Navigator: i precari che si occuperanno del reddito di cittadinanza

di Annalisa Camilli

Il secondo figlio era nato da appena quindici giorni quando Valeria Morando, 36 anni, precaria dell’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro (Anpal), ha ricevuto una telefonata dell’ufficio risorse umane che le comunicava che il suo contratto di lavoro non le sarebbe stato rinnovato alla scadenza. “Per via del decreto dignità il mio contratto a tempo determinato di 24 mesi non è stato rinnovato alla sua scadenza nel luglio del 2018”, spiega la donna che, dopo quattro anni di lavoro precario con diverse tipologie di contratto per la stessa azienda che dipende dal ministero del lavoro, è rimasta a casa in disoccupazione.

“Il paradosso”, spiega Morando, “è che saranno dei precari, addirittura dei lavoratori con un contratto a progetto, a doversi occupare di aiutare i disoccupati a beneficiare del reddito di cittadinanza, la nuova misura simbolo del governo a maggioranza cinquestelle”. Il ministro del lavoro e dello sviluppo economico Luigi Di Maio ha annunciato che tremila persone, i cosiddetti navigator, saranno assunte per sostenere il personale dell’Anpal nei centri dell’impiego dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza. Ma anche i navigator saranno solo dei collaboratori e dovranno essere formati, in teoria, dagli stessi lavoratori dell’Anpal che in molti casi hanno dei contratti di collaborazione (cococo).
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Decreto dignità, il bicchiere (quasi) mezzo pieno

di Sergio Palombarini

In queste settimane si discute molto, a vari livelli, del così detto decreto dignità, più precisamente il decreto legge n. 87, approvato dal Governo il 2 luglio scorso, e attualmente in fase di conversione in Parlamento. Tanto si è detto e tanto si dirà su questo provvedimento, che prevede diversi interventi di riforma in materia di diritto del lavoro, ed altri in materia di politica economica e gioco d’azzardo.

Ora, prima ancora che il decreto venga convertito in legge, con probabili modifiche, per un momento lascio da parte le singole questioni tecniche, le interpretazioni (ce ne sono già un po’ di tutti i generi), le prese di posizione politiche, ecc., per limitarmi ad una considerazione di carattere molto generale sulla parte del provvedimento sulle discipline del lavoro. Una cosa, al di là di tutto, mi pare indubitabile.

Questo provvedimento segna una (minima) inversione di tendenza rispetto alla più recente legislazione. Non è certo una vera e propria inversione di 180 gradi, è possibile che sia più la parte propagandistica che quella sostanziale, tutto quel che si vuole. Fatto stà però che la direzione (o forse anche solo la intenzione) è quella della riduzione della precarizzazione (parlo della disciplina dei contratti a termine), e della maggior tutela del lavoratore (seppur solo indennitaria) a fronte dei licenziamenti illegittimi.
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