Clima: la vera sfida non è quella sul deficit

di Lorenzo Marsili Mai abbiamo raggiunto un livello di sviluppo paragonabile a quello attuale. Mai siamo stati in grado di produrre così tanta ricchezza. Mai abbiamo avuto condizioni migliori per garantire a ogni persona il diritto alla felicità. Eppure povertà, precarietà e solitudine accompagnano la vita di sempre più persone, mentre l’emergenza climatica trasforma i […]

Manovra: evitare che il deficit si trasformi nel pagamento di maggiori interessi

di Alfiero Grandi

L’attenzione si è concentrata sul deficit pubblico al 2,4 %. Certo, è un segnale politico controcorrente rispetto agli impegni per il contenimento allo 0,8% nel 2019, ma che non è poi così nuovo visto che Renzi aveva proposto di portarlo al 2,9 % per 5 anni in un’intervista a Il Sole24ore l’8 luglio 2017. Un no pregiudiziale ad un deficit più rispondente ai bisogni del paese è incomprensibile, tanto per chi da anni sostiene che andrebbe tolto il vincolo del pareggio di bilancio inserito, all’epoca del governo Monti, nell’articolo 81 della Costituzione per subalternità all’austerità europea.

L’impegno a scendere allo 0,8 % è stato preso dai governi precedenti sapendo che era una promessa irrealizzabile, per di più scaricata su altri. Cancellare l’aumento dell’Iva vale da solo lo 0,8 %. Purtroppo da tempo i governi prendono impegni non realizzabili di abbassamento del deficit pubblico, salvo constatare a fine anno che l’obiettivo non è stato raggiunto. Questo trucchetto è stato usato da governi diversi.

Ora c’è un aggravante, bisogna fare i conti con una ripresa economica italiana che era già asfittica, la peggiore d’Europa, e ora è in rallentamento. Un taglio dell’intervento pubblico nell’economia provocherebbe un ulteriore peggioramento della situazione, con conseguenze sull’occupazione. Quindi il deficit pubblico allo 0,8% non è realizzabile, pena conseguenze gravi sul paese.
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Alma Mater Studiorum - Foto di Nicola

Università di Bologna, addio alle vecchie facoltà. Benvenuto al nuovo: caos e risposte inevase dai vertici

di Sergio Brasini

Martedì 16 ottobre 2012 è una data da non dimenticare, che segna una svolta importante nella vita plurisecolare dell’Alma Mater Studiorum. Infatti, in applicazione del nuovo statuto e delle deliberazioni degli organi accademici, si spengono oggi le 23 facoltà e prendono vita le 11 scuole, comprensive di presidenze e vice presidenze, così come concludono il loro percorso le vecchie strutture dipartimentali per fare spazio ufficialmente e definitivamente alle nuove 33.

La riorganizzazione dell’ateneo di Bologna è profonda e coinvolge intensamente tutte le sue componenti (docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo in primis). Poiché l’approvazione finale del nuovo statuto è avvenuta circa un anno fa, sarebbe stato lecito attendersi da parte dell’attuale governance di Unibo una cura minuziosa e un’attenzione capillare nel dare attuazione al passaggio al nuovo modello di organizzazione, anche in virtù delle rigide scadenze interne autonomamente fissate dagli organi.

Spiace molto constatare invece che il caos prevale tuttora sull’ordine e che il disorientamento ha il sopravvento sulla consapevolezza di sé e del proprio ruolo. In questi ultimi mesi vi è stato un formidabile deficit di comunicazione interna da parte dei vertici istituzionali dell’ateneo nei confronti dell’ampia ed eterogenea comunità accademica. Sono mancati più di ogni altra cosa coinvolgimento, empatia e condivisione degli obiettivi.
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