Il manuale per la difesa dei diritti umani

di Sergio Palombarini Negli scorsi giorni, il 14 maggio 2019, è stato presentato a Bologna, presso la Fondazione forense bolognese, il “Manuale per osservatori internazionali dei processi. La difesa dei diritti umani”. Il testo, edito da Nuova editrice universitaria e dal Consiglio nazionale forense, è stato redatto dagli avvocati Barbara Spinelli di Bologna e Roberto […]

Voci dall’Argentina: le Madres de plaza de Mayo Linea Fundadora

di Luca Mozzachiodi

La repressione dell’organizzazione parastatale Triple A in Argentina e successivamente il terrorismo di stato promosso dalle Giunte Militari che ressero quel paese colpirono soprattutto i giovani, colpevoli agli occhi dell’esercito e dei conservatori di coltivare ideali e progetti rivoluzionari. Oggi possiamo dire che se movimenti ed ideali simili effettivamente vi furono, come ad esempio in parte dei Montoneros o della Gioventù Peronista più a sinistra, più spesso si trattava di una generica aspirazione ad una società migliore e più giusta come, verrebbe da pensare, non può che essere quando si è giovani. Questo non ha fermato tuttavia i sequestri e le uccisioni che sconvolsero un’intera generazione, dei giovani degli anni spezzati, come ancora oggi la nostra televisione recentemente li chiama.

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Ma dove spariscono o muoiono figli restano, con il peso dell’assenza, delle madri e le Madres de plaza de Mayo sono forse tra le più note al mondo per le loro battaglie e la loro testimonianza: la denuncia delle sparizioni comincia nell’aprile 1977 in piena dittatura, quando un piccolo gruppo di madri decide di recarsi a manifestare in Plaza de Mayo sperando di poter essere almeno ricevute e avere così notizie sulla sorte dei figli, simbolo della loro denuncia, ancor oggi noto in tutto il mondo, è il fazzoletto bianco che le madri portano sulla testa, originariamente richiamante il pannolino e quindi la loro maternità violata.
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Voci dall’Argentina, una visita all’Esma

di Luca Mozzachiodi

Il 24 marzo 1976 un colpo di stato militare rovesciò il governo di Isabel Martínez de Perón dando inizio ad una repressiva dittatura civico-militare destinata a durare fino al 1983. I militari si distinsero per la brutalità quasi scientifica con cui annientarono ogni opposizione o semplice desiderio di giustizia, mettendo in piedi una serie di campi di detenzione e tortura per prigionieri politici, militanti e cittadini che venivano sequestrati dalla polizia e là rinchiusi prima di essere uccisi e dopo essere stati privati dei figli che venivano affidati a famiglie compiacenti.

Nel clima di restaurazione di destra e di pericoloso revisionismo storico che dall’elezione del nuovo governo si respira in Argentina, Simone Cuva e Patrizia Dughero, militanti di 24marzo Onlus, portano la testimonianza della loro visita ad uno di essi, all’Esma, nel cuore di Buenos Aires, che è oggi un centro per la memoria storica e civile.


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Desaparecidos

Quarant’anni fa calava il buio sull’Argentina

di Alfredo Somoza

«Comunicato numero 1: Si informa la popolazione che da oggi, 24 marzo 1976, il Paese è sotto il controllo operativo della Giunta di Comandanti Generali delle Forze Armate».

Quarant’anni fa gli argentini si svegliarono con questo comunicato ripetuto a catena su scala nazionale dal primo mattino. Era la fine del breve ritorno alla democrazia del 1973 e l’inizio della notte più buia del Paese. Da qualche giorno si registravano movimenti anomali nelle caserme, e sui principali quotidiani uscivano inserzioni anonime che incoraggiavano i militari a prendere in mano i destini della Repubblica. Il governo di Isabel Martínez de Perón, la vedova del generale morto nel 1974, si dibatteva nel caos. All’alba del 24, come da copione golpista, furono occupate radio e televisioni, i carri armati presero possesso delle strade, la presidente venne arrestata insieme a ministri e dirigenti politici, mentre cominciavano a circolare carovane di macchine senza targa della polizia politica alla caccia di potenziali “sovversivi”: sindacalisti, operatori sociali, professori universitari, intellettuali, semplici cittadini impegnati in politica.

Correva l’anno 1976 e l’ondata di colpi militari che avevano posto fine alla democrazia in Brasile negli anni Sessanta, in Cile nel 1973, in Bolivia e in Paraguay arrivava anche in Argentina. Lo scenario globale era quello della Guerra fredda e l’America Latina era il “cortile di casa” politico ed economico degli Stati Uniti. Non erano permessi governi, anche se eletti democraticamente, che non fossero allineati con Washington in chiave anticomunista. Anche se di comunista, sotto l’ombrello di Mosca, all’epoca c’era solo Cuba. Ma in Argentina non si trattò di un golpe come tanti altri. Qui si volle sperimentare una nuova tecnica di controllo politico e di terrore: la desaparición, cioè la scomparsa fisica nel nulla degli oppositori. Una tecnica che paralizzava parenti e amici degli scomparsi e generava terrore. Molti anni dopo, il generale Jorge Rafael Videla dichiarerà che «se avessimo fucilato in piazza i sovversivi ci sarebbe stata un’ondata di indignazione contro il Paese». Infatti, l’indignazione internazionale arriverà molti anni dopo.
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Desaparecidos

Desaparecidos: il Piano Condor e l’Italia, una ferita ancora aperta

di Cecilia M. Calamani

«È avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Così scriveva Primo Levi per metterci in guardia dalla facile tentazione di relegare l’orrore, nel caso quello degli stermini nazisti, ad altri tempi e ad altri luoghi per finire poi nell’oblio, lontano da noi e dalle nostre rassicuranti certezze.

Proprio alle sue parole ho pensato leggendo il nuovo libro-inchiesta di Federico Tulli, figli rubati – L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (L’Asino d’oro edizioni, 10/2015). Dalle 150 pagine del volumetto l’autore fa riemergere dalle nebbie un altro orrore della storia del Novecento che, se pur di proporzioni numeriche inferiori, nulla ha di diverso in quanto a ferocia e inumanità di quello perpetrato quarant’anni prima dalla Germania hitleriana.

Durante la seconda metà degli anni Settanta, sotto la giunta civico-militare guidata da Jorge Rafael Videla ed Eduardo Massera, 500 bambini argentini, figli di presunti “sovversivi” (attivisti per i diritti civili, sindacalisti, semplici studenti universitari, simpatizzanti socialisti) sono stati sottratti ai genitori e affidati ad altrettante famiglie vicine al regime, affinché crescessero con quei «valori occidentali e cristiani» a cui la stessa dittatura voleva ricondurre con la forza tutto il Paese (il Piano di riorganizzazione nazionale). I genitori di questi bambini sono andati ad arricchire la folta schiera dei torturati e uccisi, la maggior parte delle volte senza lasciare alcuna traccia. Desaparecidos, ossia coloro che non esistono. Né vivi né morti, per dirla alla Videla («No están ni vivos ni muertos, están desaparecidos»).
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I ragazzi dell’esilio: storie di giovani esiliati

I ragazzi dell'esilio
I ragazzi dell'esilio
di Luca Mozzachiodi

Un altro libro ancora sull’Argentina, un altro libro sulla dittatura e i suoi crimini, sul modo in cui la vita di un popolo è cambiata e in questo caso su come, per molti giovanissimi, questo cambiamento abbia voluto dire la svolta verso tortuosa strada dell’esilio; in questo senso il volume è il rovescio della medaglia rispetto al precedente e il suo necessario completamento, molti infatti sparirono, altri vissero una sorta di autoreclusione ma non meno furono quelli che dovettero abbandonare il paese e cercare sicurezza, scampo dalla morte in parecchi casi, altrove.

Di questi il libro racconta, in forme che vanno dall’intervista, nella maggioranza dei casi, al racconto in prima persona, agli stralci di diario, le vicende e i pensieri al momento dell’esilio e per la sua a volte lunga durata nonché ovviamente le rielaborazioni posteriori dell’esperienza. Un libro intimo, dove sul fatto storico e sulla narrazione prevale l’autobiografia e la considerazione personale espressa spesso sotto forma di dettaglio scolpito nella memoria.

Sono molti i contributi raccolti in questo libro, voluto e messo assieme soprattutto da Vera Vigevani, fondatrice di Madres de Plaza de Mayo di Vera Vigevani, Diana Guelar e Beatriz Ruiz, e diverse le storie e le letture di quegli anni, ma alcuni elementi ricorrono a dare il senso di un’esperienza e oggi una memoria collettiva, del dramma di un’intera generazione; anzitutto la giovane età dei coinvolti, tra i quindici e i vent’anni, la loro provenienza dalla media borghesia argentina moderatamente progressista, che la media borghesia sia rivoluzionaria per formazione e scelte ideologiche e il proletariato lo sia naturaliter, in potenza, per oggettiva considerazione degli interessi è una verità vecchia, ma di quelle che almeno nel loro nocciolo non diventano con gli anni meno vere: anche l’adolescenza dei Chicos del exilio non fa eccezione, quasi tutti infatti condividono l’esperienza della militanza in gruppi politici di varia ispirazione legati alle idee di sinistra.
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Estela: vita di un'”abuela” di Plaza De Mayo

Estela: la morte della figlia concepì una Abuela
Estela: la morte della figlia concepì una Abuela
di Luca Mozzachiodi

Che cos’è l’Argentina? Una Grecia con meno riflettori ho risposto una volta, sorridendo appena, ma certo non si tratta solo di un caso di lotta politica allo strozzinaggio finanziario internazionale, in quel paese probabilmente le ferite causate dalla dittatura della Giunta Militare insediatasi del 1976 sono più profonde, profonde perché parte di un preciso piano strategico volto all’eliminazione delle sinistre in quasi tutta l’America Latina e perché anche una volta caduta la dittatura, fallito il Piano Condor, i processi relativi al quale sono ancora in corso a Roma, e allentate le tensioni politiche, questa scia di sangue ricade di generazione in generazione.

Questo il tema del libro, una dettagliata biografia di Estela Barnes de Carlotto, presidentessa delle Abuelas de Plaza de Mayo, il movimento che riunisce le nonne dei Desaparecidos, le persone scomparse a seguito di sequestri da parte della polizia e dell’esercito negli anni del governo militare; un libro veramente necessario per fare luce su una delle pagine più buie e dimenticate della storia recente, preparato da Riccardo Petraglia utilizzando materiale di interviste e pubblicato in Italia da 24marzo Onlus in collaborazione con Qudulibri.

Troppo spesso dimentichiamo che un libro è solo un oggetto materiale, ma che le parole ordinate al suo interno non costituiscono un recinto chiuso, una storia conclusa e giustificata in se stessa, dentro un libro si trova più spesso un contenuto di verità, che al mondo esterno alla carta stampata si rivolge e con il suo metro chiede di essere inverato, giustificato, giudicato.
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Aldo Perrini - Foto http://elmuertoquehabla.blogspot.it/

Uruguay. Il passato che non passa e il caso di un italiano

di Luigi Pandolfi

L’Uruguay fatica a fare i conti con il suo passato. È l’atteggiamento della giustizia nei confronti dei crimini commessi negli anni della dittatura militare a testimoniarlo. Ciò a dispetto del nuovo corso politico avviatosi nel paese, che vede protagonista l’austero presidente José Alberto Mujica, ex guerrigliero Tupamaros, per molti un’icona del riscatto politico e morale latinoamericano.

Ricordiamo che dal 1973 al 1985 l’Uruguay è stato tenuto col pugno di ferro da una feroce dittatura militare, responsabile di una repressione durissima nei confronti di ogni forma di dissenso, come in Argentina e in Cile. I casi di tortura in quegli anni si contarono a migliaia. Alcune centinaia furono i desaparecidos, tra cui almeno 100 che scomparvero in Argentina, per effetto della famigerata “Operazione condor”, il coordinamento segreto tra i servizi di intelligence delle dittature militari di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay e Uruguay, messo in piedi, sotto l’egida degli Usa, per reprimere il dissenso nei loro rispettivi paesi. Tra i cento scomparsi oltreconfine, vi furono anche dei bambini, quattro dei quali nati in carcere da madri detenute per reati politici.

A scuotere in questi giorni le coscienze nel paese latinoamericano c’è un caso che merita di essere preso in considerazione. Anche perché è stato recentemente oggetto di un appello rivolto alle massime cariche dello Stato italiano. La vicenda ha per protagonista un cittadino uruguaiano di origini italiane, Aldo Perrini, vittima della repressione di quegli anni. Il caso attuale riguarda invece la possibile prescrizione del reato che l’ha riguardato.
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