Clima: la vera sfida non è quella sul deficit

di Lorenzo Marsili Mai abbiamo raggiunto un livello di sviluppo paragonabile a quello attuale. Mai siamo stati in grado di produrre così tanta ricchezza. Mai abbiamo avuto condizioni migliori per garantire a ogni persona il diritto alla felicità. Eppure povertà, precarietà e solitudine accompagnano la vita di sempre più persone, mentre l’emergenza climatica trasforma i […]

Da quali pulpiti viene la predica alle misure del Def

di Roberto Romano

Le misure delineate dal governo, invero discutibili e non proprio coerenti con la crescita, non possono variare la crescita potenziale e, quindi, peggiorerebbero i saldi pubblici. Citando Ligabue «la storia si riscrive in economia». Se l’economia registra dei tassi di crescita pessimi, quelli europei e nazionali sono veramente pessimi, perché non fare una manovra espansiva?

La finanza pubblica trattata come un bilancio aziendale e non come strumento di politica economica è insopportabile. Gli economisti dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) presentano qualche contraddizione nelle loro analisi, ancorché condivisibili: «Le previsioni sono troppo ottimistiche … e ci sono forti rischi al ribasso portati da una congiuntura troppo debole e dalle turbolenze finanziarie». Nella documentazione disponibile si legge anche che è in discussione «la dimensione – ma non il segno – dell’impatto della manovra sul quadro macroeconomico». Quindi anche l’Upb percepisce che qualcosa non funziona, pur operando nel quadro del Fiscal Compact.

Un’istituzione rispetta sempre le norme, ma non ha mancato di far notare che il segno – le intenzioni di crescita – non è propriamente sbagliata. Sebbene sia vero che «la storia non si ripete, ma fa rima con se stessa» (M. Twain), le condizioni per una grande crisi ci sono proprio tutte e non sarà scatenata dal modesto deficit strutturale dell’Italia (1,7% per il triennio). Tutte le istituzioni pronte a criticare il deficit italiano non hanno proprio compreso la connessione tra finanza ed economia reale.
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La sciagura di Stava

Il 19 luglio 1985 la sciagura: dal 2002 la Fondazione Stava lavora per non dimenticare

di Noemi Pulvirenti

Erano le 12.22’55” del 19 luglio 1985 quando 180.000 metri cubi di acqua e fango travolsero la valle di Stava, provocando la morte di 268 persone e consistenti danni materiali e ambientali a seguito del crollo delle discariche della miniera di fluorite di Prestavèl.

Il procedimento penale si è concluso nel maggio del 1992 con la condanna a carico di dieci imputati riconosciuti colpevoli dei reati di disastro colposo e omicidio colposo plurimo. La causa del crollo fu dovuta all’instabilità delle discariche e in particolare a quella superiore che crollò per prima. Le strutture non possedevano i requisiti di sicurezza necessari per evitare il franamento. Per più di vent’anni non furono sottoposte a nessun tipo di verifica da parte delle società minerarie o a controlli da parte degli Uffici pubblici, cui compete l’obbligo del controllo a garanzia della sicurezza delle lavorazioni minerarie e dei terzi.

La Fondazione Stava 1985 è nata nel 2002 dall’impegno dei familiari delle vittime che hanno voluto costituire una fondazione con lo scopo di contribuire ad una memoria attiva. Questo impegno si traduce non soltanto nell’annuale commemorazione, ma nell’organizzazione di laboratori didattici per le scuole, formazione per addetti ai lavori e pubblicazioni di vario genere.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Ilva, una biografia nazionale

di Loris Campetti (*)

Ilva eris, Ilva reverteris. In 108 anni di vita la siderurgia italiana ha cambiato nome più e più volte, fino a riconquistare la definizione originaria. Ilva è un nome di donna, scelto per indicare la più maschile delle produzioni, l’acciaio, che racchiude in sé l’immagine emblema del novecentesco homo faber. Ilva è anche l’antico nome latino dell’Elba, l’isola ricca di quel ferro di cui si nutrono gli altoforni per generare la ghisa, transito obbligatorio per arrivare all’acciaio.

Nel 1905 viene costituita l’Ilva grazie all’iniziativa di un gruppo di industriali del nord, interessati a sfruttare una legge firmata da Francesco Saverio Nitti per l’industrializzazione del Mezzogiorno, che decidono di mettere insieme le loro attività siderurgiche: sono i gruppi Elba (Portoferraio), Terni (Siderurgica di Savona e Ligure metallurgica) e Bondi (Piombino). Il capitale sociale di 12 milioni di lire sale rapidamente a 20 milioni.

Dopo oltre un secolo, dismessa Bagnoli e liberata Genova dagli altoforni, a quasi vent’anni dal passaggio dell’Ilva dallo Stato al padre-padrone Emilio Riva grazie a una delle più disgraziate privatizzazioni all’italiana, i capitali raggranellati dal “rottamaio” bresciano sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto e sequestrati dalla magistratura sono 9,3 miliardi di euro: 1,2 da parte della procura milanese per evasione fiscale in accoglienti paradisi fiscali attraverso il classico sistema delle scatole cinesi e 8,1 da parte del gip di Taranto, necessari ad ambientalizzare gli impianti, ridurre gli infortuni e risanare i guasti provocati alla salute e al territorio da un’associazione a delinquere finalizzata a fare utili a ogni costo. Del resto, un po’ di tumori in cambio di tanto lavoro, merce rara, secondo il pluri-intercettato figlio di Riva, Fabio, non sono che “una minchiata”. Su un muro della piazza pricipale di Taranto da mesi si legge “Fabio come Riina” e su uno striscione durante l’ultima manifestazione ambientalista c’era scritto: “Qualche anno di carcere? Una minchiata”.
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