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20 pietre e Possibile: candidiamo l’uguaglianza

di Possibile

Possibile è un partito politico nato il 31 gennaio 2016 alla conclusione del Congresso che ha eletto come segretario Pippo Civati. Il simbolo di Possibile è un uguale inscritto in un cerchio e sta ad indicare “Uguali diritti, uguali possibilità”. Possibile è un partito di sinistra, laico, repubblicano, impegnato a difesa dei diritti e della Costituzione.

Ogni iscritto a Possibile sottoscrive e si impegna a rispettare il Patto Repubblicano, la carta dei valori del partito. Possibile favorisce una partecipazione democratica e orizzontale. Il Segretario si avvale della collaborazione di un Comitato Scientifico e un Comitato Organizzativo. La Comunità di Possibile utilizza una piattaforma informatica per dialogare, decidere, discutere.

Sul territorio italiano (e non solo) sono presenti Comitati locali che contribuiscono a promuovere l’attività del partito sostenendo campagne ed eventi tematici a sostegno delle politiche del partito. A Bologna e nell’area metropolitana sono presenti 7 comitati. Le principali campagne portate avanti dai Comitati locali hanno riguardato l’ambiente, la legalizzazione della cannabis, il fine vita, il lavoro, la riforma della scuola, la democrazia diffusa, le politiche di accoglienza, oltre che, naturalmente, la difesa della Costituzione italiana e dei suoi valori.

Perché i referendum della Cgil sono ammissibili

Cgil - Foto di Gianfranco Goria

di Vittorio Angiolini [*]

L’ammissibilità dei tre referendum della Cgil, che andrà prossimamente al vaglio della Corte Costituzionale, è manifesta sul piano dello stretto diritto costituzionale. Sul piano dei requisiti generali di ammissibilità di natura giuridico-costituzionale, è anzitutto scontato che nessuno dei tre referendum riguardi materie che, per l’art. 75 Cost., siano esplicitamente precluse all’iniziativa referendaria (che è appunto esclusa per “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”).

Solo per completezza è da precisare, comunque, che l’abrogazione per via referendaria del dlgs. n. 23 del 2015 non inciderebbe, neppure indirettamente, sulle agevolazioni, che sono d’altronde mere agevolazioni contributive e non tributarie, previste dall’art. 1, comma 118 e 119 della legge n. 190 del 2014; tali agevolazioni sono infatti stabilite non in relazione al regime dei “licenziamenti”, toccato da uno dei referendum della Cgil, ma solo ratione temporis in relazione alla stipula dei contratti e per una certa durata. D’altra parte, va tenuto in conto che il dlgs. n. 23 del 2015, di cui si propone l’abrogazione referendaria, ha come unico “campo di applicazione” quello del “regime di tutela nel caso di licenziamento illegittimo” (art. 1, comma 1).

Ciò posto, e guardando ai limiti al referendum individuati dalla giurisprudenza della Corte come “impliciti” e connessi al sistema, bisogna anche notare che nessuno dei tre referendum della Cgil riguarda di sicuro “leggi a contenuto costituzionalmente vincolato”, e cioè la cui abrogazione pregiudicherebbe scelte di sostanza dovute per Costituzione: poiché tanto la materia delle sanzioni da adottarsi nel caso di licenziamenti illegittimi, tanto quella della responsabilità verso i lavoratori in caso di appalto tanto quella dell’uso del lavoro accessorio tramite “voucher” sono tutte materie rimesse alla decisione politica e discrezionale del legislatore, per cui è dunque ben praticabile un referendum abrogativo delle scelte fatte dalle leggi sin qui in vigore.

Ricordando Giuseppe Di Vittorio, 59 anni dopo

Mauro Di Vittorio

di Ilaria Romeo, responsabile dell’Archivio storico Cgil nazionale

Il 3 novembre 1957 muore Giuseppe Di Vittorio. Il viaggio della salma, da Lecco a Roma, è indimenticabile. Ad ogni stazione ferroviaria il treno deve sostare più a lungo per la folla che, a pugno chiuso, si riversa nelle piazze a salutare Peppino.

Sette anni prima di Togliatti, 27 anni prima di Berlinguer è il primo vero lutto collettivo della sinistra italiana. “Tutto pare come sospeso – osserva quel giorno Pier Paolo Pasolini – , rimandato: anche io mi ritrovo solo con gli occhi, e come senza cuore, in pura attesa. Ma intanto attraverso gli occhi, il cuore si riempie. Non ho mai visto gente così, a Roma. Mi sembra di essere in un’altra città”.

Dall’appello in difesa degli ebrei italiani contro la svolta razzista di Mussolini del 1938 all’ultimo discorso pronunciato a Lecco poche ore prima della morte; dal ricordo del Primo maggio 1945 (il primo dell’Italia liberata) alle parole di Trentin pochi giorni dopo la sua morte; dai verbali delle riunioni in Cgil nelle calde giornate del 1948, quando si consumò la scissione sindacale, al processo nella riunione della direzione del Pci per la posizione assunta sui fatti d’Ungheria, i testi che segnaliamo a seguire offrono al lettore un’immagine di Di Vittorio a tutto tondo, presentando tutte le sfaccettature di una persona – e di una personalità – amata probabilmente come poche altre nella storia del nostro Paese, cui il sindacato e l’Italia devono molto.

Franco Basaglia e la rivoluzione contro le torture manicomiali

Franco Basaglia

di Arianna Capirossi

Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu che la nostra unione non scaturiva dalla tecnicizzazione, ma dalla finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ecc. ed essere internato era la medesima cosa perché, quando ci univamo in assemblea per discutere, tutti cercavano di dare il loro contributo per un cambiamento. Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra, e allora lo psicologo e lo psichiatra erano messi in discussione. (Conferenze brasiliane, 1979)

Il 29 agosto di 36 anni fa moriva Franco Basaglia, medico italiano ispiratore della legge Basaglia, ovvero la legge 180 del 13 maggio 1978, che ancora oggi è in vigore e regolamenta le cure psichiatriche in Italia. Spesso si fa riferimento alla legge omonima, ma poco si conosce del suo ideatore. Cerchiamo di conoscere meglio la vita e gli studi di questa figura rivoluzionaria del Novecento italiano.

Gli studi giovanili: opporre la filosofia esistenzialista ai totalitarismi positivisti. Franco Basaglia, nato nel 1924 a Venezia, studiò lettere classiche al liceo e si laureò in medicina a Padova nel 1943. In questo periodo di studi, decisivo fu l’incontro con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, che impronterà tutta la sua carriera psichiatrica successiva.

Che c’è da imparare dall’esperienza di Ada Colau?

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona

Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona

di Valerio Romitelli

A proposito del libro appena pubblicato di Steven Forti e Giacomo Russo Spena, Ada Colau, La città in comune. Da occupante di case a sindaca di Barcellona (con un’intervista a Luigi De Magistris), Edizioni Alegre, Roma, 2016, 176 pagine.

Barcellona capitale spagnola, meglio europea e forse anche mondiale del “nuovo municipalismo”? Ossia di quei governi cittadini che non solo si adoperano nel contrastare le politiche neoliberali dell’austerità, ma si pongono anche in prima fila nell’accoglimento di rifugiati e stranieri? Sono queste tra le più importanti domande che si pone l’agile, ma rigoroso e documentatissimo libro Ada Colau, la città in comune.

Da occupante di case a sindaca di Barcellona – con un’intervista a Luigi De Magistris (Edizioni Alegre, Roma, 2016) di Steven Forti e Giacomo Russo Spena: il primo, oltre che storico e giornalista di professione, testimone diretto del tema trattato, vivendo da anni a Barcellona; il secondo, oltre che firma de Micromega, già autore di libri riguardanti le più recenti novità in campo politico, come i “casi” Tsipras e Podemos.

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“Da occupante di case a sindaca di Barcellona”: sottotitola questo libretto ed è proprio questa la vicenda di cui si tratta. La quarantaduenne Ada Colau è in effetti la protagonista di questa bella storia, quasi da favola, che l’ha portata da giovane di origini popolari, a indomita militante contro gli sgomberi delle case, già a partire dal lontano 2006, fino a conquistare nove anni dopo, nel giugno 2015, la massima carica di prima cittadina, e ora addirittura salutata a volte dalla gente come la “regina” (p.27) ed con un audience da star nel video in cui canta una canzone di propaganda da lei stessa inventata (p.67).

Paul Mason: “Cambiamo il capitalismo o torneremo al Medioevo”

Paul Mason

Paul Mason

di Francesco Cancellato

Rottamare il neoliberismo. Questo l’imperativo di Paul Mason, giornalista economico e inviato dell’emittente britannica Channel 4, che da qualche anno è diventato una specie di guru per la nuova sinistra radicale in cerca d’autore. La sua ultima fatica si chiama “Postcapitalismo” (Il saggiatore) ed è il compendio di un nuovo modello economico «olistico, che sappia stare in piedi da solo». Non una semplice «idea brillante» ma «un insieme di microprocessi» che trasformino il capitalismo dalle fondamenta, per farlo evolvere a misura della società dell’informazione.

Non è un soviet, quello che immagina Mason, ma un mondo libero dai monopoli, in cui la redistribuzione fiscale serve come «sussidio all’automazione» e all’emancipazione dal lavoro. In cui, soprattutto, accanto all’economia tradizionale, coesistono ampi spazi di economia non di mercato: «Servono leggi che proteggano realtà come Wikipedia e che tolgano le rendite monopoliste come quelle di Uber». L’alternativa, spiega a Linkiesta, è una società neo-feudale: «La sinistra radicale deve diventare una forza di governo, con un modello di sviluppo postcapitalista in testa. Se non ci riusciremo – continua – ci riusciranno le destre autoritarie».

Jobs Act: una storia di inganni, furbizie e apparenze falsificanti

Jobs act

di Umberto Romagnoli

Quella del Jobs Act è una storia d’inganni, furbizia malandrina e apparenze falsificanti. Ce n’è per tutti i gusti. Si va dall’uso (senza precedenti) di anglicismi con un forte impatto mediatico, ma d’incerto significato nella stessa lingua-madre, all’uso spericolato di parole che reclamizzano la figura di un contratto di lavoro spacciato per innovativo mentre alle spalle ha un’esperienza secolare.

Si va dal rispetto soltanto formale delle procedure parlamentari – perché la legge-delega non contiene né i principi né i criteri direttivi che la costituzione esige allo scopo di limitare la discrezionalità della decretazione delegata, ne lascia intenzionalmente nel vago l’oggetto che la costituzione vuole predefinito ed è stata approvata ricorrendo al voto di fiducia per impedire l’esame di emendamenti e imbavagliare i dissenzienti interni alla stessa maggioranza governativa – alla rottura della consolidata regola non scritta che fa precedere l’intervento legislativo da confronti nel merito coi sindacati.

Si va dalla valorizzazione del potere aziendale attraverso il sostanziale ripristino della libertà di licenziare all’emarginazione della tutela giurisdizionale dei diritti in attuazione di un progetto politico che ipotizza uno scambio tra maggiore flessibilità a vantaggio dell’impresa oggi e maggiore sicurezza nel mercato domani a vantaggio del lavoratore. Uno scambio che, sebbene sia caldeggiato dalla governance europea, in un paese come il nostro ove le politiche attive del lavoro sono ancora all’abc è più virtuale che virtuoso.

Pane e pace: la vera storia dell’8 marzo

di Florelle, Pasionaria.it

Ormai in Italia l’International Women Day, cioè la Giornata internazionale delle Donne, è diventata per tante una ricorrenza commerciale come molte altre (San Valentino, la festa della mamma, la festa del papà…) senza più alcuna valenza politica. È il giorno per “uscire da sole con le amiche” (come se ci fosse bisogno del permesso del partner per farlo o bisognasse aspettare un giorno apposito): si va a mangiare, magari si va a vedere qualche spogliarello (anche lì: come se per l’otto marzo ci fosse una deroga speciale alla regola della “casta matrona”, sia mai che una donna consumi il corpo di un uomo in un altro giorno).

Ma anche chi sa che l’anniversario nasce con una valenza politica (che in molti altri paesi conserva), raramente conosce la storia di questa giornata, che dal 1975 l’Onu fissa come celebrazione l’otto di marzo ma dal 1977 con una risoluzione concede agli stati membri di celebrare anche in date diverse, a seconda delle diverse tradizioni nazionali.

Ovest: 25 anni di lotte No Tav in val di Susa

I No Tav davanti alle recinzioni del cantiere-fortilizio, val Clarea, 5 settembre 2015 - Foto di Michele Lapini)

di Wu Ming 1

Alle 11.15 del 27 gennaio 2016, sotto un cielo denim chiaro, dopo aver attraversato il borgo di Chiomonte e raggiunto la riva sinistra della Dora, ci presentammo al checkpoint di via dell’Avanà, poco oltre la centrale idroelettrica.

La centrale. Sorella piccola delle montagne, sposa del fiume dal 1910, era stata nutrice delle industrie della val di Susa e di Torino. Si stagliava, virata in seppia e fiera del suo lavoro, in cartoline d’epoca vendute su ebay, e gli scolari venivano ancora a vederla, ad ammirarla, perché era stata una grande opera di quelle sensate, lei, e funzionava ancora, serviva ancora, lei. Altre opere lì nei paraggi, invece… tsk.

Al posto di guardia, una triste casupola esalò fumo biancastro e tre poliziotti blu di Prussia, che subito fermarono l’auto. Usarono la terza persona plurale come pronome di cortesia e il verbo “favorire” nell’accezione tipica delle guardie: “Favoriscano i documenti. Dove stanno andando?” Fu allora che cominciò il battibecco.

Volevamo andare prima alla Maddalena, la cascina sull’orlo del cantiere-fortilizio, poi ai terreni posseduti dai No Tav in località Colombera, per unirci a uno dei famosi “pranzi del mercoledì”. Con noi c’erano due dei 1.400 proprietari, Guido e Nicoletta.

Si chiamava la Colombera perché, sulla collina, si ergeva una torre abbandonata e ammantata di rampicanti che era servita, appunto, da colombaia. Un tempo ce n’erano tante, sparse in tutto il nord Italia, da Ventimiglia a Venezia. Si allevavano colombi per vari motivi: per mandarli in giro con messaggi; per addestrare gli stormi e farli volare in apposite competizioni; per farne richiami da caccia; per mangiarli… e per tutte queste cose insieme. E poi, i colombi erano belli. Erano magici. Ricordavo colombe bianche uscire in un frullo d’ali dalle maniche di Silvan. Mariano, il mio amico mago, mi aveva raccontato di un illusionista alcolizzato che aveva perso i sensi poco prima dello show e, crollando al suolo, aveva schiacciato tutte le colombe che portava nascoste nel blazer, prigioniere.

Il primo matrimonio gay in Italia si tenne a Napoli nel 1978

Matrimonio gay a Napoli

di Gaetano Capaldo

La legge sulle unioni civili tiene banco in queste ore. La politica italiana è al lavoro per partorire il testo che dia la possibilità alle coppie, anche omosessuali, di vedere riconosciuta la propria unione senza il vincolo del contratto di matrimonio. Quest’ultimo negozio giuridico, dopo l’approvazione del decreto, resterà comunque precluso alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Eppure un matrimonio omosessuale, in Italia, si è già “celebrato”.

Accadde a Napoli, nel 1978. Come riporta un vecchio numero del settimanale Oggi, risalente all’epoca dei fatti, si “unirono” due uomini partenopei. Uno, vestito da sposa, era soprannominato ‘A Russulella mentre il partner, in abiti maschili, era noto come Là Là. I due, all’epoca, avevano all’incirca cinquant’anni e crearono scalpore in città. La “sposa” fu accolta da una folla incredula quanto lasciò la propria abitazione con indosso l’abito bianco per salire a bordo di una chiara e luccicante Mercedes bianca che la conducesse dal futuro “marito”.

Il matrimonio, comunque nullo per l’anagrafe, fu celebrato con tanto di testimoni e la coppia, dopo le foto di rito, partì anche per il viaggio di nozze. Il fatto ebbe una forte risonanza mediatica tanto che la giornata dei due fu seguita anche dalle telecamere della Rai che mandò in onda un servizio sul primo matrimonio omosessuale celebrato in Italia all’interno de “L’Altra Domenica”.