Le periferie vanno a destra: la vendetta dei luoghi che non contano

di Silvia Vaccaro L’abbandono dei luoghi pesa sulle urne ma occorre una lettura attenta e non stereotipata per leggere bene i risultati elettorali. Non solo quelli italiani, si intenda, ma i tanti appuntamenti elettorali che si sono succeduti in Europa e oltreoceano da dopo il 2008. Una lettura interessante è quella del Prof. Andrés Rodriguez-Pose, […]

Le democrazie sono imperfette

di Gianfranco Pasquino

Alle democrazie manca sempre qualcosa. È giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo. Democratico è quello che deve essere soggetto al controllo del popolo: governanti, rappresentanti, assemblee elettive, leggi, non, però, la burocrazia, le Forze Armate, la magistratura, le istituzioni scolastiche che debbono rispondere a criteri di efficienza ed efficacia, di conseguimento degli obiettivi decisi dai rappresentanti e dai governanti. Il popolo deciderà poi se, come, quando fare circolare quei rappresentanti e governanti, cambiarli, meglio non usando il criterio burocratico del limite ai mandati tranne per le cariche elettive di governo che hanno la possibilità di sfruttare il loro potere per influenzare la propria rielezione.

La democrazia riguarda esclusivamente la sfera politica, quella nella quale si affida a qualcuno il potere di decidere “secondo le forme e i limiti della Costituzione”. È ciascuna Costituzione a stabilire quelle forme e i relativi limiti. Qualcuno deve arbitrare relativamente alle forme e ai limiti. Dalla Costituzione Usa in poi quel qualcuno è una Corte costituzionale, il “giudice delle leggi”, la cui esistenza e la cui attività non vanno a scapito della democrazia tranne quella interpretata in chiave populista dove il popolo deciderebbe tutto con il suo voto, a prescindere dalle forme e dai limiti, finendo spesso nelle braccia di leader populisti e demagoghi e con loro fuoriuscendo dalla democrazia.
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I nuovi clochard d’Europa: con il lavoro, senza la casa

di Alessandro Principe

In Europa sono in forte aumento le persone senza casa. Barboni, clochard, homeless, chiamateli come vi pare: la sostanza non cambia. Di romantico c’è poco o niente. Per qualcuno che, forse, sceglie questa vita, c’è un esercito di poveri che una casa non se la può permettere. Aumenti a due cifre, anche in paesi mediamente ricchi, e con tradizione consolidate di welfare: Danimarca +85%; Belgio + 34%; Olanda +50%. In Italia l’aumento è tra i più bassi, “solo” del 10%. Sta emergendo una nuova tipologia di clochard: il “lavoratore senza dimora”. Persone che un lavoro ce l’hanno. Ma non gli basta.

Cristina Avonto è la presidente della Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, attiva dal 1985 e parte della Federazione europea che riunisce le associazioni nazionali.

“Sicuramente c’è in Europa un innalzamento nel numero delle persone senza dimora come tendenza generale. C’è però anche un problema di rilevazione statistica. In Italia ad esempio gli ultimi dati ufficiali sono quelli dell’indagine Istat che abbiamo realizzato insieme al ministero del lavoro nel 2014. Noi poi facciamo costantemente un monitoraggio attraverso le nostre associazioni. Da questo monitoraggio rileviamo un leggero aumento: circa il 10% in più negli ultimi 3 anni. Un dato tutto sommato confortante rispetto ad altri paesi europei”.
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L’Italia delle disuguaglianze crescenti

Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi di Roberta Carlini
Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi di Roberta Carlini
di Marta Fana

La crisi economica iniziata nel 2008 trascina con sé i suoi effetti sul tessuto socio-economico e demografico. Nel libro Come siamo cambiati. Gli italiani e la crisi Roberta Carlini descrive alcuni dei tratti principali di questi cambiamenti, attraverso una narrazione a forma d’inchiesta, che affronta tre colonne portanti della nostra società: la famiglia, il lavoro, la scuola (Laterza, pp. 172, euro 13). Un libro che, descrivendo il presente, parla anche di futuro, perché gli effetti di oggi saranno le cause dei cambiamenti di domani.

L’invecchiamento della popolazione è tra i temi spesso usati per alimentare la contrapposizione tra padri e figli o per lanciare una proposta che allunghi ulteriormente l’età pensionabile. Non si torna mai indietro a capire perché nel 2014 il tasso di natalità è stato il più basso dall’unità d’Italia, così come era stato ai minimi storici nel 1995. La politica ha ormai l’abitudine a rivolgersi ai trentenni con attributi sprezzanti pur di negare la pervasività della precarietà economica e dell’incertezza che questa genera nei comportamenti privati e collettivi. Una società che torna indietro anche nella composizione della famiglia.

In un periodo in cui si chiede fortemente un salto di civiltà al paese, con il riconoscimento dei matrimoni omosessuali, le nuove famiglie complessivamente diminuiscono. Da un lato, diminuiscono i matrimoni, religiosi e civili, dall’altro, le convivenze, mentre aumentano le persone che tra i 18 e i 30 anni vivono nelle famiglie d’origine. Famiglie di origine che si allargano a più nuclei, includendo i nonni e, per le famiglie straniere, anche altri parenti. Mentre le scelte di convivenza guardano soprattutto alla condizione attuale, quella relativi ai matrimoni ha un carattere intertemporale. Molti vedono la separazione o il divorzio come un vero e proprio lusso, che non tutti possono permettersi. Ma ci sono anche le famiglie che resistono, anch’esse travolte e stravolte dalla crisi.
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Banning Poverty 2018

La legittimità persa delle classi dirigenti europee

di Banning Poverty 2018

L’Italia si conferma tra le società europee più ingiuste. Tra il 2008 ed il 2014 le scelte dei dirigenti hanno creato sempre di più ingiustizia sociale in tutti i paesi dell’UE. Secondo uno studio della Fondazione tedesca privata Bertelsman, pubblicato alla fine di settembre sullo stato della giustizia sociale nell’Unione europea, solo i paesi scandinavi/nordici (Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda; la Norvegia non é stata presa in conto perché non fa parte dell’UE) hanno attenuato la grande avanzata delle ineguaglianze sociali nei nostri paesi.

Lo studio ha misurato l’indice della giustizia sociale calcolato in base a sei gruppi di criteri: la prevenzione della povertà, l’educazione, l’accesso al lavoro, la coesione sociale, la salute, la giustizia intergenerazionale. Anche la Germania e la Francia sono scesi verso l’ingiustizia sociale stabilendosi su livelli di poco superiori al 6, la media europea essendo 5.60. L’Italia si piazza oramai al 24° posto sui 28 stati dell’UE con un indice caduto al 4.70. confermandosi uno dei paesi detti “sviluppati” con livelli di ineguaglianza sociale più elevati al mondo (insieme agli Stati Uniti e Regno Unito).

La permanenza delle società scandinave nel gruppo dei paesi con minore ingiustizia sociale non è un caso: l’accesso al lavoro in condizioni di dignità e di sicurezza umana, sociale e finanziaria resta un diritto, non è denunciato come un abuso; la prevenzione dell’impoverimento e non la carità assistenziale continua a far parte di una scelta politica coerente; la lotta contro l’evasione fiscale non penalizza i redditi più deboli favorendo i redditi più alti (come in Italia), la corruzione delle classi dirigenti è incomparabilmente meno diffusa, la protezione del territorio e il rispetto dell’ambiente in una visione complessiva della sicurezza alimentare e della qualità dell’abitato urbano rimangono una priorità anche se sempre di più subordinata agli imperativi della competitività mondiale.
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Piketty riscrive l’economia: i ricchi vinceranno sempre

Il prezzo della disuguaglianza
Il prezzo della disuguaglianza

di Stefano Feltri

Nel 2012, il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz ha pubblicato il voluminoso saggio Il prezzo della disuguaglianza – Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro (Einaudi). Non se n’è accorto nessuno. Due anni dopo, un libro sullo stesso tema firmato da un economista praticamente sconosciuto, con il difetto di essere francese (tutta la ricerca di frontiera è anglosassone), è stato accolto come il contributo più importante degli ultimi decenni: Il capitale nel Ventunesimo secolo di Thomas Piketty continua a essere il primo nelle classifiche di Amazon, da quando è uscita la traduzione inglese (l’originale francese era passato quasi inosservato) non si parla d’altro, il Financial Times ne discute quasi tutti i giorni, nell’ultimo numero l’Economist gli dedica un articolo dal titolo solo in parte ironico Bigger than Marx, più grande di Marx.

Il barbuto studioso di Treviri, di sicuro, non si è arricchito con il suo Capitale, Piketty che si presenta come un erede più abile a maneggiare i dati e dalle convinzioni più solide, invece, è ormai una superstar del dibattito economico. È quasi con pudore che qualche giornale ha osato ricordare che di lui in passato si era parlato più per i maltrattamenti inflitti alla ex compagna, l’attuale ministro della Cultura francese Aurelie Filippetti, che per i risultati accademici.
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