Vivi, Pollica! Per ricordare Angelo Vassallo

Angelo Vassallo
Angelo Vassallo

di Sergio Caserta

Il prossimo 5 settembre saranno trascorsi sei anni dall’omicidio di Angelo Vassallo il “sindaco pescatore”. Sei anni ancora senza colpevoli e/o mandanti. Se si trattasse di un omicidio con altre motivazioni, per ragioni private, come pure alcune voci malignamente in paese sussurrano, sempre più flebilmente, sarebbe già stato trovato.

L’avrebbero fatto scoprire coloro (non mancano) che hanno fastidio per i riflettori sempre accesi sul Cilento, dove vorrebbero costruire un’economia a uso e consumo dell’economia mafiosa con molti colletti bianchi, affari a gogò, l’impasto in cui tra traffici illeciti e abusivismo edilizio si “lavano” grandi somme di denaro. Il Cilento di Angelo è invece un’altra cosa, un luogo in cui la tutela dell’ambiente ha creato uno spicchio di economia diversa da tutto il resto della regione e perfino del meridione.

Turismo all’insegna della qualità (tanti vip e professionisti hanno la casa qui in mezzo alle colline), aria buona, mare pulito, dieta mediterranea nell’accezione più semplice e autentica. Vassallo aveva lavorato tutta la vita per realizzare questo sogno: riuscì, poche settimane prima di essere ucciso, a far ottenere alla sua Pollica il riconoscimento dall’Unesco, di luogo patrimonio dell’umanità per la dieta mediterranea. Un fatto enorme, inaudito per la Campania, terra dei fuochi! Forse in questa contraddizione si sarebbe dovuto indagare di più, ma non è ancora troppo tardi, gli omicidi non si prescrivono.

In questi anni il nome di Angelo Vassallo ha però fatto molta strada, non è finito nel dimenticatoio come pure poteva accadere per l’inconcludenza delle indagini e per una predisposizione alla passività del popolo cilentano, poco propenso a convivere con situazioni eclatanti. Diciamo che la figura di Angelo sembra perfino sproporzionata per un luogo tanto piccolo, dove tutti più o meno si conoscono e dove il tempo è talmente lento che sembra scorrere all’indietro, Vassallo grande sindaco, ma figura ingombrante anche oggi che non c’è più.
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Revelli: la lotta di classe vinta dai ricchi

La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi
La lotta di classe esiste e l'hanno vinta i ricchi
di Lelio Demichelis

La curva di Laffer e la curva di Kuznets. Sono questi gli obiettivi centrali dell’analisi di Marco Revelli nel suo ultimo saggio breve sul tema della disuguaglianza, uscito tra gli Idòla di Laterza e che riprende e sviluppa un tema al centro dell’attenzione (Luciano Gallino, Mario Pianta, Joseph Stiglitz e ora anche Thomas Piketty) con un titolo ad effetto ma sempre replicato dalla realtà: La lotta di classe esiste e l’hanno vinta i ricchi. Vero! La curva di Laffer e quella di Kuznets: due favole economiche nate in epoche diverse (la prima, nel 1974 e – secondo una leggenda metropolitana probabilmente falsa ma capace di colpire l’immaginario collettivo – disegnata da Laffer su un tovagliolo di un noto ristorante di Washington; la seconda, risalente invece al 1955), ma usate come armi pesanti nella costruzione e nella propagazione dell’ideologia neoliberista. Ideologia.

Oppure e forse meglio (e oltre Revelli, ma con Foucault) come biopolitica/bioeconomia neoliberale (concetto che preferiamo), posto che l’obiettivo esplicito e perseguito (e purtroppo raggiunto) dal neoliberismo era (è) quello di voler essere non solo una teoria economica ma una autentica antropologia, per la edificazione di un uomo nuovo neoliberista la cui vita fosse solo economica e a mobilitazione incessante e a flessibilità crescente (lavoratore, consumatore, poi imprenditore di se stesso, precario, nodo della rete), uccidendo il vecchio soggetto illuministico titolare di diritti e trasformandolo in oggetto economico, in merce di se stesso, in capitale umano, in nodo di un apparato. Una biopolitica neoliberista che ovviamente si è subito trasformata in tanatopolitica, perché doveva produrre, per raggiungere il proprio scopo la distruzione (appunto la morte) della società e della socialità, della democrazia politica ed economica, facendo della disuguaglianza il suo target da perseguire e dell’impoverimento la sua disciplina (ancora Foucault) capillare. Qualcosa di paradossale e di assolutamente irrazionale (oltre che di anti-moderno) – appunto: la produzione deliberata di disuguaglianza – ma che tuttavia ha conquistato il cuore di troppi economisti e l’opportunismo di troppi politici diventando spirito del tempo ottuso e ostinato ma capace di volare sull’intero globo.
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Luciano Vasapollo Foto di Cubanismo.net

Il fascino discreto della crisi economica: intervista a Luciano Vasapollo / 2

a cura del gruppo “Noi restiamo Torino”

(Prima parte dell’intervista) Nell’occidente, la dottrina economica neoclassica è a livello accademico da più di trent’anni a questa parte completamente dominante; in maniera analoga anche le visioni sulla politica economica e sulla crisi hanno una matrice ideologica comune. Come deve posizionarsi un teorico eterodosso oggi, ovvero ha senso una guerra di posizione all’interno dell’accademia? Ha senso intervenire sulle modalità di gestione della crisi? Ha senso partecipare al dibattito istituzionale su ciò che andrebbe fatto, o è meglio lavorare in altri luoghi e spazi? In sostanza, il capitalismo è riformabile e quindi bisogna parteciparne alla gestione magari in maniera più egualitaria, oppure no?

V: La risposta a questa domanda potrebbe concludersi in un secondo. Il capitalismo non è riformabile, di conseguenza non ci sono assolutamente le condizioni per una battaglia per la trasformazione interna alle istituzioni. Il luogo di un intellettuale militante è la strada: “Vamos por la calle” come dicono in America Latina. Mi spiego: il nostro ruolo è studiare, però interloquiamo con movimenti sociali, movimenti di base, le assemblee a democrazia partecipativa e i sindacati conflittuali, cioè quelli non concertativi.

Usciamo dall’eurocentrismo, non pensiamo che nonostante non ci siano le condizioni qui non ci possano essere da un’altra parte. Ricreiamo una condizione di relazioni internazionaliste di classe dentro a quello che è il conflitto chiave, ovvero il conflitto capitale-lavoro. Possono esserci infatti vari tipi di conflitti,come il conflitto capitale-ambiente, oppure quello capitale -democrazia, per carità, ma sono tutti leggibili all’interno del conflitto capitale-lavoro.
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Luciano Vasapollo Foto di Cubanismo.net

Il fascino discreto della crisi economica: intervista a Luciano Vasapollo / 1

a cura del gruppo “Noi restiamo Torino”

Con questa intervista a Luciano Vasapollo arriviamo alla terza puntata del ciclo di interviste il fascino discreto della crisi economica. Vasapollo è docente universitario di Metodi di Analisi dei Sistemi Economici presso “La Sapienza” di Roma. Grande conoscitore dei paesi del Centro e Sud America, Vasapollo è anche Professore all’Università «Hermanos Saíz Montes de Oca» di Pinar del Río (Cuba). Dirige il centro studi CESTES e la rivista Proteo. Il suo ultimo libro è “Un sistema che produce crisi. Metodi di analisi dei sistemi economici” (Jaca Book, 2013).

L’emergere della crisi ha confermato la visione di alcuni economisti eterodossi secondo la quale il capitalismo tende strutturalmente ad entrare in crisi. Tuttavia, le visioni sulle cause del disastro attuale divergono. Una posizione piuttosto diffusa (appoggiata ad esempio dai teorici della rivista “Monthly Review”) è quella che attribuisce la crisi al seguente meccanismo: la controrivoluzione neoliberista ha portato ad un abbassamento della quota salari; per sostenere la domanda privata è stata quindi necessaria un’enorme estensione del credito e lo scoppio della bolla nel 2007 ha interrotto il meccanismo.

Altri pensatori, come il marxista americano Andrew Kliman, ritengono che le cause della crisi non si possano trovare nella distribuzione dei redditi e che la depressione sia spiegabile tramite l’andamento del saggio tendenziale di profitto. Una visione tutta improntata sulla produzione. Lei cosa ne pensa?

V: Innanzi tutto non mi piace la definizione di “eterodossi”, nel senso che è una definizione accademica dentro la quale finiscono tutti coloro che, in una maniera o in un’altra, sono critici rispetto al neoliberismo; quindi tra gli eterodossi possiamo trovare posizioni fra loro molto diverse.
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Lavoro - Foto di Daniela

Non saranno i mercati finanziari a guarire l’economia reale

di Alfonso Gianni

Può anche darsi che si tratti di una coincidenza, ma sono in molti a dubitarne, a partire dagli stessi editorialisti del Sole24Ore. Sta di fatto che molti indicatori economici sembrano improvvisamente indicare, a un mese esatto dalle elezioni europee, prospettive più rosee. L’ipotesi più semplice, in fondo neppure troppo maliziosa, è che si voglia spargere ottimismo sulle possibilità che la crisi si stia esaurendo, proprio per contenere gli effetti di un diffuso euroscetticismo.

Ecco dunque affastellarsi una serie di dati che volgono al meglio. L’economia tedesca pare di nuovo riprendere energia, con conseguente vantaggio per i paesi che ormai fanno parte del suo specifico bacino economico e del suo sistema produttivo allargato, dalla Polonia, ai Paesi bassi, fino all’Austria. La Spagna ha sorpreso molti commentatori con una crescita nel primo trimestre del 2014 superiore a quella dei sei anni antecedenti. Persino la martoriata Grecia ha avuto successo nella collocazione di titoli di Stato. Anzi la domanda è stata sette volte superiore all’offerta. Anche il Portogallo è tornato con buoni risultati a finanziarsi sul mercato internazionale.

In Italia si suonano le trombe perché Fitch, dopo Moody’s, ha confermato il rating BBB+, ma con un outlook stabile. Si aspetta ora cosa dirà la terza sorella, Standard&Poor’s, ma il suo responso sul rating del nostro paese avverrà solo dopo la prova elettorale, il 6 giugno. Niente di che, ma c’è chi tira un respiro di sollievo, specialmente il nostro nuovo Presidente del Consiglio. Una campagna ottimistica che indubbiamente lo aiuta a nascondere sotto il tappeto le incongruenze e le assenze di coperture certe al suo decreto elettorale dei famosi 80 euro (che diventano in realtà 53 euro in media, come risulta da calcoli più accurati, una volta letto il testo del decreto, poiché il beneficio viene corrisposto per otto mesi purché ne siano stati lavorati dodici).
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Piketty riscrive l’economia: i ricchi vinceranno sempre

Il prezzo della disuguaglianza
Il prezzo della disuguaglianza

di Stefano Feltri

Nel 2012, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha pubblicato il voluminoso saggio Il prezzo della disuguaglianza – Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (Einaudi). Non se n’è accorto nessuno. Due anni dopo, un libro sullo stesso tema firmato da un economista praticamente sconosciuto, con il difetto di essere francese (tutta la ricerca di frontiera è anglosassone), è stato accolto come il contributo più importante degli ultimi decenni: Il capitale nel Ventunesimo secolo di Thomas Piketty continua a essere il primo nelle classifiche di Amazon, da quando è uscita la traduzione inglese (l’originale francese era passato quasi inosservato) non si parla d’altro, il Financial Times ne discute quasi tutti i giorni, nell’ultimo numero l’Economist gli dedica un articolo dal titolo solo in parte ironico Bigger than Marx, più grande di Marx.

Il barbuto studioso di Treviri, di sicuro, non si è arricchito con il suo Capitale, Piketty che si presenta come un erede più abile a maneggiare i dati e dalle convinzioni più solide, invece, è ormai una superstar del dibattito economico. È quasi con pudore che qualche giornale ha osato ricordare che di lui in passato si era parlato più per i maltrattamenti inflitti alla ex compagna, l’attuale ministro della Cultura francese Aurelie Filippetti, che per i risultati accademici.
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Massimo Novecento - Foto di Angelo Amboldi

Il secolo breve che sembra infinito

di  Alberto Burgio

Esi­stono legami sot­ter­ra­nei tra quanto di più sini­stro accade sotto i nostri occhi in que­ste ore sulla scena poli­tica mon­diale, dalla bru­tale stretta repres­siva in Egitto ai venti di guerra sull’Ucraina, alla pro­li­fe­ra­zione di ultra­na­zio­na­li­smi fasci­sti in tutta Europa?

Rispon­dere non è sem­plice, forse è azzar­dato. Una pro­spet­tiva che con­si­deri uni­ta­ria­mente feno­meni radi­cati in con­te­sti dif­fe­renti non è fal­si­fi­ca­bile: siamo quindi nel regno dell’opinabile, se non delle impres­sioni. Inol­tre, molto, se non tutto, dipende dalle dimen­sioni del qua­dro sto­rico di rife­ri­mento, defi­nite con qual­che rischio di arbi­tra­rietà. Resta il fatto. Minac­ciosi segnali di ten­sione inve­stono non sol­tanto quelli che nella guerra fredda erano bloc­chi con­trap­po­sti, ma anche (si pensi al dif­fon­dersi nell’eurozona di un sordo ran­core anti-tedesco) gli stessi stati euro­pei che hanno vis­suto que­sti sessant’anni in pace.

E a tali segnali si accom­pa­gna la ricom­parsa dei più cupi fan­ta­smi (nazio­na­li­smo e popu­li­smo, xeno­fo­bia e raz­zi­smo) della moder­nità «avan­zata». La sto­ria del Nove­cento sem­bra ripre­sen­tarsi in blocco sulla scena, come per un bru­sco ritorno del rimosso. E se è natu­ral­mente un caso che ciò avvenga a cent’anni esatti dallo scop­pio della prima guerra mon­diale, è vero anche che gli anni­ver­sari offrono spesso spunti istrut­tivi. Pro­viamo a vedere che cosa sug­ge­ri­sce que­sta non fau­sta ricorrenza.
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Trenta buoni motivi per amare la crisi

La Spagna e la crisi - Foto di Fabiana-Geomangio
La Spagna e la crisi - Foto di Fabiana-Geomangio
di Eros Geremia

È anche inutile che lo dica. Tutti lo sanno e lo sanno bene. L’argomento di moda imprescindibile e inderogabile degli ultimi anni è la crisi. Crisi economica, che è anche crisi morale, intellettuale, mentale, esistenziale. Crisi che è anche opportunità e invece no, invece sì, invece no, invece sì.

Nonostante i continui sprazzi di ottimismo dell’ultimo periodo la devastante ventata di disoccupazione sembra non passare mai, quindi se proprio dobbiamo parlare di crisi parliamo delle opportunità che offre la crisi; non perché i lati positivi siano tanti, ma perché la crisi c’è e che ci piaccia o no dobbiamo farci i conti e i conti in tempi di crisi non tornano mai, vivono a Montecarlo e per adesso spendono lì i loro soldi.

Quindi ecco trenta buoni motivi per imparare ad amare la crisi.

  • 1. Polarizzazione dei contenuti nei Tg. Improvvisamente bestie di satana, ecstasy, pendolari pedofili e altro non occupano più uno spazio ossessivo, c’è la crisi e bisogna pensare a quella.
  • 2. Il Billionaire ha chiuso!!!
  • 3. Il consumo di droga e alcol è effettivamente calato. (Sempre che lo vediate come un bene.. [1]

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Come spende i nostri risparmi la Cassa depositi e prestiti? Il dibattito a Forlì

Iniziativa Forlì

di Marilena Pallareti, Comitato acqua bene comune Forlì

Crisi del debito, crisi economica e finanziaria, austerity, “Non ci sono i soldi” è il nuovo mantra per giustificare lo smantellamento dei diritti e la privatizzazione dei beni comuni e dei Servizi Pubblici Locali. I soldi ci sono e sono pure tanti per invertire la rotta ed impostare un nuovo modello sociale, basato sulla riappropriazione collettiva dei beni comuni e sulla riconversione ecologica dell’economia.
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Economia, crisi e persone: il postino smetterà di suonare?

Crisi - Foto di Roberto Giannotti
Crisi - Foto di Roberto Giannotti
di Marco Bersani, Attac Italia

Dopo aver versato, per non più di un minuto, lacrime di coccodrillo sui dati della disuguaglianza sociale nel pianeta, forniti dal rapporto della ong Oxfam – le 85 persone più ricche del mondo detengono una ricchezza equivalente a quella di 3,5 miliardi di persone; l’1% del pianeta possiede il 50% della ricchezza mondiale- il ministro Saccomanni, presente all’annuale Forum di Davos, è passato alle cose serie e, in un incontro con i grandi investitori stranieri, ha annunciato l’avvio dell’ennesimo piano di privatizzazioni, con in testa le Poste Italiane.

Senza senso del ridicolo, è riuscito a dire che l’operazione, che prevede, per ora, la messa sul mercato del 40% del capitale sociale di Poste, comporterà un’entrata di almeno 4 miliardi da destinare alla riduzione del debito pubblico. Anche ai più sprovveduti credo risulti chiara l’inversione del contesto: Saccomanni dice di voler privatizzare le Poste per ridurre il debito pubblico, mentre è evidente come il debito pubblico sia solo l’alibi -lo shock teorizzato da Milton Friedman- per permettere la privatizzazione di un servizio pubblico universale.
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