SantiagoItalia, il docufilm di Nanni Moretti avverte: “L’Italia di oggi ricorda il Cile di allora”

di Sergio Caserta

Quarantacinque anni dopo il golpe in Cile che eliminò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende instaurando una sanguinaria dittatura militare, Nanni Moretti torna con un docufilm incentrato sulle vicende di allora, analizza il carattere brutale della repressione e si sofferma, attraverso numerose interviste a ex profughi cileni, sul rapporto tra questi rifugiati e il nostro Paese.

Allora un esperimento estremamente innovativo come il primo governo socialista in un importante Paese del Sudamerica, se si esclude Cuba, aveva suscitato la reazione immediata della destra statunitense e il presidente Richard Nixon varò l’operazione segreta denominata “Condor”, che aveva lo scopo di neutralizzare tutti i “focolai” di sinistra che si andavano sviluppando nel continente latino-americano, quindi in primo luogo l’abbattimento del governo cileno. L’Italia accolse molti rifugiati cileni e un moto di solidarietà si diffuse in tutto il Paese, un’Italia civile che viveva la fase forse migliore dopo la caduta del fascismo, la guerra e l’avvento della repubblica democratica.
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L’attuale dialettica fra razzismo istituzionale e razzismo popolare. Forse la storia può insegnarci qualcosa…

di Annamaria Rivera

La vicenda degli ostaggi sequestrati sulla nave “U. Diciotti” della Guardia costiera italiana, l’incontro ufficiale, a Milano, tra Salvini e Orbán (che lo ha definito “il mio eroe”), il tono sprezzante verso la magistratura col quale il primo ha commentato la notizia della sua incriminazione per sequestro di persona a scopo di coazione e per altri reati affini: tutto ciò configura in maniera esemplare la vocazione eversiva che caratterizza il governo fascio-stellato, in primis il suo ministro dell’Interno. Diciamo eversiva in senso proprio, cioè tendente a violare e stravolgere elementi basilari della Costituzione e del diritto internazionale.

Che questo disegno eversivo assuma caratteri rozzi, sguaiati, farseschi non deve trarre in inganno: in non pochi casi storici le svolte autoritarie, fino ai totalitarismi, sono state sottovalutate anche perché si manifestavano con stile di tal genere, quello che, in realtà, ne permise l’adesione di massa.

Della vicenda della “U. Diciotti”, ampiamente descritta e analizzata da altr*, mi soffermerò su un solo “dettaglio”, emblematico e rivelatore. La decisione di deportare verso l’Albania venti dei centosettantasette profughi sequestrati, oltre che violare, anch’essa, la Costituzione e il diritto internazionale, non ha altro senso se non quello squisitamente e grottescamente propagandistico.
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Come si diventa nazisti (senza accorgersene)

di Luciano Gallino

Tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta, nella cittadina tedesca di cui parla questo libro (chiamata Thalburg dall’autore, in realtà Nordheim nello Hannover), si svolge di giorno in giorno un animato gioco collettivo la cui posta, senza che la maggior parte dei partecipanti se ne renda conto, è la democrazia. Sullo sfondo d’una situazione economica e sociale per più versi minacciosa agiscono parecchi attori, che hanno propositi diversi o contrapposti, modi differenti di interpretare la situazione, mezzi dissimili per agire. Alla fine vi sono vincitori trionfanti e vinti umiliati, la situazione sociale ed economica appare profondamente trasformata, e la democrazia è morta.

Nello stesso periodo, come sappiamo, un confronto analogo si stava svolgendo in tutta la Germania, e analogo ne fu l’esito. I suoi sviluppi sono stati analizzati da una letteratura storica e socio logica ormai imponente, ma in gran parte di questa gli attori di cui son state studiate le mosse sono cancellieri e ministri, capipartito e dirigenti dei massimi sindacati, forze armate e associazioni industriali nazionali. La scena è l’intero Paese, e le date e i luoghi sono per lo più un campione frammentato, e incontrollabile per l’immaginazione, tratto da duemila giorni – quanti durò all’incirca l’agonia della democrazia in Germania – e da dieci o ventimila città e paesi.
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Desaparecidos

Quarant’anni fa calava il buio sull’Argentina

di Alfredo Somoza

«Comunicato numero 1: Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate».

Quarant’anni fa gli argentini si svegliarono con questo comunicato ripetuto a catena su scala nazionale dal primo mattino. Era la fine del breve ritorno alla democrazia del 1973 e l’inizio della notte più buia del Paese. Da qualche giorno si registravano movimenti anomali nelle caserme, e sui principali quotidiani uscivano inserzioni anonime che incoraggiavano i militari a prendere in mano i destini della Repubblica. Il governo di Isabel Martínez de Perón, la vedova del generale morto nel 1974, si dibatteva nel caos. All’alba del 24, come da copione golpista, furono occupate radio e televisioni, i carri armati presero possesso delle strade, la presidente venne arrestata insieme a ministri e dirigenti politici, mentre cominciavano a circolare carovane di macchine senza targa della polizia politica alla caccia di potenziali “sovversivi”: sindacalisti, operatori sociali, professori universitari, intellettuali, semplici cittadini impegnati in politica.

Correva l’anno 1976 e l’ondata di colpi militari che avevano posto fine alla democrazia in Brasile negli anni Sessanta, in Cile nel 1973, in Bolivia e in Paraguay arrivava anche in Argentina. Lo scenario globale era quello della Guerra fredda e l’America Latina era il “cortile di casa” politico ed economico degli Stati Uniti. Non erano permessi governi, anche se eletti democraticamente, che non fossero allineati con Washington in chiave anticomunista. Anche se di comunista, sotto l’ombrello di Mosca, all’epoca c’era solo Cuba. Ma in Argentina non si trattò di un golpe come tanti altri. Qui si volle sperimentare una nuova tecnica di controllo politico e di terrore: la desaparición, cioè la scomparsa fisica nel nulla degli oppositori. Una tecnica che paralizzava parenti e amici degli scomparsi e generava terrore. Molti anni dopo, il generale Jorge Rafael Videla dichiarerà che «se avessimo fucilato in piazza i sovversivi ci sarebbe stata un’ondata di indignazione contro il Paese». Infatti, l’indignazione internazionale arriverà molti anni dopo.
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Grecia, tertium non datur: ecco come nasce la dittatura del capitale finanziario

Grecia e il referendum
Grecia e il referendum
di Susanna Boehme-Kuby)

L’evoluzione delle ultime estenuanti “trattative” a Bruxelles – dopo il referendum del 5 luglio – sul destino greco ed europeo riafferma alcuni punti chiave della controversia iniziale: i responsabili dei vari organismi finanziari europei e tedeschi (Eurozona) non sono disposti ad alcun compromesso con un governo di sinistra che intende anche solo allentare la pressione sui Paesi del sud europeo che soffrono la supremazia e lo strangolamento finanziario tramite la politica imposta dell’austerità. E mette in evidenza il fatto che le forze dominanti non sono disposte a lasciare alcuno spazio per una qualsiasi “alternativa” all’interno del sistema europeo neoliberale.

I creditori internazionali e i gruppi di potere a essi legati preferiscono tener in vita il proprio debitore anziché ammazzarlo (come ha minacciato il ministro delle finanze tedesche). Un “Grexit” avrebbe portato la Grecia di fatto all’insolvenza e a un taglio del debito, che a sua volta avrebbe potuto destabilizzare tutta la zona Euro, lasciandola di nuovo alla speculazione finanziaria. Avrebbe inoltre potuto mettere a rischio la collocazione geopolitica della Grecia come avamposto sudorientale Usa nella Nato.

Quindi si è fatto di tutto per destabilizzare il governo a guida Syriza, rifiutando ogni apertura a uno sviluppo autonomo, reimponendo addirittura il controllo diretto della Troika, che dovrebbe vegliare sulle ulteriori “riforme”. Con ciò cesserà ogni ultima parvenza di sovranità nazionale. Troverà ora applicazione il modello tedesco della Treuhand (nome del programma di rapina imposto durante la seconda guerra mondiale nei territori europei orientali occupati militarmente), già proposto da Angela Merkel anni fa, quel modello di svendita con il quale il capitale occidentale si è impadronito dell’intera economia tedesco-orientale (Rdt) in pochi anni (1990-94) distruggendola di fatto (e tutto il suo contesto di relazioni di scambio con i paesi dell’ex-blocco sovietico).
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Pd - Foto di Orsonisindaco

Riforme, così si soffoca la democrazia: lettera aperta ai cittadini che votano Pd

di Pancho Pardi

Cari cittadini che votate PD, in questi giorni il partito in cui avete riposto le vostre speranze di un futuro migliore ha imposto nella discussione alla Camera sulla revisione costituzionale tempi ristretti come per un decreto legge: la Carta costituzionale trattata alla pari di un provvedimento di necessità e urgenza da liquidare alla svelta.

A questa obiezione i dirigenti del PD replicano in due modi. Sostengono in primo luogo: sono anni che se ne discute e ormai è l’ora di concludere. In realtà ha discusso solo, e male, il Parlamento, ma nel paese il tema è ignoto alla maggior parte dei cittadini, che non sono stati chiamati a ragionarne nemmeno dai loro stessi partiti. Voi stessi non siete mai stati convocati dal PD in assemblee cittadine; l’argomento è tabù per voi e appannaggio solo dei parlamentari. Se voi aveste voluto rovesciare le priorità e chiedere al PD di occuparsi prima di tutto della crisi economica e della mancanza di lavoro non avreste mai avuto la sede pubblica per farlo.

In secondo luogo il PD ribatte che, alla fine, la maggioranza ha il diritto di vedere realizzati i propri progetti e non può farsi soffocare dall’ostruzionismo delle opposizioni. Qui c’è la mistificazione più grave. Il PD ha l’attuale maggioranza dei seggi alla Camera solo a causa del mostruoso premio previsto dal Porcellum per chi prevale, sia pure di poco, nella competizione elettorale. È ora di ricordare che il PD ha preso nel 2013 circa il 26% dei voti. Ha prevalso a fatica sul Movimento Cinque Stelle, ma la sua maggioranza di voti ricevuti è poco più di un quarto dei voti scrutinati. Peggio ancora: poiché i non votanti sono stati circa il 40% degli aventi diritto al voto, la maggioranza del PD calcolata sulla totalità dei cittadini con diritto di voto è ancora più bassa: un’autentica minoranza. Che però col premio diventa maggioranza nelle aule parlamentari.
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Francesco Carlucci: “Vita da cani. Storia di un emigrante rivoluzionario”

Francesco Carlucci, Vita da cani
Francesco Carlucci, Vita da cani
di Alberto Prunetti

Un libro importante, Vita da cani. Storia di un emigrante rivoluzionario di Francesco Carlucci (BePress, Lecce, 2013, pp. 497), che purtroppo non avrà troppa visibilità. Eppure un libro fondamentale per chi ha a cuore la storia degli anni Settanta in Argentina, lo sviluppo della contestazione e la resistenza alla dittatura, la violenza di stato, la guerriglia e i crimini compiuti da Videla e soci, a partire dalle carcerazioni illegittime. Tutto questo raccontato in un’autobiografia narrativa da Francesco Carlucci, italiano emigrato da piccolo, negli anni Cinquanta, in Argentina, con una penna fluida che alterna due vicende, due pezzi della propria esistenza:

  • la detenzione nei carceri argentini come militante di un gruppo guerrigliero., il PRT (vicino al guevarista ERP): per sua fortuna, Carlucci non fu detenuto in un mattatoio clandestino, tuttavia l’esperienza è stata decisamente dura;
  • il romanzo working class di formazione di giovane tano emigrato a Buenos Aires fino ai primi passi nel PRT, attraverso il lavoro minorile nelle botteghe e nelle officine metallurgiche che gli italiani costruivano un po’ ovunque nella Gran Buenos Aires. Botteghe in cui si lavorava e si dormiva: dai conventillos, i rifugi degli immigrati, dove si viveva come in un formicaio, fino alle case grandi dove tutta la famiglia lavorava in officina, anche i bambini di 13 anni, che mica potevano andare a scuola, al massimo si facevano la serale se potevano pagarsela col sudore. Storie di emigrazione italiana dell’ultimo corso pre-boom , quella degli anni Cinquanta, storie che vanno ostinatamente riscattate dall’oblio, perché dobbiamo renderci conto che “i cinesi” eravamo noi e che quella è “la storia della nostra gente”: officina e casa, tutto assieme, i turni per dormire e la donna a cucinare per gli uomini al tornio.

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Ricordando Oscar Romero, martire latinoamericano contro le persecuzioni

Monsignor Oscar Romero - Foto di Globalist.it
Monsignor Oscar Romero - Foto di Globalist.it
di Globalist.it

Migliaia di salvadoregni hanno ricordato i 34 anni dell’assassinio dell’Arcivescovo di San Salvador, monsignor Oscar Arnulfo Romero, avvenuto il 24 marzo 1980, mentre stava dicendo messa. Romero è ricordato per aver denunciato le ingiustizie commesse dal conflitto armato in El Salvador durato dodici anni (1980-1992), che ha lasciato 75.000 morti, 8.000 dispersi e 12.000 invalidi.

Le celebrazioni commemorative sono iniziate già sabato 22 marzo, con un pellegrinaggio molto partecipato. La nota pervenuta all’Agenzia Fides da una fonte locale riferisce le parole del Vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi di San Salvador, Sua Ecc. Mons. Gregorio Rosa Chavez, durante il pellegrinaggio: “A livello di Chiesa siamo molto vicini alla sua beatificazione, tutti i segnali indicano che tale data si sta avvicinando”.

Il pellegrinaggio, organizzato dalla Fondazione Romero per commemorare l’assassinio dell’arcivescovo, è noto come “Pellegrinaggio delle luci”, ed è ormai diventato una tradizione: percorre diverse strade di San Salvador: dalla Plaza Salvador del Mundo (dove c’è una statua di Mons. Romero) fino alla Cattedrale Metropolitana, nella cui cripta è sepolto. Anche quest’anno erano presenti più di 3.000 persone, tantissimi giovani, appartenenti alle organizzazioni cattoliche, studenti e gruppi sociali, così come molti cristiani arrivati da Centro America, Sud America, Stati Uniti, Canada e perfino dai paesi europei.
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