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“Il 7 ottobre dobbiamo essere in tanti”: l’appello in vista della Marcia PerugiAssisi

di Flavio Lotti, comitato promotore Marcia PerugiAssisi

L’appello è stato pubblicato dal sito PerLaPace.it. Commenti, adesioni e reazioni si possono inviare da questa pagina

Quel giorno, quello della Marcia PerugiAssisi del prossimo 7 ottobre, dobbiamo essere in tanti a riaffermare il primato della dignità e dei diritti umani, a difendere e costruire una società aperta e ad aprire una prospettiva nuova fondata sulla pace e la fraternità. Ma questo dipende solo da noi, da quello che faremo, ognuno per la sua parte, nelle prossime settimane.

Con questo spirito, vi invitiamo a:

  • diffondere in ogni modo l’invito a partecipare;
  • pubblicare sul vostro profilo facebook e sul vostro sito il manifesto e il link alla Marcia (vedi di seguito);
  • richiedere i manifesti e volantini che potete attaccare e distribuire sul vostro territorio;
  • organizzare la partecipazione alla Marcia;
  • sollecitare la vostra rete di amici e contatti a partecipare;
  • chiedere al vostro Comune di aderire e sostenere la partecipazione alla Marcia.

Fateci sapere cosa state facendo, come vi state organizzando, le iniziative che avete in programma. Contiamo sulla vostra adesione e collaborazione.

Alle radici delle migrazioni: contributo di Guido Viale per il forum Terra! #ApriteIPorti

di Guido Viale

La questione dei migranti – accogliere o respingere, e come? – è da tempo diventata una questione planetaria e, per quello che ci riguarda, di dimensione europea. Non si può affrontare in ordine sparso, nazione per nazione; e meno che mai ciascuno per proprio conto.

Per alcuni anni è sembrato che politica ed establishment europeo fossero divisi tra due fronti – accogliere o respingere – che di fatto hanno assorbito, o fatto passare in secondo piano, quasi tutte le altre questioni.

Non solo quelle economiche e sociali relative alle politiche di austerità, alla privatizzazione di tutto l’esistente, alla crescente diseguaglianza tra un numero infimo di ricchi e una platea sterminata di poveri, al peggioramento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Quanto soprattutto i temi di fondo di cui la questione dei profughi e dei migranti non è che la più evidente – per noi – manifestazione: le guerre e i conflitti armati ormai diffusi in quasi tutti i paesi da cui si originano i flussi migratori e il deterioramento dell’ambiente prodotto dalla rapina delle risorse locali, ma, ormai in misura sempre più evidente, dai cambiamenti climatici.

Così la questione dei profughi e dei migranti viene affrontata come se la loro esistenza si materializzasse solo ai bordi del Mediterraneo (o alla frontiera del Messico, per quel che riguarda gli Stati Uniti) senza interrogarsi sul prima – che cosa ha provocato quell’esodo? – e sul dopo: come affrontare un fenomeno destinato a crescere nel tempo?

Il regresso è stato pauroso: nuove strade per difendere la democrazia e il lavoro

di Aldo Tortorella

Ecco il testo dell’intervento pronunciato da Aldo Tortorella il 7 luglio alla celebrazione dei caduti nella strage di Reggio Emilia del 1960, tenutasi anche quest’anno per iniziativa della Camera del Lavoro, del Comune e della Provincia di Reggio.

Noi celebriamo oggi il sacrificio dei caduti di Reggio Emilia del 7 Luglio del 1960. Dobbiamo farlo certamente per essere vicini ai familiari per cui la perdita non cessa di dolere. Ma credo che sia giusto chiedere a noi stessi se noi stiamo svolgendo solo un rito privato ricordando la tragedia di un tempo perduto e dimenticato per sempre. Di quel 7 luglio non ci sono quasi più testimoni se non i vecchi come me che allora dirigevo l’Unità di Milano e mi precipitai qui a Reggio in quel pomeriggio d’angoscia per scrivere della strage.

Ho visto che la Camera del Lavoro ha voluto ristampare la mia testimonianza e ho rivissuto la stessa angoscia di allora quando mi portarono all’ospedale a salutare i caduti e c’erano ancora le grida di Tondelli che fu l’ultimo a morire. Inermi assassinati, mirati come in un tiro al bersaglio, mi dicevano tutti. E nessuno, poi, verrà condannato per quella strage. Ma ci sono molti che dicono – e forse molti di più lo pensano senza dirlo – che non ha senso riaprire quelle vecchie ferite dopo tanto tempo, ora che di quella realtà di allora non c’è più niente. Qui da noi sono scomparsi tutti i vecchi partiti e anche una parte di quelli nuovi, l’Italia, l’Europa, il mondo sono radicalmente cambiati nei mezzi di produzione e di comunicazione, nei costumi e nelle culture, vecchie potenze sono cadute e altre sono sorte.

La forza dei diritti: contro i nazionalismi un’Unione che restituisca la giustizia sociale

di Nadia Urbinati

L’Europa manca di leadership. E manca di volontà politica comune. Eppure è sempre più necessaria, non solo per la pace – secondo l’idea dei suoi costruttori – ma anche per la possibilità di dare ossigeno alla democrazia, alle promesse di giustizia sociale che la cittadinanza democratica fa e che non può mantenere se confinata dentro gli Stati-nazione. Per comprendere appieno la contraddizione tra la debolezza della volontà politica dei leader europei e il bisogno di una politica europea dobbiamo tornare alle origini, e mettere a confronto questa Unione europea con le ambizioni dei suoi fondatori.

Nessuno sa oggi come sarà l’Europa di domani e che peso avranno le forze nazionalpopuliste crescenti da Est (Ungheria e Polonia) a Ovest (l’Austria e l’Italia). L’allargamento dell’Europa è stato guidato dall’idea di facilitare la transizione democratica dei paesi dell’ex Patto di Varsavia, di portare il modello occidentale a oriente. Oggi, assistiamo al processo contrario, poiché è l’Est – il suo modello nazionalpopulista – che sta conquistando l’Ovest.

Dunque, è opportuno chiedersi (ora che anche l’Italia si appresta a varare un governo che guarda con simpatia verso Est) non solo se i paesi europei vogliono un’Europa politica, ma come la vogliono; poiché è chiaro che, anche i nazionalisti xenofobi sanno che è nel loro interesse stare nell’Unione: il problema è che essi hanno un’idea di Europa che deve preoccupare i democratici.

Aborto: come sarebbe la vita delle donne senza la legge 194

di Elisabetta Ambrosi

Per spazzare via le troppe discussioni ideologiche sul tema della legge 194, e insieme il clima contrario a questa norma che purtroppo si respira in giro (vedi manifesti di Roma, ma anche alcune dichiarazioni di un partito di governo come la Lega e delle destre in generale), bisognerebbe guardare molta fiction. Per vedere, ad esempio, cosa accadeva quando le legge non c’era. Ad esempio nell’Inghilterra degli anni Cinquanta – vedi la nota e struggente fiction Call the Midwife -, oppure sempre nell’Inghilterra ma degli anni Venti, come racconta la magnifica serie Downton Abbey. Nella prima, un’insegnante appassionata del suo lavoro resta incinta, un fatto gravissimo per le non sposate.

Tenta un aborto clandestino, rischia di morire, poi ce la fa ma viene cacciata dal suo posto di lavoro e deve cambiare paese. La sua vita è distrutta. Nella seconda, una ragazza serva dei nobili protagonisti viene messa incinta da un militare. Anche lei perde subito il posto, non ha soldi e vive con il bambino in una baracca perché il militare si rifiuta di riconoscere il bambino. Quando l’uomo muore in guerra, i suoi genitori si presentano dalla ragazza e le propongono uno scambio atroce: loro educheranno il bambino nella ricchezza, ma lei non potrà più vederlo.

Sono solo due esempi, eppure emblematici di cosa succedeva a una donna sola che per errore restava incinta, in un’epoca senza contraccezione. Altri tempi? Paradossalmente, anche oggi una donna sola, e magari con un lavoro precario, potrebbe trovarsi in una situazione simile, senza magari lo stigma del concepimento del matrimonio, ma comunque senza alcun mezzo per crescere un figlio. Ed è solo un esempio.

Angela Pascucci: una storia di lotta e di operai cinesi che ti sarebbe piaciuta

di Loris Campetti

Quando se ne va una persona cara che ha sofferto troppo a lungo, la tua razionalità ti fa dire che è bene così, ha smesso di soffrire, soprattutto se da tempo aveva smesso di essere presente. E dopo che l’hai detto o per pudore soltanto pensato, resta l’amaro in bocca per un vuoto che nessuno colmerà e resta il dolore che la razionalità non sa curare. Angela Pascucci se n’è andata. Ha combattuto contro la malattia con la stessa forza con cui aveva combattuto contro le ingiustizie, quelle del mondo e anche quelle più piccole da lei stessa subite.

Dalla metà degli anni Settanta ho discusso molto con Angela di comunismo, di lotta di classe in Italia e, sempre di più con il passare del tempo e la crescita della sua conoscenza, di lotta di classe in Cina. Era una Cina diversa dai luoghi comuni quella che raccontava parlando più della vita e delle lotte e delle sofferenze degli operai che non del “quadro politico”. Angela li intervistava gli operai, restituiva loro il diritto di parola, cosa che non va più di moda in Cina come in Italia.

Ne parlavamo al manifesto finché ci siamo rimasti, io e lei e tanti compagni troppo legati allo spirito originario del giornale per resistere ai tempi nuovi; ne parlavamo passeggiando nell’acqua che ci arrivava alla vita nei mari di Sardegna, di Serapo o, ultimamente, di Salto di Fondi, finché la pelle non ci si raggrinziva per il freddo; ne parlavamo attraversando l’Iran o la Siria truccati da turisti; ne parlavamo a cena in divertenti sfide a base di pesce crudo e cotto. Da Angela ho imparato molte cose, sulla Cina e sulla pajata. Cosa da piangere e cose da ridere.

Il primo maggio a Milano, Torino e Bologna sarà il giorno dell’«orgoglio rider»

di Roberto Ciccarelli

Per la prima volta i ciclo-fattorini che lavorano per le piattaforme digitali parteciperanno in maniera organizzata al primo maggio a Milano, Torino e Bologna. A Milano i «rider» del sindacato sociale che opera in città – Deliverance Milano – apriranno il corteo del pomeriggio, a Bologna la «Riders Union» faranno una critical mass al mattino e una festa al pomeriggio. E anche a Torino i rider si stanno organizzando.

Le rivendicazioni, ribadite domenica scorsa nella prima assemblea nazionale a Làbas a Bologna, sono: riconoscimento dello status di lavoratori mentre oggi sono considerati «freelance»; abolizione della paga a cottimo e dei sistemi di valutazione aziendale; riconoscimento di un’assicurazione per la salute e contro gli incidenti; dotazione di biciclette e di attrezzatura aziendale come gli elmetti.

Il primo maggio dell’«orgoglio Rider» sarà anche europeo. Negli ultimi due anni, infatti, con lo sviluppo tumultuoso delle piattaforme digitali nel settore della consegna a domicilio sono emerse le prime lotte e i tentativi di auto-organizzazione del nuovo lavoro digitale dei fattorini. La connessione europea tra i gruppi e i sindacati auto-organizzati, dalla Spagna all’Italia fino all’Inghilterra, potrebbe essere uno degli obiettivi della giornata.

“Il popolo Cgil non ha votato Pd”, Landini: i grillini sanno ascoltarci

Maurizio Landini

di Elena G. Polidori

«Subito dopo il voto – dice Maurizio Landini, ex leader della Fiom e attuale segretario confederale della Cgil – abbiamo scritto ai nuovi presidenti delle Camere e ai gruppi parlamentari, per chiedere che il nuovo Parlamento discuta subito la Carta per i diritti del Lavoro, sottoscritta da più di un milione e mezzo di lavoratori; i 5 Stelle sono stati i primi a risponderci».

Che risposta è arrivata?

«A breve saranno fissati gli incontri, ma è chiaro che stiamo parlando di cambiare il Jobs Act, di fare una legge sulla rappresentanza, vuol dire ripristinare un nuovo statuto di diritti per tutte le forme di lavoro, anche quello autonomo, così come vogliamo una nuova legge sulle pensioni…».

Musica per le orecchie di Di Maio. Ma anche di Salvini…

«Il sindacato, la Cgil, guarda quello che succede, è autonomo da qualsiasi forza politica, governo, imprenditore, ma resta il fatto che oggi è più facile licenziare che ricorrere agli ammortizzatori sociali. E nel congresso che stiamo aprendo, tra le proposte c’è anche quella di sperimentare un reddito di garanzia, per chi non ha alcun istituto, è precario e vuole reinserirsi nel mondo del lavoro».

Dimissioni per giusta causa: cosa sono e quali tutele sono previste?

di Sergio Palombarini

Sono molte le cause che portano il lavoratore a dimettersi per giusta causa. Si ha diritto a un’indennità, e come procedere per ottenerla? Il lavoratore o la lavoratrice può rassegnare le dimissioni per “giusta causa”, quindi senza preavviso, quando il datore di lavoro mette in atto un comportamento talmente grave da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro, neanche in via provvisoria. In questo caso, a differenza del licenziamento per giusta causa, in cui il datore di lavoro si trova costretto a licenziare in tronco il dipendente per grave inadempimento, è quest’ultimo ad aver subìto un “torto” ed ha diritto anche alla disoccupazione.

Come recita l’art 2119 del Codice Civile: “Ciascuno dei contraenti può recedere dal contratto prima della scadenza del termine, se il contratto è a tempo determinato, o senza preavviso, se il contratto è a tempo indeterminato, qualora si verifichi una causa che non consenta la prosecuzione, anche provvisoria, del rapporto. Se il contratto è a tempo indeterminato, al prestatore di lavoro che recede per giusta causa compete l’indennità indicata nel secondo comma dell’articolo precedente. Non costituisce giusta causa di risoluzione del contratto il fallimento dell’imprenditore o la liquidazione coatta amministrativa dell’azienda”,

Secondo la legge, quindi, il lavoratore con contratto a tempo indeterminato che si dimette “per giusta causa”, ha diritto a percepire un indennità equivalente all’importo della retribuzione che gli (o le) sarebbe spettata per il periodo di preavviso, come recita il secondo comma dell’art. 2118 del Codice Civile, in materia di recesso dal contratto a tempo indeterminato:

Diritti e dignità ai lavoratori: per una politica democratica, la proposta di Piergiovanni Alleva

di Carlo Galli

La nostra Costituzione ricapitola in sé la radice umanistica della modernità non solo per l’assetto istituzionale dei poteri, non solo per la previsione di uguaglianza e di giustizia che l’attraversa e l’orienta, ma anche perché fonda sul lavoro il vivere libero della collettività. Ciò significa che la cittadinanza non è dovuta alla nascita, al censo, alla proprietà, alla religione, alla razza, all’appartenenza a un partito; il che è già importantissimo.

Ma significa anche che lo schema moderno del contratto sociale è sì fondamentale per affermare che l’ordine politico è costituito da atti di volontà razionale di tutti e di ciascuno – e non su un principio d’autorità -; e significa anche che la sua astrattezza deve essere riempita da una sostanza storica vitale, da un agire permanente che dia corpo ai soggetti stessi, che li metta in relazione costruttiva e duratura. Quell’agire, quella sostanza, quella concretezza è il lavoro, che è quindi tanto un fatto privato, attraverso il quale legittimamente si persegue un utile, quanto un fatto pubblico, il tessuto esistenziale e dinamico di quella società che si organizza politicamente in istituzioni. E queste sono democratiche non solo per il loro assetto e per la loro finalità, ma anche perché hanno la loro radice in un’umanità attiva.

Il testo costituzionale ci dice così che la cittadinanza democratica non è solo formale: che la politica non può essere solo la dimensione astratta del cittadino; ma che anzi è fatta da soggetti, da persone integrali, che esistono concretamente in relazione produttiva, che attraverso il lavoro producono letteralmente se stessi, e la società. Democrazia è includere politicamente secondo regole costituzionali questa sostanza storica reale prodotta individualmente e collettivamente.