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La forza dei diritti: contro i nazionalismi un’Unione che restituisca la giustizia sociale

di Nadia Urbinati

L’Europa manca di leadership. E manca di volontà politica comune. Eppure è sempre più necessaria, non solo per la pace – secondo l’idea dei suoi costruttori – ma anche per la possibilità di dare ossigeno alla democrazia, alle promesse di giustizia sociale che la cittadinanza democratica fa e che non può mantenere se confinata dentro gli Stati-nazione. Per comprendere appieno la contraddizione tra la debolezza della volontà politica dei leader europei e il bisogno di una politica europea dobbiamo tornare alle origini, e mettere a confronto questa Unione europea con le ambizioni dei suoi fondatori.

Nessuno sa oggi come sarà l’Europa di domani e che peso avranno le forze nazionalpopuliste crescenti da Est (Ungheria e Polonia) a Ovest (l’Austria e l’Italia). L’allargamento dell’Europa è stato guidato dall’idea di facilitare la transizione democratica dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, di portare il modello occidentale a oriente. Oggi, assistiamo al processo contrario, poiché è l’Est – il suo modello nazionalpopulista – che sta conquistando l’Ovest.

Dunque, è opportuno chiedersi (ora che anche l’Italia si appresta a varare un governo che guarda con simpatia verso Est) non solo se i paesi europei vogliono un’Europa politica, ma come la vogliono; poiché è chiaro che, anche i nazionalisti xenofobi sanno che è nel loro interesse stare nell’Unione: il problema è che essi hanno un’idea di Europa che deve preoccupare i democratici.

Aborto: come sarebbe la vita delle donne senza la legge 194

di Elisabetta Ambrosi

Per spazzare via le troppe discussioni ideologiche sul tema della legge 194, e insieme il clima contrario a questa norma che purtroppo si respira in giro (vedi manifesti di Roma, ma anche alcune dichiarazioni di un partito di governo come la Lega e delle destre in generale), bisognerebbe guardare molta fiction. Per vedere, ad esempio, cosa accadeva quando le legge non c’era. Ad esempio nell’Inghilterra degli anni Cinquanta – vedi la nota e struggente fiction Call the Midwife -, oppure sempre nell’Inghilterra ma degli anni Venti, come racconta la magnifica serie Downton Abbey. Nella prima, un’insegnante appassionata del suo lavoro resta incinta, un fatto gravissimo per le non sposate.

Tenta un aborto clandestino, rischia di morire, poi ce la fa ma viene cacciata dal suo posto di lavoro e deve cambiare paese. La sua vita è distrutta. Nella seconda, una ragazza serva dei nobili protagonisti viene messa incinta da un militare. Anche lei perde subito il posto, non ha soldi e vive con il bambino in una baracca perché il militare si rifiuta di riconoscere il bambino. Quando l’uomo muore in guerra, i suoi genitori si presentano dalla ragazza e le propongono uno scambio atroce: loro educheranno il bambino nella ricchezza, ma lei non potrà più vederlo.

Sono solo due esempi, eppure emblematici di cosa succedeva a una donna sola che per errore restava incinta, in un’epoca senza contraccezione. Altri tempi? Paradossalmente, anche oggi una donna sola, e magari con un lavoro precario, potrebbe trovarsi in una situazione simile, senza magari lo stigma del concepimento del matrimonio, ma comunque senza alcun mezzo per crescere un figlio. Ed è solo un esempio.

Angela Pascucci: una storia di lotta e di operai cinesi che ti sarebbe piaciuta

di Loris Campetti

Quando se ne va una persona cara che ha sofferto troppo a lungo, la tua razionalità ti fa dire che è bene così, ha smesso di soffrire, soprattutto se da tempo aveva smesso di essere presente. E dopo che l’hai detto o per pudore soltanto pensato, resta l’amaro in bocca per un vuoto che nessuno colmerà e resta il dolore che la razionalità non sa curare. Angela Pascucci se n’è andata. Ha combattuto contro la malattia con la stessa forza con cui aveva combattuto contro le ingiustizie, quelle del mondo e anche quelle più piccole da lei stessa subite.

Dalla metà degli anni Settanta ho discusso molto con Angela di comunismo, di lotta di classe in Italia e, sempre di più con il passare del tempo e la crescita della sua conoscenza, di lotta di classe in Cina. Era una Cina diversa dai luoghi comuni quella che raccontava parlando più della vita e delle lotte e delle sofferenze degli operai che non del “quadro politico”. Angela li intervistava gli operai, restituiva loro il diritto di parola, cosa che non va più di moda in Cina come in Italia.

Ne parlavamo al manifesto finché ci siamo rimasti, io e lei e tanti compagni troppo legati allo spirito originario del giornale per resistere ai tempi nuovi; ne parlavamo passeggiando nell’acqua che ci arrivava alla vita nei mari di Sardegna, di Serapo o, ultimamente, di Salto di Fondi, finché la pelle non ci si raggrinziva per il freddo; ne parlavamo attraversando l’Iran o la Siria truccati da turisti; ne parlavamo a cena in divertenti sfide a base di pesce crudo e cotto. Da Angela ho imparato molte cose, sulla Cina e sulla pajata. Cosa da piangere e cose da ridere.

Il primo maggio a Milano, Torino e Bologna sarà il giorno dell’«orgoglio rider»

di Roberto Ciccarelli

Per la prima volta i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali parteciperanno in maniera organizzata al primo maggio a Milano, Torino e Bologna. A Milano i «rider» del sindacato sociale che opera in città – Deliverance Milano – apriranno il corteo del pomeriggio, a Bologna la «Riders Union» faranno una critical mass al mattino e una festa al pomeriggio. E anche a Torino i rider si stanno organizzando.

Le rivendicazioni, ribadite domenica scorsa nella prima assemblea nazionale a Làbas a Bologna, sono: riconoscimento dello status di lavoratori mentre oggi sono considerati «freelance»; abolizione della paga a cottimo e dei sistemi di valutazione aziendale; riconoscimento di un’assicurazione per la salute e contro gli incidenti; dotazione di biciclette e di attrezzatura aziendale come gli elmetti.

Il primo maggio dell’«orgoglio Rider» sarà anche europeo. Negli ultimi due anni, infatti, con lo sviluppo tumultuoso delle piattaforme digitali nel settore della consegna a domicilio sono emerse le prime lotte e i tentativi di auto-organizzazione del nuovo lavoro digitale dei fattorini. La connessione europea tra i gruppi e i sindacati auto-organizzati, dalla Spagna all’Italia fino all’Inghilterra, potrebbe essere uno degli obiettivi della giornata.

“Il popolo Cgil non ha votato Pd”, Landini: i grillini sanno ascoltarci

Maurizio Landini

di Elena G. Polidori

«Subito dopo il voto – dice Maurizio Landini, ex leader della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil – abbiamo scritto ai nuovi presidenti delle Camere e ai gruppi parlamentari, per chiedere che il nuovo Parlamento discuta subito la Carta per i diritti del Lavoro, sottoscritta da più di un milione e mezzo di lavoratori; i 5 Stelle sono stati i primi a risponderci».

Che risposta è arrivata?

«A breve saranno fissati gli incontri, ma è chiaro che stiamo parlando di cambiare il Jobs Act, di fare una legge sulla rappresentanza, vuol dire ripristinare un nuovo statuto di diritti per tutte le forme di lavoro, anche quello autonomo, così come vogliamo una nuova legge sulle pensioni…».

Musica per le orecchie di Di Maio. Ma anche di Salvini…

«Il sindacato, la Cgil, guarda quello che succede, è autonomo da qualsiasi forza politica, governo, imprenditore, ma resta il fatto che oggi è più facile licenziare che ricorrere agli ammortizzatori sociali. E nel congresso che stiamo aprendo, tra le proposte c’è anche quella di sperimentare un reddito di garanzia, per chi non ha alcun istituto, è precario e vuole reinserirsi nel mondo del lavoro».

Dimissioni per giusta causa: cosa sono e quali tutele sono previste?

di Sergio Palombarini

Sono molte le cause che portano il lavoratore a dimettersi per giusta causa. Si ha diritto a un’indennità, e come procedere per ottenerla? Il lavoratore o la lavoratrice può rassegnare le dimissioni per “giusta causa”, quindi senza preavviso, quando il datore di lavoro mette in atto un comportamento talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, neanche in via provvisoria. In questo caso, a differenza del licenziamento per giusta causa, in cui il datore di lavoro si trova costretto a licenziare in tronco il dipendente per grave inadempimento, è quest’ultimo ad aver subìto un “torto” ed ha diritto anche alla disoccupazione.

Come recita l’art 2119 del Codice Civile: “Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda”,

Secondo la legge, quindi, il lavoratore con contratto a tempo indeterminato che si dimette “per giusta causa”, ha diritto a percepire un indennità equivalente all’importo della retribuzione che gli (o le) sarebbe spettata per il periodo di preavviso, come recita il secondo comma dell’art. 2118 del Codice Civile, in materia di recesso dal contratto a tempo indeterminato:

Diritti e dignità ai lavoratori: per una politica democratica, la proposta di Piergiovanni Alleva

di Carlo Galli

La nostra Costituzione ricapitola in sé la radice umanistica della modernità non solo per l’assetto istituzionale dei poteri, non solo per la previsione di uguaglianza e di giustizia che l’attraversa e l’orienta, ma anche perché fonda sul lavoro il vivere libero della collettività. Ciò significa che la cittadinanza non è dovuta alla nascita, al censo, alla proprietà, alla religione, alla razza, all’appartenenza a un partito; il che è già importantissimo.

Ma significa anche che lo schema moderno del contratto sociale è sì fondamentale per affermare che l’ordine politico è costituito da atti di volontà razionale di tutti e di ciascuno – e non su un principio d’autorità -; e significa anche che la sua astrattezza deve essere riempita da una sostanza storica vitale, da un agire permanente che dia corpo ai soggetti stessi, che li metta in relazione costruttiva e duratura. Quell’agire, quella sostanza, quella concretezza è il lavoro, che è quindi tanto un fatto privato, attraverso il quale legittimamente si persegue un utile, quanto un fatto pubblico, il tessuto esistenziale e dinamico di quella società che si organizza politicamente in istituzioni. E queste sono democratiche non solo per il loro assetto e per la loro finalità, ma anche perché hanno la loro radice in un’umanità attiva.

Il testo costituzionale ci dice così che la cittadinanza democratica non è solo formale: che la politica non può essere solo la dimensione astratta del cittadino; ma che anzi è fatta da soggetti, da persone integrali, che esistono concretamente in relazione produttiva, che attraverso il lavoro producono letteralmente se stessi, e la società. Democrazia è includere politicamente secondo regole costituzionali questa sostanza storica reale prodotta individualmente e collettivamente.

Restituire diritti e dignità ai lavoratori: la proposta di legge di Piergiovanni Alleva

Questo testo è la prefazione della proposta di legge Restituire diritti e dignità ai lavoratori di Piergiovanni Alleva pubblicata da Maggioli Editore.

di Pietro Grasso

L’Italia, recita la nostra Costituzione all’art. 1, è una repubblica democratica, fondata sul lavoro. Con questa scelta i Costituenti scelsero di superare la tradizione liberale ottocentesca, che individuava nella proprietà l’architrave costituzionale, per collocare al centro del grande progetto di cambiamento il lavoro e i lavoratori. Eravamo di fronte ad un evento storico. Il lavoro quale strumento di libertà dell’individuo e veicolo di inclusione sociale. Un valore da tutelare in sé, senza alcuna distinzione, attraverso una retribuzione proporzionata e adeguata, sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

Le connessioni tra la disciplina del mercato del lavoro e la recessione economica sono certamente molteplici. Eppure se guardiamo attentamente agli interventi “strutturali” in materia di lavoro, possiamo retrodatarne l’origine ad anni lontani dall’inizio della crisi. L’esigenza, da più parti rappresentata in questi anni, di adeguare il mercato del lavoro ad una realtà socio-economica modificatasi, si è però tradotta in un peggioramento delle condizioni del mondo del lavoro.

Bologna, emergenza casa: la giunta vende decine di appartamenti. Scelta incomprensibile

di Coalizione civica

Con una semplice delibera che non dovrà nemmeno passare dal Consiglio Comunale, la Giunta autorizza ASP Città di Bologna alla vendita dell’intero complesso denominato “Palazzo dell’Istituto di Aiuto Materno e di Assistenza ai Lattanti” compreso tra le via Don Minzoni, Fratelli Rosselli, del Porto, ad esclusione, bontà loro, del civico 15 di via del Porto adibito a co-housing e inaugurato (giustamente) con grande risalto poco tempo fa.

In un momento di gravissima tensione abitativa, di fronte alla povertà e alla disuguaglianza crescenti che rendono difficoltoso per molte famiglie provvedere alle spese per l’affitto, riscontrate le esigenze dell’accoglienza (sono di oggi le dichiarazioni della direttrice dell’area Benessere di Comunità del Comune di Bologna, Maria Adele Mimmi in merito alla impossibilità di reperire alloggi in locazione per questo scopo), dopo le ripetute denunce di gravi difficoltà trovare alloggi in affitto sul mercato da parte di studenti, lavoratori e famiglie per la crescita senza freni delle locazioni turistiche da un lato e per i veti razzisti dall’altra, dopo avere speso parole e parole a sostegno della politica così detta dell’housing first (la casa come bene primario per uscire da situazioni di emarginazione o per evitare di scivolarvi), dopo aver decretato la fine dell’esperienza di AMA – Agenzia Metropolitana per l’affitto e il sostanziale fallimento dei progetti di autorecupero e microcredito (fallimenti interamente da imputare a errori dell’Amministrazione).

Aborto e violenza, le donne sono per strada

di Bia Sarasini

Le donne sono per strada, questa settimana. Ottima notizia, perché come diceva uno striscione a Firenze, dopo la violenza denunciata da due ragazze americane da parte di due carabinieri, «Le strade sono libere quando le donne le attraversano». Due appuntamenti. Il primo, oggi, 28 settembre, è la giornata mondiale per un aborto sicuro, una data preparata da tempo per combattere contro i mille ostacoli a una pratica dell’aborto che garantisca la libertà di scelta e l’autodeterminazione delle donne.

In Italia l’appello è stato rilanciato da NonUnaDiMeno, la sigla che raccoglie associazioni, gruppi, movimenti e che dal 2016 ha portato anche in Italia una nuova ondata del movimento femminista, coinvolgendo e mescolando le generazioni, e anche i generi. Non pochi gli uomini e i ragazzi che partecipano. L’altro appuntamento è per sabato 30 settembre, l’appello contro la violenza viene dalla Cgil, è stato lanciato qualche giorno fa dalla segretaria Susanna Camusso e firmato da donne diverse e con storie diverse, istituzionali e di movimento, si prevedono appuntamenti nelle diverse città.

È necessaria, la voce delle donne. Quella che nessuno raccoglie e amplifica, proprio mentre dalla metà estate abbiamo assistito sia a un crescendo di violenze, tra stupri e femminicidi, sia a un dilagare nei media di commenti benpensanti, tutti concordi nel vedere nella libertà delle donne, il problema. Per questo NonUnaDiMeno intitola la manifestazione “ve la siete cercata”. Provocatorio, mirato a chi sembra ritenere che con un po’ di prudenza, tante aggressioni sarebbero risparmiate.

Il 28 settembre è l’occasione per fare il punto, anche in Italia, sulla possibilità di abortire. Un diritto che è garantito dalla legge 194, ma negato nei fatti. La media nazionale del 70% di medici obiettori lo rende di fatto molto difficile. «Una delle forme di violenza che viene agita ogni giorno contro le donne» dice NonUnaDiMeno. Le manifestazioni saranno in decine di città italiane, da Roma a Genova, da Venezia a Pompei, da Torino a Milano, Bari Taranto Lecce. C’è una mappa disponibile sul sito.

Flashmob, raduni, cortei. A Roma l’appuntamento è a Piazza Esquilino alle 18, a Milano al Pirellone. Annunciano partecipazione insieme a proprie iniziative molte organizzazioni, dall’Arci alle diverse Cgil. In Italia, vista la cronaca di questi giorni, il discorso sulla violenza si allarga.

Uno stupro è uno stupro, dice il documento di NonUnaDiMeno: «Rifiutiamo la retorica su cui si fonda: il “destino biologico” di fragilità e inferiorità a cui saremmo naturalmente assegnate. È questo che vogliono farci credere nelle corsie degli ospedali, quando schiere di obiettori ci impediscono di scegliere quando, come e se diventare madri. È questo che ci ripetono nelle aule dei tribunali, quando nei processi per stupro diventiamo noi le imputate, o quando non possiamo decidere se procedere o meno contro il nostro stalker. È questo che scontiamo senza indipendenza economica, con i salari più bassi dei nostri colleghi, con le molestie sul lavoro, con la cura della famiglia sempre più sulle nostre spalle».

E mentre si scende in strada, le violenze non si fermano. Ancora una ragazza spagnola per l’Erasmus a Rimini, ha denunciato lo stupro da parte di un italiano mentre era in stato di ubriachezza. Eppure sono tanti gli uomini, a cominciare dal presidente del Senato Pietro Grasso, che si sentono coinvolti. E chiedono scusa.

Anche moltissimi ragazzi, che dicono apertamente – per esempio sui social – quanto siano inconcepibili rapporti con ragazze semi-inconscienti. Una bella differenza dai tempi in cui il manuale del seduttore prevedeva il far bere la preda.

Anche l’appello promosso dalla Cgil punta il dito sui rimproveri che vengono mossi alle donne. Non c’è dubbio che sia necessaria tutta la forza femminile possibile. In strada, in tante, con voci plurali. Del resto, non c’è un luogo sicuro. La maggior delle violenze è domestiche. E solo un uomo su 4 che fa violenza è straniero.

Aborto legale e sicuro. Libere di scegliere, senza sottostare a imperativi sociali.

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano IlManifesto.it il 27 settembre 2017