Quando le sentenze della magistratura amministrativa rendono onore agli atenei che tutelano la democrazia partecipativa

Foto di Ingiroconmamadi Sergio Brasini e Gianni Porzi, Università di Bologna

Tra i tanti difetti attribuiti alla Legge 240/2010 sul riordino del sistema universitario italiano (più nota come riforma Gelmini), uno dei più deleteri è stato quello di aver reso possibile una crescita a dismisura della sfera di influenza dei Rettori sul funzionamento dell’istituzione. Inoltre, all’interno degli Atenei, il Consiglio di Amministrazione ha subito una radicale trasformazione del proprio ruolo assumendo un potere decisionale quasi assoluto. Ora è infatti arbitro unico per le questioni economiche e finanziarie, l’assunzione di docenti e ricercatori, lo stanziamento di fondi per la ricerca, la chiusura di Dipartimenti e Corsi di Studio, con un controbilanciamento da parte del Senato Accademico sostanzialmente nullo. Quest’ultimo è divenuto un organo prevalentemente consultivo confinato alla sola elaborazione di pareri sui provvedimenti relativi agli ambiti della didattica, della ricerca, del diritto allo studio e della internazionalizzazione, quasi mai vincolanti per il CdA.

Al momento dell’approvazione definitiva del nuovo Statuto (luglio 2011), in ottemperanza a quanto previsto dalla Legge 240/2010, l’Università di Bologna scelse deliberatamente di escludere dal futuro CdA le rappresentanze elettive di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo. La responsabilità di questa grave decisione era riconducibile non tanto al dettato della legge, quanto piuttosto ad una precisa volontà dei vertici dell’Ateneo bolognese. La 240/2010 non vietava affatto che il CdA possa essere eletto in maniera democratica, ma si limitava a stabilire che i suoi componenti dovessero soddisfare particolari requisiti di competenza.
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