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Bologna, assemblea cittadina per i Prati di Caprara?

di Silvia R. Lolli

Dopo il riposo delle vacanze pasquali, dei giorni festivi dedicati ai due eventi civili del 25 aprile e del 1° maggio, e dopo la festa del primo anno di vita (14 aprile), il comitato Rigenerazione No Speculazione, riprende i lavori da giovedì 10 maggio. Dalle ore 18,00 alle 20,30 a 20 pietre in Via Marzabotto, 2 si terrà l’assemblea dei cittadini. Sarà un’assemblea importante con l’ordine del giorno dedicato ad un breve resoconto sulle principali azioni svolte dal comitato negli ultimi mesi: Aria pesa, il monitoraggio eseguito sul biossido di azoto in città; il forum civico Parteciprati di cui si presenteranno i risultati; le interrogazioni comunali; l’ultimo sit in contro il disboscamento ai Prati Est. Il maggior tempo dell’assemblea sarà però da dedicare agli interventi dei cittadini per decidere le azioni da intraprendere nell’immediato futuro.

Già sabato 12 maggio dalle 12,00 alle 17,00 il gruppo che finora ha organizzato le attività del forum e del sit in ha deciso l’organizzazione di un “Picnic clandestino” che si terrà ai Prati di Caprara. Si invitano i cittadini ad aderire. Il tema principale rimane sempre quello di far conoscere ad un numero maggiore di persone che temporalmente o abitualmente abitano Bologna questo polmone verde per la città. Altri gruppi e associazioni invitano il comitato a partecipare alle loro iniziative, così si può diffondere la conoscenza.

In questo anno di attività si è constatato che ancora moltissime persone non conoscono il territorio ora in pericolo. La diffusione delle notizie è resa sempre più difficile, non solo per un’evidente difficoltà delle persone a seguire le tante vicende politiche della città, ma soprattutto per la scarsa e mirata comunicazione pubblica che si fa dei fatti politici ed amministrativi.

Checkpoint a Venezia: come gestire i flussi tra scienza e democrazia

di Bruno Giorgini

Premessa. Discutiamo ora dell’iniziativa del sindaco di Venezia per far fronte al turismo di massa introducendo dei tornelli e sbarramenti per l’accesso in città storica. Quindi in “Venezia città libera e aperta” cercheremo di dare conto dei più recenti studi sul tema che possono configurare una governance dei flussi in grado di coniugare scienza e democrazia.

Per Aristotele il movimento è per gli umani l’essenza della libertà. Inoltre la città è un sistema di differenze. In termini delle città moderne dobbiamo aggiungere: un sistema aperto. Soltanto i sistemi aperti ci racconta la fisica, sono creativi di nuove dinamiche, ovvero di nuove relazioni, strutture, geometrie: in ultima analisi produttivi di nuove forme di vita associata e individuale.

Parlando di città questo significa dire che una città chiusa trasmuta più o meno rapidamente in una città morta. Non a caso quando in tempi per fortuna lontani, ma non lontanissimi, una città veniva messa in quarantena perché investita dalla peste, o altra epidemia, accadeva che le sue forme di vita si riducessero man mano all’osso, anche per gli individui sani, diventando esili come fili di fumo fino a spegnersi – e se qualcuno ne vuole leggere una descrizione magistrale sfogli la Peste di Camus.

Non c’è democrazia senza eguaglianza

di Salvatore Settis

Vita dura per chi, negli estenuanti negoziati all’inseguimento di ipotetiche alleanze di governo, cerca col lanternino non solo qualche rada dichiarazione programmatica, ma un’idea di Italia, una visione del futuro, un orizzonte verso cui camminare, un traguardo. Al cittadino comune non resta che gettare un messaggio in bottiglia, pur temendo che naufraghi in un oceano di chiacchiere. La persistente assenza di un governo è un problema, certo. Ma molto più allarmanti sono altre assenze, sintomo che alcuni problemi capitali sono stati tacitamente relegati a impolverarsi in soffitta. Per esempio, l’eguaglianza.

Di eguaglianza parla l’articolo 3 della Costituzione, e lo fa in termini tutt’altro che generici. Non è uno slogan, un’etichetta, una predica a vuoto destinata a restare lettera morta. È l’articolo più rivoluzionario e radicale della nostra Costituzione, anzi vi rappresenta il cardine dei diritti sociali e della stessa democrazia. E non perché annunci l’avvento di un’eguaglianza già attuata, ma perché la addita come imprescindibile obiettivo dell’azione di governo.

L’articolo 3 dichiara che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali», ma non si ferma qui, anzi quel che aggiunge è ancor più importante, e non ha precedenti in altre Costituzioni.

Nuovo governo, la sinistra spaccata muore aspettando Godot

di Sergio Caserta

La crisi politica politica in atto, conseguenza del terremoto elettorale che ha determinato un radicale rovesciamento delle gerarchie precedenti, non ha ancora prodotto un’ipotesi concreta di maggioranza di governo.

Forse in settimana Sergio Mattarella batterà un colpo e affiderà un pre-incarico ad un esponente di una delle due compagini che hanno avuto i migliori risultati, ovvero ai Cinque Stelle o alla Lega. Intanto la situazione internazionale, dopo l’attacco alla Siria, da parte del trinomio Usa, Regno Unito e Francia, può subire un’ulteriore drammatica evoluzione verso un conflitto ancora più ampio; c’è da sperare che questo non accada ma lo sblocco dell’empasse è davvero indifferibile.

Le due formule più accreditate, finora puramente ipotetiche, sono un governo di centrodestra a guida leghista che raccolga voti sparsi in Parlamento secondo l’indicazione data da Silvio Berlusconi, la seconda è quella di un accordo M5S-Lega senza Berlusconi che allo stato sembra avere poche chance perché Salvini non può sganciarsi dalla sua coalizione. Tertium non datur, ovvero un accordo tra M5S e Pd-Leu avrebbe i numeri in Parlamento ma al momento il Pd a trazione renziana non lo vuole, soprattutto se la guida del governo fosse ancora “pretesa” da Luigi Di Maio.

Ribellarsi è giusto

di Paul B. Preciado, Libération, traduzione di Federico Ferrone

La storia è andata in mille pezzi, ma continuiamo a parlarne come se tutto andasse bene. Continuiamo a parlare della diffusione della democrazia in occidente, del progresso della modernità, della libertà americana, dell’ospitalità francese, della solidarietà del nord nei confronti del sud. Democrazia di merda. Modernità di merda. Libertà di merda. Ospitalità di merda.

La storia è in frantumi: l’identità nazionale, l’ordine sociale, la sicurezza, la famiglia eterosessuale e la frontiera costituiscono la realtà che l’Europa sta costruendo. Non succede da un’altra parte, non arriva da lontano, non riguarda gli altri. È quello che facciamo qui, ora, dentro le frontiere, riguarda noi.

La storia è stata distrutta e il terrore è tornato in superficie. Attorno a noi ci sono le condizioni istituzionali che permettono l’affermazione di quella che potremmo chiamare democrazia repressiva o fascismo democratico.

Dal fascismo al libero mercato

In Polonia gli ultranazionalisti sfilano a migliaia per chiedere la rifondazione di un’Europa cattolica, celebrando la giornata dell’indipendenza. In Italia l’estrema destra arriva al potere attraverso un’elezione democratica. E intanto, ovunque, il neoliberismo agisce come un bulldozer sociale, aprendo la strada e accelerando lo smantellamento istituzionale.

Luciana Castellina: “La democrazia ormai ha le ossa rotte”

Luciana Castellina

di Maurizio Di Fazio

Che avesse una grinta fuori dalla norma risultò evidente già in quel lontano 1943, lei aveva appena 14 anni, subito dopo l’8 settembre, prese di petto due ufficiali della Wehrmacht e sibilò loro: “Ve ne dovete andare”. Lei, ragazza dei Parioli, dove vive tuttora, che era andata a scuola con Anna Maria, la figlia del duce, con cui giocava a Villa Torlonia. E poi l’incontro fatale col comunismo, un amore a prima vista, destinato a divampare per sempre. L’iscrizione al partito nel 1947 e l’apprendistato proletario nelle borgate. Botteghe Oscure e il Liceo Tasso, la Fgci e la laurea in legge alla Sapienza. Le fabbriche, la classe operaia, la lotta di classe, la libertà che “o è sostanziale, condivisa, di tutti o è una roba meschina”.

La sua bellezza stentorea, naturale, smagliante, che mandava in estasi i compagni più del migliore discorso del Migliore Togliatti e che dura ancora oggi, che di anni ne ha quasi 89 ma spande fascino ed energia come se ne avesse 30 o 40. Il matrimonio con Alfredo Reichlin e i viaggi senza requie nell’Unione Sovietica, nella Germania dell’Est, nelle nazioni in effervescenza rivoluzionaria o sotto tiro di un colpo di Stato.

La politica e il giornalismo caparbiamente in prima linea. La fondazione, insieme a Lucio Magri, Valentino Parlato, Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli, del Manifesto. Le critiche da sinistra al Pci a tinte troppo brezneviane e la loro radiazione dal partito nel 1969. I libri, le esperienze da parlamentare ed eurodeputata nel Pdup e nella nascente Rifondazione comunista, i 37 voti presi nella prima elezione del presidente della Repubblica nel 2015.

Il Rosatellum scippa agli elettori il diritto di scelta: cambiamo la legge

di Alfiero Grandi, vice presidente Coordinamento per la democrazia costituzionale

Abbiamo cercato in ogni modo di contrastare la legge elettorale con cui abbiamo votato il 4 marzo. Una legge approvata con 3 voti di fiducia alla Camera e 5 al Senato, in altre parole attraverso un accordo raggiunto tra Partito Democratico, Forza Italia, Lega e il supporto di schegge politiche di scarsa consistenza. Senza trascurare che Gentiloni al momento del suo insediamento aveva detto che il governo non avrebbe imposto una sua legge elettorale, ma nell’autunno scorso il governo ha cambiato idea sotto la pressione del Pd e ha posto la fiducia impedendo qualsiasi tipo di discussione sul testo della proposta di legge elettorale. La responsabilità politica di questa legge è evidente, basta pensare che viene chiamata Rosatellum dal nome del capogruppo Pd della Camera.

Nel corso della campagna elettorale è emerso in modo sempre più chiaro che questa legge elettorale non risolve alcun problema perché non consente agli elettori di scegliere i parlamentari, perché stabilisce una continuità nella nomina dall’alto dei parlamentari come avveniva con il porcellum. Al momento del voto gli elettori si sono resi conto, almeno in parte, che il loro voto avrebbe avuto effetti imprevedibili. Tanto più che in due regioni fondamentali il voto era disgiunto (tra Presidente e liste) e gli elettori potevano esprimere fino a due preferenze di genere diverso, mentre per Camera e Senato il voto è stato veicolato entro una camicia di forza dai risultati largamente imprevedibili. Ancora adesso non abbiamo la lista definitiva degli eletti.

Aldo Tortorella: “Ecco perché crescono i neofascismi”

Fascismo - Foto di Ian M.

di Gianfranco Pagliarulo

Sembrerebbe che oggi, diversamente da quanto avveniva – per esempio – agli anni Settanta, alcune formazioni neofasciste godano di un consenso sociale non particolarmente elevato, ma in costante crescita, tant’è che riescono ad eleggere una rappresentanza in vari Comuni, da Bolzano a Todi, da Lucca ad Arezzo a tanti altri. E ad Ostia, com’è noto, CasaPound ha ottenuto un significativo risultato elettorale. C’è il rischio della formazione di una base sociale più o meno estesa a sostegno di queste formazioni politiche?

Certo. Il pericolo è più che evidente. La crisi economica unitamente alla perdita di competitività con la moneta unica (cioè con la fine delle ‘svalutazioni competitive’) ha generato molti danni sociali. È stata persa quasi il 30% della manifattura. Molte piccole e medie aziende sono state spazzate via. Ciò ha determinato direttamente e indirettamente la rovina di molti, l’impoverimento del ceto medio, l’aggravamento della disoccupazione già pesante per le nuove tecnologie sostitutive di lavoro umano.

Le forze maggioritarie della sinistra non hanno capito quello che succedeva e hanno riposto tutte le loro speranze nella linea economica neoliberista gestendola dal governo o non combattendola dall’opposizione. L’esempio fu Blair in Inghilterra e Clinton negli stati Uniti con i loro imitatori italiani e di altri paesi. In tutto il mondo sviluppato ciò ha generato zone di comprensibile rancore di quanti erano (e sono) a disagio o alla disperazione. Un rancore che si è rivolto contro l’establishment moderato (cioè contro i gruppi politici dirigenti) entro cui la sinistra maggioritaria si era venuta collocando.

Stefano Rodotà: l’uomo della crescita civile della democrazia e dei diritti

di Sergio Caserta

Stefano Rodotà ci ha lasciati, da tempo malato aveva combattuto l’ultima vittoriosa battaglia per la Costituzione lo scorso 4 dicembre, quando una valanga di No, ricacciò indietro il progetto renziano (e dei poteri forti) di sovvertimento dell’equilibrio tra i poteri dello Stato per instaurare il regime di un partito ed un uomo solo al comando.

Aveva purtroppo perso la penultima, quando c’illudemmo che uno scatto d’orgoglio repubblicano e l’entusiasmo popolare lo potessero condurre alla più alta carica dello Stato, di cui resta per milioni d’italiani il candidato ideale. La foto del 1976 che lo ritrae ad un comizio del Pci con alle spalle Enrico Berlinguer (ma di fianco Giorgio Napolitano) richiama alla memoria il periodo forse più alto della vicenda politica italiana dal dopoguerra: gli anni della crescita civile impetuosa della democrazia e dei diritti nel nostro arretrato Paese.

Rodotà era esponente di primo piano del movimento dei cosiddetti indipendenti di sinistra, personalità insigni del mondo della cultura, delle scienze, della ricerca che s’impegnarono, oggi si direbbe cacofonicamente “scesero” in politica, al fianco del Pci, per sostenere i programmi, quelli si, di riforme che il piu’ grande partito della sinistra all’opposizione propugnava in Parlamento e nel Paese.

Cronache francesi: ministri nuovi, politiche incerte

di Rossana Rossanda

Edouard Philippe ha formato il governo e riunito nel primo Consiglio dei Ministri. Coerentemente con la strategia di Macron sono molti anche qui i volti nuovi, dal profilo politico incerto: dovremo vederli in azione per capire esattamente chi sono. Proveniente dal Partito socialista è soltanto Gérard Collomb, che è stato fra i primi ad appoggiare Macron. È importante l’ingresso di François Bayrou (Ministero della Giustizia) e di Marielle de Sarnez, due figure dirigenti del partito centrista MoDem e fautori importanti dell’attuale ricomposizione politica. Da segnalare anche la sottolineatura del nuovo Ministero della transizione ecologica, passato da Segolène Royal (con baci, abbracci, discorsi e inediti tappeti verdi), che non aveva un ministero ma era stata incaricata del problema, a Nicolas Hulot, figura di punta della cultura ecologica.

Finora, Macron ha reso noto sopratutto che vuole cambiare la legislazione sul lavoro, come se non bastassero già le norme decise dalla El Khomri, che avevano fortemente irritato sopratutto la gioventù operaia e dato luogo alle serate di discussioni a Place de la République, che duravano fino a tarda notte. La ministra del lavoro, Murielle Pénicaud, non è particolarmente nota per il suo contributo sul tema; sappiamo soltanto che anche lei ha fatto la sua esperienza nel “privato”. Sembra che questa sia stata scelta con una raccomandazione dal nuovo presidente.