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Per la difesa integrale e l’autentico significato dell’articolo 18

Sciopero generale - Foto di Roberto Giannotti

A sostegno dello Sciopero Generale del 12 e a testimonianza dell’opera di Salvatore D’Albergo per la difesa integrale e l’autentico significato dell’articolo 18

Il 4 ottobre scorso è improvvisamente morto Salvatore D’Albergo. Diciamo improvvisamente, perché proprio la sera precedente alcuni di noi avevano commentato con lui al telefono la pubblicazione di una sua nota sulla fase politico-sociale su “il manifesto” del 2 novembre 2014. Salvatore ha avuto un rilevante ruolo culturale e politico, da “uomo sociale” quale era, uomo della Costituente, dirigente politico-intellettuale per l’emancipazione dei lavoratori e l’affermazione del potere e del diritto “dal basso”, fondato sulla democrazia organizzata e di base. L’abbiamo apprezzato non solo per la sua elaborazione, sempre corroborata da una militanza cristallina, ma anche perché sapeva valorizzare la dialettica tra posizioni come promotrice di nuova conoscenza. Nel giorno precedente la sua scomparsa aveva stilato la nota che segue sul valore e il significato particolare dell’Articolo 18, che noi stessi, primi firmatari, gli abbiamo chiesto per rilanciare “collettivamente” i contenuti dell’articolo a due firme: “L’impresa, il lavoro e il cuneo dell’articolo 18” (Il Manifesto 2 ottobre 2014). Considerata la completa convergenza e condivisione dei contenuti, abbiamo chiesto a il manifesto di pubblicarla “post mortem”, con la sua firma – ovviamente – e con quelle che seguono in ordine alfabetico a testimonianza di un patrimonio che vorremmo conservare. Chi condivide e desidera aderire a questa iniziativa, che presuppone una continuità, invii una mail a angelo-ruggeri@alice.it.

L’impresa, il lavoro e il cuneo dell’articolo 18

Al di là delle incertezze e dei funambolismi delle centrali sindacali esitanti a far valere la linea politica culturale della massa dei lavoratori, esistono gruppi combattivi che non si limitano ad una difesa di facciata e corporativa dell’articolo 18, ma sono consapevoli del salto di qualità verificatosi nel passaggio degli anni 60-70 mediante il rafforzamento garantista della posizione dei lavoratori in fabbrica tramite il ruolo assegnato alla magistratura come potere statale, autonomo e interdipendente.

Dossier articolo 18: contro il turnover drogato

Articolo 18

Articolo 18

di Piergiovanni Alleva

Lo scon­tro poli­tico sul Jobs Act sta, con la mani­fe­sta­zione sin­da­cale di sabato scorso, entra nel vivo, ed è dun­que oppor­tuno ricor­dare alcuni punti cen­trali del con­flitto, tenendo conto di ulte­riori ele­menti che emer­gono dalla legge di sta­bi­lità dell’anno 2015:

1) Il primo punto è ovvia­mente quello della per­ma­nenza, oppure, della abro­ga­zione o, al con­tra­rio, dell’estensione a tutti i lavo­ra­tori della fon­da­men­tale norma dell’articolo 18 dello Sta­tuto, della cui valenza pre­ven­zio­ni­stica di licen­zia­menti arbi­trari e anti­ri­cat­ta­to­ria, si è detto più volte, sot­to­li­neando la sua fun­zione di garan­zia della dignità del lavo­ra­tore che rende logica e natu­rale la sua esten­sione e non già la poli­tica della restri­zione o abro­ga­zione che il governo Renzi per­se­gue con molta aggressività.

Le noti­zie di stampa indi­cano lo stru­mento o moda­lità che il governo inten­de­rebbe uti­liz­zare e di cui la legge delega, noto­ria­mente «in bianco», su que­sto argo­mento invece tace: la via è quella di ren­dere insin­da­ca­bile il licen­zia­mento per giu­sti­fi­cato motivo ogget­tivo (o economico-produttivo) che così diver­rebbe una como­dis­sima scap­pa­toia, «tra­ve­stendo» da licen­zia­menti per motivo ogget­tivo, anche i licen­zia­menti in realtà dipen­denti da intenti disci­pli­nari o discriminatori.

L’illusionismo di Matteo Renzi

Matteo Renzi

di Felice Roberto Pizzuti

La politica economica dell’illusionismo praticata dal governo Renzi fin dal suo insediamento viene confermata e accentuata dalla legge di stabilità. L’evoluzione in corso della crisi globale – e specificamente di quella europea – da conto di un contesto internazionale niente affatto favorevole a tentativi approssimati come quelli messi in opera dal nostro governo per curare una situazione particolarmente grave come quella italiana.

L’errore di fondo della manovra governativa sta nel reiterare un approccio inadeguato e incongruente alla natura della crisi. Esso tende a migliorare solo alcune condizioni d’offerta del nostro settore produttivo – limitandosi a ridurre il costo del lavoro ed ad aumentarne la flessibilità – senza curarsi della sua decrescente capacità innovativa che è alla base del nostro declino (non solo economico); invece non affronta in modo efficace il problema, che attualmente è il più urgente, costituito dalle carenze della domanda.

Renzi ha detto agli industriali “vi tolgo l’articolo 18 e i contributi, vi abbasso l’Irap, ora assumete”; ma la manovra del suo governo riduce i costi (e aumenta i profitti) per quelle imprese che già dispongono in qualche misura di una domanda la quale, tuttavia, è largamente insufficiente per impegnare tutte le risorse produttive esistenti e non aumenterà significativamente a seguito della riduzione delle imposte a carico delle imprese e dei diritti dei lavoratori. Anzi, i dati confermano che, pur riducendo il cuneo fiscale e aggiungendo 80 euro in busta paga – ma aumentando la precarietà dei posti di lavoro – i consumi e gli investimenti non crescono.

Emilia Romagna: il modello (distorto) di sviluppo proposto dalla cooperazione

Cgil - Foto di Gianfranco Goria

di Antonio Mattioli, responsabile politiche contrattuali, segreteria Cgil Emilia Romagna

Le dichiarazioni del Presidente Legacoop Emilia Romagna Giovanni Monti, apparse sulla stampa dopo la nostra decisione di proclamare lo Sciopero Generale il prossimo 16 Ottobre, con le quali chiede al sindacato di superare le “esibizioni muscolari” e di collaborare per far ripartire il paese, cadono nel vuoto e si dimostrano già oggi non vere, visto che le cooperative associate alla Lega disdettano i contratti mentre lui si affretta a richiamare la collaborazione tra le parti sociali.

È successo nei mesi scorsi nel settore della distribuzione e ieri nelle cooperative reggiane e modenesi Cormo e Coop Legno, fuse in Open.Co, che con un’azione unilaterale hanno avviato una procedura di recesso dei contratti aziendali, con l’obiettivo di ridurre salario e diritti ai lavoratori.

Mentre noi stiamo proponendo di dare piena applicazione alla legge regionali sugli appalti per alienare le cooperative spurie che operano nell’illegalità e producono dumping contrattuale sulla pelle dei lavoratori, mentre chiediamo di dare continuità al tavolo regionale sulla cooperazione edile per condividere un progetto di riorganizzazione, con il ruolo attivo e disponibile della Regione, in grado di salvaguardare occupazione, prodotto e reddito e di dare una risposta a crisi come quelle della CESI, ITER e TRE ELLE, mentre proponiamo un lavoro comune sul valore della legalità, da parte della Cooperazione riscontriamo la mancata applicazione dei contratti nazionali (in molti casi deve essere ancora integralmente applicato nel settore della logistica il CCNL scaduto nel 2012), l’indisponibilità a riprendere il tavolo regionale sulla cooperazione edile, la disdetta dei contratti collettivi.

Intervento sul lavoro: il “Chop Ac” e l’amputazione delle mani in esubero

Articolo 18

Articolo 18

di Alessandra Daniele

– Come saprete, il vostro collega ha perso una mano in un disgraziato incidente – esordisce in tono compunto il padrone dell’azienda – il governo ha però deciso che è il momento di intervenire, e fare finalmente qualcosa di concreto per combattere le ingiustizie create dagli incidenti sul lavoro.

– Era ora – commenta uno degli operai riuniti nel capannone. Il proprietario annuncia: – Anche a tutti voi sarà amputata una mano. E verrà sostituita con una pinza metallica che vi renderà più efficienti alla catena di montaggio.

Gli operai si scambiano un’occhiata incredula. Il proprietario continua. – Vi garantisco che la rimozione della mano sarà effettuata da un’equipe di chirurghi specialisti in condizioni di assoluta sicurezza sanitaria. E questo è sicuramente molto di più di quanto abbia avuto il vostro collega.

– Di che cazzo sta parlando?

– Del nuovo Chop Act, che prevede l’amputazione delle vostre mani in esubero.

– Ma è una follia da macellai!

Renzi Robin Hood alla rovescia: toglie i diritti al lavoro e toglie le tasse all’impresa

Matteo Renzi

di Piergiovanni Alleva, candidato L’Altra Emilia-Romagna Province di Reggio Emilia e Bologna

Che fare se il tuo capo ti chiede di fare gli straordinari e rifiutarsi, anche se impossibilitati, significa rischiare il posto di lavoro? Che succede se il lavoro diventa una continua sottomissione al proprio superiore? Il governo ha ben pensato di togliere i diritti a tutti invece che estenderli ai tanti che ne sono ingiustamente privi.

L’effetto del Jobs Act di Matteo Renzi è infatti di mettere in una condizione di ulteriore precarietà tutte le lavoratrici e i lavoratori, rendendoli privi di dignità e ricattabili, disposti ad accettare maggior sfruttamento e sotto salario. Il Jobs Act “precarizza” i lavoratori con due strumenti complementari: da una parte con i contratti a termine acausali del decreto Poletti, che consentono al datore di lavoro di assumere un 20% di dipendenti a termine, ricattabili con la minaccia del mancato rinnovo, e dall’altra, per il rimanente 80%, con i “nuovi” contratti a tempo indeterminato, cosiddetti a tutele crescenti, mutilati della fondamentale garanzia dell’articolo 18.

Senza la reintegra in caso di licenziamento ingiustificato, il contratto a tempo indeterminato, infatti, in quanto sempre risolubile, diventa esso stesso precario e il lavoratore pienamente ricattabile. Per converso al di là delle vaghe ed insincere promesse nessun tipo di contratto precario è esplicitamente abolito.

Né il Jobs Act offre ai lavoratori, resi tutti precari, una compensazione in termini di ammortizzatori sociali nonostante la bugiarda propaganda del governo. Gli ammortizzatori sociali verranno drasticamente ridotti: l’indennità di mobilità abolita, la CIG fortemente limitata e l’indennità di disoccupazione resa proporzionale alla contribuzione pregressa (meno si lavorerà meno, paradossalmente, si avrà diritto al sussidio che peraltro viene anche pesantemente tagliato), penalizzando così proprio i precari e i sottoccupati.

Dossier “Articolo 18”: la mutazione genetica del Pd

Articolo 18

Articolo 18

di Rossana Rossanda

Neppure un’incorreggibile gufa come me avrebbe immaginato che Matteo Renzi avrebbe cercato di portare velocemente il Pd verso una mutazione genetica, anche se covava da tempo, forse da quando Achille Occhetto, in qualità di segretario, aveva chiesto il beneficio di inventario nel richiamarsi non alla presa del palazzo d’inverno del 1917, ma alla rivoluzione francese del 1789. La Costituente sì, la Convenzione no. Viva l’abate Sieyès, abbasso Robespierre. Ma sulla Dichiarazione dei diritti erano stati d’accordo tutti, ed è quella che i socialisti Giacomo Brodolini e Gino Giugni hanno portato dentro la fabbrica con lo Statuto dei lavoratori.

Già era stato stupefacente per me che di tutta la direzione del Pd soltanto D’Alema e Bersani hanno dichiarato di non essere d’accordo con l’abolizione dell’articolo 18 e il contatto unico, cosiddetto a tutele crescenti, che costringerebbe ogni nuovo occupato a tre anni di precariato prima di essere regolarmente assunto (e va a vedere se la creatività degli imprenditori italiani non troverà qualche marchingegno per far apparire “nuovo e primo” ogni tipo di contratto), in modo da far transitare tutta la manodopera da un apprendistato a un altro.

Perché gli attuali ragazzi e ragazze del Pd rifiutano perfino che i diritti di un dipendente siano affidati alla terzietà di un giudice, nel caso della risoluzione di un punto delicato come un conflitto di lavoro, piuttosto che a un arbitrato consegnato alla parte sociale dominante? Se non difende il rapporto di lavoro un partito come il Pd, il quale si richiama alle riforme ogni mezz’ora, a che serve?

Le flessibilità che non servono e lo scalpo dell’articolo 18

Articolo 18

Articolo 18

di Paolo Pini

Introduzione

La rappresentazione dell’Ocse dello stato del mercato del lavoro italiano durante la crisi è drammatica. L’Employment Outlook del settembre 2014 lo attesta senza troppe ambiguità. Peraltro nell’intera eurozona la situazione non è molto diversa, se si fa una comparazione con gli Stati Uniti ma anche con i paesi europei fuori dalla moneta unica. L’Ocse giunge a rilevare che troppa flessibilità nel mercato del lavoro, troppi rapporti di lavoro non-standard, precari e mail retribuiti, abbassano la motivazione dei lavoratori ed il loro impegno, peggiorano anche le condizioni di lavoro nell’impresa, ed infine, creano addirittura problemi sulla crescita della produttività.

Anche Mario Draghi governatore della BCE nel suo intervento di fine agosto negli Stati Uniti ha espresso preoccupazione. Draghi ha posto il problema della carenza di domanda, ed ha avanzato anche alcuni importanti distinguo circa la dimensione della disoccupazione strutturale rispetto alla disoccupazione ciclica, giungendo ad affermare che le stime della Commissione Europea sono soggette a molta incertezza ed affidabilità quindi quando si prescrivono politiche economiche dal lato dell’offerta.

Ciononostante, le due istituzioni, OCSE e BCE, non sembrano trarre dalla loro analisi alcune conseguenze importanti, ovvero che insistere sul refrain delle riforme strutturali, sul mercato del lavoro in particolare, non è la politica più adatta per contrastare la crisi ed avviare un percorso di crescita. Anzi insistono sulla necessità di ulteriori interventi per flessibilizzare il lavoro, flessibilizzare gli ingressi ed ancor più le uscite, ovvero rendere più facile i licenziamenti, individuali e collettivi. E quindi l’articolo 18 in Italia ritorna al centro della discussione: la sua definitiva cancellazione dopo la riforma recente del 2012 appare come l’unico risultato che il governo Renzi debba portare al tavolo europeo nel prossimo summit di ottobre sulla disoccupazione.

Dossier “Articolo 18”: l’incredibile paradosso della legge delega

Articolo 18

Articolo 18

di Luigi Mariucci

Sulla legge delega lavoro si sta svolgendo un incredibile paradosso. Nel testo attuale all’esame del Senato non vi è alcuna traccia del riferimento a modifiche dell’articolo 18 né per i nuovi assunti né, tanto meno, per i lavoratori già occupati. Appare quindi ovvio che se Renzi vuole recepire il contenuto dell’odg approvato dalla direzione del PD deve presentare un emendamento. Senonché la componente di destra del governo (Nuovo centrodestra e Scelta civica) sostiene che la legge delega va approvata così com’è perché il suo contenuto generico consentirebbe al governo di agire a piacimento in sede di decreti delegati: il che è l’esatto contrario di quanto prevede la costituzione la quale ovviamente subordina la delega di poteri legislativi al governo alla definizione di ben chiari “principi e criteri direttivi”.

Per la costituzione non può esistere una “delega in bianco”, anzi una delega a doppio senso dato che gli stessi proponenti ne danno interpretazioni di segno opposto. Ma questo pare lasciare del tutto indifferente una parte della componente di governo. Costoro sembrano pensare che quello che conta non è il dato della legalità formale ma quello sostanziale: si porta a casa il risultato “politico”, lo sfondamento culturale per cui si vuole tradurre in senso comune l’ignobile parallelo tra articolo 18 e apartheid, per poi agitare davanti alla commissione europea la bandiera della “riforma strutturale”. Pazienza, se poi tra qualche anno la Corte costituzionale dovesse dichiarare l’incostituzionalità dei decreti legislativi adottati in assenza di delega: la cosa sarà ormai andata in cavalleria e comunque si potrà sempre prendersela con l’invadenza dei giudici.

Dossier “Articolo 18”: precarietà, come ci sta con professionalità, competenza ed esperienza?

Articolo 18

Articolo 18

di Gianni Marchetto, agosto 2014

Personalmente vengo da aziende di operai di mestiere (Fiat Comau). Quando vi lavoravo avevo notato che ogni tanto qualcuno andava in Direzione per dare le dimissioni. Una parte di questi operai (e anche di tecnici) poi rimanevano. Chi erano costoro? Erano tra i più bravi. E usavano le “dimissioni” come arma di “ricatto” nei confronti della Direzione per avere aumenti di salario, avanzamenti di carriera, ecc. Ovviamente la Direzione ci stava per non perdere della professionalità e delle competenze acquisite in anni e anni di esperienza. Per avere un operaio provetto o un tecnico capace, autonomo, ci vanno anni e anni di accumulo di esperienza lavorativa.

Domanda: nei lavori di “fino”, quelli di qualità, quelli a cui si richiede il massimo di autonomia e di professionalità, nella epoca attuale cosa è cambiato? C’è stato un mutamento sostanziale con l’introduzione della informatica, arricchendolo (il lavoro), ma il contenuto del lavoro qualificato, della prestazione non è per nulla cambiato.

La flessibilità del lavoratore, quella ricercata dal soggetto era nei fatti un ACCUMULO di esperienza che il lavoratore faceva magari in diverse imprese, ma sempre sulla stessa professionalità: aggiustatore, stampista, tracciatore, addetto alle macchine (a Controllo Numerico, frese, torni, ecc.). Evidentemente chi ne traeva profitto era il lavoratore stesso ma anche l’ultimo imprenditore che gli dava lavoro.