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Madri o lavoratrici, nel Paese del Fertility day le donne restano senza diritti

di Nadia Somma

L’Italia non è un Paese per donne. Le statistiche ce lo ricordano impietosamente tutte le volte. La “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri”, presentata alla fine di giugno al Ministero del Lavoro, descrive la dura realtà contro la quale impattano molte donne italiane. Il documento è stato praticamente ignorato da buona parte della stampa e sarebbe interessante capirne il motivo. Non fa notizia la disoccupazione femminile o l’impoverimento delle famiglie o il numero crescente di giovani donne senza un reddito?

In Italia, le lavoratrici che scelgono di mettere al mondo un figlio o una figlia corrono il rischio di restare disoccupate, di crescere i figli in una famiglia monoreddito e quindi a rischio di povertà, e di perdere definitivamente l’indipendenza economica.

La situazione è preoccupante. Le dimissioni e le risoluzioni consensuali delle lavoratrici e dei lavoratori sono state 37.738 nel solo 2016. Il 12% più del 2015 (31.249), il 19% del 2014 e l’11,27% in più rispetto al 2013 confermando un trend negativo che non conosce arresto e che coinvolge soprattutto chi è in attesa del primo figlio: circa il 60% del totale.

L’Altra Emilia Romagna: sì all’appello dell’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Falcone e Montanari

Il coordinamento regionale dell’Altra Emilia Romagna aderisce all’appello Un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza di Anna Falcone e Tomaso Montanari da cui è scaturita la manifestazione del 18 giugno al teatro Brancaccio.

Altra Emilia Romagna, infatti, è essa stessa “lista di cittadinanza e di sinistra, aperta a tutti: partiti, movimenti, associazioni, comitati, società civile” come quella che Falcone e Montanari ed i partecipanti all’assemblea del Brancaccio auspicano per il parlamento nazionale ed opera nella società e nelle istituzioni regionali e comunali in Emilia Romagna sui temi del lavoro, del welfare delle politiche ambientaliste ed urbanistiche sulla base di un programma alternativo a quello neoliberista della giunta di centro sinistra a maggioranza Pd.

Altra Emilia Romagna, anche sulla base della sua storia e del suo attuale agire politico, impegna la sua rappresentanza nella Assemblea Legislativa Regionale ed i suoi aderenti nei Consigli Comunali e nelle associazioni dell’Emilia Romagna a farsi parte attive ed a partecipare e contribuire alla definizione un programma che sia ispirato ai “principi fondamentali della Costituzione”, e specialmente nel più importante:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (art. 3),

Stefano Rodotà: l’uomo della crescita civile della democrazia e dei diritti

di Sergio Caserta

Stefano Rodotà ci ha lasciati, da tempo malato aveva combattuto l’ultima vittoriosa battaglia per la Costituzione lo scorso 4 dicembre, quando una valanga di No, ricacciò indietro il progetto renziano (e dei poteri forti) di sovvertimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato per instaurare il regime di un partito ed un uomo solo al comando.

Aveva purtroppo perso la penultima, quando c’illudemmo che uno scatto d’orgoglio repubblicano e l’entusiasmo popolare lo potessero condurre alla più alta carica dello Stato, di cui resta per milioni d’italiani il candidato ideale. La foto del 1976 che lo ritrae ad un comizio del Pci con alle spalle Enrico Berlinguer (ma di fianco Giorgio Napolitano) richiama alla memoria il periodo forse più alto della vicenda politica italiana dal dopoguerra: gli anni della crescita civile impetuosa della democrazia e dei diritti nel nostro arretrato Paese.

Rodotà era esponente di primo piano del movimento dei cosiddetti indipendenti di sinistra, personalità insigni del mondo della cultura, delle scienze, della ricerca che s’impegnarono, oggi si direbbe cacofonicamente “scesero” in politica, al fianco del Pci, per sostenere i programmi, quelli si, di riforme che il piu’ grande partito della sinistra all’opposizione propugnava in Parlamento e nel Paese.

La doppia morte di Pio La Torre

di Nino Blando

Pio La Torre apparteneva a una generazione nata sotto il fascismo, alla periferia di una città periferica e povera come Palermo, di un paese altrettanto misero come l’Italia, che alla fine della tragedia del secondo conflitto mondiale si impegnava in una missione a detta di tanti – italiani e non – impossibile: costruire la democrazia di massa. La costruzione della cittadinanza repubblicana è avvenuta tutta attraverso l’azione dei grandi partiti politici di massa, autolegittimatisi in quello che una volta veniva chiamato «l’arco costituzionale», al quale appartenevano tutti coloro che avevano scritto la costituzione. I partiti mettevano in contatto centro e periferia, drenando domande, trovando risposte e selezionando classe dirigente.

Quest’ultima veniva proprio dalle periferie ed era sottoposta a un duro apprendistato che passava per gli incarichi locali, le associazioni, le sezioni, i sindacati, poi i consigli comunali e quelli provinciali, poi (quando saranno istituite le regioni, ma in Sicilia c’era già) in quelli regionali. Poi nelle segreterie e negli organi centrali dei partiti e infine in parlamento e qualche volta alla guida dei ministeri. Poi si doveva tornare a dirigere gli organi decisionali locali, magari assumere la guida di una città, di una provincia o di una regione, per selezionare nuova classe dirigente in quelle che una volta si chiamavano le «correnti» dei partiti. Insomma un ceto di professionisti della politica, legittimati dalle grandi e rigide ideologie nazionali e internazionali, che vivevano «di» politica e «per» la politica. Oggi, dall’opinione pubblica, tutto questo viene considerato alla pari di un crimine, allora era un grande servizio alla democrazia.

20 pietre e Possibile: candidiamo l’uguaglianza

di Possibile

Possibile è un partito politico nato il 31 gennaio 2016 alla conclusione del Congresso che ha eletto come segretario Pippo Civati. Il simbolo di Possibile è un uguale inscritto in un cerchio e sta ad indicare “Uguali diritti, uguali possibilità”. Possibile è un partito di sinistra, laico, repubblicano, impegnato a difesa dei diritti e della Costituzione.

Ogni iscritto a Possibile sottoscrive e si impegna a rispettare il Patto Repubblicano, la carta dei valori del partito. Possibile favorisce una partecipazione democratica e orizzontale. Il Segretario si avvale della collaborazione di un Comitato Scientifico e un Comitato Organizzativo. La Comunità di Possibile utilizza una piattaforma informatica per dialogare, decidere, discutere.

Sul territorio italiano (e non solo) sono presenti Comitati locali che contribuiscono a promuovere l’attività del partito sostenendo campagne ed eventi tematici a sostegno delle politiche del partito. A Bologna e nell’area metropolitana sono presenti 7 comitati. Le principali campagne portate avanti dai Comitati locali hanno riguardato l’ambiente, la legalizzazione della cannabis, il fine vita, il lavoro, la riforma della scuola, la democrazia diffusa, le politiche di accoglienza, oltre che, naturalmente, la difesa della Costituzione italiana e dei suoi valori.

Perché i referendum della Cgil sono ammissibili

Cgil - Foto di Gianfranco Goria

di Vittorio Angiolini [*]

L’ammissibilità dei tre referendum della Cgil, che andrà prossimamente al vaglio della Corte Costituzionale, è manifesta sul piano dello stretto diritto costituzionale. Sul piano dei requisiti generali di ammissibilità di natura giuridico-costituzionale, è anzitutto scontato che nessuno dei tre referendum riguardi materie che, per l’art. 75 Cost., siano esplicitamente precluse all’iniziativa referendaria (che è appunto esclusa per “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”).

Solo per completezza è da precisare, comunque, che l’abrogazione per via referendaria del dlgs. n. 23 del 2015 non inciderebbe, neppure indirettamente, sulle agevolazioni, che sono d’altronde mere agevolazioni contributive e non tributarie, previste dall’art. 1, comma 118 e 119 della legge n. 190 del 2014; tali agevolazioni sono infatti stabilite non in relazione al regime dei “licenziamenti”, toccato da uno dei referendum della Cgil, ma solo ratione temporis in relazione alla stipula dei contratti e per una certa durata. D’altra parte, va tenuto in conto che il dlgs. n. 23 del 2015, di cui si propone l’abrogazione referendaria, ha come unico “campo di applicazione” quello del “regime di tutela nel caso di licenziamento illegittimo” (art. 1, comma 1).

Ciò posto, e guardando ai limiti al referendum individuati dalla giurisprudenza della Corte come “impliciti” e connessi al sistema, bisogna anche notare che nessuno dei tre referendum della Cgil riguarda di sicuro “leggi a contenuto costituzionalmente vincolato”, e cioè la cui abrogazione pregiudicherebbe scelte di sostanza dovute per Costituzione: poiché tanto la materia delle sanzioni da adottarsi nel caso di licenziamenti illegittimi, tanto quella della responsabilità verso i lavoratori in caso di appalto tanto quella dell’uso del lavoro accessorio tramite “voucher” sono tutte materie rimesse alla decisione politica e discrezionale del legislatore, per cui è dunque ben praticabile un referendum abrogativo delle scelte fatte dalle leggi sin qui in vigore.

Ricordando Giuseppe Di Vittorio, 59 anni dopo

Mauro Di Vittorio

di Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico Cgil nazionale

Il 3 novembre 1957 muore Giuseppe Di Vittorio. Il viaggio della salma, da Lecco a Roma, è indimenticabile. Ad ogni stazione ferroviaria il treno deve sostare più a lungo per la folla che, a pugno chiuso, si riversa nelle piazze a salutare Peppino.

Sette anni prima di Togliatti, 27 anni prima di Berlinguer è il primo vero lutto collettivo della sinistra italiana. “Tutto pare come sospeso – osserva quel giorno Pier Paolo Pasolini – , rimandato: anche io mi ritrovo solo con gli occhi, e come senza cuore, in pura attesa. Ma intanto attraverso gli occhi, il cuore si riempie. Non ho mai visto gente così, a Roma. Mi sembra di essere in un’altra città”.

Dall’appello in difesa degli ebrei italiani contro la svolta razzista di Mussolini del 1938 all’ultimo discorso pronunciato a Lecco poche ore prima della morte; dal ricordo del Primo maggio 1945 (il primo dell’Italia liberata) alle parole di Trentin pochi giorni dopo la sua morte; dai verbali delle riunioni in Cgil nelle calde giornate del 1948, quando si consumò la scissione sindacale, al processo nella riunione della direzione del Pci per la posizione assunta sui fatti d’Ungheria, i testi che segnaliamo a seguire offrono al lettore un’immagine di Di Vittorio a tutto tondo, presentando tutte le sfaccettature di una persona – e di una personalità – amata probabilmente come poche altre nella storia del nostro Paese, cui il sindacato e l’Italia devono molto.

Franco Basaglia e la rivoluzione contro le torture manicomiali

Franco Basaglia

di Arianna Capirossi

Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu che la nostra unione non scaturiva dalla tecnicizzazione, ma dalla finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ecc. ed essere internato era la medesima cosa perché, quando ci univamo in assemblea per discutere, tutti cercavano di dare il loro contributo per un cambiamento. Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra, e allora lo psicologo e lo psichiatra erano messi in discussione. (Conferenze brasiliane, 1979)

Il 29 agosto di 36 anni fa moriva Franco Basaglia, medico italiano ispiratore della legge Basaglia, ovvero la legge 180 del 13 maggio 1978, che ancora oggi è in vigore e regolamenta le cure psichiatriche in Italia. Spesso si fa riferimento alla legge omonima, ma poco si conosce del suo ideatore. Cerchiamo di conoscere meglio la vita e gli studi di questa figura rivoluzionaria del Novecento italiano.

Gli studi giovanili: opporre la filosofia esistenzialista ai totalitarismi positivisti. Franco Basaglia, nato nel 1924 a Venezia, studiò lettere classiche al liceo e si laureò in medicina a Padova nel 1943. In questo periodo di studi, decisivo fu l’incontro con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, che impronterà tutta la sua carriera psichiatrica successiva.

Che c’è da imparare dall’esperienza di Ada Colau?

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona

di Valerio Romitelli

A proposito del libro appena pubblicato di Steven Forti e Giacomo Russo Spena, Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona (con un’intervista a Luigi De Magistris), Edizioni Alegre, Roma, 2016, 176 pagine.

Barcellona capitale spagnola, meglio europea e forse anche mondiale del “nuovo municipalismo”? Ossia di quei governi cittadini che non solo si adoperano nel contrastare le politiche neoliberali dell’austerità, ma si pongono anche in prima fila nell’accoglimento di rifugiati e stranieri? Sono queste tra le più importanti domande che si pone l’agile, ma rigoroso e documentatissimo libro Ada Colau, la città in comune.

Da occupante di case a sindaca di Barcellona – con un’intervista a Luigi De Magistris (Edizioni Alegre, Roma, 2016) di Steven Forti e Giacomo Russo Spena: il primo, oltre che storico e giornalista di professione, testimone diretto del tema trattato, vivendo da anni a Barcellona; il secondo, oltre che firma de Micromega, già autore di libri riguardanti le più recenti novità in campo politico, come i “casi” Tsipras e Podemos.

I

“Da occupante di case a sindaca di Barcellona”: sottotitola questo libretto ed è proprio questa la vicenda di cui si tratta. La quarantaduenne Ada Colau è in effetti la protagonista di questa bella storia, quasi da favola, che l’ha portata da giovane di origini popolari, a indomita militante contro gli sgomberi delle case, già a partire dal lontano 2006, fino a conquistare nove anni dopo, nel giugno 2015, la massima carica di prima cittadina, e ora addirittura salutata a volte dalla gente come la “regina” (p.27) ed con un audience da star nel video in cui canta una canzone di propaganda da lei stessa inventata (p.67).

Paul Mason: “Cambiamo il capitalismo o torneremo al Medioevo”

Paul Mason

Paul Mason

di Francesco Cancellato

Rottamare il neoliberismo. Questo l’imperativo di Paul Mason, giornalista economico e inviato dell’emittente britannica Channel 4, che da qualche anno è diventato una specie di guru per la nuova sinistra radicale in cerca d’autore. La sua ultima fatica si chiama “Postcapitalismo” (Il saggiatore) ed è il compendio di un nuovo modello economico «olistico, che sappia stare in piedi da solo». Non una semplice «idea brillante» ma «un insieme di microprocessi» che trasformino il capitalismo dalle fondamenta, per farlo evolvere a misura della società dell’informazione.

Non è un soviet, quello che immagina Mason, ma un mondo libero dai monopoli, in cui la redistribuzione fiscale serve come «sussidio all’automazione» e all’emancipazione dal lavoro. In cui, soprattutto, accanto all’economia tradizionale, coesistono ampi spazi di economia non di mercato: «Servono leggi che proteggano realtà come Wikipedia e che tolgano le rendite monopoliste come quelle di Uber». L’alternativa, spiega a Linkiesta, è una società neo-feudale: «La sinistra radicale deve diventare una forza di governo, con un modello di sviluppo postcapitalista in testa. Se non ci riusciremo – continua – ci riusciranno le destre autoritarie».