C’è bisogno di un’altra Europa: prima i contenuti, poi gli schieramenti

Europa

di Paolo Ciofi

La paradossale vicenda del bilancio dello Stato italiano si conclude in modo farsesco e al tempo stesso drammatico e rischioso. Sia perché il Parlamento della Repubblica democratica fondata sul lavoro è stato umiliato ed espropriato del suo ruolo, ridotto a un inutile fantasma chiamato prima a votare sul nulla e poi a ratificare decisioni prese da altri in altre sedi: un colpo duro alla democrazia.

Sia perché il cosiddetto governo del cambiamento nella sostanza non ha cambiato un bel niente, limitandosi ad applicare i dispositivi stabiliti in sede europea. Secondo i quali, una volta garantito l’equilibrio monetario del sistema con la valuta unica, e fissati i parametri relativi al deficit di bilancio e al debito pubblico, a tutto il resto provvede il mercato. L’occupazione, il salario, la tutela della natura, i diritti sociali e civili, ossia l’intera condizione umana, ridotti a variabili dipendenti dal mercato. Questa è la scelta. La sovranità del mercato, vale a dire del capitale, non è stata minimamente contrastata.

Tutto ciò impone una svolta radicale. L’esigenza di progettare un’alternativa programmatica e di movimento allo stato di cose presente, in grado di raccogliere con proposte concrete il malessere e il disagio sempre più diffusi, è diventata pressante in tutta Europa. Ed è indispensabile per contrastare con efficacia le crescenti spinte nazionalistiche e fascistiche. Detto in estrema sintesi: all’Europa della finanza e dei mercati, quale è attualmente la UE, occorre contrappore non il ripiegamento nazionalista, ma un’altra idea d’Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.
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L’Europa difende lo Stato di diritto per affossare il welfare

di Alessandro Somma

Alcuni mesi or sono la Commissione europea ha formulato una proposta di regolamento rivolto ai Paesi membri nei quali si adottano politiche che determinano una “carenza generalizzata riguardante lo Stato di diritto” [1]. Nel testo, appena approvato con emendamenti dal Parlamento europeo [2], si prevede che queste politiche siano sanzionate con la riduzione o la sospensione dei finanziamenti relativi a impegni esistenti, e con il divieto di assumere nuovi impegni.

La proposta definisce in apertura il concetto di Stato di diritto, che comprende in particolare il principio di legalità, il principio della certezza del diritto e il principio della separazione dei poteri, ovvero il divieto di arbitri del potere esecutivo ai danni dell’indipendenza delle corti e dell’uguaglianza davanti alla legge. Questo modo di intendere lo Stato di diritto compare in altri documenti della Commissione, dove si sottolinea il nesso con la promozione dei diritti fondamentali: “non può esistere rispetto dei diritti fondamentali senza rispetto dello Stato di diritto, e viceversa” [3].

È un’affermazione importate, da cui la Commissione non trae però tutte le conseguenze del caso, oltretutto con il sostanziale avallo del Parlamento: vediamo perché.
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Il processo ai politici catalani: il caso speciale 20907/2017

di Fulvio Capitanio

Tra pochi giorni si avvierà a Madrid il processo per il caso speciale 20907/2017: non un caso qualunque, bensì un processo probabilmente destinato a segnare la storia europea contemporanea. Si tratta infatti del processo contro i prigionieri politici catalani. Perché sono in prigione preventiva da oltre un anno sei membri del deposto governo della Catalogna, la Presidente del Parlamento e due presidenti di associazioni civiche?

Per costoro il pubblico ministero ha formulato richieste di pena che vanno dagli 11 ai 25 anni di carcere. Come si spiega una richiesta di pene corrispondenti a quella di un omicidio? È giustificata una prigione preventiva così lunga e in che misura vengono lesi diritti umani, civili e politici delle persone imprigionate?

Inoltre vi sono altri sette politici catalani in esilio in Belgio, Svizzera e Regno Unito, spesso impropriamente definiti come “fuggitivi”, mentre invece hanno una residenza nota e sono liberi di circolare ovunque fuorché in Spagna, per i quali il giudice istruttore ha emesso ben due ordini di cattura internazionali. Entrambe le volte lo stesso giudice ha ritenuto opportuno annullare l’ordine di cattura.
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La lenta Italexit sul fronte dei diritti

di Cinzia Sciuto

L’Italexit è un fantasma che si aggira per l’Europa e che spaventa molto i mercati e i governi. Non sappiamo come finirà la partita sul terreno della legge di bilancio e il braccio di ferro del governo italiano con l’Europa. Quello che sta accadendo però, nel frattempo e nell’indifferenza dell’Europa, è una lenta “Italexit” sul terreno dei diritti. Il governo gialloverde, infatti, non è solo quello sovranista che rifiuta i paletti imposti dall’Europa sulle politiche economiche, ma anche quello che ha messo l’Italia su una macchina del tempo che va all’indietro per quanto riguarda i diritti civili, e i diritti delle donne in particolare. Una “deriva polacca”, che è sotto gli occhi di tutti e che dovrebbe preoccupare almeno quanto i conti pubblici.

Anche in Italia, infatti, la destra cattolica più fondamentalista rialza la testa, con ottimi appoggi direttamente al governo. I segnali di preoccupazione sono molti, proviamo a metterne in fila alcuni. Le prime avvisaglie si sono avute già con la composizione dell’esecutivo: via il ministero per le Pari opportunità, arriva il ministero per la Famiglia e per le Disabilità, segnalando già dalla scelta del cambio di nome un preciso orizzonte culturale e politico: quello che ha a cuore questo governo non sono le pari opportunità fra i suoi cittadini – e in particolare fra uomini e donne – ma il sostegno a un preciso modello di famiglia cosiddetta tradizionale, nella quale possibilmente le donne tornino a curare il focolare.
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Luigi De Magistris, beni comuni e opposizione al potere: prove pratiche di una nuova forza

di Loris Campetti

“Questo è il governo più di destra dell’Italia repubblicana”. Così la pensa il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, un uomo carismatico che ha dato troppo fastidio al potere come magistrato e continua a darne da sindaco di una delle città più belle e difficili d’Italia, l’unica realtà importante in cui viene rispettato l’esito di un referendum vinto con un plebiscito dal movimento dei beni comuni: l’acqua nella città partenopea è pubblica.

Il massimo della fedeltà alla Costituzione antifascista, è la linea di De Magistris, ma al tempo stesso disobbedienza civile contro leggi ingiuste come quella imposta da Salvini e ingoiata dal M5S “sulla sicurezza”. Una legge razzista che contraddice i dettami della legge fondamentale dello Stato, cosicché la disobbedienza è costituzionale. Il nuovo Masaniello, pur figlio della nobiltà napoletana, invita gli eroi delle navi della salvezza che solcano il Mediterraneo per raccogliere vite umane a “venire nel nostro porto, andrò io con le barche dei pescatori a raccogliere i naufraghi e vedremo se Salvini ci sparerà addosso”.

Nel buio politico italiano De Magistris lancia l’idea di un clic per accendere un lumino che dovrebbe diventare una luminaria capace di rendere visibili le mille esperienze democratiche che combattono la cultura dell’odio e della violenza, dai paesini dell’Aspromonte alle montagne friulane. Un compito ancor più difficile e ambizioso del governo di Napoli.
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Stefano Palombarini: “I gilets jaunes costituiscono una coalizione piuttosto inedita”

di Lionel Venturini. Traduzione di Leonarda Martino

La crisi è ormai politica, e l’insurrezione dei “gilets jaunes” pone delle domande sulla sua capacità di durare. Per Stefano Palombarini, autore con Bruno Amabile de “L’illusion du bloc bourgeois” [1] la crisi politica francese non è legata a lotte d’apparato o personali ma alla difficoltà di formare un nuovo blocco dominante. Perché Macron, eletto aggregando le classi medie attorno alla borghesia, vede restringersi sempre di più la sua base sociale.

Quello dei “gilets jaunes” è un movimento composito. Come spiega il fatto che non si disintegri?

SP Il sondaggio Ifop [Institut français d’opinion publique] sulla natura del sostegno ai “gilets jaunes” fa apparire tre categorie che supportano il movimento: gli impiegati (63%), gli operai (59%) e i lavoratori autonomi (62%, auto-imprenditori, commercianti, artigiani). Questa coalizione sociale è piuttosto inedita in Francia. A colpire, nella lista delle rivendicazioni inviata ai media, è che tutti gli interventi reclamati si indirizzano al governo, non ai datori di lavoro. La sola rivendicazione salariale è la SMIC [2] che è fissata dal governo, con la richiesta di portarla a 1300 Euro, vale a dire 150 Euro più di oggi, cosa molto ragionevole. Quanto al potere d’acquisto, il nocciolo delle rivendicazioni è una riduzione delle imposte. È precisamente l’abbandono delle rivendicazioni salariali tradizionali a permettere l’unificazione del movimento tra categorie che altrimenti non riuscirebbero ad accordarsi tra loro.
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Il decreto sicurezza e il destino dei migranti

di Chiara Saraceno

Senza diritti, al di fuori della protezione delle convenzioni internazionali sui diritti dei bambini e ragazzi che pure l’Italia ha sottoscritto. Dopo l’approvazione della nuova legge sulla sicurezza i figli di coloro che hanno ottenuto protezione umanitaria dovranno seguire il destino dei genitori, obbligati, spesso con il preavviso di pochi giorni, a lasciare i luoghi in cui avevano trovato accoglienza e progetti di inserimento.

La nuova legge, infatti, esclude i titolari di protezione umanitaria da ogni progetto di inserimento, consentendo solo di portare a termine quelli già iniziati. Zelanti prefetti hanno deciso tuttavia di accelerare i tempi, togliendo ogni tipo di sostegno economico per queste persone, inclusa la semplice ospitalità.

La loro permanenza sarà quindi affidata solo alla buona volontà, e alle risorse (per altro fortemente ridotte anche per chi avrà titolo a rimanere), delle associazioni e dei comuni che li ospitano. Anche i bambini e i ragazzi, dunque, rimarranno, come i loro genitori, senza casa, senza diritto a prendere una residenza temporanea e probabilmente anche senza scuola. Non solo, infatti, sarà difficile per loro andare a scuola se dovranno vagare alla ricerca di ricoveri più o meno di fortuna e magari anche essere costretti all’accattonaggio.
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Lorenza Carlassare: “Il nome non importa, la Carta dice che chi è povero va aiutato”

Lorenza Carlassare

di Silvia Truzzi

Il dibattito sul cosiddetto “reddito di cittadinanza” si è concentrato, nella finezza dialogica che contraddistingue questa fase politica, sulle future truffe a opera dei professionisti del divano, prevalentemente residenti nel Sud Italia (a proposito di discriminazioni). Il tema era stato sollevato già all’indomani del risultato elettorale, visto il successo dei 5 Stelle nel meridione che, si diceva, sperava nell’assistenzialismo di Stato.

Poche parole invece sono state spese sul principio che informa la misura (di cui ancora non esiste un testo), ovvero il diritto di vivere dignitosamente. E di questo vogliamo parlare con Lorenza Carlassare, professore emerito di Diritto costituzionale a Padova: “Finalmente si comincia a parlare di misure di assistenza né parziali, né eccessivamente settoriali: un po’ in ritardo, invero, visto che sono passati settant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione”.

Cominciamo da qui, professoressa.

C’è un articolo preciso di cui voglio parlare, ma prima m’importa sottolineare che tutta la Carta è attraversata dal principio di dignità della persona. Cosa volevano i Costituenti? Il loro obiettivo era creare una società umana, in cui tutti potessero vivere dignitosamente, concorrere alle decisioni comuni ed essere parte consapevole della società. C’è un rapporto molto stretto tra condizione dei cittadini e democrazia: povertà ed emarginazione non consentono alcuna partecipazione. I Costituenti volevano eliminare le pesanti fratture che dividono il corpo sociale, invece negli anni l’emarginazione è cresciuta, si sono saldate antiche e nuove povertà, una situazione che ormai riguarda 5 milioni di persone.
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Maurizio Landini

Landini: una nuova confederalità per tutto il lavoro

di Tommaso Cerusici

Quali novità mette in campo questo congresso? Parlo esplicitamente di novità visto che, a differenza di quelli del 2010 e 2014, si sta andando verso una costruzione unitaria del percorso congressuale…

In primis sicuramente quella di allargare la partecipazione attraverso il metodo di costruzione delle proposte. Per la prima volta nella nostra storia non è una commissione politica nazionale di 50 persone che decide le linee di discussione per delegati e iscritti, ma si è definita una traccia che è stata poi sottoposta alla discussione e alle eventuali proposte e modifiche del gruppo dirigente diffuso, cioè alle assemblee generali delle categorie ad ogni livello: territoriale, regionale e nazionale.

Questo ha determinato che circa 20.000 persone, cioè il gruppo dirigente diffuso – di cui la maggioranza delegati in produzione – ha potuto prima conoscere e poi discutere le proposte che la Cgil intende mettere in campo. Questo è sicuramente un processo democratico e importante che ha riscontrato un consenso molto diffuso. Credo non debba rimanere semplicemente un metodo utilizzato per il congresso ma che possa invece diventare lo strumento con cui – per esempio annualmente – verificare e definire quello che si sta facendo territorio per territorio, così come le azioni dell’organizzazione e le pratiche contrattuali.
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Un passo falso: Francesco e l'”hate spech” nei confronti delle donne

di Guido Viale

Sabato 13 ottobre ho avuto la fortuna di partecipare allo straordinario corteo di Nonunadimeno contro la delibera comunale che ha proclamato Verona “città della vita”. Il successo dell’iniziativa, quasi ignorata dai media, mi conferma nella convinzione che i movimenti delle donne costituiscono oggi uno dei nuclei fondamentali di resistenza all’ondata reazionaria, autoritaria e razzista che sta investendo non solo il nostro paese, ma un po’ tutto il mondo.

Lo sono sia per la loro dimensione internazionale, che è l’unico terreno su cui oggi si possono intraprendere delle battaglie vincenti, sia, soprattutto perché in questa come in altre mobilitazioni indette da donne, il bersaglio, pienamente centrato, è la restaurazione della famiglia patriarcale come vincolo all’autonomia della persona e modello per riaffermare la sacralità del “terribile diritto” di proprietà: innanzitutto del “capofamiglia” sulle proprie donne (quasi sempre più di una, ancorché tenute nascoste, anche nelle famiglie più tradizionali); ma modello anche di tutte le altre forme di proprietà, compresa quella sulla “propria” patria (termine la cui allitterazione con patriarcato non è casuale, come è già stato fatto notare); ciò che fa dello straniero, del migrante, del profugo un nemico contro cui muovere guerra senza alcuna pietà per la sorte a cui lo si condanna.
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