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Il Berlusconi pregiudicato contro il “personaggetto” Renzi: auguri, brava gente

di Paolo Farinella

In questi lunghi mesi di silenzio, per motivi di salute, ma principalmente per ragioni di dignità politica e civile, ho ricevuto moltissime e-mail che m’invitavano a commentare la cronaca politica, cui però ho sempre resistito. Ho mantenuto solo l’impegno fisso, quindicinale, che da quasi un decennio ho su la Repubblica-Il Lavoro, edizione ligure, su temi genovesi o liguri, ma spesso spaziando anche a livello nazionale e oltre. Pezzi peraltro apprezzati, se sono richiesti anche all’estero.

Non voglio inseguire la cronaca di una situazione socio-politica demenziale in cui il sopra diventa sotto, il passato non esiste, il futuro è solo promesso e in politica danzano nani e ballerine, marpioni e finti giovani, falsari accreditati e falsi garantiti. Guardo con distacco lo scenario che è davanti a noi, non fermandomi alla polvere superficiale, ma cercando di andare in profondità per vedere se vi sono coordinate che possono guidare un pensiero.

Comincio dai giornali e dai «media» in generale, in primo luogo la Tv, pubblica e privata. Nella quasi totalità, escluso il Fatto quotidiano che, non prendendo finanziamenti pubblici, rischia ogni giorno il giudizio dei suoi lettori che ogni mattina si recano in edicola, la maggior parte dei «mass-media» si dividono in «padronali» per natura e proprietà e pubblici per finta e per copertura.

Tocca a noi fermare il fascistellum

di Alfiero Grandi

Il rischio è che ci sia assuefazione alla legge elettorale approvata con ben 8 voti di fiducia per impedire che i parlamentari si prendessero la libertà di avere un’opinione, presentando e votando emendamenti. Questa forzatura è servita a creare un fatto compiuto e nel nostro paese questo spesso vuol dire assuefazione, tanto ormai…

Invece no, occorre contrastare la politica del fatto compiuto e dell’assuefazione facile. Questa legge elettorale probabilmente sarà quella con cui si voterà nelle prossime elezioni, se la Corte non accetterà prima del voto i rilievi di costituzionalità che sono stati presentati in diversi tribunali dagli avvocati del Cdc.

Dopo il voto le elettrici e gli elettori potranno far sentire di nuovo la loro voce sulla legge elettorale. Solo un’iniziativa forte dei cittadini potrà sbloccare la situazione allucinante che questa legge provocherà. Resta in parte un mistero perché il Pd abbia voluto questa legge fino a spingere il governo a mettere voti di fiducia a ripetizione sia alla Camera che al Senato per imporne l’approvazione. Certo si intuisce che è una legge elettorale studiata per fermare i 5 stelle e stroncare sul nascere la sinistra che ha rotto con il Pd a trazione renziana.

Urne e astensionismo: votanti cercansi

di Silvia R. Lolli

Non comprendiamo perché nel dibattito pubblico quello che fa rumore sui giornali e sulle televisioni non si parli mai del problema principale che ci dovrebbe interessare in vista delle prossime elezioni: la disaffezione alla politica da parte dei cittadini. È questo il primo problema della democrazia, perché quando è solo una minoranza sempre più grande che va a votare non si può pensare di essere ancora in un paese democratico, ma compare l’oligarchia oggi vissuta in termini di plutocrazia. Le recenti mine istituzionali, riforma costituzionale e le varie leggi elettorali sempre uguali a loro stesse nonostante le osservazioni della Corte Costituzionale, ci confermano le nostre osservazioni.

Nella nostra democrazia parlamentare dovrebbe essere solo di secondaria importanza sapere subito chi “vince”, cioè andrà ad occupare posti di Governo per sé ed i suoi accoliti e andrà a decidere le sorti della maggioranza italiana. Alle prossime elezioni ci ritroveremo ancora una volta di fronte ad una legge elettorale che non tiene conto delle osservazioni della Corte Costituzionale sulla legge elettorale passata, osservazioni pubblicate appunto nella sentenza di incostituzionalità (n.1/14), in cui si riafferma l’importanza del principio della rappresentanza e dell’esercizio del voto, richiamando gli artt. 48, 56 e 58 Cost.

Nell’attuale perseveranza di un Parlamento eletto con legge incostituzionale, rimane il fatto della disaffezione al voto ormai della maggioranza degli aventi diritto. Per capire a che punto siamo, facciamo un semplice ragionamento partendo dall’art. 1 della nostra Costituzione che recita:

E-lezioni siciliane: meno di un elettore su 2 alle urne, un’altra occasione per riflettere

di Sergio Caserta

In Sicilia ha votato il 47%, una chiara minoranza. Questo è il primo rilevante dato su cui riflettere. Colin Crouch preconizzava in Postdemocrazia l’avvento di minoranze al comando senza consenso e José Saramago aveva descritto nel capolavoro Saggio sulla lucidità la rivolta silenziosa di un popolo astensionista che metteva alle corde il potere. Ora in epoca di seconda globalizzazione, l’astensionismo dei siciliani si somma a quello nella stessa giornata degli ostiensi e dei diversi popoli elettorali che quando possono dimostrare la propria ostile estraneità alle diverse offerte del mercato elettorale, soprattutto locale, lo fanno senza esitazioni, restando a casa. Così la rappresentanza dell’elettorato è ridotta a meno della metà.

Se valessero in questo caso le semplici regole democratiche, le elezioni sarebbero nulle e occorrerebbe tornare a votare con proposte più convincenti, invece tant’è, alla fine chi arriva primo vince e governa anche se rappresenta meno del 15% del corpo elettorale. Ha vinto la destra di Nello Musumeci che ha rimesso insieme il suo cartello elettorale tradizionalmente forte, aiutato da impresentabili candidati occulti e noti, come registrano le cronache; i Cinquestelle hanno avuto un notevole successo, essendo da soli il primo partito a notevole distanza dagli altri ma sono arrivati secondi; il Partito democratico esce con le ossa rotte, terzo a distanza con la sua coalizione che non raggiunge il venti per cento; infine la lista di sinistra, guidata da Claudio Fava che prende il sei per cento, un risultato troppo modesto per sentirsi soddisfatti.

Regionali Sicilia, le vere elezioni cominciano ora

di Riccardo Orioles

Di dieci siciliani che incontri, due hanno votato per Silvio Berlusconi (uno con la pistola in tasca), due per Beppe Grillo e uno per Giulio Andreotti. I primi due se ne vanno soddisfatti e in fretta per gli affari loro, che non occorre sapere, i grillini si guardano in giro fra incazzati e orgogliosi, e il democristiano litiga con se stesso, con una mano dandosi pugni sui cosiddetti e con l’altra cercando di autofregarsi il portafoglio dalla tasca di dietro. Li vedi allontanarsi tutti e cinque per ignota destinazione.

Momento. Ma non avevi detto che erano dieci? Qua ce ne sono cinque. E gli altri? Gli altri semplicemente non esistono. O non si vedono, o sono partiti lontano – i giovani soprattutto – oppure sono qui trasparenti come fantasmi, a cui il serio politico non crede. Metà dei siciliani infatti non hanno votato affatto. Sono il primo partito, e infatti fanno un governo – a Berlino, a Toronto, a Dubai, dovunque li ha portati il vento – che non governa niente eppure decide tutto. Di dieci milioni di siciliani, metà sono (ancora) qui e metà sparsi nel mondo. Questi ultimi vanno aumentando, e partono a 18 anni.

I “Siciliani”, come sapete, non partecipano alle elezioni: il loro lavoro è l’antimafia sociale e il loro “partito” produce cittadini e non parlamentari. Ma è inutile nascondere che molti di noi un candidato amico l’avevano, ed era uno dei primi “Siciliani”, Claudio Fava. Quand’è venuto a Catania a San Cristoforo, non l’abbiamo lasciato solo ma ci siamo affollati attorno a lui: su mafia e antimafia non si discute, il resto, tutto il resto, viene dopo. Purtroppo, pochi giorni dopo, al centro della città, nel comizio “importante”, con lui c’era un barone del vecchio regno, certo Massimo D’Alema, e stavolta la piazza è rimasta semivuota.

Legge elettorale: perché non provare a sorteggiare i parlamentari?

di Renzo Rosso

Non è entusiasmante votare con il sospetto che il proprio voto sarà di nuovo svalutato da elementi di incostituzionalità o, nel migliore dei casi, da profonde contraddizioni interne della legge elettorale, stavolta il Rosatellum. Non capisco nulla di alchimie elettorali, ma percepisco un profondo scontento, anche perché la statistica – di cui qualcosa, invece, capisco – non lascia immaginare un quadro chiaro su chi e come eserciterà i poteri legislativo ed esecutivo. Per contro, la statistica suggerirebbe una coraggiosa rivisitazione del modello di selezione democratica.

Nel Terzo millennio la democrazia rappresentativa, modello uscito vittorioso dalle guerre calde e fredde del XX secolo, ha inforcato una parabola discendente in tutto l’Occidente. Più suolo viene consumato, più l’aria viene saturata da gas tossici e più anticipa la data dell’Earth Overshoot Day, meno le decisioni scaturiscono da un confronto informato, aperto e condiviso dalla gente; ma sono trasmesse alla popolazione come scelte ineluttabili in nome della modernità, della crescita, del mercato. E, almeno in apparenza, la gente non ha avuto finora difficoltà ad accettarle, poiché si «preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere» come aveva anticipato Ludwig Feuerbach a metà Ottocento.

A partire dal 2011 sono evaporati in Italia i governi eletti dal popolo o almeno i governi che praticano i programmi votati dagli elettori. Anzi, chi ha governato, lo ha fatto in direzione ostinata e contraria, in senso del tutto opposto a quanto promesso agli elettori, poiché «nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso» come aveva previsto Guy Debord negli anni 60 del XX secolo. Le elezioni non sono state abolite, ma adeguate ogni volta a necessità transitorie, quando cambiare le regole appare un mezzuccio affinché nulla cambi nella selezione della classe dirigente.

Riforma elettorale: due leggi e elementi incostituzionali, dove lavorare

di Alfiero Grandi

Noi rivendichiamo con forza il risultato del referendum del 4 dicembre 2016, che troppi stanno cercando di ignorare e di far dimenticare. Naturalmente la vittoria del No appartiene a tutti coloro che il 4 dicembre 2016 si sono pronunciati contro la deformazione della Costituzione fortemente voluta da Renzi. Quindi non è solo nostra, ma perfino di settori che in passato non si sono certo schierati a difesa della Costituzione, ma questo è un problema loro non nostro.

In questo ambito noi rivendichiamo di avere svolto un ruolo preciso, che riteniamo importante. Non solo siamo partiti per primi l’11 gennaio di un anno fa, proprio in questa sala, nella campagna per il No, ma soprattutto abbiamo lavorato per dare dignità, argomenti di merito e forza collettiva a quanti erano contrari alla deformazione della Costituzione ma erano frenati dal timore di entrare nell’orbita politica di altri.

Grazie a noi chi non si sentiva di centro destra e neppure dei 5 stelle, con cui pure abbiamo spesso collaborato nella campagna referendaria, è stato incoraggiato a dire un No forte e chiaro e questo ha contribuito a salvare la nostra Costituzione nata dalla Resistenza. Questo lo rivendichiamo con forza. Renzi aveva ragione su un punto: c’era, e c’è, un rapporto inscindibile tra modifiche della Costituzione e legge elettorale (Italicum) da lui fortemente volute.

Germania: se l’ultradestra avanza, diciamo “grazie” agli inciuci centristi

di Samuele Mazzolini

Come ormai succede da qualche tempo a questa parte, quando un partito o un politico della destra populista ottiene un successo elettorale, assoluto o relativo che sia, un manipolo di “illuminati” ritiene di dover andare a fare una piazzata a urne ancora fresche, mettendo in discussione, in barba a qualsiasi principio democratico, che una fetta dell’elettorato abbia deciso di votare a quel modo.

Ieri sera è toccato ad Alternative für Deutschland, colpevole di aver ottenuto il 12,6% dei consensi, divenendo di punto in bianco la terza forza politica della Germania. In parallelo, la timeline di Facebook si intasa di isteriche considerazioni contro l’avanzata dei populismi, “mala tempora currunt” di qua, “tifiamo asteroide” di là, sermoni pregni di tensione morale che puntano il dito contro l’incedere dei fascismi (disegnando così la fallace equazione tra fascismo e populismo). In un fenomeno paradossalmente non del tutto estraneo alla sinistra che storicamente aveva lottato per l’estensione delle franchigie democratiche, taluni paventano persino di revocare il voto agli imbecilli.

Intendiamoci subito: sono tempi bui per davvero perché l’estrema destra fa schifo sul serio e non c’è alcuna ragione di celebrare alcunché. Ma è l’analisi di fondo di quello che sta succedendo a fare acqua da tutte le parti. Le piazzate infatti andrebbero organizzate di fronte alle sedi dei partiti che hanno provocato lo sfacelo economico e sociale in cui versa l’Europa, sì proprio quegli attori politici “moderati”, “seri” e “responsabili” le cui politiche non si differenziano ormai quasi per nulla le une dalle altre.

Il cubismo di Beppe Grillo e del M5S, ovvero il panico matematico

di Massimo Pillera

E’ la matematica che, sola, può interpretare il panico di Beppe Grillo in questa fase storica nella quale, più che un leader politico appare un “bersaglio mobile” su cui si accaniscono tutti i cecchini di regime. La matematica che Grillo ha sfidato come nel passato fecero i Babilonesi, gli indiani, i greci, gli egizi, cioè quella seria, non quella dei numeri relativi ai voti, alle percentuali e ai sondaggi che, credo, interessino poco Grillo così come erano ignorati per la loro “riproducibilità tecnica” dal filosofo della scienza Gian Roberto Casaleggio (sono sicuro che un giorno lo si studierà nei libri dei licei), ed oggi dal figlio Davide. Il dilemma matematico ancora irrisolto del come riprodurre una forma in multipli superiori senza intaccarne la “morphe'”, cioè la sua essenza.

Per capire, quanto sia logica e determinante questa sfida verso l’ignoto e l’irrisolto che al pari delle rette parallele che non si incontrano mai, rappresentano delle vere e proprie incursioni nella politica di altri grandi statisti nel recente passato, bisogna affermare che la visione di Grillo, Casaleggio e qualche professore di fisica in quel di Zurigo è partita sempre da un presupposto che creerà – cito dalla postfazione di Grillo nel libro “Regime” del 2004 – “un Movimento di un milione di persone”. Quindi scientificamente e concretamente crearono un Movimento – in matematica un cubo – che potesse successivamente e con piccoli aumenti diventare un cubo grande (per un milione di indignati), ma identico nella sua forma a quello iniziale dove sperimentare il cosiddetto “rovesciamento della piramide” e la democrazia diretta dei cittadini.

Il punto è che di cubi, ne sono nati almeno otto o quantomeno se ne è creato uno grande otto volte l’originario. Allora gli aumenti matematici per ottemperare l’aumento delle linee che in politica si traducono in “agire per approssimazioni successive” hanno deformato il cubo iniziale e anche il risultato finale del multiplo… inevitabilmente e come la matematica afferma inesorabilmente arrovellandosi da secoli su questo tema. Creiamo allora gli algoritmi. E’ stata l’unica risposta che si poteva dare in emergenza. Gli umani algoritmi, affidati a macchine che di per sé sono enti incapaci – i computer e la stessa rete con le sue derive social – si stanno rivelando inutili a governare questa complessa irrisolvibilità insita nella sfida affrontata da Grillo.

Di fronte a questa insolubilità non ci si può arrendere. E Grillo, forse anche con un po’ di stanchezza (la sua frase sui giornalisti non è da Grillo, ma sembra più da barzelletta nelle parole crociate), si deve trasformare in teorico matematico, destinato a incagliarsi negli algoritmi troppo umani e spesso calibrati su tentativi ed errori e quell’empirismo che in politica e soprattutto nella attuale politica determinano funzioni ed equazioni che si dimostrano, a volte farlocche. L’irrisolvibilità resta sul campo come la determinazione di chi lotta all’insegna del motto “Troveremo una soluzione…l’abbiamo sempre fatto!” celebre frase di Interstellar. Grillo, però, sa benissimo e la visione di Casaleggio era chiara: trovare la soluzione cercandola non equivale a “Abbiamo la soluzione! Eureka!”. Infatti lo slogan del M5S è sempre stato “Non ci arrendiamo mai!”, oltre naturalmente all’arci abusato “Onestà!”.

Quindi il nostro Beppe, alias Pitagora, dovrà ancora indugiare nella paziente ricerca senza sosta, perché il CUBO multiplo non potrà mai mantenere la forma di quello iniziale, lo sanno anche i ragazzi a scuola, allo stesso modo di come le rette parallele non si incontreranno mai in un punto, ed il tempo non gioca a suo favore… anzi… non c’è.

Questo articolo è stato pubblicato dal FattoQuotidiano.it il 23 settembre 2017

Venezuela: in vista delle elezioni di ottobre (salvo sorprese)

di Maurizio Matteuzzi

Adesso il prossimo round è fissato per ottobre quando si terranno, salvo sorprese, le elezioni amministrative previste nel dicembre 2016, che l’opposizione chiedeva con insistenza convinta di vincerle in carrozza e il governo di Nicolás Maduro aveva rinviato.

L’annuncio del presidente della repubblica ha scombussolato la MUD, il Tavolo della Unità Democratica (che tanto unito e tanto democratico non è) in cui siedono i 28 partiti dell’opposizione anti-chavista. Alcuni hanno scelto di partecipare, convinti che l’onda lunga delle elezioni parlamentari del dicembre 2015 che diedero la maggioranza qualificata del parlamento al fronte anti-chavista, continuerà e sarà capace di superare i prevedibili ostacoli giuridico-legali. Altri hanno invece annunciato il boicottaggio.

L’insediamento il 4 agosto della controversa Assemblea Nazionale Costituente (ANC) sembra aver momentaneamente calmato le acque almeno sul fronte interno, dove la strategia della tensione negli ultimi mesi aveva portato l’opposizione in piazza quasi ogni giorno con la scia di violenze contrapposte e di sangue (più di 120 morti), e in apparenza ha fatto spazio al fronte esterno. Con l’irruzione a gamba tesa del presidente Trump, prima (11 agosto) evocando “l’opzione militare” (naturalmente in difesa “della democrazia” e dei “diritti umani”, contro “la dittatura”, bla bla bla), poi (25 agosto) con nuove sanzioni (salutate con entusiasmo dall’opposizione) come la proibizione di negoziare il debito emesso dal governo di Caracas e dalla PDVSA, la compagnia petrolifera venezuelana.