Ministro Bussetti, cinque consigli per cambiare la scuola. Da un’insegnante

di Aurora Di Benedetto

Egregio signor ministro Marco Bussetti, da giovane docente della scuola primaria le auguro buon lavoro e mi permetto di segnalarle qualcosa che secondo me non dovrebbe essere cambiato ma difeso e attuato e qualche cambiamento che riterrei opportuno introdurre. Quello che non cambierei sono le Indicazioni nazionali per il curricolo.

Esse portano avanti un’idea di scuola moderna ispirata alle migliori e sperimentate teorie pedagogiche. Una scuola che deve porre al centro al centro il bambino rendendolo protagonista del suo apprendimento attraverso esperienze significative e la riflessione su quelle esperienze. Insomma, per farla breve, esse configurano la scuola come a mio avviso dovrebbe essere e ancora non è. Ora mi accingo ad elencarle delle piccole modifiche nella struttura organizzativa della scuola.
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Sinistra, serve una battaglia di civiltà per rifondare la scuola

di Anna Angelucci

Partiamo da un dato di realtà: l’attuazione della legge 107, per tutti la “buona scuola”, violentemente imposta al paese da Matteo Renzi e dal Partito Democratico nel 2015, si sta consumando nell’inerzia di una rassegnata e passiva accettazione da parte di insegnanti e studenti [1], contrari soprattutto ai tre aspetti più cogenti del provvedimento – chiamata diretta, bonus premiale e alternanza scuola-lavoro, lesivi di norme e principi costituzionali – ma incapaci di elaborare un’efficace strategia di mobilitazione, opposizione e contrasto.

Al netto di reazioni di protesta a macchia di leopardo – che hanno visto alcune scuole devolvere il bonus ad attività filantropiche o utilizzarlo come parte del fondo d’istituto, oppure rifiutarsi di stilare una lista di requisiti per selezionare i docenti più ‘adatti’ – una reazione politica compatta, forte, necessariamente unitaria e condivisa a livello nazionale, alla legge che sta distruggendo il sistema scolastico italiano indubbiamente non c’è.
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Scuola: elogio del docente “contrastivo”

La buona scuola che non vogliamo
La buona scuola che non vogliamo
di Marina Boscaino

Mi presento. Sono la tipica docente contrastiva. Una di quelle che – nel fantasioso linguaggio della Anp, Associazione Nazionale Dirigenti ed Alte Professionalità – come si evince da una slide di “formazione” del nuovo dirigente scolastico (quello a cui la legge 107/15 – la Buona Scuola – assegna il ruolo di reclutatore, valutatore ed elargitore del bonus che premia il merito, stravolgendo la ratio inclusiva e la vocazione democratica e quindi collegiale della scuola della Repubblica) crea potenzialmente problemi all’istituto e quindi deve/può essere allontanata.

Cosa vuol dire? Vuol dire che non sono docile, malleabile, indecisa, impaurita dalle gerarchie, schiacciata dal timore del potere. Perché sarebbe così che ci vorrebbero: servi, esecutori, incapaci di rivendicare la libertà di insegnamento e le proprie prerogative non solo professionali ma civili, yes wo/men di personaggi che sono per lo più stati cooptati dall’amministrazione (che li ha addestrati sul Toyota Management System, con l’avallo di Treelle e Fondazione Agnelli, per dirigere – pensate! – delle scuole) e li ha reclutati attraverso procedure concorsuali controverse, dai risvolti poco chiari, con prove a dir poco opinabili. Nonché costosi corsi di formazione, di cui la stessa Anp è organizzatrice, of course.

Sono una docente contrastiva per vocazione e temperamento. E lo sono non per partito preso, ma perché rispondo direttamente al mandato costituzionale che ho assunto nel momento in cui ho iniziato a lavorare nelle scuole: il rispetto di quei principi mi ha resa autorevole e dialettica con i miei studenti, preparata nelle mie discipline, intransigente verso un “nuovo che avanza” che di quei principi fa carne di porco.
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Ancora una riforma della scuola?

Costituzione e scuoladi Silvia R. Lolli

Gli annunci di questi giorni sulle riforme che saranno approntate a breve, da parte di un Matteo Renzi saltellante tra impegni vacanzieri e visite lampo in territori di guerra per sondare in prima persona situazioni di politica estera, ci pongono qualche problema. In particolare è l’annuncio dell’ennesima riforma della scuola che avviene in questi ultimi 25 anni a metterci in allarme come insegnanti. Qualche domanda. È possibile che ogni nuovo ministro debba sentirsi in diritto di proporre una riforma? Che cosa conosce il Ministero dell’Istruzione sugli effetti dell’ultima riforma?

Ci permettiamo di dubitare che ci siano le necessarie, approfondite, conoscenze circa gli effetti delle riforme precedenti, da quella di Berlinguer a quella della Gelmini. Quella di Berlinguer poi si è proposta per gradi, quindi è stata fin dall’inizio una riforma azzoppata, sulla quale la Moratti ha potuto intervenire facilmente per organizzare una vera controriforma, ma lasciando la novità dell’autonomia giuridica, per nulla economica, così da destabilizzare meglio il sistema scolastico nazionale. Quanti consulenti sono entrati negli uffici ministeriali sia centrali sia periferici con i governi Berlusconi? Non si vuol far sapere? Magari oggi sono entrati nei ranghi grazie a concorsi ad hoc?

La destabilizzazione delle istituzioni pubbliche si è fatta annullando per anni la possibilità di concorsi pubblici, come recita la nostra bistrattata Costituzione, ma mettendo a contratto consulenti di vario tipo. Abbiamo visto che le maggiori economie che questo Ministero ha portato avanti negli anni si sono avute soltanto per i tagli lineari alla scuola statale, non certo per i tagli dei consulenti, oppure per i tagli di aziende costruite appositamente dagli stessi parlamentari, a loro beneficio. Che dire dell’agenzia che prepara i concorsi per dirigenti e per docenti e che per giunta sbaglia anche le domande dei test. Si dovrebbero scrivere tutti i giorni i nomi di chi sta dietro queste aziende ed invitiamo a farlo.
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Alma Mater Studiorum - Foto di Nicola

Università di Bologna, addio alle vecchie facoltà. Benvenuto al nuovo: caos e risposte inevase dai vertici

di Sergio Brasini

Martedì 16 ottobre 2012 è una data da non dimenticare, che segna una svolta importante nella vita plurisecolare dell’Alma Mater Studiorum. Infatti, in applicazione del nuovo statuto e delle deliberazioni degli organi accademici, si spengono oggi le 23 facoltà e prendono vita le 11 scuole, comprensive di presidenze e vice presidenze, così come concludono il loro percorso le vecchie strutture dipartimentali per fare spazio ufficialmente e definitivamente alle nuove 33.

La riorganizzazione dell’ateneo di Bologna è profonda e coinvolge intensamente tutte le sue componenti (docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo in primis). Poiché l’approvazione finale del nuovo statuto è avvenuta circa un anno fa, sarebbe stato lecito attendersi da parte dell’attuale governance di Unibo una cura minuziosa e un’attenzione capillare nel dare attuazione al passaggio al nuovo modello di organizzazione, anche in virtù delle rigide scadenze interne autonomamente fissate dagli organi.

Spiace molto constatare invece che il caos prevale tuttora sull’ordine e che il disorientamento ha il sopravvento sulla consapevolezza di sé e del proprio ruolo. In questi ultimi mesi vi è stato un formidabile deficit di comunicazione interna da parte dei vertici istituzionali dell’ateneo nei confronti dell’ampia ed eterogenea comunità accademica. Sono mancati più di ogni altra cosa coinvolgimento, empatia e condivisione degli obiettivi.
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