Le violenze maschili contro le donne: l’insoddisfacente logica della punizione

di Maria (Milli) Virgilio

Ha suscitato immediate proteste la riforma in senso favorevole al condannato della sentenza nei confronti di un uomo che aveva assassinato la sua compagna per “gelosia”. Così aveva motivato il suo gesto. Da 30 a 16 anni di reclusione il salto è forte.

Il Giudice della udienza preliminare di Rimini aveva condannato a 30 anni. A questa pena era arrivato ritenendo l’assassino responsabile di omicidio, aggravato per aver agito per motivi abietti o futili. La pena prevista per questo caso è quella dell’ergastolo, ma l’imputato aveva chiesto di procedere con il giudizio abbreviato, e questo comporta che l’ergastolo sia sostituito per legge dalla reclusione a trenta anni.

È una specie di sconto/premio che viene attribuito a chi chiede di procedere senza dibattimento, cioè più velocemente, sulla base dei soli atti di indagine. Era stata solo chiesta dalla difesa una perizia psichiatrica per valutare se l’imputato fosse al momento del fatto incapace di intendere e di volere, e dunque non imputabile e non punibile. Il perito psichiatra forense nominato dal giudice aveva escluso ogni causa di non punibilità, anche se aveva affermato che l’assassino aveva agito in preda a una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Tale condizione era stata del tutto irrilevante per il giudice della prima sentenza, ma non è stato così per la Corte d’assise d’appello di Bologna.
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Decreto Salvini: quando lo Stato per discriminare arriva a farsi danno

di Sergio Palombarini

Il decreto legge 113 del 4 ottobre 2018, detto anche decreto Salvini, convertito nella legge n. 132 del 1 dicembre scorso, tra le tante misure che ha introdotto in materia di sicurezza ed immigrazione, ha modificato anche il decreto legislativo n. 142 del 2015. All’art. 13 “Disposizioni in materia di iscrizione anagrafica” si prevede che:

1. Al decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) all’articolo 4:
1) al comma 1, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: «Il permesso di soggiorno costituisce documento di riconoscimento ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445.»;
2) dopo il comma 1, è inserito il seguente:
«1-bis. Il permesso di soggiorno di cui al comma 1 non costituisce titolo per l’iscrizione anagrafica ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223, e dell’articolo 6, comma 7, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.»;
b) all’articolo 5:
1) il comma 3 è sostituito dal seguente:
«3. L’accesso ai servizi previsti dal presente decreto e a quelli comunque erogati sul territorio ai sensi delle norme vigenti è assicurato nel luogo di domicilio individuato ai sensi dei commi 1 e 2.»;
2) al comma 4, le parole «un luogo di residenza» sono sostituite dalle seguenti: «un luogo di domicilio»;
c) l’articolo 5-bis è abrogato.

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Il Manifesto degli scienziati razzisti, l’alibi della scienza per le leggi razziali

di Maria Mantello

Il 15 luglio 1938, il Manifesto degli scienziati razzisti o Manifesto della razza, faceva il suo pubblico esordio su Il Giornale d’Italia, che lo pubblicava anonimo in prima pagina sotto il titolo: Il fascismo e i problemi della razza, con questa introduzione: «Un gruppo di studiosi fascisti, docenti delle Università italiane e sotto l’egida del Ministero della cultura popolare ha fissato nei seguenti termini quella che è la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza».

A seguire il testo, che dopo avere inanellato una sequela di corbellerie anche storiche sull’incontaminata stirpe italica, arrivava a proclamare l’esistenza di «una pura razza italiana». Pertanto continuava: «è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti», ed è necessario «additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca da tutte le razze extra europee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità».

E subito dopo si enunciava che «gli ebrei non appartengono alla razza italiana», inneggiando al divieto di matrimoni misti, perché altrimenti «il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extra-europea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani». Gli ebrei rappresentavano meno dell’1/1000 dell’intera popolazione, ma la “questione ebraica” fu elevata a dovere supremo dell’Italia fascista.
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Noi stiamo con Liliana Segre

di Luigi Ambrosio

Nel suo discorso nel giorno del voto di fiducia al governo Conte, la senatrice a vita, sopravvissuta al campo di sterminio nazista di Auschwitz, ha detto:

Ho conosciuto la condizione di clandestina e richiedente asilo, il carcere e il lavoro operaio, essendo stata schiava minorile. Per questo svolgerò l’attività di senatrice senza legami politici, ma seguendo la mia coscienza. Mi rifiuto di pensare che la civiltà democratica possa essere sporcata da leggi speciali contro i popoli nomadi. Se dovesse accadere mi opporrò con tutte le energie che mi restano.

Poco dopo averla ascoltata, Matteo Salvini ricordava con parole violente chi comanda nel governo:

I clandestini devono tener presente che per loro la pacchia è strafinita. Hanno mangiato alle spalle del prossimo troppo abbondantemente, quella dei presunti profughi che in questo momento stanno guardando la televisione in albergo pagati dagli italiani è una pacchia che non ci possiamo più permettere.

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Parla Fatima, rifiutata sul lavoro perché di colore: una lezione di civiltà

di Sergio Sinigaglia

Torniamo a parlare della vicenda di Fatima, la donna senegalese di 40 anni che a Senigallia è stata allontanata dalla casa di riposo dove da alcuni giorni aveva iniziato a lavorare in prova per una cooperativa, a causa di alcuni anziani che si sarebbero lamentati del fatto che ad assisterli fosse “una nera”. Lo facciamo dando la parola direttamente a lei. La notizia come molti sapranno ha varcato i confini locali per essere ripresa da telegiornali e quotidiani nazionali. Di questi tempi episodi del genere, fortunatamente, quando emergono, non passano inosservati anche in un contesto informativo sicuramente non eccelso, per usare un eufemismo.

Abbiamo incontrato Fatima venerdì ai margini di una conferenza stampa indetta dal presidente dell’Opera Pia e dalla responsabile della cooperativa “Progetto solidarietà”, per dare la propria versione dei fatti. Come accaduto nelle prime ore in cui si è diffusa la storia, il tentativo è stato di sminuire la gravità dell’accaduto. “Nella nostra struttura – ha affermato il presidente della fondazione – lavorano tantissime persone che provengono da paesi stranieri come Nigeria, India, Perù, Albania, Tunisia, Romani, Algeria. Avere personale multietnico è la normalità; non esiste alcun tipo di razzismo alla base della questione, ma solo una valutazione che potesse tutelare sia gli ospiti, che da sempre sono la nostra priorità, che il personale stesso, con cui da sempre abbiamo ottimi rapporti; non è affatto raro che alcuni anziani si rivolgano agli operatori con insulti, molti presentano delle demenze e prepariamo il personale a ciò; qualsiasi parola possa essere uscita dalla bocca dei nostri ospiti non può essere letta in alcuni modo in chiave razzista ma va contestualizzata con casi clinici, spesso anche gravi”.
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Ideologia e propaganda nell’istruzione: è solo israeliana?

di Silvia R. Lolli Il libro della professoressa israeliana Nurit Peled-Elhanan che è stato presentato di recente presentato alla Sala Imbeni del Comune di Bologna a cura dell’AssoPacePalestina, ci potrà descrivere come sono rappresentati i palestinesi nei testi scolastici israeliani. Titolo del libro è La Palestina nei testi scolastici di Israele. Ideologia e propaganda nell’istruzione […]

Bologna: il Cassero e le foto “blasfeme”, no all’istigazione all’odio

Il Cassero
Il Cassero
dell’Altra Emilia Romagna

Sulla vicenda delle foto “blasfeme” all’Arcigay di Bologna, e in particolare sulle reazioni violente scaturite dalla pubblicazione di immagini della “festa eretica e scaramantica Venerdì credici”, organizzata lo scorso 13 marzo al circolo Lgbt del Cassero, riteniamo che se è legittimo criticare un’espressione di dileggio verso una concezione religiosa o filosofica diversa dalla propria, non è ammissibile trasformare queste critiche in assalti violenti, minacce gravi ed ingiurie, istigazione all’odio di chiaro stampo fascista.

Le rappresentazioni irridenti il simbolo della croce cristiana costituiscono la rappresentazione iperbolica della critica e del rifiuto di uno specifico sistema di credenze, valori e regole: può non piacere ma è una manifestazione della libertà di pensiero e della creatività dello spirito che avviene senza arrecare un danno specifico, in quanto non rivolta contro qualcuno in particolare ma contro una filosofia di vita.

Lasciamo anatemi ed integralismi da parte e interroghiamoci sui mali più profondi e veri della società che determinano disagio: la povertà, la discriminazione sociale, l’intolleranza per le diversità; Papa Francesco ci sembra da questo punto di vista più illuminato di certi suoi prelati e di molti improvvisati alfieri della Sua Chiesa.
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Rimini: ronde in spiaggia e guerra ai migranti. Il modello leghista diviene prassi del Pd

Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
Lavoratori stranieri - Foto di Paolo Balestra
di Paz Project @Rimini

Rimini, la città del turismo di massa, d’estate lancia sempre nuove tendenze. Una piccola città di provincia che conta 140mila abitanti, diviene d’estate la metropoli balneare per eccellenza, attraversata pertanto da tutte le contraddizioni e le mille sfaccettature che il capitalismo e la sua crisi irreversibile portano con se.

I ritmi della vacanza scandiscono quelli del lavoro, e la ricchezza enorme che attraversa questo territorio prodotta attraverso un’illegalità endemica e diffusa nell’industria turistico/stagionale, mettono a nudo quali siano i ricchi e i poveri, quelli che ci guadagnano e quelli che provano ad avere accesso a parte di quella ricchezza.

Guerra agli umani

Una settimana fa l’assessore alla sicurezza, Jamil Sadegholvaad, e il comandante dei vigili di Rimini scrivevano che “la guerra è persa”, che non ci sono mezzi ne uomini per contrastare l’illegalità diffusa dei venditori ambulanti che d’estate “calano” su Rimini.

Si parla di invasione, si usano tutte le terminologie del lessico razzista coniato in questo ventennio di politiche dell’odio contro i migranti, quando i numeri sono in realtà molto limitati, 200/250 venditori in transito nel territorio, forse qualcuno di più.

Poca cosa comunque di fronte all’illegalità diffusa nell’industria turistica e ai circa 13.000 lavoratori e lavoratrici stagionali sfruttati, ricattati e senza ammortizzatori sociali grazie alla Riforma del Lavoro Fornero.
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