Un nuovo libro di storia: la moneta mondiale digitalizzata privata

di Riccardo Petrella L’annuncio della creazione di una moneta mondiale digitale privata il Libra, da parte di Facebook e 27 altre maggiori imprese multinazionali (statunitensi) [1] non ha fatto bomba. Nel comunicato ufficiale di Facebook si legge: “Tramite Calibra, sarà possibile risparmiare, inviare e pagare con Libra. (…) Calibra permetterà di trasferire dei Libra a […]

Nadia Urbinati: il populismo? Non è fascismo e poi le democrazie sono “elastiche”

di Stefano Vaccara e Giulia Pozzi La Columbia University di New York, si sa, vanta una illustre tradizione di politologia e studio della democrazia, che non ha mai disdegnato di analizzare, da oltreoceano, le vicende che caratterizzano la nostra bella Italia. Per anni, in proposito interveniva l’indimenticato professore Giovanni Sartori, autore di pamphlet che scuotevano […]

Trump, la Cina e la globalizzazione

di Lorenzo Battisti, dipartimento esteri Pci e Pci di Parigi Trump viene accusato da tempo di aver posto fine alla “magica” globalizzazione. In realtà le sue politiche sono il risultato dei nuovi equilibri mondiali generati dall’emersione dei Brics e in particolare dallo sviluppo economico e politico della Cina. La globalizzazione e il neoliberismo: la fase […]

Vince Trump: un G20 da dimenticare

di Alfredo Somoza

Si è chiuso a Buenos Aires il tredicesimo vertice del G20 senza concludere, come previsto, praticamente nulla. Un successo quindi per Donald Trump, che riesce a evitare condanne per i dazi che sta introducendo dall’inizio dell’anno per colpire i concorrenti dell’industria statunitense. Anche sul cambio climatico Trump fa inserire una specifica sul fatto che gli USA confermano l’uscita dall’Accordo per il clima, pur impegnandosi a fare bene da soli (!).

Su migranti e profughi aria fritta. Anche la Cina canta, più modestamente vittoria, per avere strappato a Trump 3 mesi di moratoria per l’avvio dei dazi che dovrebbero colpire il loro export negli USA in attesa “di svolgere negoziati”. Negoziato, quella parola che irrita tanto l’inquilino della Casa Bianca, come si evince dal suo volto (rispetto a quello di Xi Jinping) nella cena che hanno condiviso a Buenos Aires

A Buenos Aires si sono anche misurate le distanze e le vicinanze tra i capi di Stato. Trump che ha evitato di incrociare Putin, ma ha sorriso apertamente al principe saudita Bin Salman. La signora May che per la prima volta dopo la guerra delle Falklands ha incontrato un presidente argentino. Emanuel Macron che per un disguido del protocollo viene ricevuto all’aeroporto soltanto da un impiegato aeroportuale che indossa un gillet giallo.
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Donald Trump

Da Trump ai 5S, la critica a senso unico

di Nadia Urbinati

Circola sui giornali americani una gustosa immagine del presidente Trump: “Non è che a lui non piaccia la politica partigiana, a lui non piacciono gli altri partigiani”. Non ci potrebbe essere pennellata più efficace per tratteggiare i caratteri dell’iper-partigiano, la figura che meglio descrive i populisti al governo. Leader che quando stavano all’opposizione, si stracciavano le vesti per denunciare anche la più piccola smagliatura del comportamento della maggioranza. Amici della critica senza se e senza ma.

Ottima cosa la democrazia, perché non consente a chi governa di dormire sonni tranquilli. Ottima cosa, anche perché non fa distinzione: chiunque sta al potere è oggetto di sorveglianza e critica. E qui si vede la stoffa del democratico. A Trump come ai nostri pentastellati piace il gioco della critica solo a patto che sia unidirezionale: da loro contro gli altri. Il senso contrario di marcia li infastidisce. E allora sparano offese e minacce. Amici della critica fino a quando a criticare erano loro. Trump ha revocato al gionalista della Cnn il permesso di partecipare alla consueta conferenza stampa, reo di aver chiesto al presidente che cosa intedeva fare con la carovana di migranti che, partiti a piedi dall’America Centrale alcune settimane fa, arriveranno alle frontiere statunitensi a fine novembre.
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Il midterm fotografa un’America spaccata e polarizzata

di Marina Catucci

Il risultato delle elezioni di midterm 2018 ha confermato le aspettative: i repubblicani si sono rafforzati al Senato, ed i democratici hanno conquistato la Camera con un ampio margine. Alcune perdite, per entrambe le parti, sono state brucianti; i democratici hanno dovuto incassare le sconfitte dei candidati governatori in Ohio ma sopratutto in Florida, dove sembrava cosa fatta, ed in Georgia, mentre in Illinois, Kansas, Maine, New Mexico e Michigan, i candidati repubblicani hanno perso contro i democratici.

I democratici hanno vinto anche le sfide elettorali del Senato e del governatore in Wisconsin e in Pennsylvania, Stati che erano stati decisivi per Trump nel 2016. Diversa la votazione in Texas, dove una vittoria di Beto O’Rourke non era mai sembrata davvero probabile, e il fatto che il sindaco di El Paso abbia insidiato così da vicino il regno di Ted Cruz già sembra una notizia sorprendente. “I’m so fucking proud of you” sono così fottutamente fiero di voi, ha detto in diretta nazionale O’Rourke ai suoi sostenitori, durante un discorso di concessione della vittoria che già risuonava di presidenziali 2020.

Che comunque qualcosa in Texas si stia muovendo lo dimostrano le vittorie di Veronica Escobar e Sylvia Garcia, prime donne di origine latinoamericana a rappresentare il Texas nella Camera dei rappresentanti, in uno Stato con una popolazione ispanica vicina al 40%. Non ha fatto il discorso di concessione, invece, Stacy Abrams in Georgia, ed ha suggerito che la corsa sarebbe stata inquinata, visto che migliaia di elettori hanno denunciato che il malfunzionamento delle macchine per il voto. “Bisogna dico fare i voti – ha detto Abrams – Crediamo che la nostra possibilità per una Georgia forte sia a portata di mano, ma non possiamo saperlo fino a quando tutte le voci saranno state sentite”.
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Appunti di viaggio: e poi cosa resterà? – Terza parte

di Silvia R. Lolli

Negli Usa sembra di essere in Italia, dopo la prima e la seconda elezione di Berlusconi. Oggi, alla vigilia delle elezioni definite di metà mandato, sembra che nessuno abbia votato Trump. Quasi tutte le persone incontrate hanno manifestato di non avere nessuna stima per questo presidente; a questo punto non ci sentiamo di definirlo “loro”. Anche da noi con le accuse, i processi, ma per la verità soprattutto dopo gli scandali sulle escort, sembrava che le elezioni di Berlusconi fossero avvenute casualmente.

Per Trump un po’ lo è stato, ricordiamo il numero di voti assoluti ricevuto, minore rispetto alla Clinton; anche in questo le somiglianze: noi siamo i maestri a conoscere ed applicare le alchimie politiche prodotte per le elezioni e sappiamo ormai che quando i pochi decidono, tutto va bene; se poi le regole non portano ad una vera democrazia, fa lo stesso. Anche in Usa sembra ci sia qualche scandalo da tener nascosto simile a quello che aveva quasi causato l’impeachment a Clinton.

Un cittadino americano con famiglia originaria del centro America spiegandoci cosa si pensa del problema, ha definito Trump una marionetta in mano a Putin che lo sta tenendo sotto ricatto. Forse la politica ha sempre avuto questi “scuri”, ma ci sembra che il livello scenda sempre di più ed il pericolo per la maggioranza delle persone del mondo si dimostri già elevatissimo.
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Migranti, serve un nuovo patto Ue

di Alfiero Grandi

Le grida di Salvini tentano di coprire l’assenza dei (suoi) risultati e di mettere in ombra alcuni ottenuti da Conte come la ripartizione in altri Paesi Ue dei migranti di un barcone, è l’opinione condivisibile di Stefano Feltri. Malgrado non ci sia pericolo di invasione e il numero dei migranti sia crollato, la Lega alza sempre più i toni e Salvini cerca di affermarsi come uomo forte del governo. Ci riesce fin troppo. I toni moderati di Conte non bastano, per riuscire a contrastare la Lega occorre che Di Maio e i 5Stelle esprimano una posizione diversa, superando un ruolo fin troppo subalterno, superando una divisione dei compiti e aprendo un confronto esplicito sui migranti.

Certo, l’Italia ha altri, seri problemi. La rachitica ripresa economica sta già rallentando ed è indispensabile una strategia di rilancio e per reagire al rischio declino l’Italia ha bisogno di una quota di lavoratori stranieri. Gran parte degli immigrati farà lavori che gli italiani non vogliono fare e questo convive con i giovani che non trovano in Italia una risposta coerente con la loro formazione, che è costata alla collettività somme ingenti. Il lavoro degli stranieri subisce uno sfruttamento inaccettabile, condizioni di vita inumane in ghetti invivibili, fonte di tensioni con aree della popolazione a contatto con questo degrado.

I rifugiati hanno diritto d’asilo, ma c’è anche una storia di flussi di immigrazione controllata, motivata da ragioni economiche, da ricongiungimenti familiari, ecc. Queste esperienze sono saltate, ne resistono aree limitate. Una recente legge di iniziativa popolare propone una versione aggiornata dei flussi programmati di immigrazione, responsabilizzando chi chiede manodopera.
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Così i social hanno stravolto la politica

di Vincenzo Vita

È stata presentata nei giorni scorsi a Roma, presso la Fondazione Basso, un’importante ricerca su «Persuasori social trasparenza e democrazia nelle campagne elettorali digitali», curata dal Nexa Center for Internet & Society del Politecnico di Torino, dal Centro per la riforma dello stato e dalla Fondazione P&R.

Il comitato di indirizzo del progetto è costituito da Juan Carlos De Martin, Giulio De Petra e Roberto Polillo, mentre il laboratorio ha avuto come coordinatori Fabio Chiusi, Antonio Santangelo e Francesco Marchianò. Il documento tratteggia, sulla scorta di contributi forniti dagli stakeholder e attraverso interviste individuali effettuate dal team del progetto (Punto Zero), le novità delle campagne elettorali dell’era digitale. L’età «post-mediatica», vale a dire quella seguita alla stagione della comunicazione tradizionale.

Quando una politica più forte si rifletteva nel cuore dei mezzi analogici: determinati nel tempo e nello spazio, unidirezionali e rivolti a pubblici «generalisti». La rivoluzione «fredda» della rete e della connessione permanente ha radicalmente cambiato l’ordine degli addendi. Dal consumo massificato, alla persuasione personalizzata.
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La guerra tra chi la “fake” più grossa

di Vincenzo Vita

Come è stato ricordato nel convegno in suo onore tenutosi lo scorso lunedì alla camera dei deputati, Stefano Rodotà aveva già ampiamente anticipato e descritto vent’anni fa – nell’efficace volume dedicato alla «Tecnopolitica» – la dialettica contraddittoria della rete. Dove il bene e il male si intrecciano, le enormi potenzialità cognitive si specchiano nella «digitalizzazione» delle menzogne. Dove discernere tra il vero, il verosimile, l’errore colposo e il falso doloso non sempre è agevole.

Rodotà evocava nel testo l’urgenza di una cittadinanza dell’era elettronica e ci ricordava che il rischio si associa all’innovazione. Ecco, la discussione improvvisamente lievitata sulle fake news va ricollocata nei suoi termini reali, per non diventare la solita fiammata transeunte ed effimera. Con l’ennesima proposta di legge annunciata (dal partito democratico) come se già non esistesse un complesso di norme spesso inapplicate; e con la forza comiziale di Renzi alla Leopolda dedicata proprio all’argomento del giorno: impaginato più in alto dei veri drammi italiani.

E ci mancava una campagna elettorale a colpi di «la mia fake lava più bianco della tua», con i duellanti piddini e pentastellati cui qualche buontempone deve aver consigliato di scegliere tale item per raccogliere voti. C’è da dubitarne. La fake delle fake è quella che vede complotti dovunque e ritiene vincente Trump per le mail o i tweet del Cremlino. O che ritiene un servizio di un italiano sul New York Times la prova della regina.
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