Mes, il fracasso e la demagogia di Lega e destra non possono essere l’alibi per scelte sbagliate

di Alfiero Grandi Andiamo con ordine. Quante volte è stato detto che il Patto europeo di stabilità e crescita aveva di fatto una attuazione unilaterale sulla sola stabilità, senza riguardo alla parte relativa alla crescita, con il risultato inevitabile di scelte restrittive, di tagli ai bilanci pubblici. La Grecia ha pagato cara questa politica europea. […]

Liberisti e rossobruni, i nemici interni alla sinistra

di Giacomo Russo Spena Da un lato la destra becera e nazionalista, pericolosa ed estremista, che a suon di propaganda parla alla pancia del Paese foraggiando disvalori e guerra tra poveri. La destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni che sabato, a Roma, hanno palesato il loro orgoglio italiano blaterando di sostituzione etnica, “Dio patria […]

La costruzione del popolo

Critica Marxista: costruire il popolo nell’era digitale L’ultimo numero, doppio, di Critica Marxista ospita una larga sezione monografica sull’innovazione tecnologica digitale e i ritardi della sinistra nel comprenderla e nell’agire i necessari confitti per combatterne le tendenze autoritarie nell’era della vittoria del capitalismo finanziario e neoliberista. Ne scrivono Vincenzo Vita, Giulio De Petra, Piero De […]

Il centrosinistra e il rischio di scivolare a (centro) destra a propria insaputa

di Alessandro Calvi Fascista o meno che sia, il pensiero che anima Salvini è comunque schiettamente autoritario e strumentalmente nazionalista. Drammaticamente, proprio a questo pensiero si sono consegnati sia il Movimento 5 stelle sia il Partito democratico, aiutandone e persino anticipandone la costruzione, sebbene in tempi diversi. Ciò rappresenta già oggi un problema almeno quanto […]

Le troppe illusioni del neoliberismo

Luciano Gallino

di Filippomaria Pontani

Nel leggere il recente rapporto dell’Università di Amsterdam sulla crescita elettorale di forze definite come “populiste” e “anti-sistema” in Europa, può venire in mente il cupo pannello dedicato ai flussi elettorali degli anni 1920-30 nel Museo della Villa della Conferenza di Wannsee fuori Berlino (dove il Nazismo varò nel 1942 la soluzione finale, ora centro di documentazione sui totalitarismi).

Ma chi abbia memoria più fresca, potrà ricordare le pagine finali di un libro di Luciano Gallino (Finanzcapitalismo, Einaudi 2011), nel quale il sociologo torinese constatava come le politiche di austerità, combinate con la mancanza di regolazione dell’economia a dominante finanziaria, con l’abbattimento diffuso del welfare, con la debolezza (corrività) delle istituzioni, stessero portando a un’affermazione crescente di formazioni di destra e di tendenze più o meno autoritarie.

Sull’attualità del pensiero di Gallino, scomparso nel 2015, e i suoi potenziali sviluppi torna ora il volume Le grandi questioni sociali del nostro tempo curato da Pietro Basso e Giuliana Chiaretti (scaricabile dal sito delle Edizioni Ca’ Foscari), volto a demistificare alcuni mantra del pensiero unico. Ne citeremo qui tre.
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Il Brasile di Bolsonaro: anatomia di un omicidio (o suicidio?) perfetto

di Maurizio Matteuzzi

Il trionfo della destra. Completo. Totale. Vecchia e nuova. Destra economica (Paulo Guedes, prossimo ministro delle finanze, fanatico liberista della scuola di Chicago, seguace del professor Milton Friedman e del “modello cileno” del generale Pinochet), estrema destra politica (Jair Bolsonaro, prossimo presidente della repubblica a partire dal primo gennaio 2019, che qualcuno ha definito “l’antitesi rabbiosa del Lulopetismo”, l’incarnazione della “post-verità” nel tempo delle fake-news e di WhatsApp o del “pre-fascismo”, il “Trump tropicale” o peggio, l’ ex-militare circondato da militari, nostalgico confesso della dittatura del 1964-1985 in un paese che, unico in America Latina, non ha mai fatto i conti con il proprio passato e fino a pochissimi anni fa continuava a celebrare il 31 marzo, il giorno del golpe).

Peggio di così non poteva andare. Un delitto (o suicidio?) perfetto. Cominciato nel 2014 con l’operazione “Autolavaggio” del giudice Sérgio Moro mirata, almeno in una prima fase, solo (solo) contro la corruzione di Lula e del governo del PT; proseguita nel 2016 con il golpe soft del parlamento contro la presidente Dilma Rousseff (con il deputato Bolsonaro che “dedicò” il suo voto favorevole all’impeachment al colonnello che l’aveva torturata negli anni della dittatura); poi con il governo del (corrottissimo e destrissimo) Michel Temer che cominciò a smantellare l’impalcatura sociale del lulismo; quindi con la condanna e l’arresto di Lula ai primi del 2018 sulla base di accuse debolissime e procedure più che sospette ma sufficienti a metterlo fuorigioco nella corsa alla rielezione (che tutti i sondaggi davano per sicura); infine con la carica irresistibile di Bolsonaro (la “Bullsonaro wave”: bull-toro, wave-onda) del 28 ottobre scorso contro il candidato lulista del PT Fernando Haddad (55-45%).
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Fate come il camaleonte: un occhio al passato e un occhio al futuro

di Vittorio Capecchi

Un proverbio del Madagascar

Il camaleonte, molto diffuso nel Madagascar, ha tre caratteristiche che fanno di questo piccolo rettile squamato (è lungo dai 3 ai 60 centimetri) un attore molto particolare. La sua caratteristica più nota è quella del mimetismo per cui cambia colore a seconda del suo stato emotivo: se è tranquillo assume il suo tipico colore verde, mentre se è agitato assume una colorazione rosso arancio e può mimetizzarsi col fogliame o i tronchi d’albero.

Su di un tronco (agitato perché ha fame) resta in attesa che voli sopra di lui un piccolo insetto. A questo punto interviene la sua seconda straordinaria caratteristica: una lingua, che è due volte la sua lunghezza (chi scrive è alto 1,96 e, se fosse un camaleonte, avrebbe una lingua di quasi 4 metri) e che scaglia sulla preda con grande precisione e velocità. Il suo muco vischioso e appiccicoso blocca l’insetto che viene portato alla bocca per poterlo mangiare. La terza caratteristica del camaleonte sono gli occhi indipendenti che vedono in direzioni diverse (a 360 gradi) convergendo solo quando il camaleonte vuole catturare una preda. Di queste tre caratteristiche gli occhi indipendenti hanno favorito la diffusione di un proverbio nel Madagascar: “Fate come il camaleonte, un occhio al passato e un occhio al futuro”.
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Jair Bolsonaro: il dramma brasiliano

di Nicola Melloni

Le elezioni brasiliane, che hanno visto la schiacciante vittoria di un candidato che non è certo esagerazione definire un fascista, è un segnale allarmante per l’America Latina e, per certi versi, per il mondo intero.

Chi sia Jair Bolsonaro, l’osceno personaggio in questione, è ormai noto: un ex militare, da ormai 3 decenni in politica senza aver lasciato particolari segni di sé prima di questo ultimo anno in cui è diventato il front-runner per la presidenza. Le sue esternazioni sono lo specchio delle sue idee aberranti: dalla dittatura alla tortura, dalla misoginia più sudicia all’omofobia arrabbiata. I suoi toni incendiari – durante un comizio ha invitato a sparare ai suoi avversari – hanno avuto come logico effetto una impennata della violenza politica, con i suoi supporter che si sono sentiti autorizzati a passare alle vie di fatto con pestaggi, linciaggi ed omicidi. E questo è solo il prologo.

Questo suo stile “politicamente scorretto” (ma sarebbe più giusto dire: da fascista, appunto), gli appelli ai sentimenti più viscerali – odio, razzismo, vendetta -, l’ostilità verso i partiti tradizionali, le pose da nazionalista e da uomo forte, e la vicinanza ideologica con molti protagonisti della destra occidentale, tutti schierati dalla sua parte, hanno indotto molti commentatori a classificare Bolsonaro come l’ennesimo caso di rivolta populista – epiteto subito ripreso dalla stampa italiana.
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Lo spauracchio dell’invasione nasconde l’incapacità delle destre

Strage di migranti

di Carla Corsetti

Molti italiani non sanno nemmeno dov’è Dublino ma sanno che in quella città è stato firmato un trattato cui attribuiscono ogni responsabilità per “l’invasione dei migranti”. Del resto ad una popolazione che crede all’oroscopo, che crede alle stimmate di padre Pio, che crede ai miracoli e alle madonne che piangono, e anche se è non credente, mostra pur sempre di essere forgiata in modo da neutralizzare la propria capacità critica, puoi anche fargli credere che stiamo subendo una pericolosa invasione.

È inutile stare a spiegare che i dati e le statistiche dicono il contrario, ormai gli italiani sono incartati nella involuzione di una malvagia credenza collettiva che potrà trovare un freno solo nel momento in cui l’istigazione all’odio razziale che ne scaturisce, incontrerà il contenimento delle sanzioni penali. Fino ad allora, l’odio razziale continuerà ad essere uno sport nazionale.

Tornando a Dublino, capitale dell’Irlanda, nel 1990, fu firmata una Convenzione tra 12 Paesi e prevedeva regole comuni per “la determinazione dello Stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli Stati membri delle Comunità europee”. Con quella Convenzione, che tuttavia entrò in vigore nel 1997, si stabilivano regole e parametri in base ai quali, una volta accertato lo status di rifugiato ai sensi della Convenzione di Ginevra del 1951, la domanda di asilo poteva essere esaminata anche da uno Stato diverso da quello dove era stata richiesta.
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Il tribalismo di Stato sta tornando. E bisogna fare attenzione

di Loretta Napoleoni

In 1984, il capolavoro distopico di George Orwell, il sistema si impadronisce del linguaggio e spoglia la lingua delle espressioni più poetiche trasformandola in un codice sempre più povero di vocaboli, una sequenza di slogan. Prima vittima di questo processo è la memoria storica, che viene costantemente riscritta. Con questo strumento il “regime” descrive guerre immaginarie contro nemici altrettanto fittizi e vittorie spettacolari, tutte mai avvenute. Lo status di guerra permanente è il collante che tiene in piedi una società profondamente debole, priva di consenso. Il nemico è dovunque e chiunque.

In politica il linguaggio è fondamentale, è il ponte attraverso il quale fluisce la volontà popolare. Almeno questo è ciò che succede in democrazia. Nei “regimi” succede il contrario, il linguaggio scorre al contrario, è il sistema che decide cosa dire e come dirlo e il popolo assorbe, come una spugna, tutte le fandonie che gli vengono servite. Chi esporta troppo acciaio negli Stati Uniti mette a repentaglio la sicurezza nazionale; i migranti succhiano risorse che altrimenti verrebbero spese per gli italiani; il governo ungherese temendo un’epidemia di omosessualità proibisce la rappresentazione di Billy Elliot.
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