Pane e pace: la vera storia dell’8 marzo

di Florelle, Pasionaria.it

Ormai in Italia l’International Women Day, cioè la Giornata internazionale delle Donne, è diventata per tante una ricorrenza commerciale come molte altre (San Valentino, la festa della mamma, la festa del papà…) senza più alcuna valenza politica. È il giorno per “uscire da sole con le amiche” (come se ci fosse bisogno del permesso del partner per farlo o bisognasse aspettare un giorno apposito): si va a mangiare, magari si va a vedere qualche spogliarello (anche lì: come se per l’otto marzo ci fosse una deroga speciale alla regola della “casta matrona”, sia mai che una donna consumi il corpo di un uomo in un altro giorno).

Ma anche chi sa che l’anniversario nasce con una valenza politica (che in molti altri paesi conserva), raramente conosce la storia di questa giornata, che dal 1975 l’Onu fissa come celebrazione l’otto di marzo ma dal 1977 con una risoluzione concede agli stati membri di celebrare anche in date diverse, a seconda delle diverse tradizioni nazionali.
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Le violenze maschili contro le donne: l’insoddisfacente logica della punizione

di Maria (Milli) Virgilio

Ha suscitato immediate proteste la riforma in senso favorevole al condannato della sentenza nei confronti di un uomo che aveva assassinato la sua compagna per “gelosia”. Così aveva motivato il suo gesto. Da 30 a 16 anni di reclusione il salto è forte.

Il Giudice della udienza preliminare di Rimini aveva condannato a 30 anni. A questa pena era arrivato ritenendo l’assassino responsabile di omicidio, aggravato per aver agito per motivi abietti o futili. La pena prevista per questo caso è quella dell’ergastolo, ma l’imputato aveva chiesto di procedere con il giudizio abbreviato, e questo comporta che l’ergastolo sia sostituito per legge dalla reclusione a trenta anni.

È una specie di sconto/premio che viene attribuito a chi chiede di procedere senza dibattimento, cioè più velocemente, sulla base dei soli atti di indagine. Era stata solo chiesta dalla difesa una perizia psichiatrica per valutare se l’imputato fosse al momento del fatto incapace di intendere e di volere, e dunque non imputabile e non punibile. Il perito psichiatra forense nominato dal giudice aveva escluso ogni causa di non punibilità, anche se aveva affermato che l’assassino aveva agito in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Tale condizione era stata del tutto irrilevante per il giudice della prima sentenza, ma non è stato così per la Corte d’assise d’appello di Bologna.
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Rita Segato: “Il problema della violenza sessuale è politico, non morale”

di Mariana Carbajal, traduzione italiana di Miguel Mellino per il sito Decoknow

Secondo l’antropologa Rita Segato, la rappresentazione della violenza sessuale sui media comporta molti pericoli, primo tra tutti quello di de-politicizzare il cambiamento che sta avvenendo nella struttura del patriarcato.

Come interpreti ciò che sta accadendo dopo la denuncia di Thelma Fardin?

Credo sia fondamentale vincolarlo con quanto è accaduto due settimane fa con la sentenza sul femminicidio di Lucia Perez, in cui un tribunale dichiarava che non vi era stato alcun rapporto di potere tra due uomini adulti che hanno fornito della droga a un’adolescente. La società che si è scandalizzata perché un’altra adolescente, della stessa età di Lucia, è stata violentata da un uomo adulto e con più potere, sta dicendo a quei giudici di Mar del Plata che si sono sbagliati e che hanno tradito le attese della società in rapporto alla giustizia. Mi sembra particolarmente importante mettere in rapporto questi due fatti. In secondo luogo, stiamo vedendo che la società argentina viene costantemente avvertita riguardo tali questioni, è divenuta sempre più sensibile nei confronti delle aggressioni, delle molestie e delle diverse forme di abuso di genere, e questa è una buona notizia.
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Fate come il camaleonte: un occhio al passato e un occhio al futuro

di Vittorio Capecchi

Un proverbio del Madagascar

Il camaleonte, molto diffuso nel Madagascar, ha tre caratteristiche che fanno di questo piccolo rettile squamato (è lungo dai 3 ai 60 centimetri) un attore molto particolare. La sua caratteristica più nota è quella del mimetismo per cui cambia colore a seconda del suo stato emotivo: se è tranquillo assume il suo tipico colore verde, mentre se è agitato assume una colorazione rosso arancio e può mimetizzarsi col fogliame o i tronchi d’albero.

Su di un tronco (agitato perché ha fame) resta in attesa che voli sopra di lui un piccolo insetto. A questo punto interviene la sua seconda straordinaria caratteristica: una lingua, che è due volte la sua lunghezza (chi scrive è alto 1,96 e, se fosse un camaleonte, avrebbe una lingua di quasi 4 metri) e che scaglia sulla preda con grande precisione e velocità. Il suo muco vischioso e appiccicoso blocca l’insetto che viene portato alla bocca per poterlo mangiare. La terza caratteristica del camaleonte sono gli occhi indipendenti che vedono in direzioni diverse (a 360 gradi) convergendo solo quando il camaleonte vuole catturare una preda. Di queste tre caratteristiche gli occhi indipendenti hanno favorito la diffusione di un proverbio nel Madagascar: “Fate come il camaleonte, un occhio al passato e un occhio al futuro”.
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Un passo falso: Francesco e l'”hate spech” nei confronti delle donne

di Guido Viale

Sabato 13 ottobre ho avuto la fortuna di partecipare allo straordinario corteo di Nonunadimeno contro la delibera comunale che ha proclamato Verona “città della vita”. Il successo dell’iniziativa, quasi ignorata dai media, mi conferma nella convinzione che i movimenti delle donne costituiscono oggi uno dei nuclei fondamentali di resistenza all’ondata reazionaria, autoritaria e razzista che sta investendo non solo il nostro paese, ma un po’ tutto il mondo.

Lo sono sia per la loro dimensione internazionale, che è l’unico terreno su cui oggi si possono intraprendere delle battaglie vincenti, sia, soprattutto perché in questa come in altre mobilitazioni indette da donne, il bersaglio, pienamente centrato, è la restaurazione della famiglia patriarcale come vincolo all’autonomia della persona e modello per riaffermare la sacralità del “terribile diritto” di proprietà: innanzitutto del “capofamiglia” sulle proprie donne (quasi sempre più di una, ancorché tenute nascoste, anche nelle famiglie più tradizionali); ma modello anche di tutte le altre forme di proprietà, compresa quella sulla “propria” patria (termine la cui allitterazione con patriarcato non è casuale, come è già stato fatto notare); ciò che fa dello straniero, del migrante, del profugo un nemico contro cui muovere guerra senza alcuna pietà per la sorte a cui lo si condanna.
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La chiesa, lo stato e la libertà di scelta delle donne

di Rossana Rossanda

Anche io partecipo alla protesta delle amiche che si sono indignate per la scelta del Comune di Verona e della rappresentante del Pd in esso: toccare la legge 194 significa abolire tutto quel che si è cercato di fare per difendere le donne dagli aborti clandestini; e si è fatto poco perché la 194 permette comunque quella libertà di coscienza del medico attraverso la quale passa il modo di eluderla. Essa va assolutamente tenuta ferma.

Nel medesimo tempo penso che vada precisato un argomento sul quale non concordo con le mie amiche. Non penso infatti sia corretto dichiarare che l’aborto è un atto medico come levarsi un dente. Io non sono mai rimasta incinta, quindi il problema per me non si è posto, ma ho visto parecchie mie più giovani compagne doverlo affrontare: per nessuna è stato semplicissimo.

Nel caso dell’aborto ci sono due possibili soggetti di fronte, da un lato una donna, in genere giovane ma perfettamente in grado di intendere e volere, che conosce le difficoltà cui la mette di fronte un figlio non desiderato, difficoltà finanziarie per nutrirlo e allevarlo fino a quando non sarà in grado a provvedervi da sé. Perlopiù il compagno che ha partecipato alla fecondazione non se ne interessa.
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Una magnifica ossessione: il corpo (sociale) delle donne

di Silvia Napoli

Se il secolo scorso ci è parso una pericolosa montagna russa costellata di catastrofi e violenze, ma anche di tante conquiste sul piano di diritti civili e sociali, lo scenario di questo inizio Millennio si mostra crepuscolare e insidioso, costruito com’è su una sorta di smemoratezza collettiva, che rende faticoso ricostruire e riprendere fili di discorso.

Il controllo su tutte le forme di devianza e dunque di marginalità, di fragilità sociale, diventa centrale per accreditare l’idea di comunità pacificate, quantunque dalle identità incerte e tutt’altro che coese. In questo contesto di pluridifferenze e diversità talvolta esplosive, la differenza di genere, meglio, di generi, rimane un campo di battaglia e di gioco apertissimo per le soggettività, sempre conflittuali ad una idea di obbedienza e rispetto ad un presunto canone medio.

Da tempo è opinione e conoscenza condivisa che il corpo femminile sia territorio per eccellenza della oggettivazione da parte di Saperi e Poteri di stampo patriarcale. Le forme di tale negazione di soggettività sono davvero molteplici, sempre rinnovate e sempre tese ad una volontà di controllo sui complessi intrecci tra quelli che marxianamente si definirebbero rapporti di produzione e riproduzione.
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Aborto e legge 194, la lezione delle donne di Napoli

di Eleonora Cirant

L’azienda sanitaria locale stipula una convenzione per l’insediamento di un’associazione cattolica antiabortista nei consultori pubblici e nei reparti ospedalieri di interruzione volontaria di gravidanza, ma un gruppo di associazioni femminili e femministe fa un esposto alla Procura e la convenzione viene revocata con effetto immediato.

È accaduto a Napoli. Era del 14 agosto scorso la delibera n. 1713 con cui Mario Forlenza, Direttore generale dell’Asl Napoli 1, rendeva esecutiva la convenzione stipulata con l’Associazione Parrocchia per la vita, che avrebbe potuto svolgere la propria attività sia nei reparti di interruzione di gravidanza degli Ospedali S. Paolo e Loreto nuovo di Napoli, che nei consultori di competenza.

La Parrocchia per la vita avrebbe fornito gratuitamente alle gestanti «assistenza materiale, morale, psicologica e spirituale, preoccupandosi altresì di estendere il sostegno anche ai bambini sottratti all’interruzione di gravidanza, aiutandoli nel sostentamento e nella crescita». Avrebbe inoltre offerto «aiuto nella individuazione di strumenti, anche finanziari, che possono incentivare in ogni caso la scelta della vita» ed avrebbe operato per la «diffusione della cultura della sepoltura dei prodotti del concepimento in aderenza alla delibera della Giunta regionale n. 108/2012, fornendo ogni opportuna informazione ai genitori ed aiuto, possibilmente anche economico, per la raccolta nel cimitero».
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Le democrazie sono imperfette

di Gianfranco Pasquino

Alle democrazie manca sempre qualcosa. È giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo. Democratico è quello che deve essere soggetto al controllo del popolo: governanti, rappresentanti, assemblee elettive, leggi, non, però, la burocrazia, le Forze Armate, la magistratura, le istituzioni scolastiche che debbono rispondere a criteri di efficienza ed efficacia, di conseguimento degli obiettivi decisi dai rappresentanti e dai governanti. Il popolo deciderà poi se, come, quando fare circolare quei rappresentanti e governanti, cambiarli, meglio non usando il criterio burocratico del limite ai mandati tranne per le cariche elettive di governo che hanno la possibilità di sfruttare il loro potere per influenzare la propria rielezione.

La democrazia riguarda esclusivamente la sfera politica, quella nella quale si affida a qualcuno il potere di decidere “secondo le forme e i limiti della Costituzione”. È ciascuna Costituzione a stabilire quelle forme e i relativi limiti. Qualcuno deve arbitrare relativamente alle forme e ai limiti. Dalla Costituzione Usa in poi quel qualcuno è una Corte costituzionale, il “giudice delle leggi”, la cui esistenza e la cui attività non vanno a scapito della democrazia tranne quella interpretata in chiave populista dove il popolo deciderebbe tutto con il suo voto, a prescindere dalle forme e dai limiti, finendo spesso nelle braccia di leader populisti e demagoghi e con loro fuoriuscendo dalla democrazia.
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Donne della Repubblica

Quel giorno, il 2 giugno 1946, per le italiane

di Cristiana di San Marzano

Per ricordare il 2 giugno si può partire da una foto ormai ingiallita che riproduce una pagina della Domenica del Corriere dell’estate del 1946. Spesso pubblicata quando si parla della nascita della Repubblica italiana, quella pagina riporta tante faccine di donne, 21 per l’esattezza, le elette all’assemblea costituente. Una minoranza rispetto ai 535 uomini, ma comunque un buon risultato se si considera che fino ad allora alle donne italiane era persino vietato votare, figurarsi entrare in Parlamento.

Cinque di loro (Nilde Iotti, Teresa Noce, Lina Merlin, Maria Federici, Ottavia Penna Buscemi) andranno poi a fare parte della ristretta commissione dei 75 incaricata di elaborare il progetto di Costituzione. Non un contentino per tenersele buone, un fiore all’occhiello in un Parlamento maschilista per tradizione e vocazione culturale: le cinque neo deputate erano poco plasmabili ai desiderata e agli ordini di scuderia dei rispettivi partiti. Con competenza e decisione, nel corso delle lunghe sedute, diedero battaglia per difendere i diritti che le donne volevano finalmente riconosciuti. Merlin riuscì a fare inserire all’articolo 3 della Costituzione quella fondamentale frase, “senza distinzione di sesso” che è stata, e lo è ancora oggi, alla base di ogni rivendicazione etica e giuridica per il rispetto e l’osservanza delle pari opportunità.

Eppure, quando si parla di nascita della Repubblica Italiana si preferisce evocare i grandi padri, spesso addirittura si ignora che ci fu anche un protagonismo femminile. Donne che nell’antifascismo e poi nella Resistenza hanno lottato in prima persona e non solo per la libertà del Paese, ma anche per accelerare il processo di emancipazione femminile e affermare un’identità di genere.
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