1980, la strage di Bologna tra passato e presente

di Riccardo Lenzi La vigilia di Natale del 1979 le truppe sovietiche avevano invaso l’Afghanistan, un’occupazione che sarebbe durata fino all’inizio del 1989. La resistenza afghana sarà sostenuta dagli Usa e arruolerà anche volontari islamici provenienti da vari paesi arabi. Dal maggio ’79 il primo ministro del Regno Unito è Margaret Thatcher, alla quale verrà […]

Landini, segretario Cgil da 6 mesi: “Le battaglie devono essere collettive”

di Loris Campetti Sei mesi fa Maurizio Landini veniva eletto segretario generale della Cgil da una maggioranza ben più ampia di quella accumulata durante la sua esperienza alla guida della Fiom. Sei mesi rappresentano un periodo troppo breve per azzardare un bilancio, si può dire che l’ex leader della Fiom sia ancora in rodaggio. Eppure, […]

Salvini è un pericolo per la nostra Costituzione

di Alfiero Grandi Dalla Basilicata, come dalle altre regioni in cui si è votato prima, emerge un dato evidente, si tratta della crescita della Lega. In alcuni casi neppure si era presentata, eppure ha raggiunto risultati importanti, molto più alti di quelli delle politiche del 4 marzo. La Lega è un pericolo evidente per le […]

La Catalogna, l’Europa e la democrazia: l’appello

A Madrid, nel cuore dell’Europa occidentale, dodici esponenti della politica e della società civile catalana sono in questi giorni sotto processo. Nove di essi si trovano in regime di detenzione preventiva, in molti casi da ben oltre un anno. I capi di imputazione sono gravissimi, con richieste di pena da parte della pubblica accusa che arrivano sino a 25 anni.

Tra i reati contestati vi è la “ribellione”: si tratta della figura criminosa utilizzata per chi, nel 1981, entrò con le armi in parlamento e portò in strada i carri armati. Il codice penale spagnolo, in effetti, richiede, nella tipizzazione del reato, l’elemento della “rivolta violenta”. L’unica violenza finora certa, per le innumerevoli immagini che la mostrano e che hanno fatto il giro del mondo, è però quella messa in atto dalle forze dell’ordine spagnole: che partono da ogni angolo del Paese per la Catalogna al grido minaccioso di “a por ellos!” (“a prenderli!”; “dategli addosso!”); che picchiano votanti e manifestanti – anche non indipendentisti – intenti a resistere pacificamente, con le braccia alzate, in difesa dei seggi; che sparano proiettili di gomma sui cittadini, nonostante il loro utilizzo sia vietato in Catalogna.

Ma la vicenda giudiziaria non si esaurisce a Madrid, innanzi al Tribunal Supremo. Altri imputati verranno giudicati (per disobbedienza e ulteriori reati) da Tribunali in Catalogna; centinaia i sindaci, gli attivisti sociali, gli artisti indagati (e in alcuni casi condannati) per aver contribuito in qualche modo alla preparazione del referendum o per aver semplicemente manifestato le loro idee (eloquente, in tal senso, l’Amnesty International Report 2017/18, pp. 339-341).
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Artedonna: forme di democrazia culturale

di Silvia Napoli

Bisognerebbe veramente entrare dentro un sistema di relazioni molto complesso, che investe vari e numerosi ambiti, per poter parlare con serenità e cognizione di causa di una delle poche kermesse fieristiche veramente glam rimaste in dote alla città di Bologna. Una tre giorni ufficialmente, questa tanto sofisticata e popolare Artefiera, almeno rispetto al discorso mercantile e invece come panoramica a 360 gradi, piacevolmente invasiva di spazi pubblici, privati, istituzionali e alternativi evento che si allunga per almeno una decina di giorni come festival e che lascia in eredità alla cittadinanza per qualche tempo, esposizioni importanti, corpose e destinate a far discutere.

Quest’anno è nuova, la direzione organizzativa di Artefiera e più bolognese come appartenenza. Sostanzialmente, però, il thinktank della situazione festival è in mano in primis alla Presidenza e Direzione dell’istituzione Musei e ai dipartimenti universitari deputati al settore artistico. Naturalmente poi vengono coinvolte moltissime altre situazioni che fanno capo all’Assessorato alla Cultura, in modo che contenuti e tendenze nuove, nuovissime o già storicizzate, non solo nei manuali di settore, ma rappresentative della storia cittadina di comunità, trovino sedi appropriate di discussione e sedi viceversa talvolta spiazzanti di incontro-confronto.
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Contro il nuovo fascismo, l’Europa dei popoli

Fascismo - Foto di Ian M.

di Angelo d’Orsi

Recentemente un noto storico italiano, Alberto De Bernardi, ha pubblicato un pamphlet con ambizioni storiografiche, per dichiarare che non ha senso ormai parlare di antifascismo in quanto il fascismo appartiene a una stagione lontana e irripetibile. E che chi lancia appelli contro il ritorno del fascismo finisce per intorbidare le acque, impedendo una libera dialettica democratica.

Si tratta di una tesi non nuova, già autorevolmente sostenuta da Renzo De Felice, massimo studioso del fascismo, e biografo (innamorato) di Mussolini e che periodicamente viene riproposta. Chi la pensa così, dimentica che il fascismo è sì un fenomeno storico, nato come movimento dei Fasci di combattimento in Italia nel 1919, ma è presto divenuto un modello politico, a cui si sono rifatti molti emulatori, individuali e collettivi. E dimentica anche che la forza del fascismo consiste nella sua capacità di cambiare sembiante adattandosi alle situazioni storiche, ai climi culturali: ma la sua sostanza non muta. E in che cosa consiste tale sostanza?

Innanzi tutto nella concezione antiegualitaria che investe gli individui e i popoli: ossia è “naturale” che sussistano differenze tra gli uni e gli altri, differenze che postulano gerarchie, considerate immutabili e necessarie. Nel sistema mentale fascista l’antiegualitarismo è il rifiuto di ogni politica e ogni ideologia che vadano nel senso della riduzione o della eliminazione delle disuguaglianze: giuridiche politiche economiche culturali.
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Auguri e programmi per il futuro: per uno spazio sempre libero e aperto

Care compagne e cari compagni, quest’anno sugli auguri ci mettiamo la faccia. Pensiamo infatti che tutte e tutti noi dobbiamo assumerci delle responsabilità rispetto alla situazione generale cosi gravida di pericoli per la democrazia, per la sicurezza, il lavoro e in genere per le condizioni di vita delle persone più deboli, indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla religione e dall’opinione, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Il discrimine passa proprio da qui. Già noi. Il manifesto in rete, questa piccola navicella rossa che attraversa il mare in tempesta dell’informazione e combatte da sei anni sempre in direzione ostinata e contraria, a cui restiamo tenacemente affezionati. Ci seguite in molti, ma come se il nostro esserci fosse qualcosa di naturale: certo è un sito aperto a libero accesso; è proprio come uno spazio aperto che lo abbiamo voluto e realizzato.

Forse non sottolineiamo abbastanza lo sforzo quotidiano, in termini umani ed economici, sempre precari ed esposti a rovesci e crisi. Il nostro impegno, militante e volontario, a mantenere attivo questo sito, a costruire iniziative culturali, campagne ed eventi – come, già da anni, la ormai collaudata manifesta – per stimolare il confronto sui temi che consideriamo più importanti, ha bisogno del supporto, economico e di divulgazione, di ognuno di voi.
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L’attacco alle Ong, laboratorio contro la democrazia

di Raffaele K. Salinari

Alla spirale di delegittimazione delle Organizzazioni non governative impegnate quotidianamente nelle azioni di sostegno ai Paesi in via di sviluppo e, di conseguenza, in difesa dei diritti umani legati ai processi migratori, si aggiunge un’accusa, non nuova, ma esacerbata nella forma e nei toni: tratta degli schiavi.

Ci ha pensato l’Onorevole Giorgia Meloni a rilanciare, dopo le inconcludenti indagini di qualche tempo fa da parte di magistrati inclini alla costruzione di teoremi accusatori che volevano le Ong colluse con gli scafisti, la definizione di veri e propri schiavisti per quanti continuano coerentemente a ricordare, con il loro lavoro, alla comunità internazionale quali sono gli impegni verso le parti più vulnerabili della popolazione mondiale, a partire dai minori.

Nel Mein Kampf scritto da chi di propaganda e disinformazione, falsificazione della realtà e, oggi si direbbe, di fake news, se ne intendeva, si trova una espressione che ben epitomizza questo modo di fare: la merda nel ventilatore. Non è necessario cioè provare l’accusa, basta sollevarla e, appunto, qualche schizzo arriverà certo ad infangare i nuovi schiavisti non governativi.
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Le 3 pesti all’assalto della democrazia

di Salvatore Settis

Tre pesti infettano la democrazia in Italia, e dunque la nostra libertà e la nostra vita. Sono germi di ceppi diversi, eppure convergono in un unico gioco al massacro. Il massacro della democrazia. La prima patologia è di moda ai nostri giorni: dando per scontato lo svuotamento delle istituzioni rappresentative, se ne sbandiera cinicamente un qualche estemporaneo sostituto.

Indizio recente e solo in apparenza minimo, il preteso referendum sull’ora legale: vi ha partecipato una percentuale infima della popolazione europea, eppure se ne discute come fosse necessario tenerne conto. Noi italiani possiamo stupircene meno di chiunque altro: non è forse da noi che bastano poche centinaia, se non decine, di volenterosi o velleitari votanti per “approvare” un programma (o “contratto”) di governo, la scelta di un leader o di un sindaco, l’alleanza con una forza politica estranea anzi ostile?

E non è dalla stessa parte politica (uscita dalle urne del 4 marzo come il primo partito italiano) che vengono voci irresponsabili che proclamano la fine del Parlamento e la sua sostituzione con piattaforme informatiche buone a creare effimere maggioranze senza quorum? Così mentre ci stracciamo le vesti per l’incompetenza di chi fa crollare i ponti non ci avvediamo di propugnare la generalizzata incompetenza di chi dovrebbe governare il Paese. E anzi di indicare nell’inesperienza (meglio se totale) la panacea di tutti i mali.
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