrendiamo mai!”, oltre naturalmente all’arci abusato “Onestà!”.

Quindi il nostro Beppe, alias Pitagora, dovrà ancora indugiare nella paziente ricerca senza sosta, perché il CUBO multiplo non potrà mai mantenere la forma di quello iniziale, lo sanno anche i ragazzi a scuola, allo stesso modo di come le rette parallele non si incontreranno mai in un punto, ed il tempo non gioca a suo favore… anzi… non c’è.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 23 settembre 2017

Venezuela: in vista delle elezioni di ottobre (salvo sorprese)

di Maurizio Matteuzzi

Adesso il prossimo round è fissato per ottobre quando si terranno, salvo sorprese, le elezioni amministrative previste nel dicembre 2016, che l’opposizione chiedeva con insistenza convinta di vincerle in carrozza e il governo di Nicolás Maduro aveva rinviato.

L’annuncio del presidente della repubblica ha scombussolato la MUD, il Tavolo della Unità Democratica (che tanto unito e tanto democratico non è) in cui siedono i 28 partiti dell’opposizione anti-chavista. Alcuni hanno scelto di partecipare, convinti che l’onda lunga delle elezioni parlamentari del dicembre 2015 che diedero la maggioranza qualificata del parlamento al fronte anti-chavista, continuerà e sarà capace di superare i prevedibili ostacoli giuridico-legali. Altri hanno invece annunciato il boicottaggio.

L’insediamento il 4 agosto della controversa Assemblea Nazionale Costituente (ANC) sembra aver momentaneamente calmato le acque almeno sul fronte interno, dove la strategia della tensione negli ultimi mesi aveva portato l’opposizione in piazza quasi ogni giorno con la scia di violenze contrapposte e di sangue (più di 120 morti), e in apparenza ha fatto spazio al fronte esterno. Con l’irruzione a gamba tesa del presidente Trump, prima (11 agosto) evocando “l’opzione militare” (naturalmente in difesa “della democrazia” e dei “diritti umani”, contro “la dittatura”, bla bla bla), poi (25 agosto) con nuove sanzioni (salutate con entusiasmo dall’opposizione) come la proibizione di negoziare il debito emesso dal governo di Caracas e dalla PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.

Parma, che si festeggia Pizzarotti?

di Cristina Quintavalla, L’Altra Emilia Romagna

L’astensione è il primo partito a Parma e nelle altre città che sono andate al ballottaggio. È ormai un dato che non può essere ignorato. Esso dice che la fiducia della gente nei confronti della politica istituzionale è crollata, che il cosiddetto patto di rappresentanza tra eletti ed elettori è stato smascherato, travolto dalla ridda di menzogne, false rappresentazioni, costruite da agenzie pubblicitarie, per raccogliere consenso sull’immagine costruita.

Dice che la gente non vede più rappresentati i bisogni fondamentali da cui è afflitta: lavoro, casa, sanità, pensione, istruzione, servizi sociali. Ha ormai chiaro quanto è stata aggirata, ingannata, ed espropriata dei suoi diritti, così come ha chiaro che è stata spremuta all’inverosimile da tasse e tagli alla spesa sociale, senza contropartita alcuna, ma che le risorse ci sono-eccome-per le banche, per detassare le imprese, per costruire opere inutili e dannose.

A Parma, una campagna elettorale sciatta, ma abilmente costruita, non ha pagato. Le liste elettorali delle maggiori forze politiche hanno giocato strumentalmente sull’annacquamento delle posizioni: in una stessa lista era candidato chi difendeva la “buona scuola” e chi la criticava, chi era per le privatizzazioni e chi era contro. Tutti insieme “amorosamente”, confondendo l’elettore che non aveva più parametri di riferimento in base ai quali scegliere.

Ballottaggio 2017, il Pd consegna Genova alla destra fascista e forzaitaliota

di Paolo Farinella

A Genova c’è una battuta: «È morto il sig. Parodi», dice uno al suo amico che risponde: «Si vede che aveva la sua convenienza». È quello che è successo a Genova, a La Spezia, a Piacenza, a L’Aquila, a Parma, «dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno» (A. Manzoni, Il Cinque Maggio 1821). Scrivete questa data, 25 giugno 2017, ballottaggio del secondo turno in più di cento città, da cui il Pd esce sderenato, inesistente, bastonato. Fin dal principio del suo segretariato, fu l’obiettivo di Matteo Renzi. Oggi può cantare vittoria e pavoneggiarsi di essere riuscito alla grande nell’opera di distruzione del proprio partito, di cui peraltro non è mai stato parte perché non ha mai saputo cosa fosse di sinistra, ben sapendo tutto della destra e del berlusconismo fin da quando nel 2010, il caro risuscitato, profetico gli disse: «Tu mi somigli».

Pare che i candidati non lo vogliano in campagna elettorale e lui si tiene alla larga per il terrore concreto che, se nelle periferie, si fosse vista la sua faccia di Crozza, i candidati avrebbero straperso ancora di più, sprofondando sottoterra. Del 46,2% dei votanti, più di due terzi ha votato destra o M5S, il resto ha preso sul serio il progetto politico di Renzi di allearsi a destra con Berlusconi. Costoro hanno detto: se voto Pd vado con Berlusconi, è meglio votare direttamente Berlusconi e non ne parliamo più.

Il 53,7% non è andato a votare Berlusconi o Lega per interposto Renzi, il quale per perdere di sicuro, probabilmente, ha imposto al governo ombratile Gentiloni di varare il decreto salva-banche venete con 5,5 miliardi di soldi dei cittadini italiani, messi a perdere mentre a Banca Intesa vende le banche venete in crisi per un euro. Tutto detto e fatto nel giorno delle elezioni. I casi sono due: o uno è scemo o è demenziale o è consapevole. I cittadini, almeno quelli più avveduti sono andati a votare con la foto di Renzi che salva le banche, che sorvola sul conflitto d’interessi della Maria Elena Etruria e suo con i rispettivi papi.

Elezioni francesi: Emmanuel Macron e quella voglia di politica fuori dai palazzi

di Rossana Rossanda

Emmanuel Macron non viene dall’universo politico. Tre anni fa il suo nome era praticamente sconosciuto. 39 anni, giovane, abbiente, attraente, competente, era stato inserito nel Governo di François Hollande dallo stesso Presidente circa tre anni fa, come Ministro delle Finanze alla Porte de Bercy. Proveniva dal gabinetto d’affari Rothschild. Ma venendo a scadenza l’elezione del presidente della Repubblica nel 2017 ha deciso di gettarsi in politica, cominciando con il rendere pubblici entità e provenienza dei suoi averi, in modo da inaugurare uno stile diverso: si era in pieno scandalo per gli impieghi illegali di François Fillon, già primo ministro di Sarkozy, che aveva fatto pagare allo Stato come assistenti parlamentari la consorte e i figli.

Da quel momento, la bolla degli scandali diventava irrefrenabile, pulizia significava soprattutto non aver avuto a che con la società politica e appartenere alla quella civile, e come mero prodotto sociale Macron lanciava contemporaneamente un suo movimento – qualcosa di meno che un partito – En Marche! e trovava l’appoggio di un uomo rispettato della politica, François Bayrou, già ministro dell’Istruzione e leader del centrista MODEM, incaricandolo di studiare un progetto di moralizzazione della vita pubblica e di presentarlo alla Camera prima delle elezioni legislative.

Macron si presentava alle presidenziali nell’aprile 2016. Hollande non lo appoggiava, ne ostacolava, malgrado che il candidato ufficiale del Partito socialista fosse Benoît Hamon, esponente di una fronda di sinistra e quindi poco amato dai notabili: né gli ha giovato presso gli elettori l’incontestata onestà né il presentare come asse del suo programma una proposta di “reddito di cittadinanza” avallata dal noto l’economista Piketty.

La rivoluzione di Macron: il mare degli astenuti, il disastro della sinistra

di Bruno Giorgini

La rivoluzione di Macron. Dal punto di vista della presa del potere con le recenti elezioni politiche si è compiuta. Dopo il potere presidenziale, Macron ha ottenuto anche il potere legislativo assicurandosi una ampia maggioranza assoluta all’Assemblea Nazionale, il parlamento. Le forze che potevano prefigurare una opposizione significativa giacciono sbaragliate ai lati della strada che segna il percorso trionfale del neo Presidente della Republique.

Il FN s’arrovella con un pugno di deputati possibili; i Repubblicani, che si volevano gli eredi di De Gaulle, sono ridotti ben sotto il centinaio e paiono in piena depressione politico psicologica coi loro leader screditati che palesemente non contano nulla; i socialisti ripongono le gloriose bandiere negli armadi, apprestandosi a licenziare i loro funzionari e a cambiare sede, insomma smobilitano con qualche decina di deputati se va bene. Infine la sinistra sinistra di Mélenchon, la France Insoumise, dal 19% delle presidenziali è tornata all’11%, il numero di consensi che l’estrema sinistra raccoglie ormai da un paio di decenni, punto più punto meno. Mentre il Parlamento viene invaso da oltre quattrocento giovani leoni e leonesse dei REM, la Republique En Marche, il nuovo partito che fino a un anno fa non esisteva.

Amministrative, G7 e elezioni francesi: qualcosa si muove (ma l’Italia non coglie)

di Pierfranco Pellizzetti

Gli auguri e gli aruspici della politica iniziano a scorgere segni importanti nei voli degli uccelli o nell’esame delle viscere sacrificali. Metaforici. Tanto a livello internazionale come sovranazionale e sub-statuale.

Possiamo cominciare dall’effetto inintenzionale di ricompattamento del quadro europeo prodotto dal bullesco Trump al G7 di Taormina, quando ha denunciato unilateralmente gli accordi di Parigi su clima e ambiente. Perché quello è stato il momento in cui i nanerottoli che compongono l’Unione europea sono stati riportati alla realtà: solo facendo massa critica si può sperare di avere voce in capitolo nel consesso mondiale, in cui dominano soggetti a dimensione continentale.

Ovviamente un “cave” salutare per la costruzione europea, negli ultimi tempi giunta a pochi centimetri dal baratro, che ha costretto le élites di Bruxelles a rendersi conto di quanto fosse demente e suicida la svolta a partire dal 2011, denominata eufemisticamente “austerity” (in realtà una sorta grassazione permanente a danno dei popoli continentali; a vantaggio delle rispettive plutocrazie, finanziarie e non solo); al tempo stesso gli euro-fobici venivano smascherati per quel che sono: irresponsabili demagoghi arruffapopoli, che con il ritorno alle piccole patrie assicurerebbero a chi intende seguirli la clonatura dei disastri creati nel Regno Unito dalla Brexit.