Landini: “Un altro genere di sindacato oggi è possibile”

di Rossana Rossanda Maurizio Landini è stato eletto da poco segretario della Cgil ed è assediato da mille impegni. Tanto più gli sono grata di avermi concesso un’intervista. Ragione di più anche per non prenderla alla lontana sul tema che mi preme. Puoi dirmi perché avete rifiutato di partecipare allo sciopero generale dell’8 marzo? Non […]

Usiamo il reddito di cittadinanza per ridurre orario e disoccupazione

di Piergiovanni Alleva

Il reddito di cittadinanza costituirà un’importante misura sociale “anti-povertà”, ma anche un impegno finanziario molto pesante per il bilancio statale, e da più parti è quindi giunta la domanda se non sarebbe meglio cercare di eliminare la povertà abolendo anzitutto la disoccupazione, che affligge oltre 3 milioni di cittadini, di cui moltissimi giovani.

Erogare al giovane disoccupato e povero – si è detto – un reddito di cittadinanza è, in sé, giusto ed umano, ma sarebbe infinitamente meglio procurargli un lavoro, così da consentirgli di vivere davvero, e non solo di sopravvivere. La legge, per il vero, prevede che i Centri per l’Impiego agiscano in tal senso, e addirittura che l’importo del reddito di cittadinanza vada al datore di lavoro che eventualmente assuma quel giovane, ma non c’è assolutamente alcuna certezza che giungano davvero offerte di lavoro, ed in numero sufficiente.

Eppure, a nostro giudizio, c’è una via per riassorbire ed abbattere la disoccupazione, in specie giovanile, in modo certo, sicuro e rapido, e, soprattutto, senza aumentare l’onere che le finanze pubbliche si sono accollate con il reddito di cittadinanza. La via – lo anticipiamo subito – è quella di utilizzare le risorse finanziarie che sarebbero assorbite dal reddito di cittadinanza per redistribuire il lavoro “che c’è”, riducendo, senza penalizzazione economica, gli orari di lavoro, ed allo scopo forniremo esempi numerici assumendo, in via convenzionale e dimostrativa, l’importo “standard” del reddito di cittadinanza che è di € 780,00 mensili.
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Il welfare tedesco: come conservare e valorizzare le differenze tra classi sociali

di Nicola Carella

«Dobbiamo pretendere che ogni beneficiario dell’Hartz IV lavori in cambio del sostegno statale, non importa che sia anche lavoro di bassa qualità o nel pubblico, l’importante è che non resti a casa seduto sul divano»
(Roland Koch nel 2010, parlamentare CDU e consigliere di Angela Merkel per le questioni economiche)

Da alcuni anni, ciclicamente, ogni volta che in Italia si discute di “reddito di cittadinanza” si guarda quasi immediatamente al sistema Hartz IV tedesco. Ora però che si iniziano a intravedere, anche se vagamente, i contorni della misura anticipata dal Governo Conte, si può finalmente considerare quest’attenzione del tutto legittima. Con il sistema di sussidi vigente in Germania infatti la misura gialloverde ha delle profonde analogie.

Eppur tuttavia del reddito di cittadinanza italiano, ancora di là a venire come misura effettiva, i dettagli emergono in modo contraddittorio e progressivo, per questo risulta ancor difficile, a oggi, costruire un paragone diretto e puntuale con Hartz IV. Può essere però utile spiegare come funziona l’intero sistema dello stato sociale tedesco, da dove nasce e come involve in una torsione sempre più autoritaria, fotografare gli esiti e i risultati prodotti negli ultimi anni, cioè quelli del “boom economico” nella “locomotiva d’Europa”.

Può servire anche perché inserisce la proposta italiana in un quadro generale europeo, decostruendo le retoriche con cui o la si esalta come “misura rivoluzionaria” o la si critica come “assistenzialismo demagogico”; infine, dettaglio non secondario, può dare indicazioni su ciò che può produrre nella società italiana una volta entrato in vigore.
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Martins, Mélenchon e Iglesias: per una rivoluzione democratica in Europa

di Catarina Martins (Bloco de Esquerda), Jean-Luc Mélenchon (La France Insoumise) e Pablo Iglesias (Podemos), traduzione italiana da ilcorsaro.info

L’Europa non è mai stata ricca come ora. E non è mai stata così diseguale. A dieci anni dallo scoppio di una crisi finanziaria che i nostri popoli non avrebbero mai dovuto pagare, oggi constatiamo che i governanti europei hanno condannato i nostri popoli a perdere un decennio.

L’applicazione dogmatica, irrazionale e inefficace delle politiche di austerità non è riuscita a risolvere nessuno dei problemi strutturali che causarono quella crisi. Al contrario, ha generato un’enorme inutile sofferenza per i nostri popoli. Con la scusa della crisi e dei loro piani di aggiustamento, hanno preteso di smantellare i sistemi di diritti e protezione sociale conquistati in decenni di lotte.

Hanno condannato generazioni di giovani all’emigrazione, alla disoccupazione, alla precarietà, alla povertà. Hanno colpito con particolare crudezza i più vulnerabili, quelli che più hanno bisogno della politica e dello stato. Hanno preteso di abituarci al fatto che ogni elezione diventi un plebiscito tra lo status quo neoliberista e la minaccia dell’estrema destra.
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Dimissioni per giusta causa: cosa sono e quali tutele sono previste?

di Sergio Palombarini

Sono molte le cause che portano il lavoratore a dimettersi per giusta causa. Si ha diritto a un’indennità, e come procedere per ottenerla? Il lavoratore o la lavoratrice può rassegnare le dimissioni per “giusta causa”, quindi senza preavviso, quando il datore di lavoro mette in atto un comportamento talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, neanche in via provvisoria. In questo caso, a differenza del licenziamento per giusta causa, in cui il datore di lavoro si trova costretto a licenziare in tronco il dipendente per grave inadempimento, è quest’ultimo ad aver subìto un “torto” ed ha diritto anche alla disoccupazione.

Come recita l’art 2119 del Codice Civile: “Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda”,

Secondo la legge, quindi, il lavoratore con contratto a tempo indeterminato che si dimette “per giusta causa”, ha diritto a percepire un indennità equivalente all’importo della retribuzione che gli (o le) sarebbe spettata per il periodo di preavviso, come recita il secondo comma dell’art. 2118 del Codice Civile, in materia di recesso dal contratto a tempo indeterminato:
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Solidarietà (sinistra e disoccupazione)

di Alberto Leiss

Le previsioni più pessimistiche si sono avverate, la destra con la Lega ha vinto a Genova – vicina alla mia storia – e in molti altri comuni con un passato più o meno «rosso». Fa male, ma il Pd e le varie sinistre presenti, per quanto ho potuto capire, se lo sono meritato. Più che cedere allo sconforto bisognerebbe concentrarsi sul modo di ripartire.

Discorso complesso, che dovrebbe abbracciare uno spazio arduo: dai conti mai fatti fino in fondo col secolo alle spalle, sino a un esame rigoroso del ruolo svolto dalle varie sinistre e dall’ex Pci negli anni della cosiddetta seconda repubblica, e in quelli che dopo la (relativa) caduta di Berlusconi hanno visto la continuità discontinua dei governi Monti, Letta e Renzi, nel contesto della crisi internazionale, e al centro di un’Europa sull’orlo della dissoluzione.

Qui evoco una delle tante possibili parole-chiave di una simile riflessione-elaborazione: solidarietà. Termine che deriva un po’ dal francese e un po’ dal latino. Nel linguaggio giuridico richiama le obbligazioni «in solido», in quello politico si arricchisce dei valori delle scelte personali e collettive, e dei sentimenti di vicinanza al prossimo in difficoltà, di amore per la giustizia. Non solo in teoria, ma nella pratica di azioni concrete, magari sostenute da adeguate norme pubbliche.
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I dati Istat e Inps disegnano una società sempre più povera, divisa e bloccata

Pad (Progetto assistenza ai disoccupati)

di Alfonso Gianni

I dati che ci fornisce l’Istat, relativi al mese di aprile di quest’anno, non fanno nella sostanza che precisare il quadro che emergeva da quelli che già conoscevamo tramite l’Inps. Apparentemente la disoccupazione diminuisce: ad aprile il dato dei senza lavoro scende all’11,1%, toccando il minimo dal settembre del 2012. Ma l’aumento degli occupati, sia per le donne che soprattutto per gli uomini riguarda le persone ultracinquantenni e in misura molto minore quelle comprese nella fascia d’età tra i 25 e i 34 anni, mentre si registra un calo in tutte le altre fasce d’età.

La cosa è ancora più evidente su base annua: rispetto all’aprile 2016 gli occupati dipendenti sono saliti di 277mila, ma di questi ben 225mila erano a termine. Inoltre la crescita è avvenuta tra gli ultracinquantenni (+362mila), mentre calano quelli compresi fra 35 e 49 anni (- 122mila). Se ricordiamo quello che ci aveva detto l’Inps pochi giorni fa a proposito del flop del Jobs Act, che riguarda un calo dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato del 7,4% sul primo trimestre del 2016, mentre le trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato (comprese quelle per gli apprendisti) si contraggono per un meno 6,8% rispetto al 2016, possiamo trarre alcune semplici conclusioni.

L’aumento della occupazione riguarda essenzialmente gli ultracinquantenni, coloro che sono costretti a restare a lavorare a causa del prolungamento dell’età pensionabile, rappresentando tra l’altro un tappo per l’ingresso nel mondo del lavoro delle giovani generazioni. Finiti gli sgravi del Jobs Act i padroni ritornano sui loro vecchi binari, attraverso l’uso del contratto a termine liberato da ogni causale come da decreto Poletti.
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Napoli e la disoccupazione: virtù e vizi di un famoso movimento. Intervista a Sergio Caserta

di Valerio Romitelli

Da circa un anno a Bologna si è costituito il Pad (Progetto Assistenza Disoccupati), un progetto volontario e sperimentale che punta a strutturarsi più stabilmente sul territorio. Promotori ne sono, oltre la relativa associazione APAD, i servizi Nidil e Auser della CGIL, l’Associazione Includendo, un gruppo di psicologi e psicoterapeuti volontari in collaborazione con studenti e professori di Antropologia (Luca Jourdan e il sottoscritto) dell’università di Bologna (per ulteriori chiarimenti si può vedere qui).

Perché questa iniziativa? La nostra città non offre forse già sufficienti servizi e forme di assistenza per chi è in cerca di lavoro? E comunque, “qui da noi” non sono oramai certi i sintomi che fanno sperare in una prossima uscita dalla crisi in corso e dunque nella ripresa dell’occupazione? Così in effetti ragiona chi non ha diretta esperienza o non conosce da vicino l’effettiva realtà attuale della disoccupazione nel bolognese e si ostina invece a credere sempre vigente, e solo transitoriamente declinata, la proverbiale tradizione di questo territorio: quella che ne ha fatto uno spazio privilegiato di prosperità e di politiche sociali più che altrove efficienti.
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La lettera di Michele, aspettative frustrate che possono uccidere

Dignità e lavoro

di Stefano Feltri

“Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione”. La lettera di Michele è ovunque sui social, dopo la pubblicazione voluta dai genitori sul Messaggero Veneto: 30enne, friulano, grafico che ha ricevuto troppi rifiuti (sul lavoro e in amore), si è suicidato lasciando una lettera lucida perché “dentro di me non c’era caos, dentro di me c’era ordine”.

Ne abbiamo discusso a lungo in redazione tra noi intorno ai trent’anni: abbiamo un lavoro, stiamo meglio di tanti nostri coetanei e di certo meglio di Michele. Ma tutti noi abbiamo capito cosa intende quando, poche righe prima di congedarsi, scrive: “Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”. Chi è cresciuto con il senso di colpa di avere troppo e poi, diventato adulto, per colpa della crisi, della globalizzazione, del debito pubblico, ma di sicuro non sua, ha scoperto di avere troppo poco matura una notevole frustrazione.

Di fronte a un suicidio non ha senso cercare colpevoli o concentrarsi su quel Post scriptum politico (“Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi”). Il filosofo tedesco Byung-Chul Han nel suo libro Psicopolitica (Nottetempo) ha scritto: “Nelle società della prestazione neoliberale chi fallisce, invece di mettere in dubbio la società e il sistema, ritiene se stesso responsabile e si vergogna del fallimento”.
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Crisi, lavoro e diritto a manifestare

Contratti di solidarietà espansiva: in Emilia Romagna una proposta contro la disoccupazione

di Piergiovanni Alleva

L’idea che una riduzione importante dell’orario lavorativo settimanale possa consentire, da un lato, di “fare spazio” a nuove assunzioni e, dall’altro, migliorare le condizioni dei lavoratori già occupati sotto il profilo della conciliazione dei “tempi di vita” rispetto ai “tempi di lavoro” non è certo nuova ma, nel trascorrere degli anni non ha perso nulla del suo fascino, anche a causa della oggettiva constatazione della crescente velocità di sostituzione del lavoro umano con processi automatizzati.

Si consideri che nel nostro paese l’orario settimanale di lavoro dopo essere sceso, alla metà degli anni 70 dalle 48 alle 40 ore, si è poi cristallizzato su tale livello, visto che gli orari previsti dalla contrattazione collettiva di settore mai o quasi mai sono inferiori alle 37,5/38 ore, con l’ulteriore paradosso che a causa della “flessibilizzazione” delle regole d’utilizzo, pur essendo uguali o di poco inferiori al passato risultano “più invasivi” della vita privata e sociale delle persone. Nel frattempo, il tasso di disoccupazione è almeno raddoppiato, raggiungendo punte del 40% nelle giovani generazioni: in Emilia-Romagna, ad esempio, si contano 160.000 disoccupati, ma di essi la metà è costituita da persone con meno di 35 anni.

È allora doveroso riprendere il tema, evitando qualsiasi deformazione di tipo ideologico, e cominciare col segnalare come quella problematica sia incentrata in Italia, sul piano normativo, in uno specifico istituto detto “contratto di solidarietà espansiva” introdotto per la prima volta dalla legge 19 dicembre 1984, n. 863 “Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 ottobre 1984, n. 726, recante misure urgenti a sostegno e ad incremento dei livelli occupazionali”.
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