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Ambiente e paesaggio: Lega e 5S all’opposto

Contro la devastazione del territorio

di Vittorio Emiliani

Mentre si profila una possibile intesa fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, mi tornano in mente le dure polemiche consumatesi in Parlamento fra i loro due gruppi in materia di cultura, di natura, di ambiente, di aree protette, e, comunque, le opposte opinioni espresse.

Andate a rileggervi sul sito dei 5 Stelle il programma elettorale in materia di beni culturali e paesaggistici:

  • 1) bisogna difendere e rafforzare il ruolo delle Soprintendenze indebolite dai governi Berlusconi e Renzi sul piano dei poteri;
  • 2) bisogna tornare a dividere il Turismo dai Beni culturali evitando che il Mibact consideri quei beni o quel centri storici, beni commerciali, “macchine da soldi”.

All’opposto le posizioni della Lega (e in generale del centrodestra): in uno “storico” dibattito televisivo da Bruno Vespa, Matteo Salvini, infuriato per la bocciatura (sacrosanta) di un’altra strada sul Lago di Como da parte del soprintendente Luca Rinaldi, se ne uscì reclamando l’abolizione delle Soprintendenze e dei loro “assurdi vincoli e poteri”. E la renzianissima Maria Elena Boschi fu di fatto d’accordo: “Della soppressione delle Soprintendenze si può discutere, noi intanto, con la riforma Franceschini, le abbiamo ridimensionate…”. Renzi docebat.

Firenze-Livorno: una lettera contro la terza corsia sull’autostrada A11

del Comitato pistoiese contro la terza corsia sull’A11, con l’adesione di Grazia Francescato, Tomaso Montanari, Giorgio Nebbia e Edoardo Salzano

La scelta di realizzare la terza corsia sull’autostrada A11 poteva essere parzialmente convincente fino alla fine del secolo passato, non in questo XXI secolo in cui molte persone hanno acquisito una duplice consapevolezza: da una parte la sostenibilità ecologica (da cui dipendono i cambiamenti climatici) non consente uno sviluppismo quantitativo dei consumi di petrolio e di altre fonti energetiche non rinnovabili che aumentano l’effetto serra e dall’altra parte, in Italia più che in altri paesi, abbiamo da decenni alcuni gravi problemi che tendono ad aggravarsi:

  • Una mobilità che, dopo diversi decenni di chiacchiere, continua a rimanere concentrata sul trasporto su gomma (particolarmente inquinante per la qualità dell’aria, da cui dipende la salute e particolarmente nefasto nel contribuire all’effetto serra): anche il progetto per il raddoppio della ferrovia da Pistoia a Lucca è ben lontano dall’essere adeguatamente finanziato e rischia di non trovare le risorse finanziarie necessarie per essere portato a conclusione. Insomma, a nostro parere, è necessario che siano garantite le risorse finanziarie per realizzare una moderna metropolitana di superficie che (in un area come quella da Firenze a Lucca-Pisa-Livorno con quasi due milioni di abitanti e migliaia di imprese produttive) consenta treni veloci per i viaggiatori e magari anche per le merci destinate all’aeroporto di Pisa e/o al porto di Livorno;
  • La sicurezza del territorio da alluvioni e frane e la sicurezza sismica degli edifici pubblici e privati necessitano che siano notevolmente aumentati gli investimenti pubblici in questa direzione: sappiamo che la Regione Toscana ha finalizzato a questo problema più di quanto hanno fatto vari governi del nostro Paese, ma complessivamente siamo assai lontani dalle necessità (come sono lontani delle necessità gli stanziamenti che finora sono stati destinati a Livorno per rimediare al recente disastro alluvionale);

Il punto zero dell’urbanistica in Emilia Romagna

di Antonio Bonomi

Non tira un buon vento per la disciplina urbanistica nella Regione Emilia-Romagna, ammirata un tempo in Italia e all’estero. Quella che era uno dei vanti della nostra storia recente con la tutela dei Centri storici, l’edilizia economica e popolare trainante, l’eccellenza quantitativa e qualitativa delle opere di urbanizzazione, la tutela del paesaggio collinare e costiero, sta manifestando visibili pecche. Nello spreco di suolo fertile e permeabile siamo passati ai primi posti nella classifica nazionale. L’inquinamento da gas e micropolveri affligge, ai massimi in Europa, la nostra striscia di pianura.

Il nodo dei trasporti pubblici e privati presenta criticità e inefficienze e a fronte di una smagliante Mediopadana di Calatrava la stazione Centrale di Bologna rimane al palo, orfana perfino di un Servizio Ferroviario Metropolitano passante. La pianificazione territoriale di area vasta, che fino a poco fa era una rete di avanzate competenze, si è liquefatta con l’inconsulto scioglimento delle Province e la stasi delle Unioni di Comuni.

Da ultimo, la presentazione della proposta di legge della Giunta Regionale sull “Uso e Tutela del Territorio” è accolta da una bordata di biasimo della cultura urbanistica. Qui mi sembra opportuno fare un po’ di glossario critico sui diversi tipi di Piani Urbanistici previsti dalla legge vigente e dal nuovo testo.

“Consumo di luogo”: la crisi della pianificazione pubblica degli enti locali

di Piergiovanni Alleva e Cristina Quintavalla

Il Tavolo regionale dell’imprenditoria (che riunisce l’80% delle imprese emiliano-romagnole) ha chiesto di superare i ritardi in materia di «apertura al mercato», di essere coinvolto nelle scelte relative a «impiego delle risorse destinate al welfare e sanità e nella programmazione dei modelli di servizio», di superare la «tradizionale dicotomia pubblico-privato», di «mettere al centro l’impresa», di subordinare ogni scelta della Regione alle sue ricadute sull’impresa, nonché di garantire «la partecipazione dei soggetti privati» nella stessa attività di programmazione regionale.

Il boccone è ghiotto, visto che la spesa sanitaria costituisce oltre il 70% dell’intero bilancio regionale: l’Unipol e le maggiori Coop si sono subito affrettate a promuovere forme di sanità integrativa privata, offrendo pacchetti di prestazioni sanitarie, commisurate al premio assicurativo sottoscritto. Anche il Patto per il lavoro (leggi: per le imprese), siglato in RER con le parti sociali, punta a sostenere le imprese nella corsa alla produzione «di valore aggiunto», con lauti finanziamenti regionali ed europei che, insieme con processi di fusione e aggregazione industriale, semplificazioni burocratiche (leggi: riduzione di limiti e vincoli), sgravi fiscali, innovazione tecnologica, le rendano più attrattive e competitive sul mercato.

Sempre il Patto per il lavoro propone di istituire una nuova forma di welfare integrativo: «viene istituito un fondo regionale per la sanita integrativa per l’erogazione di prestazioni extra LEA [Livelli Essenziali di Assistenza]. Fondo alimentato dalla contrattazione nazionale, articolata, e da risorse aggiuntive derivanti dall’adesione di cittadini anche non lavoratori» (ossia: i privati, le grandi assicurazioni…).

Lettera aperta ai governanti della Regione Emilia Romagna: recuperate una cultura urbanistica

di Ilaria Agostini, Paolo Baldeschi, Piergiorgio Bellagamba, Donato Belloni, Rossana Benevelli, Paolo Berdini, Enrico Bettini, Ivan Blecic, Stefano Boato, Giuseppe Boatti, Paola Bonora, Ilaria Boniburini, Luisa Calimani, Pier Luigi Cervellati, Giancarlo Consonni, Alessandro Dal Piaz, Luigi De Falco, Vezio De Lucia, Marina Foschi, Maria Cristina Gibelli, Sergio Lironi, Giovanni Losavio, Alberto Magnaghi, Lodovico Meneghetti, Guido Montanari, Loredana Mozzilli, Domenico Patassini, Ezio Righi, Piergiorgio Rocchi, Sandro Roggio, Edoardo Salzano, Enzo Scandurra, Giancarlo Storto, Giulio Tamburini, Sauro Turroni, Graziella Tonon

Per molti urbanisti italiani l’esperienza dell’Emilia-Romagna, anche prima dell’attuazione dell’ordinamento regionale, rappresentava un modello senza confronti nel nostro Paese. Ricordiamo la prestigiosa Consulta urbanistica regionale che contribuì in modo determinante alla formazione del decreto ministeriale sugli standard del 1968. In anni più recenti, in attuazione della cosiddetta legge Galasso, la Regione Emilia-Romagna (assessore Felicia Bottino) si è dotata di un esemplare piano paesistico che ha tutelato con rigore le risorse storiche e ambientali della regione.

Senza dimenticare i comuni di Bologna – in particolare al tempo degli assessori Giuseppe Campos Venuti e Pierluigi Cervellati – di Modena, Reggio Emilia e di altre realtà locali che sono stati a lungo un riferimento obbligatorio della cultura urbanistica non solo italiana. Ma a partire dagli anni Ottanta del Novecento, a poco a poco, il primato dell’Emilia-Romagna è andato in crisi, gli strumenti urbanistici dell’ultima generazione hanno ceduto alla filosofia della globalizzazione, del privatismo, della contrattazione. È stata anche cancellata la tutela integrale dei centri storici che da Bologna era stata esportata in tutto il mondo.

“Consumo di luogo”: dove trovare il libro, l’elenco delle edicole di Bologna e provincia

Ecco qua dove trovare instant book, “Consumo di luogo – Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna” (Pendragon). È l’elenco completo con indirizzo delle edicole presso cui sono disponibili copie del libro collettivo che vuole tutelare il territorio regionale da speculazioni e cementificazione.

“Consumo di luogo”, Tomaso Montanari: l’urbanistica in Emilia Romagna tra distruzione del passato e del futuro

di Tomaso Montanari

Il testo che segue, pubblicato sul sito del consigliere regionale dell’Altra Emilia Romagna Piergiovanni Alleva, è la prefazione all’instant book Consumo di luogo – Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna (Pendragon). Tomaso Montanari, storico dell’arte, docente universitario ed editorialista, sarà a Bologna il prossimo 16 giugno (a breve maggiori informazioni) per presentare il libro e a discutere di legislazione urbanistica regionale e nazionale.

Nelle pagine dell’instant book Consumo di luogo è Cassandra che parla. Nel ciclo dei poemi omerici, la principessa troiana ha un terribile dono: vede in anticipo i disastri futuri, e ha la forza di descriverli a tutti. Cassandra dice la verità: è lei che prova, inutilmente, a convincere i suoi concittadini a non portare dentro le mura di Troia il cavallo di legno lasciato dai greci sulla spiaggia.

Per questo Cassandra è un archetipo dell’intellettuale fedele alla propria missione: «Be’, sai, Cassandra ha una certa fama. Non è poi così male soccombere combattendo come l’ultima persona che dice una verità spiacevole. La verità spiacevole, nella maggior parte dei luoghi, è di solito che ti stanno mentendo. E il ruolo dell’intellettuale è tirar fuori la verità. Tirar fuori la verità, e poi spiegare perché è proprio la verità» (Tony Judt, intervistato da Timothy Snyder, Novecento, 2012).

In questo caso la menzogna è molto semplice: la regione Emilia-Romagna presenta il suo progetto di legge sulla «tutela e l’uso del territorio» come uno «stop all’espansione urbanistica, in nome della rigenerazione urbana e della riqualificazione degli edifici»: ma in questo libro un cospicuo numero di autorevoli cassandre dimostrano che non è vero. Tirano fuori la verità, e spiegano perché è proprio la verità.

Che è questa. Non solo la legge non diminuirà affatto il consumo di suolo, ma essa consente, e anzi facilita, una doppia, drammatica distruzione: quella del passato e quella del futuro, simultaneamente divorati da un presente senza speranza. Con una drammatica inversione di marcia che porterebbe l’Emilia-Romagna dalla testa alla coda della civiltà, i centri storici non saranno più considerati organismi da tutelare nella loro organicità, ma mosaici nei quali alcune tessere potranno essere «rigenerate»: vocabolo ambiguo e pericoloso, sospeso tra il miracolistico e l’eugenetica. Di fatto vuol dire: porte aperte alle speculazioni sullo spazio pregiato, magari affidate alle archistar e certamente senza alcun profitto sociale.

E, cosa se possibile ancor più grave, i comuni verrebbero programmaticamente espropriati della facoltà di decidere il futuro del loro territorio: una possibilità interamente conferita ai privati. Dalla (pessima) urbanistica contrattata si passerebbe così alla (esiziale) urbanistica privatizzata: esattamente il contrario di ogni idea di piano.

Non solo: il contrario di ogni idea di democrazia. Perché dichiarando, di fatto, la sovranità del mercato sulla città delle pietre si stronca ogni possibile futuro della civitas, la città dei cittadini sovrani, gli attori indispensabili della democrazia. Questa perversa legge emiliana si iscrive in un contesto più ampio: perché sono innumerevoli i tentativi recenti di recidere il nesso tra volontà popolare e pianificazione territoriale e urbanistica.

Basti qua ricordare la riforma Madia (che ha espulso ciò che resta del sapere tecnico delle soprintendenze dal meccanismo della conferenza dei servizi) e la riforma costituzionale felicemente affondata il 4 dicembre del 2016 (che accentrava a Roma decisioni cruciali per il futuro di territori che venivano espropriati della loro autodeterminazione). Ora a provarci non è il governo centrale, ma un governo regionale: e non quello di una regione qualunque, ma di quella che un tempo fu lume e guida di tutto il resto del Paese.

Prima che la legge emiliana venga approvata e inizi a devastare il territorio, i massimi esperti di territorio e di città stanno dando l’allarme: e lo fanno con queste pagine. Un grande storico dell’arte, Erwin Panofsky, ha scritto che chi ha il privilegio di abitare nella torre d’avorio degli studi deve rammentare che «la torre dell’isolamento, la torre della “beatitudine egoistica”, la torre della meditazione – questa torre è anche una torre di guardia. Ogni qualvolta l’occupante avverta un pericolo per la vita o la libertà, ha l’opportunità, o anche il dovere, non solo di segnalare “lungo la linea da cima a cima”, ma anche di gridare, nella flebile speranza di essere ascoltato, a quelli che stanno a terra».

Di fronte all’enormità della posta in gioco – la nostra sopravvivenza fisica in territori devastati dal cemento, e la sopravvivenza della nostra democrazia – si potrà ritenere che la parola sia una difesa trascurabile. Si sbaglierebbe: perché questo libro dice la verità, e lo fa in modo documentato e autorevole. E il messaggio è chiaro: non portate il cavallo di legno di questa legge dentro le mura della città. O la città sarà messa a ferro e a fuoco.

Come ha scritto Hannah Arendt, «La verità, anche se priva di potere, e sempre sconfitta nel caso di uno scontro frontale con l’autorità costituita, possiede una forza intrinseca: qualsiasi cosa possano escogitare coloro che sono al potere, essi sono incapaci di scoprire o inventare un suo valido sostituto. Persuasione e violenza possono distruggere la verità, ma non possono rimpiazzarla».

Proposta di legge urbanistica regionale: i problemi ci sono anche in Sardegna

di Stefano Deliperi

Dopo anni di meditazioni, la Giunta regionale Pigliaru ha proposto la tanto attesa legge urbanistica sarda. Sono testi complessi, recentemente pubblicati sul sito web istituzionale della Regione autonoma della Sardegna [1]. Un elemento importante per la partecipazione e il coinvolgimento in scelte così rilevanti per l’Isola è dato dal quanto previsto nella medesima deliberazione di approvazione: “il disegno di legge sarà … pubblicato in una apposita sezione del sito istituzionale e aperto alle osservazioni di tutti gli attori coinvolti sui temi della pianificazione territoriale e paesaggistica: parti istituzionali, parti economiche e sociali, università, ordini professionali, organismi in rappresentanza della società civile, associazioni ambientali, soggetti portatori degli interessi e delle volontà dei territori”.

Ci sarà, quindi, una fase di partecipazione pubblica e, in quella sede, potranno trovar corpo approfondimenti e analisi critiche consone. Un’anticipazione doverosa di quanto opportunamente previsto dall’art. 25 del disegno di legge riguardo il dibattito pubblico sulle grandi opere (“La realizzazione di interventi, opere o progetti, di iniziativa pubblica o privata, con possibili rilevanti impatti di natura ambientale, paesaggistica, territoriale, sociale ed economica è preceduta da un dibattito pubblico sugli obiettivi e le caratteristiche degli interventi”). Disposizione che si appresta a entrare nell’ordinamento regionale sulla scorta di quel debat public, la c.d. legge Barnier, la n. 95-101 del 2 febbraio 1995 e parzialmente modificata nel 2001-2002, che – secondo stime di esperti – ha ridotto dell’80% la conflittualità relativa ai progetti con sensibile impatto ambientale.

Porto Ferro e dintorni, un piano di utilizzo dei litorali da rivedere

di Stefano Deliperi

Il Comune di Sassari sta giustamente completando il quadro di pianificazione del suo territorio, uno dei più vasti d’Italia. Dopo il piano urbanistico comunale (P.U.C.), in vigore dal 2014 e contenente alcune scelte ben poco meditate, come quella dell’ipotesi di trasformazione edilizia della Campagna Bellieni, ora sostanzialmente scongiurata grazie al vincolo storico-culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), ora è la volta del piano particolareggiato del centro storico e del piano di utilizzo dei litorali a scopo ricreativo (P.U.L.), fondamentali strumenti urbanistici attuativi.

Il P.U.L. di Sassari è stato adottato con la con deliberazione Consiglio comunale n. 3 del 24 gennaio 2017 e prevede alcune scelte molto discutibili. Fra queste sicuramente la fruizione balneare “tradizionale”, cioè stabilimenti, chioschi, ombrelloni, come una qualsiasi “spiaggia urbana”, di Porto Ferro e della raccolta caletta di Lampianu – Rena Maiore.

Fra l’altro, pur interessando aree rientranti nella Rete Natura 2000 (S.I.C., Z.P.S.) con specifico piano di gestione, non risulta sottoposto preventivamente alla necessaria procedura di valutazione di incidenza ambientale (V.Inc.A.).

Il litorale e la spiaggia di Porto Ferro, con le sue tre Torri costiere del XVII secolo (Bantine Sale, Torre Negra, Torre Bianca), costituiscono un sistema costiero di rilevante importanza naturalistica ambientale e paesaggistica, con ambienti dunali e di macchia mediterranea di rara suggestione e bellezza. L’area è tutelata con specifico vincolo paesaggistico (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e con vincolo di conservazione integrale (della legge regionale n. 23/1993).

Lavoro e salvaguardia del territorio: obiettivi da non separare

di Marco Ligas

Parliamo spesso della crisi del Basso Sulcis e delle aziende legate al polo dell’alluminio. Continueremo a parlarne perché riteniamo che quel territorio abbia bisogno di interventi diversi e più radicali di quelli sinora realizzati. Purtroppo, o per ragioni speculative e clientelari o per un timore ingiustificato nei confronti di uno sviluppo alternativo che corregga le esperienze del passato, ancora oggi vengono riproposte politiche inadeguate e soprattutto dannose.

Bisogna sconfiggere questa tendenza e accettare l’ipotesi che qualunque intervento si voglia realizzare in quel territorio deve essere finalizzato alla promozione di attività produttive funzionali ai bisogni delle popolazioni e non può essere disgiunto da un’opera di risanamento radicale.

È la tutela della salute dei cittadini che impone questa scelta. Da alcuni anni si conoscono le informazioni fornite dall’Istituto Superiore della Sanità e dal Ministero dell’ambiente in merito alla quantità e pericolosità degli inquinanti presenti nel Basso Sulcis.

Sono informazioni preoccupanti e c’è da chiedersi il perché dei silenzi e dell’indifferenza mostrati dall’Eurallumina e dalle istituzioni regionali e comunali. È bene ricordare che loro compito è anche quello di occuparsi della salute dei cittadini, soprattutto laddove è accertata una crisi ambientale e sanitaria grave.