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La democrazia diretta e i suoi strumenti, pro e contro

di Roberto Puglisi

Quali sono i pro e i contro della democrazia diretta? E quali caratteristiche hanno i paesi che più la utilizzano? Per “spacchettare” senza danni un tema specifico dalla delega generale data agli eletti servono cittadini istruiti e stabilità politica.

Il ruolo dei referendum

Il referendum su Brexit e quello sulla riforma costituzionale Boschi-Renzi hanno riportato con forza l’attenzione del pubblico sugli strumenti di democrazia diretta, anche se ci si è più che altro concentrati sulla (scarsa) capacità da parte dei sondaggisti di prevedere quale posizione avrebbe vinto poi. Nel panorama politico italiano a ciò si aggiunge l’apprezzamento da parte del Movimento 5 Stelle per queste forme di decisione politica che scavalcano la tradizionale rappresentanza parlamentare.

Invece di focalizzarsi sugli esiti di referendum specifici – e sulla loro prevedibilità – vorrei formulare qualche riflessione su due questioni più generali. La prima è di carattere teorico: quali sono i benefici e costi di forme di democrazia diretta all’interno di democrazie largamente basate sul principio rappresentativo? La seconda questione è invece di stampo empirico: quali sono le caratteristiche dei paesi che utilizzano con più frequenza strumenti di democrazia diretta?

Partiamo dalla teoria: a mio parere il modo più incisivo per capire il ruolo dei referendum sta nel partire dalla constatazione che i rappresentanti dei cittadini eletti in assemblee legislative o all’esecutivo devono decidere su un numero molto ampio di argomenti, cercando possibilmente di interpretare la volontà degli elettori.

Tre giorni a Roma per un’Europa unita e solidale

di Sbilanciamoci.info

In occasione dei sessanta anni dalla firma dei trattati di Roma ci riuniamo, consapevoli che, per salvare l’Europa dalla disintegrazione, dal disastro sociale ed ambientale, dalla regressione autoritaria, bisogna cambiarla.

Un grande patrimonio comune, fatto di conquiste e avanzamenti sul terreno dei diritti e della democrazia, si sta disperdendo insieme allo stato sociale, a speranze e ad aspettative. Negli ultimi anni, con trattati ingiusti, austerità, dominio della finanza, respingimenti, precarizzazione del lavoro, discriminazione di donne e giovani, anche in Europa sono cresciute a dismisura diseguaglianza e povertà.

Oggi siamo al bivio: fra la salvezza delle vite umane o quella della finanza e delle banche, la piena garanzia o la progressiva riduzione dei diritti universali, la pacifica convivenza o le guerre, la democrazia o le dittature. Crescono sfiducia, paure ed insicurezza sociale. Si moltiplicano razzismi, nazionalismi reazionari, muri, frontiere e fili spinati.

Un’altra Europa è necessaria, urgente e possibile e per costruirla dobbiamo agire. Denunciare le politiche che mettono a rischio la sua esistenza, esigere istituzioni democratiche sovranazionali effettivamente espressione di un mandato popolare e dotate di risorse adeguate, il rispetto dei diritti sanciti dalla Carta dei Diritti Fondamentali, difendere ciò che di buono si è costruito, proporre alternative, batterci per realizzarle, anche nel Mediterraneo e oltre i confini dell’Unione.

Dopo lo spartiacque del 4 dicembre: il compito della politica? Sbloccare la civiltà

di Raniero La Valle

L’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre, mostrando un’intelligenza politica popolare tutt’altro che spenta, ci consegna una responsabilità che non possiamo ridurre a proposte di corto respiro; occorre invece affrontare come prioritari i nodi che oggi bloccano la politica e strozzano lo sviluppo stesso della civiltà in tutto il mondo. Fare politica vuol dire precisamente rimuovere queste strozzature. Io vedo tre questioni prioritarie, tre “forze frenanti” su cui dovrebbero misurarsi il pensiero e l’iniziativa culturale, politica e religiosa per consentire la ripresa di un cammino di civiltà, che per ora sembra bloccato o addirittura in ripiegamento rispetto alle conquiste del ‘900; e non solo per Trump.
Il mondo è di tutti

Il primo blocco consiste nella mancata risposta di civiltà al fenomeno della migrazione di massa. Ma non si tratta di un fenomeno, cioè di un evento, si tratta piuttosto di un nuovo mondo, il mondo globalizzato, che è stato pensato come un mondo di residenti, e risponde presentandosi invece come un mondo di migranti; era un mondo di stabilità la cui qualità era la durata – il tempo indeterminato – e si ritrova costruito come un mondo di precarietà, la cui qualità è vivere nell’imprevedibile.

Per integrare in un cammino di civiltà tale mondo nuovo è necessario che si riprenda il processo dell’imputazione dei diritti fondamentali a tutti gli uomini come diritti universali e permanenti e se ne preveda l’effettività per tutti gli abitanti del pianeta. È dalla conquista dell’America, cioè dal primo apparire di un “nuovo mondo” che tale cantiere si è aperto.

Aveva scritto Francisco de Vitoria in una sua “relectio de Indis” che “all’inizio del mondo, quando tutto era comune era lecito a ognuno trasferirsi e muoversi in qualunque regione volesse; ora non pare che la divisione dei territori abbia annullato questo diritto, dal momento che l’intenzione dei popoli non è mai stata di abolire, con quella divisione, la comunicazione reciproca fra gli uomini. Non sarebbe lecito ai francesi proibire agli spagnoli di muoversi in Francia o anche di vivervi, né viceversa, purché questo non rechi loro danno e tanto meno faccia loro torto”, e questo perché “totus orbis aliquo modo est una respublica”, tutto il mondo in qualche modo è una repubblica.

Quel no che ha salvato la speranza

Referendum sul divorzio - Foto L'Unità

Referendum sul divorzio – Foto L’Unità

di Domenico Gallo

Il risultato straordinario del referendum del 4 dicembre segna una svolta nella storia del nostro Paese. Dopo trent’anni di attacco alle regole della democrazia costituzionale da parte dei vertici del ceto politico, a cominciare dal famigerato messaggio che Cossiga inviò alle Camere il 26 giugno del 1991, dopo innumerevoli riforme che hanno sfigurato il modello di democrazia prefigurato dai Costituenti, dopo l’avvento di leggi elettorali che hanno allontanato sempre di più i cittadini dal Palazzo, dopo il fallimento nel 2006 del tentativo del governo Berlusconi di cambiare la forma di Governo e la forma di Stato, dopo una martellante campagna mediatica sviluppata senza risparmio di mezzi, il responso del popolo italiano è stato netto e definitivo: la Costituzione non si tocca.

Il popolo italiano si è espresso e ha riaffermato il principio primo sul quale si fonda l’ordinamento democratico: la sovranità appartiene al popolo. Si è trattato di una scelta altrettanto impegnativa quanto lo fu la scelta compiuta dal popolo italiano il 2 giugno del 1946 con il referendum istituzionale: Repubblica o Monarchia? Ora come allora si è trattato di decidere quale modello di istituzioni, quale modello di democrazia deve assumere il nostro Paese. Nel 1946 dire addio alla Monarchia per la Repubblica acquistava – al di là delle contingenze politiche – un significato storico ben preciso: i cittadini italiani si emancipavano dalla qualità di sudditi ed il popolo diventava esso stesso “sovrano”, arbitro del proprio destino.

Oltre la pura politica: discutendo di “Guerra alla democrazia” di Dardot e Laval

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di Sandro Mezzadra

“La vittoria del fascismo”, scrivono Pierre Dardot e Christian Laval nelle prime pagine del loro Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi, trad. di Ilaria Bussoni, pp. 142, 15 euro), “è una possibilità con cui dobbiamo fare i conti. E nessuno potrà dire ‘noi non sapevamo’”. È un’affermazione che personalmente condivido, pur non avendo qui lo spazio per qualificarla e precisarla, come sarebbe necessario. Dà in ogni caso il senso dell’urgenza politica che pervade il testo dei due autori francesi, forse ancora più esplicita nel titolo originale: “Per farla finita con questo incubo che non vuole finire”.

A differenza dei ponderosi volumi da loro scritti negli ultimi anni – La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista e Del Comune, o della Rivoluzione nel XXI secolo (entrambi editi da DeriveApprodi), a cui va aggiunto Marx, Prénom Karl (Gallimard, 2012) – questo nuovo libro è una sorta di manifesto, un lungo pamphlet pensato e scritto come un intervento direttamente politico. Vale la pena dunque di discuterlo in quanto tale, anche tenendo presente la notevole influenza che in particolare La nuova ragione del mondo ha esercitato nel dibattito italiano.

Lo sfondo di Guerra alla democrazia è definito dal processo di radicalizzazione e rafforzamento (aggiungerei, con più enfasi rispetto a Dardot e Laval: nonché di mutazione) del “neoliberalismo” negli anni successivi all’inizio della grande crisi economica e finanziaria nel 2007/8. È un processo che andrebbe indagato sulla scala globale che il “neoliberalismo” ha assunto come riferimento fondamentale fin dalla sua origine. Qui tuttavia, coerentemente con i loro obiettivi, Dardot e Laval si soffermano in particolare sull’Europa.

Democrazia, se il popolo non conta più nulla

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di Angelo Cannatà

Quanto conta il popolo nella nostra democrazia? Molto sul piano teorico (“La sovranità appartiene al popolo”, non si poteva dir meglio); sul piano pratico, invece, nella politica e nei giochi di Palazzo, nulla, il popolo non conta nulla. Questa orribile dicotomia mostra – più di ogni cosa – la crisi in cui viviamo.

Il popolo non conta nulla 1. Perché diritti, bisogni, proteste – e i Movimenti che li rappresentano – sono tacciati di populismo e ghettizzati nell’irrilevanza: nell’universo politico delle oligarchie che affossano il Paese non c’è posto per il demos. 2. Perché dopo la vittoria del 4 dicembre – per dirla in breve – resta al governo chi ha perso e ha provato (maldestramente) a riformare la Costituzione. 3. Perché, nonostante milioni di cittadini vogliano pronunciarsi sul Jobs Act, otto membri politicizzati della Consulta glielo impediscono: qualcuno può giurare, per dire, che Amato – l’amico di Craxi – non abbia espresso un voto politico dietro lo schermo (ipocrita) del neutralismo giuridico?

A questo siamo. La Repubblica fondata sul lavoro non consente ai cittadini di pronunciarsi sulla legge che nega i diritti del lavoro. Perché? Perché la Consulta fa politica con le sentenze. Bisogna dirlo, gridarlo dai tetti. Una seconda sconfitta – questa volta sull’articolo 18 – avrebbe demolito definitivamente ogni pretesa di Renzi alla guida del Paese.

Speciale verso il referendum – Gherardo Colombo: “La riforma è un pasticcio e riduce lo spazio della democrazia”

Gherardo Colombo

Gherardo Colombo

di Nicola Mirenzi

“Con il sistema disegnato dalla riforma costituzionale, i nuovi senatori risponderebbero ai partiti, non alle autonomie locali. E, questo, diminuirebbe lo spazio della democrazia”. Per Gherardo Colombo – ex membro del pool Mani pulite, saggista, credente della regole anti autoritarie, autore con Piercamillo Davigo di un libro-dialogo dal titolo “La tua giustizia non è la mia” (Longanesi, 176 pp., 12.90 euro) – l’architettura istituzionale immaginata da Matteo Renzi e compagni “è un pasticcio che non aiuterà a far funzionare utilmente il sistema italiano”. E nemmeno il livello del dibattito pubblico è all’altezza: “La discussione a cui stiamo assistendo – dice all’Huffington Post – è molto più prossima alla propaganda che all’analisi e all’informazione. I punti veri non vengono quasi mai toccati. Si enfatizza la riduzione dei costi della politica e la semplificazione legislativa, ma il primo aspetto è marginale, il secondo va contro la reale necessità dell’Italia: che avrebbe bisogno di meno leggi, non di più velocità nella loro approvazione”.

Definirebbe “populistico” questo confronto?

No, perché non voglio fare un torto al popolo.

Cosa non la convince del referendum?

Non si possono chiamare i cittadini a rispondere solo con un ‘sì’ o con un ‘no’ quando devono valutare argomenti così differenti: la composizione del senato, l’abolizione delle province e del Cnel, le regole per l’elezione del presidente della repubblica. Sono materie diverse. Sarebbe stato necessario formulare un quesito per ognuna di queste proposte.

Speciale verso il referendum – Il NO è una garanzia per l’avvenire

Aldo Tortorella

Aldo Tortorella

di Aldo Tortorella

Care compagne e cari compagni, un malanno invernale, complice l’età, mi impedisce di essere oggi con voi come avrei desiderato per dirvi innanzitutto tutta la mia indignazione per il modo con cui si viene svolgendo questa campagna referendaria da parte di coloro che oggi hanno il governo del Paese. Trovo scandaloso che i pubblici poteri siano impegnati ad alimentare con ogni mezzo compresi quelli meno leciti una campagna di disinformazione e di falsità. La televisione in ogni ora del giorno e della notte è occupata da questo presidente del consiglio il quale con tutti i problemi che ci sono non ha altro da fare che saltare da un programma all’altro o da un palco all’altro palco a far la sua propaganda e a propagandare se stesso.

Più che un uomo di governo abbiamo un attore televisivo, oltre che uno studente bocciato dal suo professore di diritto costituzionale. Dire che il maggiore problema della repubblica è la presunta lentezza legislativa dovuta al bicameralismo è una favola. In Italia si fanno anche troppe leggi e il guaio è che spesso sono leggi sbagliate. E molte leggi sbagliate sono state e vengono approvate anche troppo rapidamente come è accaduto e accade alle leggi governative definite decreti d’urgenza.

Il primato spetta alla sciagurata legge Fornero sulle pensioni approvata in 16 giorni. Tutti i decreti-legge di questo governo sono passati in meno di 44 giorni. Il presidente del consiglio dunque mente sapendo di mentire quando dice che vuole questo stravolgimento della Costituzione per fare presto. Ha fatto anche troppo presto con molte misure dannose per i lavoratori e per il paese.

Non vogliamo tecnocrati: votiamo no

Referendum - Comitato per il no

Referendum – Comitato per il no

di Marco Ligas

Dopo aver comunicato la sua decisione a sostegno del SÌ, il governatore Pigliaru indica i due aspetti della riforma della Costituzione da lui ritenuti più importanti. Li individua nella revisione del Titolo V sui rapporti tra Stato e Regioni e nel bicameralismo che considera addirittura perfetto (nientemeno!).

Manifesta le sue valutazioni con risolutezza, sembra ispirato da un decisionismo in lui davvero insospettato. Aggiunge persino che la vittoria del SÌ al referendum offrirà un’opportunità importante per la modernizzazione del Paese e per il miglioramento dei rapporti con le Regioni, spesso condizionati da disposizioni farraginose e talvolta contradditorie.

Anche il presidente del Consiglio Regionale e la Giunta condividono il suo ottimismo. Nessuno di loro però ritiene che il nuovo testo costituzionale metta in discussione o per lo meno non dia per certe le prerogative della Sardegna relativamente alla specialità dello Statuto.

Eppure il progetto di revisione contiene una sospensiva che dispone che la riforma non si applica immediatamente alle autonomie speciali, ma solo dopo la rettifica dei rispettivi statuti. Questo è l’unico dato normativo sicuro. Questa clausola incide dunque sui tempi dell’applicazione della riforma anche se non sulla sua attuazione che, nella migliore delle ipotesi, potrà essere differita.

Cattolici e Costituzione: le vere cifre della democrazia

Referendum - Comitato per il no

Referendum – Comitato per il no

di Raniero La Valle

Non c’è bisogno di essere cattolici per avere buone ragioni per opporsi alla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Basterebbero le ragioni futili e pretestuose che sono avanzate dai propagandisti del SI per comprendere le ragioni del rifiuto. Tra questi argomenti c’è quello del risparmio dei costi della democrazia, con il pietoso corollario che i soldi così risparmiati verranno finalmente distribuiti ai poveri,

Ma la tesi del risparmio è stata già demolita dalla Corte dei Conti, che ha mostrato come il risparmio degli stipendi dei senatori sarebbe di solo 58 milioni l’anno, mentre tutta la macchina del Senato, che continuerebbe ad esistere, ne fa spendere 550 milioni. Altre stime scendono sotto i 50 milioni di minori spese, neanche un euro per ogni italiano avente diritto al voto. Per cui si potrebbe coniare uno slogan: vuoi risparmiare 90 centesimi l’anno? Prendili dai senatori e manda a casa il Senato: che per sostenere il passaggio al monocameralismo non è un grande argomento.

Ma al di là delle cifre, la domanda è perché ci vogliono far comprare meno democrazia. Infatti di questo si tratta: mettere in Costituzione meno democrazia, come se in l’Italia ce ne fosse troppa, quando invece si sta esaurendo. L’altra tesi volgare a favore della riforma è che spogliando il Senato di una parte dei suoi poteri legislativi, si risparmierebbe il tempo della doppia lettura di molte leggi che oggi fanno la navetta tra Camera e Senato.