Ilva - Foto di Antonio Seprano

La diossina dell’Ilva e il futuro di Taranto

di Antonia Battaglia

La Commissione Petizioni del Parlamento Europeo ha invitato pochi giorni fa Peacelink a presentare, per la seconda volta, un aggiornamento alla petizione sugli effetti della diossina prodotta dall’Ilva. Un incontro importante, che ha dato modo alle Istituzioni Europee di rendersi conto di come evolva la situazione a Taranto.

Sono passati ormai due anni da quando Peacelink ha cominciato la sua battaglia in Europa per cercare giustizia per Taranto, cosa che non si riesce ancora ad ottenere in Italia. E in questi due anni sono stati compiuti passi molto importanti: l’azione continua di lobbying ha portato la Commissione Europea a lanciare una procedura d’infrazione e un parere motivato, che potrebbe, secondo la Commissione stessa, approdare alla Corte di Giustizia. Commissione contro Italia, a difesa di quei principi e di quei diritti che in casa sembrano essere invisibili e inesistenti.

La discussione, avvenuta in seguito all’esposizione di Peacelink, ha messo in luce ancora una volta un aspetto sconcertante: la persistente refrattarietà a prendere coscienza, da parte dei partiti di governo, dell’urgenza di attuare un piano ambientale serio e risolutivo.

Si è continuato, anche in questa occasione, davanti ad un Parlamento e ad una Commissione europei compatti nel dire che Taranto non può sopportare oltre la politica di taglio prettamente industriale del Governo, a negare la realtà delle cose. Si è continuato a dire che la situazione non è per niente grave, che il Governo ha già da tempo messo in atto delle azioni per la riduzione dell’impatto ambientale, che la situazione non è assolutamente quella di morte e malattia descritte nell’intervento di Peacelink e che infine il problema Ilva è talmente vasto che, si sa, si deve capire, i tempi sono lunghi.
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Ilva - Foto di Antonio Seprano

Morire d’Ilva: diossina, veleni e strutture insicure. Storia di una strage senza fine

di Loris Campetti

Ciro aveva 42 anni e faceva il manutentore dell’area a caldo. È morto precipitando dall’altezza di dieci-quindici metri per il crollo di una passerella posticcia, dopo più di 10 anni di Ilva. Antonio, 46 anni, è precipitato insieme a Ciro, è ferito ma per fortuna ancora vivo. Sono loro le ultime vittime in ordine di tempo della fabbrica della morte di Taranto. Il 30 ottobre era toccato a Claudio, 29 anni, schiacciato tra due convogli.

Il 29 novembre un altro operaio morto sempre in quota Riva, sempre a Taranto: Francesco faceva il gruista nell’area portuale quando è passato il tornado con la sua forza devastante, travolgendo gru e gruista. I dirigenti del padrone delle ferriere volevano costringere gli altri gruisti a prendere in fretta il posto di Francesco, ancor prima che il suo corpo venisse ripescato in mare, senza neanche verificare le condizioni di sicurezza delle gru. C’era una ragione: il collaudo previsto non era stato fatto.

Forse Ciro non è l’ultima vittima dell’Ilva di Taranto. Forse, in silenzio, senza scioperi indetti dai sindacati, senza fare notizia, nel quartiere di Tamburi dopo Ciro è morta una bambina, o un disoccupato, o una casalinga, o un operaio dell’altoforno, per un tumore al fegato, o al rene, o al polmone. Uccisi dalla diossina sparata dalla bocca velenosa del camino E312 alto 220 metri che minaccia 200 mila tarantini, o dalle polveri di ferro portate dal vento di maestrale dai parchi minerari scoperti di Riva nei quartieri che circondano la fabbrica.
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