Napoli, la città obbediente di De Magistris

di Bruno Giorgini in collaborazione con Amalia Tiano

Quando dopo mezz’ora di discussione (25 giugno 2018), a Luigi De Magistris chiedo di Napoli città ribelle, che è, tra l’altro, il titolo di un suo libro, risponde a sorpresa: sì ho coniato io questa definizione, ma oggi, beh oggi direi piuttosto Napoli città ubbidiente.

Con Amalia siamo in città da un paio di giorni, per cercare nei limiti del possibile di capire, o almeno guardare, come si svolgono le dinamiche di strada, specie nella parte più popolare: i quartieri spagnoli. Uscendo da casa scendiamo in via della Pignasecca, col suo mercato dove trovi di tutto, aggirandoci nell’intrico dei vicoli. Dove la criminalità camorristica è ben visibile, ma anche molti turisti si muovono, tutti stranieri. Il rinascimento culturale di Napoli, anch’esso ben visibile, porta infatti in città molti turisti soprattutto non italici coi relativi soldi al seguito, e là dove arriva il denaro la camorra si dispiega.

Turisti che conoscono Gomorra, e non hanno paura, anzi la camorra se la vanno a cercare, nei luoghi di Gomorra, e/o dell’Amica Geniale, la quadrilogia di Elena Ferrante. Camorra che produce anche innovazione tecnologica: un microcellulare, leggerissimo, piatto, lungo pochi centimetri, intestato a ignare utenze straniere, con pochissimo metallo, perciò invisibile ai metal detector, che si può nascondere nelle suole di un paio di scarpe da tennis. Lo si trova completo di scheda per 150 euro al mercatino della Duchesca, e si dice sia stato inventato a Poggioreale da qualche detenuto di genio per le comunicazioni dei boss con l’esterno.
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Costituzione: quello che ci hanno già sottratto e che ci vogliono sottrarre ancora

Costituzione della Repubblica italiana
Costituzione della Repubblica italiana

di Nicola Colaianni

Come cambia la democrazia è come cambia la Costituzione, perché, nella magistrale definizione della dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, “la società nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri determinata, non ha Costituzione”.

L’argomento maggiormente speso per rassicurare sulla riforma costituzionale in atto è che essa neppur minimamente tocca la prima parte, quella dei diritti, che motiva la retorica da palcoscenico della “Costituzione più bella del mondo”. In realtà, la parte dei diritti non c’è bisogno, né possibilità, di toccarla perché da tempo non è più nelle nostre mani, nella disponibilità legislativa del nostro Parlamento – come di ogni Parlamento nazionale.

Sta nelle mani di forze globali, transnazionali, nel potere economico-finanziario che si esprime nel FMI, nel G8, nella BCE, nella Commissione europea e, a livello non istituzionale, nelle società multinazionali. Nel campo dei diritti fondamentali la lex superior non è più la Costituzione, è la lex mercatoria, formata dai mercati finanziari.
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Franco Basaglia

Franco Basaglia e la rivoluzione contro le torture manicomiali

di Arianna Capirossi

Io direi che una della condizioni del nostro lavoro fu che la nostra unione non scaturiva dalla tecnicizzazione, ma dalla finalità politica che univa tutti. Essere psicologo, psichiatra, terapeuta occupazionale, ecc. ed essere internato era la medesima cosa perché, quando ci univamo in assemblea per discutere, tutti cercavano di dare il loro contributo per un cambiamento. Noi capimmo, per esempio, che un folle era molto più terapeuta di uno psichiatra, e allora lo psicologo e lo psichiatra erano messi in discussione. (Conferenze brasiliane, 1979)

Il 29 agosto di 36 anni fa moriva Franco Basaglia, medico italiano ispiratore della legge Basaglia, ovvero la legge 180 del 13 maggio 1978, che ancora oggi è in vigore e regolamenta le cure psichiatriche in Italia. Spesso si fa riferimento alla legge omonima, ma poco si conosce del suo ideatore. Cerchiamo di conoscere meglio la vita e gli studi di questa figura rivoluzionaria del Novecento italiano.

Gli studi giovanili: opporre la filosofia esistenzialista ai totalitarismi positivisti. Franco Basaglia, nato nel 1924 a Venezia, studiò lettere classiche al liceo e si laureò in medicina a Padova nel 1943. In questo periodo di studi, decisivo fu l’incontro con l’esistenzialismo di Jean-Paul Sartre, che impronterà tutta la sua carriera psichiatrica successiva.
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La legge sulle unioni civili è storica ma è già vecchia

Unioni civili - Foto di Francesca Corona
Unioni civili - Foto di Francesca Corona
di Andrea Maccarrone

L’11 maggio la Camera ha definitivamente approvato la legge sulle Unioni Civili per le coppie omosessuali. Un passaggio senza dubbio storico perché rompe un tabù, fatto di speranza più volte deluse, promesse non mantenute, negazione e insulti, resistito oltre 30 anni. E cosa più importante questa legge finalmente riconosce un pezzo di realtà sociale, riconosce dei diritti e quindi cambia in meglio la qualità della vita di tante persone che la aspettavano.

Nonostante ciò non si riesce a gioire pienamente di una norma che nasce già vecchia (il modello tedesco che la ispira è vecchio di 15 anni) e soprattutto concede diritti al caro prezzo della dignità e negando la piena uguaglianza.

Questa norma colma solo a metà il grande ritardo rispetto alla società, dove sì è ormai compiuta una vera e propria rivoluzione e dove le coppie omosessuali, con o senza figli, sono riconosciute pienamente come famiglie, cosa che ancora una volta questa legge prova a negare in maniera subdola. Con la famosa definizione di “formazione sociale specifica” che ancora le unioni civili all’articolo 2 della costituzione e non al 29 che parla di famiglia appunto, espungendo dal testo quasi ogni riferimento alla vita familiare, negando la possibilità di adozione e la stepchild adoption e con quell’altra previsione quasi ridicola guardando alla sensibilità contemporanea, che è la cancellazione solo per unioni civili dell’obbligo di fedeltà, nel tentativo di evidenziare una maggiore promiscuità e precarietà di queste unioni rispetto a quelle etero “santificate” dal matrimonio.
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Referendum sul divorzio - Foto L'Unità

Referendum sul divorzio, quarant’anni dopo

di Pierfranco Pellizzetti

I coetanei dello scrivente ricordano di certo la tiepida sera romana in Piazza del Popolo di quel lontano 14 maggio 1974, quando si tenne lo storico comizio a cui parteciparono tutti i leader del cosiddetto arco costituzionale (Democrazia Cristiana ovviamente esclusa) attendendo i risultati del referendum abrogativo della legge Baulini – Fortuna, istitutiva del divorzio. Normativa che era stata introdotta il 1° dicembre di quattro anni prima (legge 898/1970). Ma lo scontro finale, la sfida all’OK Corral tra laici e clericali, stava svolgendosi proprio in quel momento.

Dopo una campagna al calor bianco scatenata dalle forze oscurantiste, guidate da un boss del peso di Amintore Fanfani e mettendo in campo una mastodontica opera di disinformazione terroristica; contro quello che non era soltanto un istituto del diritto di famiglia, quanto una vera e propria conquista di civiltà. Nell’Italia profonda del clericalismo a sostegno del patriarcato gerarchico, del familismo amorale.

A detta dei testimoni oculari, sul palco allestito in quell’angolo di Roma stracolmo di cittadini speranzosi, vigeva un profondo pessimismo riguardo ai risultati previsti. Ugo La Malfa fu sentito sussurrare a Pietro Nenni: «che peccato, il divorzio non passerà…». E l’altro: «i tempi non sono ancora maturi…».
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Democrazia - Foto di SEL

Resistere bisogna: mai allentare la presa di fronte alla democrazia minacciata

di Silvia R. Lolli

Tra le assenze associative di domenica 30 marzo a Marzabotto si deve contare l’associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi). Da socia aggregata non essendo tanto vecchia da essere realmente partigiana, mi chiedo come mai, dopo la condivisione del primo appello il 2 giugno 2013 in Piazza S. Stefano a Bologna, si è ritirata e, per ovviare ai malumori degli iscritti, ha fatto un’altra manifestazione in proprio, non partecipando a Roma il 12 ottobre?

I partigiani dovrebbero rappresentare la resistenza italiana, madre dell’attuale Costituzione. Oggi da parte dell’Anpi non c’è neppure una chiara parola sullo scempio che si sta cercando di fare della democrazia. Il dispiacere è tanto, ma saremo messi peggio quando ci sarà la restrizione ancora maggiore di diritti: politici e sociali su tutti. Soprattutto quando si pensa ai tanti tentativi per delegittimare la democrazia italiana, dalla P2 a oggi.

Intanto la Borsa italiana in questi giorni rileva uno spread “ai minimi storici”. Un caso? Non crediamo proprio; occorre cominciare a leggere molte situazioni in un unico modo, contestualizzandole, incrociando i dati, ma soprattutto cercando di guardare oltre un’informazione troppo ridondante e univoca.
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