Migranti a casa nostra

Migranti - Foto di Roberto Pili
Migranti – Foto di Roberto Pili

di Gianfranca Fois

I migranti che lavorano in Italia producono 127 miliardi di Euro di ricchezza, praticamente come l’intero fatturato Fiat. Il contributo economico dell’immigrazione si traduce in 7 miliardi di Irpef versata – evidenzia la Fondazione Moressa nel suo rapporto annuale presentato in questi giorni – da oltre 550 mila imprese straniere che producono in Italia, ogni anno, 96 miliardi di valore aggiunto. Di contro, la spesa destinata agli immigrati è pari al 2% della spesa pubblica italiana.

Basterebbero questi pochi numeri per capire che l’Italia ha bisogno dei migranti per tenere in equilibrio il suo sistema pensionistico, anzi ce ne vorrebbero decisamente di più. Il nostro paese ha infatti una popolazione sempre più vecchia e il tasso di natalità è uno dei più bassi al mondo.

Eppure non bastano nemmeno questi dati egoistici per rendere l’accoglienza e l’inclusione dei rifugiati e dei così detti migranti economici organizzate e condivise. Sicuramente la situazione è complessa e chiama in causa molteplici aspetti politici, sociali, economici e culturali che impediscono di affrontare in modo adeguato quella che, dopo vent’anni, non possiamo certo chiamare emergenza ma che continuiamo ad affrontare come tale.
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Pad (Progetto assistenza ai disoccupati)

Ecco perché partecipo al Pad (Progetto assistenza ai disoccupati)

di Valerio Romitelli

Dal mese di giugno 2016 a Bologna è nato questo progetto sperimentale che punta a strutturarsi più stabilmente sul territorio. Promotori ne sono il servizio NIdiL della CGIL, Auser, un gruppo di psicologi e psicoterapeuti volontari in collaborazione con l’Associazione “Includendo”, il Dipartimento di Storia, Cultura e Civiltà dell’Università di Bologna e il GREP (Gruppo di ricerca etnografica del pensiero).

Prima di illustrare qualche aspetto di tale progetto, dando anche voce ad alcuni promotori (vedi II), tengo a esporre una sorta di dichiarazione di interesse per questa iniziativa, alla quale parteciperò come etnografo.

I

Cos’è la disoccupazione? Una delle sue più note definizioni ricorre ad una metafora militare. Marx infatti la definiva “un esercito di riserva industriale”. Suo scopo? Tenere basso il costo della forza lavoro e così favorire il profitto del capitalismo, anzitutto di quello industriale. Altri tempi?

In parte no, in parte sì. In parte no perché è chiaro che è qualsiasi capitalista di norma preferisce sempre la mano d’opera meno costosa. In parte sì, perché siamo ben lontani dai tempi di Marx. Allora si era infatti nell’epoca della prima industrializzazione, mentre oggi siamo già oltre la terza o forse la quarta industrializzazione. Che significa questo? Parecchie cose.
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Un mercato del lavoro drogato

di Marta Fana

L’ultima pubblicazione dell'”Osservatorio sul precariato” dell’INPS relativa ai contratti di lavoro di dicembre chiude definitivamente il quadro dell’anno appena trascorso.

A dicembre, il numero di assunzioni a tempo indeterminato (al netto delle cessazioni) è aumentato vertiginosamente, facendo registrare un più 71.236 rispetto agli 8.118 contratti medi nei mesi precedenti. Sull’intero anno, il numero di nuovi rapporti “indeterminati” è 186.376 con una distribuzione territoriale assai variegata: il Lazio è la regione con più contratti netti a tempo indeterminato (51.492), seguito da Campania (41.894) e, con distacco, dalla Lombardia (19.571). In Veneto e Trentino Alto Adige le attivazioni di contratti sono inferiori alle cessazioni, presentando quindi un saldo annuale negativo.

La distribuzione per tipologia oraria mostra che le attivazioni di contratti a tempo indeterminato sono per il 58% contratti part-time. Sul fronte delle cosiddette stabilizzazioni, le trasformazioni di contratti a termine in contratti a tempo “indeterminato” raggiungono nel solo mese di dicembre le 104.275 unità, il triplo rispetto alla media (30.840).
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Jobs Act: cronaca di un fallimento annunciato

di Valeria Cirillo, Dario Guarascio e Marta Fana

Come risposta alla crisi del 2008, le economie della periferia europea hanno adottato politiche deflattive con l’obiettivo di recuperare competitività e far ripartire crescita ed occupazione. Il tutto in completa ottemperanza ai dettami della visione neoliberista che egemonizza l’agenda di politica economia europea. In Italia, la legge 183 del 2014, evocativamente denominata ‘Jobs Act’, ha svolto un ruolo chiave determinando uno storico cambiamento nell’equilibrio delle relazioni industriali. Portando a completamento il percorso di riforma cominciato all’inizio degli anni 90, il Jobs Act ha sancito un definitivo livellamento verso il basso delle tutele dei lavoratori. Le più rilevanti modifiche introdotte dalla legge riguardano:

  • i) l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale a ‘tempo indeterminato’, pensata per divenire la forma prevalente nel sistema italiano, che elimina ogni obbligo di reintegro del lavoratore nel caso di licenziamento privo di giusta causa o giustificato motivo oggettivo (tranne nei casi di dimostrata discriminazione o di licenziamento comunicato oralmente);
  • ii) l’introduzione della videosorveglianza per mezzo di dispositivi elettronici – misura che ha dato adito a forti polemiche circa la violazione della privacy e delle libertà individuali;
  • iii) la completa liberalizzazione dell’uso dei contratti atipici.

In particolare, per i contratti a termine viene meno per i lavoratori il diritto all’assunzione a tempo indeterminato e al risarcimento monetario nel caso di superamento da parte dell’azienda del limite del 20% del totale dell’organico a tempo indeterminato. È stato inoltre aumentato il tetto al reddito percepibile tramite lavoro accessorio, incentivando di fatto l’uso dei voucher – rapporti di lavoro senza alcuna garanzia e tutela per i lavoratori – da parte delle imprese.
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Inattivi non per caso: la disoccupazione nascosta

Disoccupato e inattivi
Disoccupato e inattivi
di Ciccio De Sellero

A fine ottobre due dati hanno risvegliato un po’, ma solo per un po’ e comunque mai abbastanza, l’attenzione dei media sull’elevato peso degli inattivi in Italia. Il primo è stato diffuso da Eurostat. Secondo l’ufficio di statistica della comunità europea – che per dirlo ha usato i dati rilevati dai singoli istituti nazionali – l’Italia ha un prevedibile record: per ogni 100 individui che risultavano disoccupati nel primo trimestre di quest’anno si stima che ben 35 siano di fatto usciti dal mercato del lavoro nel trimestre successivo collocandosi fra gli inattivi.

Quei 35 non solo non hanno trovato un lavoro ma – diversamente da altri 48 che sono rimasti disoccupati pur continuando a cercare lavoro – hanno anche smesso di cercarlo attivamente, il che poi vuol dire che non lo hanno fatto per almeno quattro settimane precedenti l’intervista. Secondo le definizioni internazionali, per questo motivo non sono né occupati né più disoccupati: siccome non cercano attivamente lavoro entrano a far parte dei cosiddetti inattivi, non sono di fatto sul mercato del lavoro, sono “non forza di lavoro”, e in quanto tali il tasso disoccupazione non li deve per definizione tenere in conto. Se, purtroppo solo per paradosso, quei 35 neo-inattivi avessero per esempio avuto sotto mano dei servizi per l’impiego pubblici ben diffusi e attivi sul territorio (e sui quali dunque si fosse investito bene) molti di loro almeno una azione di ricerca l’avrebbero probabilmente fatta e, a parità di altre condizioni, sarebbero entrati a far parte della misura dei disoccupati.
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“Non ho l’età”: perdere il lavoro a 50 anni

Non ho l'età di Loris Campetti
Non ho l'età di Loris Campetti
di Rossana Rossanda

Non ho l’età di Loris Campetti è un’inchiesta diretta su un aspetto di solito non indagato della disoccupazione in Italia: si tratta questa volta non degli spazi chiusi ai giovani, ingabbiati in generale nel precariato, ma di quel che accade a chi perde il lavoro in età avanzata, dopo anni di mestiere con una professionalità compiuta. Sono figure meno pittoresche dei ragazzi, non portano con sé nuove culture, ma non suscitano minore emozione.

È un’inchiesta di questi anni, a crisi ormai settennale se se ne calcola l’inizio a partire da quella dei subprimes nel 2008. In quella tempesta sono scomparsi secolari opifici, antiche ditte, sostituite in genere da imprese nuove e più deboli, rilevate da qualche tardivo acquirente. Insomma la crisi investe la struttura produttiva, “i padroni”, che alla fine cercano di vivere o sopravvivere.

Ma nell’uragano volano soprattutto gli stracci, che raramente sono rappresentati dal proprietario delle aziende via via ammalate e a un certo punto chiuse. È la prima conseguenza e se l’imprenditore è un furbastro magari se la cava, mentre non se la cavano mai i dipendenti che, sbattuti da una proprietà all’altra, alla fine non hanno neppure la forza di galleggiare. Sono generalmente ignoti (chi conosce i proletari?) che la ricerca di Loris Campetti fa emergere per il tempo di questo libro.
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Rimini, lavoro sfruttato

A settembre calano disoccupazione e tasso di disoccupazione: ma è proprio vero?

di Andrea Fumagalli

Alla pubblicazione dei dati Istat sull’occupazione relativi al mese di settembre, il governo Renzi ci ha già inondato e ancora ci inonderà di tweet sulla straordinaria efficacia della sua politica economica e sui mirabolanti risultati del Jobs Act. E la stampa “di regime”, dall’Unità al Corriere della Sera, passando per La Repubblica e le televisioni di Stato, non farà fatica ad accodarsi.

Che la statistica debba essere presa con le molle ce lo diceva già Trilussa qualche tempo fa (ricordate la media del pollo?), prima ancora che ci fossero censimenti e rilevazioni campionarie. E soprattutto prima ancora che le variabili economiche da quantificare e da stimare fossero definite ad hoc.

Per rimanere al tema della nota, prendiamo la definizione di disoccupato: lo è colui o colei che dichiara di aver effettuato almeno una azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti alla data della rilevazioni statistica. È invece occupato colui o colei che ha più di 15 e meno di 64 anni e che ha svolto almeno “un’ora” in un’attività che preveda un corrispettivo monetario o in natura, oppure ha svolto almeno un’ora di lavoro non retribuito nella ditta di un familiare. Si noti il suggestivo riferimento al “corrispettivo in natura” in tempi di crescente lavoro gratuito…

Chi, invece, non risulta nella fascia di età 15-64 anni, né disoccupato/a né occupato/a, automaticamente viene definito inattivo. Gli inattivi sono dunque coloro che non hanno bisogno di lavorare. Ma è proprio così, come appare a un’analisi volutamente molto superficiale?
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Fuori le basi militari dalla Sardegna

Fuori le basi militari dalla Sardegna

di Antonello Pabis, presidente dell’associazione sarda contro l’emarginazione

L’esercitazione NATO “Trident Juncture” che ha preso avvio in Sardegna e prevede l’uso di spaventose armi da guerra, con bombardamenti da aria, terra e mare, destinato a durare fino al 6 novembre, minaccia i popoli, umilia il popolo sardo e danneggia fortemente la Sardegna! In questa Italia che, secondo la sua Costituzione, dovrebbe ripudiare la Guerra, ci si addestra a farla e vengono ospitati i peggiori assassini del pianeta, scaricandone il peso sull’isola, già pesantemente colonizzata e inquinata dalle servitù militari.

Tra gli Stati assassini anche quelli del popolo palestinese e kurdo, come Israele e la Turchia. Quest’ultima amica di ISIS, grande utilizzatrice di armamenti italiani, artefice principale del massacro dei kurdi, avanguardia della NATO e già autrice di ripetute aggressioni in terra irakena e siriana, in piena violazione del diritto internazionale, presente ieri nel porto di Cagliari con due navi da guerra e un sommergibile ed ora ripartita verosimilmente verso la base di Teulada.

La complicità italiana è evidente, mentre la Giunta Regionale si esprime solamente attraverso timide lamentele ma non ha adottato alcun atto per impedire questa ennesima vessazione dello Stato italiano. Tutto ciò mentre il popolo sardo soffre più di altri il fenomeno della disoccupazione e del progressivo impoverimento, anche di diritti sociali. Perciò anche noi sentiamo di doverci opporre a questo ennesimo scempio del diritto umano, sottomesso agli interessi del capitalismo, delle banche, del commercio di armamenti, della conquista di ricchezze e nuovi territori, della sottomissione dei popoli, con pratiche barbare e sangue.
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Lavoro - Foto di Daniela

La bufala dei posti fissi, mentre l’Italia resta precaria

di Piergiovanni Alleva

Avanza con gran rumore, la mac­china media­tica sugli asse­riti suc­cessi del governo Renzi-Poletti, in tema di rilan­cio occu­pa­zio­nale. Un rilan­cio – si afferma – già rea­liz­zato in que­sti primi due mesi dell’anno 2015, con la sti­pula di 79.000 con­tratti di lavoro a tempo inde­ter­mi­nato e con pro­spet­tiva di ulte­riore cre­scita nell’immediato futuro. Il tutto, nono­stante la bru­sca fre­nata regi­strata ieri con un nuovo aumento della disoccupazione.

Il governo Renzi avrebbe “rimesso in moto l’Italia” ed il suo mer­cato del lavoro con due stru­menti: da una parte con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18 dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori, e, dall’altro, la Legge di Sta­bi­lità 2015 che ha intro­dotto un totale sgra­vio con­tri­bu­tivo per ben 3 anni per i nuovi con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato con­clusi nel 2015.

Ma pro­prio stando ai dati che il governo ha dif­fuso con tanto cla­more non si tratta affatto, a ben vedere, di un suc­cesso, quanto piut­to­sto di un fal­li­mento del piano di rilan­cio occu­pa­zio­nale (costo­sis­simo e, per i mezzi usati, anche illegale).

L’operazione posta in essere dal governo pro­duce una occu­pa­zione mera­mente sosti­tu­tiva e non aggiun­tiva ed anche di pro­por­zioni minime, rispetto al lavoro pre­ca­rio “tra­sfor­ma­bile”. E lo fa, infine – quel che peg­gio – distri­buendo o pro­met­tendo ingenti risorse finan­zia­rie a sog­getti che quasi sem­pre non lo meri­tano in quanto i rap­porti di lavoro pre­ca­rio che ver­reb­bero ora tra­sfor­mati erano, 9 volte su 10, ille­git­timi e dun­que per legge in realtà già auto­ma­ti­ca­mente a tempo indeterminato.
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Elezioni - Foto di Davide e Paola

I diritti acquisiti… stranamente

di Marco Ligas

Siamo alla vigilia delle elezioni europee e tutte le coalizioni sono alla ricerca di un buon risultato. È difficile però che il dibattito affronti con la dovuta attenzione i problemi del nostro paese; come sempre in queste occasioni prevalgono gli slogan, le frasi ad effetto e anche qualche insolenza rivolta agli avversari.

In Sardegna, nel corso di questi giorni, il confronto si è arricchito di un altro tema: i vitalizi dei consiglieri regionali. Non è un discorso originale. Periodicamente, così come si avvicendano le stagioni, si riparla dei costi della politica; c’è chi lo fa con indignazione, chi con ipocrisia, altri ancora come se si trattasse di un fenomeno ineluttabile; nessuno però, fra chi potrebbe, si adopera per eliminare questa anomalia. Questa volta ha fatto clamore la notizia che una giovane quarantenne, ex Presidente del Consiglio regionale, è beneficiaria di un vitalizio mensile di 5.000 euro netti.

È un caso isolato? No, forse è il più clamoroso ma non è il solo: sono centinaia gli ex consiglieri che usufruiscono di vitalizi ragguardevoli. Circa 18 milioni di euro ogni anno finiscono nelle tasche degli ex onorevoli (si, usano farsi chiamare anche così). Naturalmente questi privilegiati non corrono il rischio di subire gli effetti della cassa integrazione, e neanche le conseguenze del lavoro a tempo determinato: i loro vitalizi sono sempre garantiti.
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